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L'ombelico di Svesda

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romanzo

Dell’ Amore E Di Altri Demoni. Reati Compresi.

Photography By Tamara Dean

M’ero scordata del bene che mi procura leggere Gabriel Garcia Marquez e di quanto è ricca, densa e immaginifica la prosa dei suoi romanzi. Lo scorso maggio mi è capitato leggere nel The Guardian dell’hoax tweet lanciato dall’alter ego (?) di Umberto Eco, che in meno di dodici parole lo dava per morto. Immagino la notizia esorcizzata dallo stesso scrittore con un bel paio di corna e un tiè di cortesia che non solo la smentiscono, ma confermano il realismo magico che permea di mistero e superstizione oltre che l’opera letteraria anche la vita dello stesso.
Quest’estate ammetto mi sarebbe piaciuto molto leggere la sfilza di autori che avevo scelto e molti di voi mi hanno generosamente consigliato, ma perchè ho rimediato appena un lavoro saltuario e mi trovo in difficoltà economiche, dovrò fare a meno di acquistare nuovi libri. Poco male. Quello che ho pensato di fare, allora, è approfittare di quest’occasione per riprendere in mano i libri che già posseggo. Fra quelli degli autori già citati in precedenza, ho trovato anche una vecchia grammatica di lingua spagnola, che ho ripreso a studiare, e un manuale di cucina vegetariana, anzi la Bibbia della Cucina Vegetariana, regalatami anni fa da mia sorella. Ebbene si, prima del mio sfacciato cannibalismo e reazionario sovversismo di maniera, io ero una brava e buona donna pacifica e pacifista, dedita alla pratica dello yoga e della meditazione, vegetariana. Vegetariana per oltre cinque anni. Già. A vent’anni amavo Il meraviglioso mondo di Amelie, oggi Taxi Driver e A qualcuno piace caldo. Un tempo amavo scrivere poesie, oggi avvisi di garanzia.  I tempi cambiano e con essi non solo il bugiardino ma la posologia e gli effetti collaterali. Mi mantengo fedele all’originale ma non manco di fare una brutta copia di me stessa.
Gabriel Garcia Marquez continua a piacermi anche oggi e forse più di ieri; la settimana scorsa ho riletto ‘Memorie delle mie puttane tristi’, qualche giorno fa ho ripreso ‘Dell’amore e di altri demoni’, un balsamo per l’immaginazione e un eccitante per l’intelletto. Il romanzo è ambientato nella Colombia del diciottesimo secolo, in piena Inquisizione Spagnola. Già nel primo capitolo Garcia Marquez ci informa gli schiavi africani usavano masticare impiastri di resina di manajù e cibarsi di iguane marinate e stufati di armadilli, mentre le ricche signore amavano trovare sollievo nelle orge con gli schiavi, nei bagni caldi profumati, nel miele fermentato, nel cacao, nelle purghe di antimonio e nei clisteri.
Protagonista del romanzo è Sierva Maria de Todos Los Angeles, che ancora bambina viene morsa alla caviglia da un cane rabbioso a causa del quale rischia morire. A quei tempi si credevano le pestilenze una punizione e un castigo di Dio, eventi preannunciati dall’avviso delle comete e in coincidenza delle eclissi, facilmente curabili con ‘l’epatica terrestre, il cinabro, l’essenza muschiata, il mercurio argentino, l’anagallis flore purpureo.’ O almeno così secondo il dottore Abrenuncio, chiamato a intervenire sul caso

‘Non erano pochi nè banali i casi di mal di rabbia nella storia della città. Gran rumore aveva sollevato quello di un merciaiolo da fiera che girava per le strade con un micco ammaestrato i cui modi si differenziavano poco da quelli umani. L’animale aveva contratto la rabbia durante l’assedio navale degli inglesi, aveva morso il padrone in faccia ed era scappato sui colli vicini. Lo sventurato saltimbanco era stato ucciso a suon di randellate in mezzo a certe allucinazioni spaventose che le madri continuavano a cantare molti anni dopo in strofe popolari per spaventare i bambini. Prima di due settimane un’onda di macachi luciferini era scesa dalle colline in pieno giorno. Avevano fatto stragi in porcili, pollai, per poi irrompere nella cattedrale ululando e strozzandosi in schiumate di sangue, mentre si celebrava il tedeum per la sconfitta della squadra inglese. Tuttavia, i drammi più terribili non passavano alla storia, perchè si verificavano fra la popolazione negra, dove nascondevano le persone morse per curarle con magie africane nei reciti degli schiavi selvaggi.’

Sierva Maria de Todos Los Angeles viene già dalle prime pagine descritta come una bambina cattiva, bugiarda, ostinatamente silenziosa, cresciuta con gli schiavi ed educata alle loro maniere

‘Dominga de Adviento, una negra verace che aveva governato la casa con polso di ferro fino alla vigilia della sua madre, era il vincolo fra questi due mondi [quello del marchese e della propria compagna, genitori della bimba]. Alta e ossuta, di un’intelligenza quasi chiaroveggente, era lei che aveva allevato Sierva Maria. Si era fatta cattolica senza rinunciare alla sua fede di negra yoruba, e praticava entrambe al contempo, senza ordine nè concerto. La sua anima era in santa pace, diceva, perchè quel che le mancava in una lo trovava nell’altra. Era pure l’unica creatura umana che avesse autorità per intervenire fra il marchese e la moglie, ed entrambi l’accontentavano. Solo lei scacciava a colpi di ramazza gli schiavi quando li trovava in abomini di sodomia o a fornicare con donne scambiate nelle stanze vuote. Ma dopo la sua morte scappavano dalle baracche per sottrarsi ai calori del mezzogiorno, e andavano a stendersi per terra in qualsiasi angolo, grattando i residui in fondo ai pentoloni di riso per mangiarselo, o giocando a macuco e a tarabilla nella frescura dei corridoi. In quel mondo opprimente dove nessuno era libero, Sierva Maria lo era: solo lei e solo lì. Sicchè era lì che si celebrava la festa, nella sua vera casa e con la sua vera famiglia.
Non era possibile immaginare balli più taciturni in mezzo a tanta musica, con i propri schiavi e alcuni di altre case di rango che portavano quel che potevano. La ragazzina si mostrava così com’era. Ballava con più grazia e più brio degli africani autentici, cantava con voci diverse dalla sua nelle svariate lingue dell’Africa, o con voci di uccelli e animali, che sconcertavano gli stessi schiavi. Per ordine di Dominga de Adviento le negre più giovani le dipingevano il viso nerofumo, le appendevano collane stregonesche sopra lo scapolare del battesimo e si occupava dei suoi capelli che non le avevano mai tagliato e che l’avrebbero impacciata nel camminare se non fosse stato per la treccia a numerosi giri che le facevano ogni giorno.’

Succede che a causa dell’irrequietezza della bambina, il padre decide di chiudere Sierva Maria de Todos Los Angeles in un convento perchè venga esorcizzata attraverso l’aiuto del bibliotecario Cayetano Delaura. Fra i due nasce una torbida storia d’amore e il resto del romanzo costituisce un omaggio a una cultura ricchissima e fortemente permeata nel sacro che degenera nel profano e ammanta la quotidianità di passioni ora spregiudicate, ora sensuali.
Appena un paio di giorni fa mi è capitato sentire per strada una madre che minacciava il figlioletto di finire dalle suore se non avesse fatto il bravo. Mi chiedo se sporcarsi di gelato vale a essere ‘cattivi’ e se esiste una legge, terrena, che condanna il reato di ‘traumatizzazione’. Mio padre, che per punizione da bambino è stato chiuso da mia nonna in un convento, sembrerebbe confermare il demonio si mangia a messa e prega tra le mura di casa. Beata ignoranza.
Noi che si ha a che fare con l’acqua santa tutti i giorni, ci si aspetta dio faccia il proprio dovere almeno tra le lenzuola. Checchè ne dica Garcia Marquez.

