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L'ombelico di Svesda

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Cleopatra A Roma

Jean Andrè Rixens, "The Death of Cleopatra"(1874)
Jean Andrè Rixens, “The Death of Cleopatra” (1874)

Secondo Plutarco Cleopatra si tolse la vita facendosi avvelenare da un aspide, vipera velenosa cui morso letale “induce[va] nelle membra un torpore sonnolento e un deliquio dei sensi, senza per questo arrecare spasimo o provocare gemiti (1)”; Marco Antonio l’aveva preceduta a sua volta togliendosi la vita per non finire prigioniero al cospetto di Ottaviano, che in corso alla battaglia di Azio, nel 31 a.C., sconfigge le truppe della Regina e del console romano ponendo definitivamente fine all’impero Tolemaico.
Amante di Giulio Cesare e moglie di Marco Antonio, Cleopatra rappresenta agli occhi dei romani il potere del fascino e della seduzione, della bellezza e dell’ambizione, sebbene alcuni testi medievali arabi la descrivono come una donna specialmente colta, una scienziata e una filosofa, in grado di parlare non solo il latino e il greco ma l’egiziano, lingua fino ad allora sconosciuta alla dinastia tolemaica, di discendenza ellenica.
Fino al 2 febbraio il Chiostro del Bramante ospita Cleopatra e una mostra che racconta i fasti e le miserie di un periodo storico di vitale importanza strategica per l’impero romano; ognuno dei referti, dei busti, dei mosaici, dei gioielli, esposti nelle vetrine racconta un frammento di vita tanto remota quanto attuale, talmente vivido il ricordo di un tempo inalterabile dal trascorrere dei secoli.
Importa sapere se Cleopatra si è uccisa o in realtà è stata uccisa dai romani? Avendo riposto nel figlio Cesarione tutte le proprie ambizioni ed essendo Cesarione figlio di un imperatore romano, c’è da credere la storia dell’impero romano avrebbe potuto subire ben altra sorte se mai la regina dei Faraoni fosse rimasta in vita.
Ma sapeva Cleopatra che a scrivere la storia sono sempre e solo i vincitori?

(1) Cleopatra VII – Wikipedia

Pornocrazia!

Eduardo Recife
Eduardo Recife

Donne romane, sotto a chi tocca. Adesso che il papa si è dimesso spetta alle più audaci di ereditare la sfida ed eleggere una papessa Giovanna. Favorite le nate sotto il segno del Toro, Cancro, Scorpione, Capricorno e Pesci, che grazie alle posizioni di Marte e Mercurio vedono appianarsi la lunga scalata al potere. Si facciano avanti le eredi di Lucrezia Borgia, Teodora e Marozia, è tempo di spettacolo alla corte papale. Che abbia ad eternarsi il Saeculum obscurum della Chiesa travolta dagli scandali. La parola d’ordine: Pornocrazia.

Leggo su Wikipedia:

the high priestessIn senso storico, la pornocrazia è un periodo nella storia del papato del X secolo, che comincia con papa Sergio III nel 904 e termina con la morte di papa Giovanni XII nel 964. Durante tale periodo, secondo la descrizione di alcuni commentatori di poco successivi come Liutprando, il filoimperiale vescovo di Cremona, poi acriticamente ripresa da Cesare Baronio, i papi furono sotto l’influenza di donne corrotte, in particolare Teodora e sua figlia Marozia (il cui potere avrebbe contribuito alla leggenda della Papessa Giovanna) appartenenti alla famiglia romana dei conti di Tuscolo.

Questo periodo viene anche detto pornocrazia romana o governo delle prostitute.

La tradizione popolare vuole che Marozia fosse la concubina di Sergio III e la madre di Giovanni XI. Venne inoltre accusata di aver fatto assassinare Giovanni X (che era stato in origine nominato da Teodora), allo scopo di assicurarsi l’elezione del suo nuovo favorito, Leone VI, di cui a sua volta fu amante.