L’Incosciente, di Diego Cugia

L’altro giorno cercando un libro sopra l’armadio, mi è capitato fra le mani questo di Diego Cugia, L’Incosciente, che ho qui con me da un paio di anni e ogni tanto mi piace rileggere; Il romanzo è ambientato a Roma, ricorda le elucubrazioni di Zeno, la tensione esasperativa che ricorre ne Il Processo di Kafka e racconta di un uomo, un ex assicuratore, cui ossessione di controllo sfugge alla ragione, mette in crisi e presenta imputato alla corte di un pubblico di conoscenti presenti al party del proprio compleanno
Vi propongo il primo capitolo, e una ‘quota’, a pagina 7, tratta da Il Mito di Sisifo, di Albert Camus
In certi uomini, il fuoco dell’eternità,
da cui sono divorati, è abbastanza potente
perchè vi brucino anche il cuore
di coloro che li circondano

________________Capitolo 1________________________________

Ieri sera mi hanno citofonato ma non aspetto nessuno da mesi. Un tempo aspettavo mia moglie, quando ho scoperto che Lia mi tradiva ci siamo separati e ho smesso di attendere. Credo che l’attesa sia un vizio come la speranza e io preferisco il dolore senza sorprese.
Il citofono non l’ho sentito subito, non consciamente almeno. Alle otto ero già in vestaglia, rannicchiato in poltrona con un fascio di scontrini del lotto di tutte le ruote, il vassoio della dieta e un bicchiere extra di rosso perchè a mezzanotte avrei festeggiato cinquant’anni.
In genere se tengo la televisione accesa sono spento. Da quando mi sono dimesso dalle Assicurazioni la lascio accesa giorno e notte. Spesso mi sorprendo davanti allo schermo con gli occhi a terra; reggere lo sguardo della televisione m’imbarazza come quando abbassi gli occhi di fronte all’ipocrisia di un amico. Per questo, forse, si rompono i ponti con gli altri e si rimane da soli: per sfuggire alla colpa di aver tutti taciuto qualcosa.
Allo squillo del citofono devo aver fatto un balzo. Lacrime nere come formiche si rincorrevano sui piedi nudi, ho creduto di perdere sangue. Il medico mi aveva avvertito che alla mia età bisogna sottoporsi a una colonscopia.
Ho alzato gli occhi nel dubbio che lo squillo infinito provenisse da una pubblicità televisiva e mi sono accorto del bicchiere rovesciato sul vassoio. Del vino rosso che mi colava dal pigiama.
Mi seccava far freddare la cena, ho posato lo stesso il vassoio in cucina e sono corso ad aprire. Per tutto il giorno avevo sospettato che Lia e la bambina si fossero dimenticate del mio compleanno, invece era un trucco per farmi una sorpresa assoluta e portarmi la torta. Ho premuto il pulsante del citofono senza controllare.
Li ho sentiti parlottare per strada.
“Allora è in casa” ha sospirato Aragno, come sgravato da un peso enorme.
“Se ti ho detto che l’avevo seguito, non sono un dilettante” l’ha rimbrottato Caruso.
Ormai avevo aperto, ho trattenuto il respiro sperando che se ne andassero. Non ho contatti con i colleghi da quando mi sono dimesso dalle Totali ed ero già pronto a lanciarmi nel buio delle scale per sostenere la bambina nella trionfale marcia dolciaria. L’anno scorso Nanà aveva rovesciato sul tappeto la torta con quarantanove candeline. Avevamo dovuto domare il principio d’incendio con la sciarpetta rossa, anche se le sue lacrime avrebbero ottenuto risultati più efficaci di un pompiere.
“Ci sei?” si è assicurato Aragno. “Possiamo salire?”
Senza attendere la risposta ha spinto il portone fischiettando come i timidi, soltanto che lui non è timido.
Ho dovuto rispondere: “Certo”.
Caruso ha modulato al citofono: “Tanti auguri, Luca Svevi, tanti auguri a te” e si è introdotto nel palazzo dietro al fischiettio di Aragno.
Ho ficcato sotto un cuscino gli scontrini del lotto e mi sono smacchiato alla meglio il vino dalla vestaglia, poi Aragno mi ha stretto la mano, Caruso ha offerto le guance, e ci siamo seduti in tre sullo stesso divano giallo, anche se c’erano altre due poltrone gialle libere.
Mi sono scusato di non conservare niente in frigo da offrire perchè sono a dieta. Aragno ha commentato che faccio sempre la dieta così posso sempre trasgredirla, abbiamo lavorato per undici anni gomito a gomito alle Totali, come potrebbe dimenticarselo? Lui soffre di colesterolo alto con l’aggravante dei soliti fastidi alla prostata, quindi non beve e mangia quasi niente, in particolare il prosciutto di Parma tagliato a fette spesse che dopo i quarant’anni pare faccia malissimo anche se si toglie il grasso.
Caruso sembrava a disagio. Lì per lì non sono riuscito a capire che cosa avesse da dimenarsi, quasi trovasse assurdo l’essermi piovuto dentro casa il giorno del mio compleanno. Sarebbe bastato confessarlo e mi sarei mostrato immediatamente d’accordo. Che senso aveva una visita di un’ora, sopo un anno di silenzio? Apprezzavo il gesto, si capisce, ma volendo dimostrarsi gentili per forza non bastava una telefonata? Ho sempre disapprovato il falso cameratismo fra assicuratori, quando siamo i primi a sapere che i rapporti umani si aprono e si chiudono nella parentesi di una provvigione. Tuttavia, essendo il padrone di casa, mi è sembrato poco gentile evidenziarlo.
Ho domandato se avessero fretta, visto che Caruso controllava l’orologio. Aragno l’ha gelato con uno sguardo da uccello, a becco chiuso, estatico, e Caruso ha detto: “No, ti pare?”. Lui è una persona semplice. Trovandosi costretto a svolgere una mansione sgradevole preferirebbe liberarsi subito dal peso: in questo modo nutre l’infantile speranza che il danno non si protragga. Zoologicamente ricorda un koala. Allertato dal collega, si è grattato la pancia a marsupio cercando qualcosa di meno rischioso da dire. Ha chiesto dove fosse finito il trumò con ribalta ereditato dai miei.
“Trentacinque milioni di vecchie lire.”
“La litografia di Mirò?”
“Due rate di mutuo.”
Mi è sembrato sinceramente contrito. Si è girato in panoramica calcolando il mobilio residuo, non ha trovato granchè da sommare, ha scosso varie volte la testa, mi ha domandato che lavoro avrei fatto da oggi in poi.
Gli ho risposto allo stesso modo di quel venerdì del maggio scorso, al settimo piano stanza trentanove, quando sigillai l’ultimo scatolone con gli effetti personali: ” Mai più polizze”
“Si, ma i soldi per vivere?”
“Ce l’ha, ce l’ha” è schizzato in piedi Aragno. “Vuoi metterti in testa che finge di non possedere mobili per la Finanza?” Mi ha gettato un’imbeccata d’intesa: “Hai già avuto una volta la visita della Finanza, o no?”. Se scoprisse che i disoccupati non nascondono i miliardi in garage dovrebbe farsi ricoverare. Aragno rientra nella categoria di persone convinte che chiunque stia meglio di loro.
“Se dice che non li ha, non li ha. Svevi è un uomo sincero” l’ha contraddetto Caruso.
“Sincero lui?” ci ha annichiliti il collega con una risata filodrammatica, è sprofondato in una delle poltrone gialle rimaste libere, per dimostrare che altri mobili da vendere c’erano. “Anche sotto questo profilo avremo modo di approfondire la questione” ha concluso intimidatorio, si è corretto elargendomi un cenno rassicurante, poi ha sbirciato l’orologio fingendo di grattarsi il polso.
Ho trattenuto uno sbadiglio di fame. Da quando sono tornato a vivere da solo, ceno alla stessa ora della mia bambina per illudermi di averla accanto. Caruso non si è dato per vinto. Ha ricordato che anche lui ha figli da crescere, mentre Aragno è celibe, e il nostro assillo non riesce nemmeno a immaginarselo. E’ partito alla carica supplicandomi di tornare sui miei passi: “I clienti chiedono sempre tue notizie, si fidano solo di te”. Gli ho fatto notare che, se il motivo era questo, mi sembrava bizzarro piombarmi in casa a un anno di distanza, considerato che da allora non era cambiato un bel nulla. Ha obiettato che non era esatto perchè alle Totali si è insidiato un nuovo direttore del personale, lontano parente della famiglia di sua moglie.
Aragno è intervenuto in mio soccorso: “Siamo qui per fargli una sorpresa e vuoi guastare la festa?”.
L’ho pregato di non intromettersi, sentivo l’esigenza di chiarire l’equivoco: “Sono consapevole che, entro un paio di mesi, non sarò in grado di badare economicamente a me stesso e ai miei, ma con tutto il rispetto, Caruso, che c’entra tua moglie? Non si tratta di trovare una scorciatoia per farmi riassumere alle Totali, il mio problema è quello di non essere più in grado di assicurare niente a nessuno su niente e nessuna cosa al mondo, a partire dal sottoscritto. Quello che sospettavo un anno fa ve lo ripeto a ragion veduta oggi: siamo dei pazzi a illudere la gente. Non esiste uno straccio di polizza in grado di farmi tornare la sera a giocare a Monopoli con Nanà, un’altra che mi restituisca i vent’anni, nè una terza potrà garantirmi che domani non salterò in aria su un autobus per colpa di qualche dinamitardo fanatico. Ma che razza di assicuratori siamo? Venditori di ombrelli. Più architettiamo protezioni dai rischi più lucriamo sull’ingenuità umana. Un mestiere da baraccone. Purtroppo, a cinquant’anni, non sono capace d’inventarmene un altro”.
“E come sfamerai la famiglia?” ha chiesto Aragno con aria canzonatoria.
“Ci stavo pensando quando avete suonato.”
Siamo rimasti in penombra senza agiungere altro, finchè il verso di una gatta in calore ha infiammato il salone. Mi sono alzato dal divano per fumare senza arrecare fastidio e ho gettato uno sguardo tra le fessure delle persiane. L’eccesso di solitudine mi provoca piccole paranoie: tenere le persiane chiuse quasi la luce del giorno mi denunziasse, o parlare smodatamente a causa del silenzio accumulato.
Dietro i palazzi s’intravedevano una scorza di cielo anguria che mi ha trasmesso il sapore fragrante delle sere d’estate, quando filavo al mare con le ragazze sentendomi un leone capace di garantire l’universo.
La signora Elide, la custode del condominio rimasta vedova di recente, ha richiamato la gatta in portineria con un verso simile a quello lanciato dalla convivente. La gatta ha seguito a balzi le ciabatte della padrona come fossero giovani maschi.
Aragno e Caruso mi hanno preso a braccetto annunziando che avevavo in serbo una bella sorpresa, si sono permessi d’insistere invitandomi a indossare giacca e pantaloni perchè cominciava a farsi tardi, e si sono raccomandati che mi portassi appresso un documento d’indentità.
Ho chiesto se gli avesse dato di volta il cervello, detesto tutte le ricorrenze, in primo luogo le mie, e poi non esco molto spesso la sera.
I colleghi non hanno voluto sentire altre storie, e sebbene mi mancanserro motivi validi per presenziare all’evento, qualunque esso fosse, non disponevo di quelle vincenti per sottrarmi, compresa la mancata visita di Lia e di Nanà; semmai, il totale oblio di un ex marito e di un padre, nel giorno del cinquantesimo compleanno, andava conteggiato fra i motivi favorevoli all’uscita di casa. Può darsi che abbia accettato per questa ragione, o forse ho ceduto perchè ero a digiuno dal giorno prima e sul vassoio la cena doveva essersi completamente freddata.
Sono andato in camera, ho aperto l’armadio, mi sono seduto sul letto a guardare gli abiti e mi sono sembrati quelli di un morto. Il corpo che li aveva indossati era il mio, però le giacche pendevano da impiccati qualunque e i pantaloni ciondolavano inerti.
Se i pantaloni parlassero bisognerebbe bruciarli per quante ne hanno viste e sentite, oppure promuoverli cavalieri del lavoro per l’umile testimonianza di aver marciato, sofferto e amato addosso a noi, muti.
Il giorno prima ne avevo comprati un paio grigi, estivi.
Il commesso accucciato con gli spilli in bocca mi aveva domandato se li preferivo con il risvolto o senza: ero stato incapace di rispondergli.
“Di solito come li porta?”
“Senza” avevo mentito. Non lo ricordavo più.
Attraversando via del Corso avevo provato invidia per i pezzi maschili con le iniziali cifrate, per la loro duplice certezza di riconoscersi un’identità inconfutabile e di servirsi del camiciato migliore. So che è effimero ma loro non lo sanno. E’ questa la potenza degli altri.
Davanti all’armadio mi sono specchiato nella dozzina di pantaloni senza personalità, quasi tutti grigi, alcuni col risvolto, altri senza. Nelle giacche quasi tutte blu, solo di taglie diverse.
Ho dovuto immaginare di essere mio padre e mia madre seduti sul letto, di fronte al lutto spalancato dell’armadio del figlio, perchè soltanto nascondendomi dietro le palpebre della coppia d’ombre composte e solenni, riuscivo a provare un po’ di tenerezza per l’uomo che quei pantaloni avevano condotto fino al punto di uscire, senza riflettere, con due assicuratori, una sera.