Teodora e Marozia indubbiamente ebbero grande influenza sui papi di quel periodo. In particolare, in quanto effettive governanti di Roma, ebbero il controllo sull’elezione dei nuovi papi. Tuttavia l’attendibilità storica delle accuse mosse contro di loro è una questione ancora aperta. Gran parte delle prove addotte derivano dalla storia di Liutprando, vescovo di Cremona. Ma Liutprando partecipò all’Assemblea dei vescovi che depose Giovanni XII e fu un nemico politico di Roma, descritto dalla Catholic Encyclopedia come «sempre fortemente partigiano e frequentemente ingiusto nei confronti degli avversari». In quest’ottica, quelli descritti come i peggiori eccessi dell’epoca potrebbero essere considerati dei “pettegolezzi eclettici”, tipici dell’uso satirico medievale, da cui avrebbe origine la stessa leggenda della papessa Giovanna.

Sciocchezze. Quanta ignavia pur di non ammettere la storia della chiesa romana costellata da brogli e sotterfugi necessari all’affermazione del potere in combutta a quello imperiale.
Questo l’elenco dei papi durante la pornocrazia

Papa Sergio III (904-911), presunto amante di Marozia, fece in modo che gli succedesse Anastasio III, altro presunto figlio illegittimo, come Giovanni XI

Papa Anastasio III (911-913)

Papa Lando (913-914)

Papa Giovanni X (914-928), si presume fatto uccidere da Marozia

Papa Leone VI (928-928), presunto amante di Marozia

Papa Stefano VII (928-931)

Papa Giovanni XI (931-935), presunto figlio di Sergio III e Marozia

Papa Leone VII (936-939)

Papa Stefano VIII (939-942)

Papa Marino II (942-946)

Papa Agapito II (946-955)

Papa Giovanni XII (955-964), figlio del conte Alberico II di Spoleto, noto per la sua condotta non ortodossa

via Pornocrazia – Wikipedia

Teodora (X secolo) – Wikipedia
Marozia – Wikipedia
Saeculum obscurum – Wikipedia

Roma Sparita | Ettore Roesler Franz | Per Le Strade Di Roma

Vicolo del Campanile, Ettore Roesler Franz, 1896
Vicolo del Campanile, Ettore Roesler Franz, 1896

Considerato uno dei migliori acquerellisti italiani di tutti i tempi, nasce a Roma l’11 maggio 1845, nella casa dove abita la famiglia, al quarto piano di Via Condotti 85.

I Roesler Franz, di origine tedesca, si erano trasferiti a Roma all’inizio del Settecento e fondarono a Roma il famoso Hotel d’Allemagne, tra Via Condotti e Piazza di Spagna. Si erano imparentati con le più antiche famiglie aristocratiche di Roma e sono perfino citati in alcuni sonetti del Belli.

L’artista studiò alle Scuole Cristiane di Trinità dei Monti e all’Accademia di San Luca.

“La sincerità fa l’artista grande” era il motto che il pittore seguiva e che accoglieva all’ingresso chi entrava nel suo studio in Via Claudio 96.

A partire dal 1878 fino al 1896 Ettore Roesler Franz si dedicò a ritrarre Roma. Quella Roma che stava scomparendo perché, nuova capitale d’Italia, veniva adeguata al suo ruolo con lavori di demolizione e ricostruzione. L’artista girava per i suoi vicoli con pennelli, cavalletto e macchina fotografica. Padrone assoluto della tecnica dell’acquerello, l’aveva eletta come migliore per raffigurare velocemente le strade, le piazze, i vicoli che venivano rapidamente smantellati e quella Roma pittoresca che troppo celermente scompariva.

Gli acquerelli che ne derivarono furono raccolti sotto il nome di “Roma pittoresca. Memorie di un’era che passa”, 120 opere che oggi testimoniano come appariva la città prima dello sventramento e della ricostruzione che la trasformarono. La collezione acquistò poi il nome, più adatto, di “Roma sparita”.

via Ettore Roesler Franz e Roma sparita |passeggiateperroma.it

The Power Of Art by Simon Schama | BBC

David con la testa di Golia, Caravaggio (1573–1610), 1606-1607, oil  on canvas. Rome, Museo e Galleria Borghese
David con la testa di Golia, Caravaggio (1573–1610), 1606-1607, olio su tela. Roma, Museo e Galleria Borghese