Da L’Incosciente, di Diego Cugia, 2003

The Experimental Plagiarism. A Fake Novel Of Real Novels


Charles Earland – Intergalactic Love Song, off l’album Odyssey, del 1976. Ho impiegato settimane a ricordare titolo e autore di questo brano che, finalmente, ieri notte mi è venuto in mente e sembra confermare un sospetto di plagio. Il brano originale che me lo ricorda è di Donald Byrd, Flight time, del 1973. Il pezzo di Earland ne è forse il rifacimento? Gli accordi iniziali di Intergalactic Love song sembrano ricordare quelli di Flight time e confermare il sospetto.
Ancora, qualche mese fa mi è capitato leggere un post su ‘You are not so smart‘, comparso poi in un altro blog, di un altro blogger americano, che si è indebitamente impossessato dell’articolo postandolo nel proprio blog e spacciandolo per proprio (il pezzo originale:The Overjustification Effect « You Are Not So Smart).
Il plagio, è il caso di dirlo, non è una novità; quell’articolo comparso a pagina 52 del New Yorker di febbraio,’The Plagiarist’s Tale‘ (Quentin Rowan, a.k.a. Q. R. Markham, Plagiarism Addict : The New Yorker, da me citato nel pezzo su Beckett della settimana scorsa), racconta appunto di questo scrittore esordiente americano, Quentin Rowan, cui romanzo ‘Assassin of Secrets’ è stato ritirato dal mercato perchè contenente una copiosa riproduzione di paragrafi ‘ritagliati’ da altri romanzi e indebitamente ‘incollati’ nel proprio. Non conoscessimo certe dinamiche che ruotano intorno al settore editoriale, verrebbe da chiedersi com’è possibile nessuno, prima di pubblicarlo, si sia accorto del plagio; persino la critica aveva annunciato il romanzo come un ‘debutto sfavillante’ nel genere noir. Un classico delle bufale, in poche parole. Che si sia trattato di una trovata pubblicitaria soltanto?
‘Originality is a relative concept in literature. As writers from T. S. Eliot to Harold Bloom have pointed out, ideas are doomed to be rehashed. This wasn’t always regarded as a problem. Roman writers subscribed to the idea of imitatio: they viewed their role as emulating and reworking earlier masterpieces. It wasn’t until the Romantic era, which introduced the notion of the author as solitary genius, that originality came to be viewed as the paramount literary virtue. Plagiarism was and remains a murky offense, ‘best understood not as a sharply defined operation, like beheading, but as a whole range of activities, more like cooking,’ the English professor James R. Kincaid wrote in this magazine in 1977. Imagine a scale on one end of which are authors who poach plot ideas (Shakespeare stealing from Plutarch) and on the other are those who copy passages word for word: Jacob Epstein, who cribbed parts of his novel ‘Wild Oats’ from Martin Amis’s ‘The Rachel Papers“; the Harvard sophomore Kaavya Viswanathan, whose novel plagiarized chick lit.
Roman’s method, though- constructing his work almost entirely from other people’s sentence and paragraphs- makes his book a singular literary artifact, a ‘literal mashup’.
(The New Yorker, Feb.12 & 20, 2012)
Questa del literal mashup, però, mi è sembrata un’idea niente male che mi ha dato modo di riflettere e ingegnarmi in un esperimento concettuale, un ‘finto romanzo’ dei romanzi, che ho intenzione di ricavare, quindi ‘scrivere’, facendo esattamente copia e incolla dai classici della letteratura internazionale. Niente di originale, mi rendo conto. Quello che però potrebbe risultare interessante, è l’esito. Voglio vedere dove porta, e a che porta. E’ chiaro sarà difficile far coincidere tutti i pezzi insieme secondo un principio di armonia e fluidità del testo, ma ho pensato interessante sovvertire le trame dei romanzi, ri-adattare gli spazi, scombinare le strutture, scardinare esiti e fini, smantellare interi impianti narrativi, per crearne uno ‘nuovo’, un fake, che ricicla, contiene, si riproduce all’infinito, offre infinite possibilità di trama, ed ha forma e specificità propria; un ‘romanzo’ che ha un inizio, una continuità, ma non una fine. Fosse questo fake sperimentale una torre e un puzzle, per ricordare Perec, e i tasselli di questo immenso puzzle i classici della letteratura, che via via andrò ad aggiungere come mattoni perchè la storia prenda vita e presenti un senso ragionevolmente compiuto (delle volte astratto, surreale, assurdo).
Non sono sicura di poter utilizzare il materiale di cui avrò bisogno, è probabile l’iniziativa viola certi diritti d’autore, tuttavia mi sono detta questo fake è solo un esperimento e un passatempo, che non verrà pubblicato e potrebbe offrire tanti spunti di riflessione oltre che di approfondimento alle letture citate. Tengo a ribadire quest’idea non ha nessun fine ma quello di distrarre, divertire, e in qualche modo permettermi di sperimentare, esplorare, e giocare con la letteratura, perchè non rimanga ‘muta’ e scritta soltanto ma venga condivisa in maniera attiva. Se tuttavia qualcuno di voi ritenesse ‘illegale’, ‘immorale’ o ‘offensivo’ quanto creato, si senta libero di farmelo presente e discuterne.
Mi rendo conto sarebbe bello citare i romanzi in italiano, ma ho qui soltanto libri in inglese, dunque non posso che utilizzare quelli.
Ho pensato intitolare il ‘romanzo’: ‘The Experimental Plagiarism. A fake novel of real novels’, e di iniziarlo con una prima sentenza tratta dal Romanzo dei Romanzi, Anna Karenina, di Tolstoj. Ho poi ritagliato una parte tratta da un racconto breve, [2], ‘The third son’, di Andrey Platonovich Platonov (contenuto in Russian Short Stories from Pushkin to Buida, che sto leggendo), e continuato il capitolo aggiungendo:
[3] una parte tratta da ‘Sinbad the Sailor‘, di Yuri Vasilyevich Buida (che è vero, non è un classico, ma da cui ho ritagliato appena tre linee soltanto)
[4] la parte introduttiva di ‘Life A User’s manual’, di Georges Perec, e infine [5] un’ultima parte tratta dall’inizio de ‘The Secret House’, di Edgar Wallace.
Questo quello che ne è venuto fuori.