The power of the greatest art is the power to shake us into revelation and rip us from our default mode of seeing. After an encounter with that force, we don’t look at a face, a colour, a sky, a body, in quite the same way again. We get fitted with new sight: in-sight. Visions of beauty or a rush of intense pleasure are part of that process, but so too may be shock, pain, desire, pity, even revulsion. That kind of art seems to have rewired our senses. We apprehend the world differently.

via BBC – Arts – Simon Schama’s Power of Art

Nel 2006 la BBC affida al professor Simon Schama, saggista e storico dell’arte britannico (già autore di A History of Britain), la conduzione di una serie televisiva che ha come titolo The Power of Art e tratta di storia dell’arte, dal tardo Rinascimento, il Barocco, fino alla modernità. Protagonisti della serie sono Caravaggio, Bernini, Rembrandt, Jacques-Louis David, Turner, Van Gogh, Picasso, Rothko, e lo stesso Schama, cui aplomb fa da cornice alla sceneggiatura dei documentari.
Questo il primo degli otto episodi della serie, dedicato a Caravaggio, cui accento, squisitamente britannico, rende ulteriormente godibile la visione.

Borghese Gallery – Michelangelo Merisi called Caravaggio – David with the Head of Goliath
Caravaggio – The complete works
The mystery of Caravaggio’s death solved at last – painting killed him | Art and design | The Guardian

Campo De’ Fiori

campo de'fiori
Se le statue potessero parlare, allora certamente Giordano Bruno ne avrebbe una più del diavolo da raccontare.
Nella fattispecie, questa filmata nel 1943 dal regista Mario Bonnard è vecchia quasi quanto l’uomo. E la gallina.

image credit Laboratorio di critica d’arte e letteratura

L’uomo Che Amava Le Donne Nel Giardino Delle Delizie

La Fornarina, Raphael, 1518-19
La Fornarina, Raphael, 1518-19

Anche a Raffaello piaceva spassarsela con le donne. Il pettegolezzo mi viene riferito da James Hall, autore di una recensione apparsa qualche giorno fa sul Times Literary Supplement. La fonte del gossip è il saggio ‘Raphael. A passionate life’, di Antonio Forcellino, da qualche tempo tradotto in inglese dall’italiano ‘Raffaello. Una vita felice’, pubblicato in Italia nel 2006.
La notizia non vale a risolvere la crisi finanziaria del nostro secolo, nè è di alcuna utilità a chiarire le ragioni della questione islaelo-palestinese, o i conflitti civili in Siria o nel Congo, ma ho trovato particolarmente divertente il finale dell’articolo, nel quale James Hall prende posizione e di fronte alle insinuazioni di Giorgio Vasari, pittore, architetto e storico dell’arte toscano, nonchè biografo di Raffaello (secondo il quale l’artista sarebbe morto a causa di una febbre contratta ‘after sexual over-indulgence with his mistress’), dice, chiudendo

‘My own view is similar to another explanation that was put forward in the nineteenth century: that Raphael died worn out by work. If he needed his mistress on site this must have been because his punishing workload meant he could never find time to see her, let alone make love to her. He died, like so many, of exhaustion caused by long hours, with recreational sex reduced to a daydream. It was pitiless popes, bankers and cardinals who killed him’.

Raphael: worn out by love, or work? | TLS.

Raphael and the Fornarina, 1814, Jean Auguste Dominique Ingres (1780–1867)
Raphael and the Fornarina, 1814, Jean Auguste Dominique Ingres (1780–1867)

La mistress in questione è La Fornarina. Ma potrebbe essere ognuna delle madonne ritratte da Raffaello. Checchè Vasari dica il pittore era un donnaiolo , o James Hall si scandalizzi di fronte a questa dichiarazione, è a ognuna di quelle donne che andrebbe chiesto di svelarci i particolari piccanti che riguardano la vita privata dell’artista. Sicuro Raffaello non sarebbe il primo nè l’ultimo dei casanova da annoverare nella storia dell’arte, se è vero che di sifilide e altre malattie veneree sono morti decine di pittori, poeti e scrittori. Chissà quante centinaia di donne.
Ciò che scandalizza James Hall è forse il fatto che il genio di un pittore della portata di Raffaello, emblema del Rinascimento, sia stato messo in ombra da un’accusa tanto volgare quale quella mossa da Vasari, chi può dire se a ragione o per invidia.