____THE EXPERIMENTAL PLAGIARISM. A FAKE NOVEL OF REAL NOVELS___

PREFACE
‘The Experimental Plagiarism. A fake novel of real novels’, is an experimental and conceptual literary mess which aims to create a fake novel of real novels collected in one and kept together by a more or less cohesive -sometimes senseless, surreal, absurd – plot created by cutting and pasting paragraphs, short sentences, quotes, taken from classics of world literature and redirected into a text that contains them all but develops in its own way and direction. In a few words, ‘The Experimental Plagiarism. A fake novel of real novels’, is a killtime (and well, a killnovels as well) especially created for amusement only whom contents will not be published and aims are to cite, share and enjoy literature in a ‘creative’ and ‘experimental’ way.
Each paragraph, short sentence, quote, taken from a novel won’t be manipulated in any way and I’ll make sure to report name of the author, title of the book and date of publishing (when known).
To create the first chapter, I used:
[1] the first sentence taken from ‘Anna Karenina‘, by Lev Tolstoy, 1877
[2] a part taken from ‘The third son‘, by Andrey Platonovich Platonov
[3] a part taken from ‘Sinbad the Sailor’, by Yuri Vasilyevich Buida (I know, that’s not a classic, but it made sense and took 3 lines only)
[4] a part taken from ‘Life A User’s manual’, by Georges Perec, 1978
[5] a part taken from ‘The Secret House’, by Edgar Wallace, 1917
So here it goes, hope you enjoy it

__________________________CHAPTER 1_________________________________

Happy families are all alike; every unhappy family is unhappy in its own way
Anna Karenina, Lev Tolstoy

[2] An old woman died in a provincial town. Her husband, a seventy-year-old retired worker, went to the telegraph office and handed in six telegrams for different regions and republics, with the unvarying words: MOTHER DEAD COME HOME FATHER.
The elderly clerk took a long time doing the sums, kept makin mistakes, and wrote out the receipts and stamped them with trembling hands. The old man looked meekly at her through the wooden hatch; his eyes were red and he was absent- mindedly thinking something, trying to distract grief from his heart. It seemed to him that the woman, also had a broken heart and a soul now confused for ever- perhaps she was a widow or a wife who had been cruelly abandoned.
And so here she was, muddling money, losing her memory and attentiveness; even for ordinary, straightforward labour, people need to have inner happiness.
After sending off the telegrams, the old father went back home; he sat on a stool by a long table, at the cold feet oh his dead wife, smoked, whispered sad words, watched the solitary life of a grey bird hopping from perch to perch in its cage, sometimes cried quietly to himself and then calmed down, wound up his pocket watch, glanced now and again through the window, beyond which, out in nature, the weather kept changing- leaves were falling, along with flakes of wet tired snow, then there was rain, then a late sun shone, with no warmth, like a star – and the old man waited for his sons.
The eldest son arrived by plane the very next day. The other five sons all gathered within two more days.
One of them, the third son, came with his daughter, a six year old who had never seen her grandmother.
The mother had been waiting on the table for more than three days, but her body did not smell of death, so neat and clean had it been rendered by illness and dry exhaustion; after giving plentiful and healthy life to her sons, the old woman had kept a small, miserly body for herself and had tried for a long time to preserve it, if only in the most pitiful state, so that she could love her children and be proud of them- until she died.
The huge men, aged from twenty to forty, stood in silence round the coffin of the table. There were six of them – seven including the father, who was smaller than even his very youngest son, and weaker too. In his arms he held his granddaughter, who was screeming up her eyes from fear of a dead old woman she had never met and whose white unblinking eyes could just see her from beneath their half- closed lids.
The sons silently wept occasional slow tears, twisting their faces in order to bear grief without a sound. The father was no longer crying; he had cried himself out alone, before the others, and now, with secret excitement and an out-of-place joy, he was looking at his sturdy band of sons. Two of them were sailors – captain of ships; one was an actor from Moscow; the one with the daughter was a physicist and a Party member; the youngest was studying to be an agronomist; and the oldest was a head engineer in an aeroplane factory and wore on his chest a medal for honourable labour. All six of them – seven including the father- were silent around the dead mother and mourned her without a word, hiding from one another their despair, their memories of childhood and of love’s departed happiness, which had sprung up continually, making no demands, in their mother’s heart and which had always found them – even across thousands of miles- and they had sensed it constantly and instinctively and this had made them stronger and they had been successful in life more boldly. Now their mother had turned into a corpse; she could no longer love anyone and was lying there like an indifferent stranger, an old woman who had nothing to do with them.
Each of her sons felt lonely and frightened now, as if somewhere in the darkness a lamp had been burning on the windowsill of an old house far from anywhere, and the lamp had lit up the night, the flying beetles, the blue grass, the swarms of midges in the air- an entire childhood world abandoned by those who had been born there; the doors of that house had never locked, so that those who went out could always go back, but no one had gone back. And now it was as of the light had been extinguished in that night window, and reality had turned into memory.
[3] Before dying, Katerina Ivanovna Momotova sent for Doctor Sheberstov, who’d treated her all her life and had been pensioned off a long ago. She handed him the key to her little house and a scrap of paper folded in four, asking him to burn it along with all the others.
‘They are at home’, she explained in embarrassment.’But please don’t tell anyone. I’d have done it myself, only you see how it’s all turned out…’
[4] Yes, it could begin this way, right here, just like that, in a rather slow and ponderous way, in this neutral place that belongs to all and to none, where people pass by almost without seeing each other, where the life of the building regularly and distantly resounds. What happens behind the flats’ heavy doors can most often be perceived only through those fragmented echoes, those splinters, remnants, shadows, those first moves or incidents or accidents that happen in what are called the ‘common areas’, soft little sounds damped by the red woollen carpet, embryos of communal life which never go further than the landing.The inhabitants of a single building live a few inches from each other, they are separated by a mere partition wall, they share the same spaces repeated along corridor, they perform the same movements at the same times, turning on a tap, flushing the water closet, switching on a light, laying the table, a few dozen simultaneous existences repeated from storey to storey, from building to building, from street to street. They entrench themselves in their domestic dwelling space- since that is what it is called – and they would prefer nothing to emerge from it; but the little they do let out – the dog on a lead, the child off to fetch the bread, someone brought back, someone sent away- comes out by way of the landing.
For all that passes, passes by the stairs, and all that comes, comes by the stairs: letters, announcements of births, marriages, and deaths, forniture brought in or taken out by removers, the doctor called in an emergency, the traveler returning from a long voyage. It’s because of that that the staircase remains an anonymous, cold, and almost hostile place. In old buildings there used to be stone steps, wrought – iron handrails, sculptures, lamp- holders, sometimes a bench to allow old folk to rest between floors. In modern buildings there are lifts with walls covered in would- be obscene graffiti, and so- called ‘emergency’ staircases in unrendered concrete, dirty and echoing. In this block of flats, where there is an old lift almost always out of order, the staircase is an old-fashioned place of questionable cleanliness, which declines in terms of middle-class respectability as it rises from floor to floor: two thickness of carpet as far as the third floor, thereafter only one, and none at all for the two attic floors.
[5] A man stood irresolutely before the imposing portals of Cainbury House, a large office building let out to numerous small tenants, and harbouring, as the indicator on the tiled wall of the vestibule testified, some thirty different professions. The man was evidently poor, for his clothes were shabby and his boots were down at heel. He was as evidently a foreigner. His clean-shaven eagle face was sallow, his eyes were dark, his eyebrows black and straight.
He passed up the few steps into the hall and stood thoughtfully before the indicator. Presently he found what he wanted. At the very top of the list and amongst the crowded denizens of the fifth floor was a slip inscribed:
“THE GOSSIP’S CORNER”
He took from his waistcoat pocket a newspaper cutting and compared the two then stepped briskly, almost jauntily, into the hall, as though all his doubts and uncertainties had vanished, and waited for the elevator. His coat was buttoned tightly, his collar was frayed, his shirt had seen the greater part of a week’s service, the Derby hat on his head had undergone extensive renovations, and a close observer would have noticed that his gloves were odd ones.
He walked into the lift and said, “Fifth floor,” with a slight foreign accent.
He was whirled up, the lift doors clanged open and the grimy finger of the elevator boy indicated the office. Again the man hesitated, examining the door carefully. The upper half was of toughened glass and bore the simple inscription:
“THE GOSSIP’S CORNER.
KNOCK.”
Obediently the stranger knocked and the door opened through an invisible agent, much to the man’s surprise, though there was nothing more magical about the phenomenon than there is about any electrically controlled office door.
He found himself in a room sparsely furnished with a table, a chair and a few copies of papers. An old school map of England hung on one wall and a Landseer engraving on the other. At the farthermost end of the room was another door, and to this he gravitated and again, after a moment’s hesitation, he knocked.
“Come in,” said a voice.
He entered cautiously.
The room was larger and was comfortably furnished. There were shaded electric lamps on either side of the big carved oak writing-table. One of the walls was covered with books, and the litter of proofs upon the table suggested that this was the sanctorum.
But the most remarkable feature of the room was the man who sat at the desk. He was a man solidly built and, by his voice, of middle age. His face the new-comer could not see and for excellent reason. It was hidden behind a veil of fine silk net which had been adjusted over the head like a loose bag and tightened under the chin.
The man at the table chuckled when he saw the other’s surprise.
“Sit down,” he said–he spoke in French–“and don’t, I beg of you, be alarmed.”
“Monsieur,” said the new-comer easily, “be assured that I am not alarmed. In this world nothing has ever alarmed me except my own distressing poverty and the prospect of dying poor.”
The veiled figure said nothing for a while.
“You have come in answer to my advertisement,” he said after a long pause.
The other bowed.
“You require an assistant, Monsieur,” said the new-comer, “discreet, with a knowledge of foreign languages and poor. I fulfill all those requirements,” he went on calmly; “had you also added, of an adventurous disposition, with few if any scruples, it would have been equally descriptive.”
The stranger felt that the man at the desk was looking at him, though he could not see his eyes. It must have been a long and careful scrutiny, for presently the advertiser said gruffly:
“I think you’ll do.”
“Exactly,” said the new-comer with cool assurance; “and now it is for you, dear Monsieur, to satisfy me that you also will do. You will have observed that there are two parties to every bargain. First of all, my duties?”
The man in the chair leant back and thrust his hands into his pockets.
“I am the editor of a little paper which circulates exclusively amongst the servants of the upper classes,” he said. “I receive from time to time interesting communications concerning the aristocracy and gentry of this country, written by hysterical French maids and revengeful Italian valets. I am not a good linguist, and I feel that there is much in these epistles which I miss and which I should not miss.”
The new-comer nodded.
“I therefore want somebody of discretion who will deal with my foreign correspondence, make a fair copy in English and summarize the complaints which these good people make. You quite understand,” he said with a shrug of his shoulders, “that mankind is not perfect, less perfect is womankind, and least perfect is that section of mankind which employs servants. They usually have stories to tell not greatly to their masters’ credit, not nice stories, you understand, my dear friend. By the way, what is your name?”
The stranger hesitated.

Lo.Lee.Ta

Gabriel Smy by flickr

“Lolita,light of my fire,fire of my loins. My sin,my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the plate to tap, at three,on the teeth.Lo.Lee.Ta.”

Ci sono libri dei quali si teme la lettura; le ragioni sono personali,i timori molto spesso infondati.Per molti anni ho voluto,intenzionalmente,tenermi alla larga dagli esistenzialisti per averne letto il manifesto di Sartre(motivo sufficiente a spiegare le ragioni di questa scelta),da Samuel Beckett, William Faulkner,Jorge Luis Borges-senza nessuna ragione in particolare(se non per il fatto di non ritenermi all’altezza della lettura e alla partecipazione critica ed empatica delle idee).
Ricordo di un libro,letto in adolescenza,di Luciano De Crescenzo-credo Panta Rei,nel quale lo scrittore racconta di una donna della quale si innamora perchè in grado di poter citare Finnegans Wake a memoria; inutile nascondere sono stata intrigata da questa sfida e ho desiderato potervi riuscire anch’io (sebbene consapevole quello di James Joyce un capolavoro della letteratura assai esclusivo,cui lettura è riservata a quei pochi in grado di smisurata conoscenza letteraria-che io non ho).
Forse un giorno.Il bello della letteratura sta proprio nel consentire a ciascuno,attraverso la lettura,di esplorare diversi,differenti,stati dell’essere a cavallo la pluralità di personaggi e storie,apparentemente diversi,fondamentalmente unici e peculiari l’uomo e la vita, i dubbi,le tensioni ideali, i moti dello spirito,le piccole battaglie interiori,gli armistizi dell’anima.Molti sottovalutano il potere indagativo,rivelativo,conoscitivo della letteratura,e riducono la lettura a perditempo,gli scrittori a giocolieri del verbo,mentre è alla letteratura e agli scrittori che bisogna riconoscere il merito d’avere esemplificato il temperamento di un’epoca,descritto l’umore della storia,ponderato patemi esistenziali,indugiato alternative,dal punto di vista intellettuale e sentimentale,emotivo e descrittivo,metafisico e reale.
Vorrà suonare strano,ma c’è un romanzo che,per qualche ragione,non ho mai avuto il coraggio leggere finora e questo romanzo è Lolita di Vladimir Nabokov.Probabilmente perchè suggestionata dalla critica sbrigativa e spicciola che se n’è sempre fatta per schedulare la trama entro uno steriotipo un po’accattivante/un po’ commiserativo-forse,o forse perchè insofferente all’idea di un uomo di mezza età attratto in maniera morbosa da una-appena dodicenne-ragazzina. In realtà,per comprendere le ragioni che fanno di Lolita un capolavoro meraviglioso della letteratura,e i motivi per cui lo stesso è considerato essere uno dei migliori classici del ventesimo secoli,è necessario leggerlo in inglese,perchè è soltanto in inglese, a mio parere, che questo romanzo si rivela in tutto il suo incredibile fascino narrativo; c’è niente di più misurato e sentimentale della prosa, del piglio visionario a contorno delle immagini a onore della ninfetta Lolita suggerite da Humbert.
Quello che secondo me è importante sottolineare per rendere onore al romanzo,non è tanto la trama( uomo attempato che si innamora di una dodicenne smaliziata,personificazione del Complesso di Elettra) quanto la psicologia di questo amore. Humbert si innamora di Lolita perchè è tramite Lolita che Humbert ritorna ragazzino; il richiamo,in questo romanzo,è a quell’amore smaliziato e puro della prima infanzia,poi dell’adolescenza,che poco ha a che fare con quello adulto,spesso controverso, difficoltoso, impegnativo, cerebrale,complesso. L’amore di Humbert per Lolita è un amore semplice,fatto ancora di sensazioni,di ricordi legati alla prima infanzia, al sapore, all’odore delle cose,alla primordialità degli istinti,d’amore,di passione,di pudore,di paure,di sussulti e nostalgie.
Lolita, rappresenta per Humbert l’incarnazione di Annabel,primo amore dell’uomo,morta in giovane età, e insieme,la possibilità di riamarla,averla vicina,rivivere quell’amore mancato.Il riferimento è spicciolo,palese,reso già al terzo capitolo,con naturalezza e quasi pudore,tatto e malinconia.
A mio avviso frainteso da Kubrick in una prima rappresentazione cinematogrfica del 1962, merita la seppure smielata e pietosa interpretazione di Adrianne Lyne,del 1992.
A seguire il terzo e quarto capitolo
Cap 3
Annabel was,like the writer, of mixed parentage: half English, half Dutch, in her case. I remember her features far less distinctly today that I did a few years ago, before I knew Lolita. There are two kinds of visual memory : one when you skillfully recreate an image in the laboratory of your mind, with your eyes open (and then I see Annabel in such general terms as: “honey-colored skin,””thin arms,””brown bobbed hair,””long lashes,””big bright mouth”); and the other when you instantly evoke,with shut eyes, on the darl innerside of your eyelids, the objective, absolutely optical replica of a beloved face, a little ghost in natural colors(and this is how I see Lolita).
Let me therefore primly limit myself, in describing Annabel, to saying she was a lovely child a few months my junior. Her parents were old friends of my aunt’s and, as stuff as she. They had rented a villa not far from Hotel Mirama. Bald brow Mr.Leight and fat, powdered Mrs.Leight (born Vanessa van Ness). How I loathed them! At first, Annabel and I talked of peripheral affairs. She kept lifting handfuls of fine sand and letting it pour through her fingers. Our brains were turned the way those of intelligent European preadolescents were in our day and set, and I doubt if much individual genius should be assigned to our interest in the plurality of inhabited worlds, competitive tennis,infinity,solipsism and so on. The softness and fragility of baby animals caused us the same intense pain. She wanted to be a nurse in some famished Asiatic country; I wanted to be a famous spy.
All at once we were madly,crumsily,shamelessly, agonizingly in love with each other; hopelessly, I should add,because that frenzy of mutual possession might have been assuaged only by our actually imbibing and assimilating every particle of each other’s soul and flesh; but there we were, unbale even to mate as slum children would have so easily found an opportunity to do. After one wild attempt we made to meet at night in her garden (of which more later), the only privacy we were allowed was to be out of earshot but not out of sight on the populous part of the plage. There, on the soft sand, a few feet away from our eleders, we would sprawl all morning, in a petrified paroxysm of desire,and take advantage of every blessed quirk in space and time to touch each other; her hand, half-hidden in the sand, would creep toward me, its slender brown fingers sleepwalking nearer and nearer; then, her opalescent knee would start on a long cautious journey; sometimes a chance rampart built by younger children granted us sufficient concealment to graze each other’s salty lips; these incomplete contacts drove our healthy and inexperienced young bodies to such a state of exasperation that not even the cold blue water, under which we still clawed at each other,could bring relief.
Among some treasures I lost during the wanderings of my adult years, there was a snapshot taken by my aunt which showed Annabel, her parents and the staid, elderly,lame gentleman, a Dr.Cooper, who that same summer courted my aunt, grouped around a table in a sidewalk café. Annabel did not come out well, caught as she was in the act of bending over her chocolat glacé, and her thin bare shoulders and the parting in the hair were about all that could be identified ( as I remember that picture) amid the sunny blur into which her lost loveliness graded; but I, sitting somewhat apart from the rest, came out with a kind of dramatic conspicuousness; a moody, beetle-browed boy in a dark sport hirt and well-tailored white shorts, his legs crossed, sitting in profile, looking away. That photograph was taken on the last day of our fatal summer and just a few minutes before we made our second and final attempt to thwart fate. Under the flimsiest of pretexts ( this was our very last chance, and nothing really mattered) we escaped from the café to the beach, and found a desolate stretch of sand, and there, in the violet shadow of some red rocks forming a kind of cave, had a brief session of avid caresses, with somebody’s lost pair of sunglasses for only witness. I was on my knees, and on the point of possessing my darling, when two bearded bathers, the old man of the sea and his brother, came out of the sea with exclamations of ribald encouragement, and four months later she died of typhus in Corfu.