La faccenda mi ricorda quel memorabile film di Truffaut, ‘L’uomo che amava le donne’, cui inizio rimanda al funerale dell’ingegnere Bertand Morane, tristemente compianto da decine di amanti presenti al cimitero per la sepoltura della sua bara.

Il mito del seduttore impenitente affascina le donne e ricorre sovente nel teatro quanto nella letteratura e nei giornali di gossip o cronaca nera. Sia che si tratti di Rembrandt o Verlaine, del Don Giovanni o del Bell’Antonio, di Gigì, Berlusconi o Clinton. Nel caso di Raffaello la notizia rischia di urtare la sensibilità dei più affezionati perchè non coincide coi toni e l’immagine usati per descrivere il pittore, del quale si arrivò a dire persino di essere morto un venerdì prima di Pasqua, all’età di 33 anni come Gesù Cristo. Dunque,  l’idea di un uomo che muore a causa di una malattia venerea, sopraffatto dalla bramosia, dalla lussuria, a causa di un impeto di passione carnale, in tempi in cui l’esasperazione dei difetti e dei vizi degli uomini avevano trovato collocazione certa negli infernali gironi della Divina Commedia, è abbastanza per destare la suscettibilità dei più puritani.
Uomini peccatori, donne tentatrici. Uomini ingordi, donne libidinose. Il trittico del Giardino delle Delizie del pittore olandese Hieronymus Bosch la dice lunga e tutta. Conservato nel Museo del Prado di Madrid, questo incredibile capolavoro si rifà alla dottrina cristiana medievale e rappresenta l’umanità al vertice del più sfrenato delirio dionisiaco. La Creazione, Dio, le Tenebre, i tormenti della dannazione, Adamo ed Eva, il Giudizio Universale, creature deformi. Questo dipinto è uno spasso che ha diviso gli studiosi volti a interpretarne l’iconografia ora come un monito ai peccatori ora come un’orgia di giocosa allegria. Il giardino delle mele è un luogo di tentazioni squisite a cui nessun Adamo può resistere da quando Eva lo ha inguaiato. A me piace l’osservazione dello scrittore americano Peter S. Beagle che descrive il dipinto come ‘an erotic derangement that turns us all into voyeurs, a place filled with the intoxicating air of perfect liberty”.

The Garden of Earthly Delights,between 1480 and 1505,Hieronymus Bosch(1450-1516)
The Garden of Earthly Delights,between 1480 and 1505,Hieronymus Bosch(1450-1516)

Antonio Donghi

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Antonio Donghi (March 16, 1897 – July 16, 1963) 

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Roma Oltre
Ebbene Roma. A Roma.
Roma caput mundi, Roma la città eterna, Roma l’Urbe. La Roma nera di Casa Pound, la Roma friendly dei centri sociali, la Roma gay di San Giovanni in Laterano, la Roma kosher del ghetto ebraico, la Roma posh di via Condotti, la Roma ladrona di Piazza Colonna, la Roma alla buona delle borgate, la Roma bacchettona di Città del Vaticano. Mi pare capire c’è una Roma per ognuno che v’è nato e vi nasce, v’è morto e vi muore, vi abita, vi arriva, da Roma parte, a Roma ritorna, per Roma passa, a Roma sta, si aggrega al melting pot suburbano, diventa parte dell’arredamento metropolitano, come le panchine nei marciapiedi, le scritte nei muri, le antenne paraboliche nei tetti, i semafori agli incroci, i tram sulle rotaie. ‘Roma non è sporca’, mi disse un giorno qualcuno, ‘Roma viene sporcata’. ‘Roma non ha padroni’, mi disse un giorno qualcun altro. ‘A Roma Iddio nun è trino, ma quattrino. Pe’ fa fortuna ce vonno tre d, donne, denari e diavolo’.

La Roma degli autobus notturni, ubriachi appallottolati nei sedili, pischelli armati di coltello nelle tasche dei pantaloni larghi, conturbanti messaline nere in abiti succinti e scarpine di vetro, meste operaie e madri di famiglia imbacuccate di indumenti made in China, avvinte alla malinconia di un nuovo, l’ennesimo, giorno di merda che dio volendo, allah permettendo, shiva ringraziando, inizia all’alba e non finisce prima del giorno a seguire.