                                                                         Cap 4
I leaf again and again through these miserable memories, and keep asking myself, was it then, in the glitter of that remote summer, that the rift in my life began; or was my excessive desire for that child only the first evidence of an inherent singularity? When I try to analyze my own cravings, motives, actions and so forth, I surrender to a sort of retrospective imagination which feeds the analytic faculty with boundless alternatives and which causes each visualized route to fork and re-fork without end in the maddeningly complex prospect of my past. I am convinced, however, that in a certain magic and fateful way Lolita began with Annabel.
I also know that the shock of Annabel’s death consolidated the frustration of that nightmare summer, made of it a permanent obstacle to any further romance throughout the cold years of my youth. The spiritual and the physical had been blended in us with a perfection that must remain incomprehensible to the matter-of-fact, crude,standard-brained youngsters of today. Long after her death I felt her thoughts floating through mine. Long before we met we had had the same dreams. We compared notes. We found strange affinities. The same June of the same year (1919) a stray canary had fluttered into her house and mine, in two widely separated countries. Oh, Lolita, had you loved me thus!
I have reserved for the conclusion of my “Annabel” phase the account of our unsuccessful first tryst. One night, she managed to deceive the vicious vigilance of her family. In a nervous and slender-leaved mimosa grove at the back of their villa we found a perch on the ruins of a low stone wall. Through the darkness and the tender trees we could see the arabesques of lighted windows which, touched up by the colored inks od sensitive memory, appear to me now like playing cards- presumably because a bridge game was keeping the enemy busy. She trembled and twitched as I kissed the corner of her parted lips and the hot lobe of her ear. A cluster of stars palely glowed above us, between the silhouettes of long thin leaves; that vibrant sky seemed as naked as she was under her light frock. I saw her face in the sky, strangely distinct, as if it emitted a faint radiance of its own. Her legs,her lovely live legs, were not too close together, and when my hand located what it sought, a dreamy and eerie expression, half-pleasure,half-pain, came over those childish features. She sat a little higher than I,and whenever in her solitary ecstasy she was led to kiss me, her head would bend with a sleepy, soft,drooping movement that was almost woeful, and her bare knees caught and compressed my wrist,and slackened again; and her quivering mouth, distorted by the acridity of some mysterious potion, with a sibilant intake of breath came near to my face. She would try to relieve the pain of love by first roughly rubbing her dry lips against mine; then my darling would draw away with a nervous toss of her hair, and then again come darkly near and let me feed on her open mouth, while with a generosity that was ready to offer her everything, my heart, my throat, my entrails,I gave her to hold in her awkward fist the scepter of my passion.
I recall the scent of some kind of toilet powder- I believe she stole it from her mother’s Spanish maid- a sweetish, lowly, musky perfume. It mingled with her own biscuity odor, and my senses were suddenly filled to the brim; a sudden commotion in a nearby bush prevented them from overflowing- and as we drew away from each other, and with aching veins attended to what was probably a prowling cat, there came from the house her mother’s voice calling her, with a rising frantic note- and Dr.Cooper ponderously limped out into the garden. But That mimosa grove-the haze of stars,the tingle,the flame,the honey-dew, and the ache remained with me,and that little girl with her seaside limbs and ardent tongue haunted me ever since- until at last,twenty-four years later, I broke her spell incarnating her in another.
Taken from Lolita,by Vladimir Nabokov,1955
The Reading Life: Lolita by Vladimir Nabokov.

Мастер и Маргарита

Mikhail Bulgakov

Prodigio di Eclisse Lunare e le sfumature della notte diluite di rosso entro una cornice un poco torbida ed evocativa che rimanda alla magia di un romanzo per tutti,Il Maestro e Margherita,di Michail Bulgakov,nel quale Margherita impersonifica una strega a cavallo una scopa,in volo sui tetti e le strade di una Mosca di inizio novecento rischiarata dal sortilegio figurativo di una quantomai celebrativa Luna Piena.Questo romanzo,che io amo,inserito nel genere “realismo magico“,stile letterario che prevede un tocco di magia funzionale al realismo della narrazione,a mio parere,è quanto di più alto è possibile fare letteralmente di un’allegoria.Lo stesso Bulgakov si serve degli avvenimenti accaduti a Gerusalemme durante il periodo pasquale che videro il procuratore romano Ponzio Pilato assistere alla resurrezione di Gesù Cristo,da lui stesso condannato.Ed è sulla base di questa parabola che Bulgakov costruisce il romanzo,per sottolineare ingiustizia e abuso del potere nei confronti dell’allora società russa oppressa dalla dittatura staliniana.
Il romanzo,che Bulgakov inizierà a scrivere nel 1928,subirà diversi rimaneggiamenti fino alla stesura definitiva nel 1940,ultimata dalla moglie(Bulgakov morirà poco prima d’averlo concluso) e pubblicato soltanto nel 1967.
Il Maestro e Margherita si sviluppa su due piani narrativi;il primo di denuncia e funzionale a Bulgakov nel raccontare la venuta di Satana,Woland,stregone esperto di magia nera,il quale dice di avere assistito al processo di Gesù Cristo-condannato da Ponzio Pilato,e in visita a Mosca con una carovana di amici strambi(fra questi il gatto Behemot,personaggio principale del romanzo)che creeranno scompiglio nell’alta società aristocratica moscovita,invadendo la più importante delle associazioni letterarie a Mosca,la MASSOLIT(a indicare un circolo compiacente verso la letteratura di massa),in cui si riunisce la classe intellettuale moscovita.Bulgakov non si risparmierà dal puntare loro il dito denunciandone la corruzione e accusando la classe aristocratica di lascismo e inettitudine(cosa che per anni lo costringerà all’emarginazione)
Nel secondo libro,Bulgakov introdurrà Margherita,figura non centrale nel libro,ma d’aiuto a Bulgakov nel figurare il rapporto d’amore fra lei e il Maestro,personaggio chiave,uomo esiliato dal contesto intellettuale moscovita perchè detentore di una verità scomoda e malconciliante l’oscurantismo di propaganda,dunque un amore,il loro,simbolo di ritrovato rincongiungimento,rinascita e purificazione.
Il finale del romanzo vorrà la morte del Maestro e Margherita per mano di Woland,che conferirà loro il dono dell’immortalità,e l’assoluzione di Gesù Cristo risparmiato dalla morte.
Ribaltamento dei ruoli,egualitarismo sociale.
Il Maestro e Margherita rappresenta l’eterno conflitto tra bene e male,Dio Creatore- Dio Distruttore,il tutto narrato con incredibile ironia e sarcasmo; tante le trovate visionarie-uno spettacolo di magia,il gatto Behemot ubriacone e blasfemo.Tante le curiosità che riguardano questo romanzo anche;leggo su Wikipedia che il libro ha ispirato Salman Rushdie nella stesura dell’opera I versi satanici, e i Rolling Stones per la scrittura del pezzo Sympathy for the Devil.
Del 1972 il film omonimo diretto dal regista Aleksandar Petrovic.
Per una più attenta e dettagliata critica al romanzo,interessante questo articolo di Andrea Gussago
http://lafrusta.homestead.com/rec_bulgakov.html
Sotto la parte finale del libro e il link da cui è possibile accedere alla lettura,in inglese,dell’intero romanzo.

Peter Pavlov, View of Red square, 1990.10

[…]
In the brilliant moonlight, brighter than an arc-light, Margarita could see the seemingly blind man wringing his hands and staring at the moon with unseeing eyes. Then she saw that beside the massive stone chair, which sparkled fitfully in the moonlight, there lay a huge, grey dog with pointed ears, gazing like his master, at the moon. At the man’s feet were the fragments of a jug and a reddish-black pool of liquid. The riders halted.’We have read your novel,’ said Woland, turning to the master,’ and we can only say that unfortunately it is not finished. I would like to show you your hero. He has been sitting here and sleeping for nearly two thousand years, but when the full moon comes he is tortured, as you see, with insomnia. It plagues not only him, but his faithful guardian, his dog. If it is true that cowardice is the worst sin of all, then the dog at least is not guilty of it. The only thing that frightened this brave animal was a thunderstorm. But one who loves must share the fate of his loved one.’ What is he saying?’ asked Margarita, and her calm face was veiled with compassion.’He always says ‘ said Woland, ‘ the same thing. He is saying that there is no peace for him by moonlight and that his duty is a hard one. He says it always, whether he is asleep or awake, and he always sees the same thing–a path of moonlight. He longs to walk along it and talk to his prisoner, Ha-Notsri, because he claims he had more to say to him on that distant fourteenth day of Nisan. But he never succeeds in reaching that path and no one ever comes near him. So it is not surprising that he talks to himself. For an occasional change he adds that most of all he detests his immortality and his incredible fame. He claims that he would gladly change places with that vagrant, Matthew the Levite.’ ‘Twenty-four thousand moons in penance for one moon long ago, isn’t that too much? ‘ asked Margarita. ‘Are you going to repeat the business with Frieda again?’ said Woland.’ But you needn’t distress yourself, Margarita. All will be as it should ;that is how the world is made.”Let him go! ‘ Margarita suddenly shouted in a piercing voice, as shehad shouted when she was a witch. Her cry shattered a rock in the mountainside, sending it bouncing down into the abyss with a deafening crash, but Margarita could not tell if it was the falling rock or the sound of satanic laughter. Whether it was or not, Woland laughed and said to Margarita:’Shouting at the mountains will do no good. Landslides are common here and he is used to them by now. There is no need for you to plead for him,Margarita, because his cause has already been pleaded by the man he longs to join.’ Woland turned round to the master and went on: ‘ Now is your chance to complete your novel with a single sentence.’The master seemed to be expecting this while he had been standing motionless, watching the seated Procurator. He cupped his hands to a trumpet and shouted with such force that the echo sprang back at him from the bare,treeless hills :’You are free! Free! He is waiting for you!’The mountains turned the master’s voice to thunder and the thunder destroyed them. The grim cliffsides crumbled and fell. Only the platform with the stone chair remained. Above the black abyss into which the mountains had vanished glowed a great city topped by glittering idols above a garden overgrown with the luxuriance of two thousand years. Into the garden stretched the Procurator’s long-awaited path of moonlight and the first to bound along it was the dog with pointed ears. The man in the white cloak with the blood-red lining rose from his chair and shouted something in a hoarse, uneven voice. It was impossible to tell if he was laughing or crying, or what he was shouting. He could only be seen hurrying along the moonlight path after his faithful watchdog.’Am I to follow him? ‘ the master enquired uneasily, with a touch on his reins.’No,’ answered Woland, ‘ why try to pursue what is completed? ”That way, then?’ asked the master, turning and pointing back to where rose the city they had just left, with its onion-domed monasteries,fragmented sunlight reflected in its windows.’No, not that way either,’ replied Woland, his voice rolling down the hillsides like a dense torrent. ‘ You are a romantic, master! Your novel has been read by the man that your hero Pilate, whom you have just released, so longs to see.’ Here Woland turned to Margarita : ‘ Margarita Nikolayevna! I am convinced that you have done your utmost to devise the best possible future for the master, but believe me, what I am offering you and what Yeshua has begged to be given to you is even better! Let us leave them alone with each other,’ said Woland, leaning out of his saddle towards the master and pointing to the departing Procurator.’Let’s not disturb them. Who knows, perhaps they may agree on something.’
At this Woland waved his hand towards Jerusalem, which vanished.’And there too,’ Woland pointed backwards. ‘ What good is your little basement now? ‘ The reflected sun faded from the windows. ‘ Why go back? ‘Woland continued, quietly and persuasively. ‘ 0 thrice romantic master,wouldn’t you like to stroll under the cherry blossom with your love in the daytime and listen to Schubert in the evening? Won’t you enjoy writing by candlelight with a goose quill? Don’t you want, like Faust, to sit over a retort in the hope of fashioning a new homunculus? That’s where you must go–where a house and an old servant are already waiting for you and the candle;s are lit–although they are soon to be put out because you will arrive at dawn. That is your way, master, that way! Farewell–I must go!’
‘Farewell! ‘ cried Margarita and the master together. Then the black Woland, taking none of the paths, dived into the abyss, followed with a roar by his retinue. The mountains, the platform, the moonbeam pathway,Jerusalem–all were gone. The black horses, too, had vanished. The master and Margarita saw the promised dawn, which rose in instant succession to the midnight moon. In the first rays of the morning the master and his beloved crossed a little moss-grown stone bridge. They left the stream behind them and followed a sandy path.’Listen to the silence,’ said Margarita to tlhe master, the sand rustling under her bare feet. ‘ Listen to the silence and enjoy it. Here is the peace that you never knew in your lifetime. Look, there is your home for eternity, which is your reward. I can already see a Venetian window and a cllimbing vine which grows right up to the roof. It’s your home, your home for ever. In the evenings people will come to see you–people who interest you, people who will never upset you. They will play to you and sing to you and you will see how beautiful the room is by candlelight. You shall go to sleep with your dirty old cap on, you shall go to sleep with a smile on your lips. Sleep will give you strength and make you wise. And you can never send me away– I shall watch over your sleep.’ So said Margarita as she walked with the master towards their everlasting home. Margarita’s words seemed to him to flow like the whispering stream behind them, and the master’s memory, his accursed,needling memory, began to fade. He had been freed, just as he had set free the character he had created. His hero had now vanished irretrievably into the abyss; on the night of Sunday, the day of the Resurrection, pardon had been granted to the astrologer’s son, fifth Procurator of Judaea, the cruel Pontius Pilate.

Mikhail Bulgakov. The Master and Margarita.