Ebbene Roma. A Roma come all’estero, come in una città straniera, come a Babilonia, a Bangkok, a Pechino, a Timbuktu, a nord del Danubio.
Gli italiani parlano una lingua che non comprendo. La crisi. I tagli. Le imposte. La disoccupazione. Lo spread. I Co.co.co. I buchi neri nelle galassie finanziarie. Non comprendo. Se penso a domani, mi prende un forte mal di testa. Lo stesso che mi prende quando cerco di ricordare la coniugazione al futuro di un verbo russo, o a come pagherò l’affitto del mese prossimo, o alle ragioni che rendono plausibile la vita. Non comprendo. Tutto mi è sconosciuto e incomprensibile, estraneo e dimenticato. Niente mi è familiare. Mi prende un forte mal di testa. I Fori Romani, il Pantheon, una a una tutte le colonne e i basamenti e gli affreschi e le rovine che conferiscono armonia e bellezza agli spazi e accolgono la vasta fauna umana in declino come l’impero che fu e sarà negli annali di scuola, mi sembrano le sole certezze immobili, affidabili, concrete, refrattarie al tempo, agli umori, ai mutamenti. Le sole certezze solide, immarcescibili, ad avere un senso riconducibile a un’origine, a una storia, le sole impronte verso un futuro che ha radici certe nel passato.

Certo Roma è bella. Specie quando c’è il sole e non ho mal di testa. Specie quando la gente si impiccia degli affari altrui mentre aspetta gli autobus, i bambini fanno le boccacce, le cassiere del supermercato augurano una buona giornata, le focacce esposte nelle vetrine delle pizzerie sudano sapori antichi e tradizione. Roma è anche divertente. Un giorno ho fatto finta di essere una turista e ho chiesto informazioni circa la direzione da seguire per raggiungere il Colosseo. Sei baristi su dieci volevano spedirmi nella direzione opposta. Simpatiche canaglie. Fare finta di essere una turista in molti casi mi è anche costato 40 centesimi in più rispetto al costo abituale del caffè. E questa è la parte più divertente dell’esperimento tutto.
Un altro giorno sono stata chiamata a colloquio da un tale che gestisce un bar in centro e cercava una banchista esperta. Questi mi dice di raggiungerlo alle 16. Io mi presento puntuale e vengo invitata a sedere fuori, in uno dei tavoli disposti all’ingresso del locale. Aspetto, il proprietario mi raggiungerà a momenti, mi viene detto dalla cameriera. Intanto che aspetto e inizio a prendere freddo, chiedo un tè alla cameriera. Il tizio mi passa davanti più volte, minaccia di uccidere alcuni dei dipendenti che lavorano per lui, si infervora per questioni che riguardano la gestione del locale. Resisto alla tentazione di scappare via e continuo a starmene seduta al tavolo, ad aspettare e prendere freddo. Ho bisogno di lavorare, continuavo a ripetermi. Hai bisogno di questo lavoro. C’è un proverbio, in siciliano, tanto caro a mia madre, che dice: U pani, stapi ammienzu e spini. Ovvero, ragazza mia, hai o no bisogno di lavorare? Allora, devi buttarti in mezzo ai rovi. Il proverbio in se la dice lunga e meriterebbe ore di appropriato e appassionato approfondimento; volendo fare sfoggio di un certo intellettualismo concettuale -inutile al fine di risolvere la questione disoccupazione- potremmo scomodare Marx, Alexandre Kojève, Friedrich A. von Hayek, Avram Noam Chomsky, Erich Fromm, e abusare di tutte le stronzaggini che rimandano alla questione lavoro, libertà, felicità, incuranti dell’unica cosa che conta a dispetto di tante belle e sensate parole: l’evidenza dei fatti, la tanto insipida, crudele, miserabile, realtà. E la realtà, dicono bene il proverbio siciliano e mia madre, è un gigantesco rovo pieno di spine in mezzo al quale, volenti o nolenti, bisogna buttarsi, se si vuole rimediare quel fottutissimo tozzo di pane. Si badi, a fare la differenza sarà lo stile del tuffo e la grazia, l’eleganza, ostentati con un certo orgoglio mentre ci si fa male ma si finge è una sciocchezza da niente, domani andrà meglio. Sicchè passate due ore chiedo alla cameriera di sollecitare il proprietario, casomai, Casomai, si fosse scordato del nostro colloquio. Prontamente, questa si avvicina al mio tavolo e scusa a nome del tizio, troppo nervoso per sostenere il colloquio. Mi avvio allora alla cassa per pagare il mio tè. In un’altra vita, in un’altra epoca, a casa mia, avrei data per scontata la gentilezza del tizio e il tè un dono di cortesia, volendo, un ‘risarcimento’ per il tempo sprecato invano ad aspettare. Invece in quell’occasione ho pagato quattro euro e cinquanta. Tanto mi sono costati una bustina di tè, un’influenza e la maleducazione di quel tizio. Ma in fondo, molto in fondo-in fondo-non è anche questa una cosa divertentissima? Sbaglia a lamentarsi chi crede l’Italia un paese incivile e Roma una città cara. Molti hanno da ridire circa il costo degli affitti. Io ho trovato in affitto un tugurio non lontano dal centro per soli due sacchi e mezzo al mese. Certo rischio essere scippata, peggio molestata, le volte che rincaso di notte, la donna che mi affitta la stanza si ostina a trattarmi da ospite indigesta e a non volermi nè salutare nè parlare, l’ascensore è perennemente fuori uso e io devo farmi sette piani a piedi tutte le volte che voglio fumare una sigaretta, uscire, rientrare. Ma hey, pago soltanto due sacchi e mezzo al mese. A Londra ne pagavo 2 in più, quattro e mezzo in tutto, e non disponevo di acqua calda e riscaldamenti. Qui posso disporre di acqua calda e riscaldamenti, e usare le scale come routine di allenamento per rassodare i muscoli delle gambe e tenermi in forma. Non va poi così male. Non mi scordo bisogna sempre essere riconoscenti al paese che ci ospita e io ringrazio lo stato italiano per avermi resa una cittadina straniera, anarchica e protestante cui missione, nella vita, è quella di provare imbarazzo e fastidio verso quella mefitica fetta dell’umanità che da secoli rende il mondo un posto invivibile.

Comunque Roma, città di artisti e attori. I migliori lavorano nelle botteghe, dietro ai banconi, nelle sale dei ristoranti, alla manuntenzione degli spazi pubblici, sono disoccupati. Hanno la battuta sempre pronta, loquacità fuori copione, espressività e mimica esilaranti. Sono dei talenti, dei fuoriclasse, erotomani appassionati e passionali, cinici, furfanti e malinconici, sbruffoni e attaccabrighe. E’ necessario calarsi in un ruolo, scegliere una parte, memorizzare i gerghi, le pose, rispettare le battute, perchè lo spettacolo di strada abbia la meglio sulla frenesia del tempo meccanico, fuori sequenza, fuori scena, che sfugge alla dinamica degli improvvisati palcoscenici di teatro rionale – ora una norcineria, una panetteria, un bar, dove è letteralmente possibile trascorrere ore, ore, a imbastire melodrammi e monologhi talvolta grotteschi. I romani amano chiaccherare. Chiaccherare. Chiaccherare.
Chiaccherare. L’ultima volta che sono entrata in un panificio per acquistare 10 cm per 4 di focaccia farcita, ne sono venuta fuori con una folgorazione per la proprietaria-banchista, laureata in archeologia, appassionata di storia antica e del paganesimo, o cristianesimo- che dir si voglia. Minuta di corporatura e bassa d’altezza, aveva i capelli neri raccolti indietro in uno chignon, la bocca larga, i denti bianchi e drittissimi, e lunghe e sottili sopracciglia nere disegnate a matita. Non ho potuto fare a meno di immaginarla vestita di una tunica celeste lunga fino ai talloni, seduta su uno sgabello come sui gradini di un anfiteatro fagocitato nel cuore dei Fori, fumata di stramonio, severa e malinconica come una matrona d’alto rango costretta a sprecare il proprio talento nelle vesti sgualcite di una moderna Cinderella capitata suo malgrado nel paese dei Balocchi. In alcuni la decadenza delle proprie miserie ha il fascino delle gemme nascoste in uno scrigno e tenute segrete perchè, a seconda delle occasioni, le si possa tirare fuori e guardare ogni volta con nostalgia e rinnovato stupore. Così lei, la banchista archeologa, esperta di manoscritti antichi, nascosta dietro a un bancone di panetteria, in grambiule nero e sporco di farina. Preziosa e impolverata a un tempo. Malinconica e sensuale.