Il lenzuolo perforato

Io sono nato nella città di Bombay..tanto tempo fa.No,non va bene,impossibile sfuggire alla data: sono nato nella casa di cura del dottor Narlikar il 15 agosto 1947.E l’ora? Anche l’ora è importante.Bé,diciamo di notte.No,bisogna essere più precisi..Allo scoccare della mezzanotte,in effetti.Quando io arrivai le lancette dell’orologio congiunsero i palmi in un saluto rispettoso.Oh,diciamolo chiaro,diciamolo chiaro; nell’istante preciso in cui l’India pervenne all’indipendenza,io fui scaraventato nel mondo.Ci fu chi boccheggiò.E,fuori della finestra,folle e fuochi d’artificio.Pochi secondi dopo,mio padre si ruppe un alluce;ma questo incidente era una bazzecola se paragonato a quel che era accaduto a me in quel tenebroso momento:grazie infatti alle tirannie occulte di quelle lancette dolcemente ossequianti io ero stato misteriosamente ammanettato alla storia,e il mio destino indissolubilmente legato a quello del mio paese. Nei tre decenni successivi non avrei avuto scampo.
Indovini mi avevano profetizzato,giornali celebrarono il mio arrivo,politici ratificarono la mia autenticità.Non mi lasciarono la possibilità di dire la mia.Io Salem Sinai,in seguito di volta in volta chiamato Nasochecola, Facciamacchiata, Testapelata, Tirasucolnaso,Buddha e persino Quarto di Luna,mi trovai subito pesantemente impegolato nel Fato-che,nella migliore delle ipotesi,è sempre un coinvolgimento pericoloso.E allora non ero neanche in grado di asciugarmi il naso.
Ora,però,il tempo(non avendo più bisogno di me)si sta esaurendo.Tra poco avrò trentun anni.Forse.Se lo permetterà il mio corpo sgretolato,supersfruttato.Ma non ho nessuna speranza di salvarmi la vita,e non posso neanche contare su mille e una notte.Devo lavorare in fretta,ancor più in fretta di Shahrazad,se voglio chiudere significando-si,significando-qualcosa.Lo riconosco:più di tutto il resto,mi fa paura l’assurdo.
E ci sono tante tante storie da raccontare,troppe,un tale eccesso di linee eventi miracoli luoghi chiacchere intrecciati,una così fitta mescolanza d’improbabile e di mondano! Sono stato un inghiottitore di vite,e per conoscermi,dovrete anche voi inghiottire tutto quanto.Enormi moltitudini fanno a gomitate e a spintoni dentro di me;e con la sola guida del ricordo di un grande lenzuolo bianco,al centro del quale c’è un buco pressappoco circolare dal diametro di circa diciotto centimetri,aggrappandomi al sogno di quel quadrato di tela bucato e mutilato,che è il mio talismano,il mio apriti-sesamo,devo affrontare il compito di ricostruire la mia vita dal punto in cui è realmente cominciata,circa trentadue anni prima di un fatto ovvio,presente,quale la mia nascita,dominata dall’orologio,macchiata dal crimine.
(Anche il lenzuolo,a proposito,è macchiato,da tre gocce di un rosso vecchio e sbiadito.Come dice il Corano: “Racconta,in nome del Signore Creatore,che ha creato l’Uomo da grumi di sangue”).

da I figli della mezzanotte,Libro Primo-Incipit
Salman Rushdie

E’ stato un attimo

[…]
Al chiarore delle alogene feci quello che avevo sempre evitato sino a quel momento:mi guardai. Vidi un ciccione infagottato in un pigiama del cazzo.Avevo pochissimi capelli corti e grigi sulle tempie,una barba appena accennata e quasi completamente bianca,le rughe profondamente scavate sulla fronte,le borse sotto gli occhi.Non portavo più l’orecchino a cerchio che mi ero messo a diciassette anni al lobo destro per imitare Corto Maltese,il buco era cicatrizzato e chiuso.Arrotolai la giacca del pigiama.La pancia era molle e gonfia,con i peli bianchi attorno all’ambelico.Ero grinzoso,floscio,brutto.
Monica mi guardò trionfante.”Te lo dico io quanti anni hai: quaranta.Qualsiasi cosa tu sia stato,non c’è più.E non tornerà.”
Distolsi gli occhi.Un altro punto per la stronza.E questo era bello grosso.Oh,si.
Ci misi una buona mezz’ora per levarmela dai pidi,con lei che girava attorno al divano cercando di usare il telefonino,mi aveva spiegato cos’era,per chiamare un’ambulanza.Alla fine si lasciò spingere fuori.”Finchè non guarisci,con te non ci esco più” disse sullo zerbino.
“Promesse,promesse”.Le sbattei la porta in faccia e rimasi da solo nella mia nuova casa da un milione di dollari.E crollai.Non fu una bella scena,quella che avvenne senza testimoni a parte il Gesù Cristo in croce.Mi rotolai per terra,mi presi a sberle,sbavai anche un pochino.La paura si era fatta insopportabile.Avevo il terrore di sparire.Di sciogliermi nel nulla.Di mostri fuori dalla finestra pronti ad azzannarmi.Quello non era il mio tempo,non era il mio corpo.Prima ero nel mio mondo e di colpo ero lì al posto di un altro.Se il pubblicitario fosse tornato io sarei sparito,sarei diventato un ricordo sbiadito,Sarei morto.Sentivo che stavo per morire,anzi mi sentivo già incorporeo come un fantasma.Dio Dio ti prego salvami.
Poi la crisi passò.Ero ancora lì,ero ancora Santo Trafficante.Ed ero sbronzo marcio.Strisciai in giro finchè trovai una camera da letto.Sembrava uscita dai Sette Samurai,mobili giapponesi in varie tonalità di bianco.Mi lasciai cadere sul futon.
Sei nel futuro,bello,mi dissi.Abituati perchè ci dovrai restare per il resto della tua vita.Adesso che mi stavo calmando,e l’alcol aiutava eccome,cercavo di guardare le cose da una nuova prospettiva.Va bene,ero invecchiato,e questo era terrificante.Ma sarebbe stato peggio se mi fossi risvegliato giovane e povero,in qualche dormitorio pubblico o in una cella.Cosa avevo da rimpiangere,in fondo? La mia casa non di certo,il mio vecchio neanche.Le volte che andavo a trovarlo dovevo sempre stare a distanza per evitare che mi prendesse a cinghiate.Probabilmente c’era rimasto secco guardando Colpo Grosso alla televisione.
Poi…Le tipe che vedevo non si meritavano un pensiero di troppo.Chissà com’erano adesso? Ingrassate,con figli,magari morte stecchite.Pace all’anima loro,non sarei andato di certo a cercarle.
Altro?I quattro o cinque con cui tiravo tardi al bar di Oreste o al Pois delle Colonne,il vicino con cui mi scambiavo i fumetti dell’Uomo Ragno,i concerti di Elio e le Storie Tese.Le repliche di Magnum P.I.Le vittorie dell’Inter.Tutto sommato, c’era poco da avere nostalgia.E avevo un sacco di soldi.Il pubblicitario si era fatto il culo,io mi sarei goduto i risultati.Quanto costava una puttana di lusso? Ne avrei noleggiate tre alla volta fino a quando mi avesse fatto male l’uccello.Avrei fatto il bagno nello champagne,girato i sette mari.E se i soldi del pubblicitario non fossero bastati potevo vendere un paio di mobili e rimettermi in attività.Anche nel mondo del futuro ero sicuro che il solito mercato funzionasse ancora.Potevo battere i vecchi posti fino a quando non trovavo qualcuno con la faccia giusta.Magari uno dei miei vecchi colleghi.
I miei occhi incrociarono quelli di Padre Pio,enorme sul muro,che mi benediceva con la sua manina fasciata e sanguinolenta.Ero sempre stato un fan di quel grande imbroglione,ma averlo come compagno di stanza era troppo.Mi alzai a staccarlo,pesava un casino e rischiai di rompermi la testa con la cornice, e lo appoggiai nel salone.Quando tornai a sdraiarmi,i miei pensieri cominciarono a rosicare attorno a un problema nuovo,Che cazzo avevo combinato prima di trasformarmi nel signor Bravo Ragazzo? Se il pubblicitario fosse tornato tornato a prendere possesso della sua testa,chissenefrega.Ma se rimanevo io a gestire la situazione,avrei dovuto saperlo.Non avevo idea di chi frequentasse ancora dei vecchi giri,e decisi che avrei dovuto fare al volo una visita all’unica persona (a parte Max) che una volta sapeva tutto di me: Ines.Suo marito doveva farsi vent’anni per rapina aggravata,e lei si arrangiava come poteva.Battendo,per lo più.La beccavo sempre con dei completini impressionanti di plastica rosa sopra la ciccia.E casa sua era sempre un casino,con il pavimento coperto di pezzi di cibo,biancheria sporca e le riviste che Ines leggeva aspettando i clienti,quasi tutti pensionati del quartiere.Speravo si fosse tenuta aggiornata.
Ondeggiando tra terrore ed euforia mi addormentai,cullato dal mio letto extralarge.Più o meno nello stesso momento,uno sbirro della Scientifica stava studiando un cadavere che galleggiava a faccia in giù in una piscina.Non potevo saperlo,ma quel tizio morto avrebbe cambiato non di poco i miei programmi.
da E’ stato un attimo (cap 3)
Sandrone Dazieri

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