‘Rome – the city of visible history, where the past of a whole hemisphere seems moving in funeral procession with strange ancestral images and trophies gathered from afar’, disse George Eliot, alias Marian Evans.

Su Roma sono stati scritti centinaia di volumi di storia, saggi, manuali, guide. L’altro giorno ho trovato un libercolo, come lo ha definito lo stesso autore Tommaso Pincio che in Pulp Roma racconta la sua Roma, e dice nella prefazione

Pulp Roma‘Roma è un luogo refrattario, impermeabile alla scrittura, quando non subdolamente ostile. Fedor Dostoevskij (un grandissimo dal quale non si può mai prescindere) ebbe a trovarsi nella capitale giusto un secolo prima che io nascessi, nel 1863. Gli era venuta un’idea per un racconto e, giudicandola piuttosto interessante, l’aveva annotata per grandi linee su pezzi di carta, così da potercisi dedicare non appena si fosse trovato nelle giuste condizioni. ‘Qui non è possibile farlo’ confidò per lettera a un amico. ‘Fa caldo, e in secondo luogo, mi trovo in un posto come Roma per una settimana: ed è forse possibile scrivere nel corso di questa settimana, a Roma?’
Non dubito che Dostoevskij fosse molto preso e anche sfiancato dall’esplorazione della città. E’ verosimile che fosse troppo stanco, la sera, troppo soverchiato da quanto aveva visto e provato nel corso della giornata, per rinchiudersi in se stesso e immergersi nel mondo del racconto che voleva scrivere. E lo si può capire. La meraviglia di Roma è opprimente, eccessiva. Persino disumana. Roma è un luogo sproporzionato. Il suo monumento più rappresentativo, il Colosseo, pare concepito al solo scopo di rendere minuscoli e irrisori gli uomini. Gli è gemella in questo la basilica di San Pietro, la cui sterminata ellisse del colonnato, sebbene spesso paragonata a un abbraccio di materna ospitalità, si apre alla maniera di fauci immani; una balena di bianco travertino ansiosa di inghiottire quanto più possibile.
Dostoevskij accusava inoltre il tanto camminare. Altra faccenda verissima. A Roma, le distanze erano e restano spropositate, insensate. Spostarsi da un quartiere a un altro significa spesso inbarcarsi in un viaggio di durata imprevedibile, sicchè anche il tempo finisce per dilatarsi come lo spazio, assumendo dimensioni scoraggianti che inducono all’immobilità, all’indolenza paciosa e filosofica dei gatti, ai quali i quiriti vengono difatti assimilati. E’ pertanto un errore confondere la proverbiale eternità di Roma con una forma di immortalità. Roma non è affatto immortale. E’ stata anzi (e in più di un frangente) una città morta o che si credeva viva, e questo già prima che l’Impero cadesse. Vero è che ha sempre trovato la strada per una resurrezione di qualche tipo, per riacquistare parte del perduto splendore. Ciò non significa tuttavia che sia immortale. Al massimo, potremmo azzardare che ha più di una vita, magari sette quanti sono i suoi colli, e sette quante ne hanno i gatti che la popolano. Per giunta, molti dei suoi rinnovati fasti, a cominciare dalla Dolce Vita, vengono spesso ingigantiti e trovano scarsi riscontri con la realtà delle cose.
Roma è dunque eterna non perchè sia superiore ai guasti del tempo; lo è perchè, come una donna di esagerata e soffocante bellezza, reclama ogni attenzione per sè. Non tollera che ci si distragga da lei; ci pretende comunque ai suoi piedi, in rassegnata e perpetua ammirazione, sicchè il tempo perde il senso pur continuando a marciare, nascosto negli orologi, come ammonisce un sonetto del Belli.
Procedendo nella rassegna degli abbagli, non va poi dimenticato che Roma è una città di pietra e di pietre. Può sembrare morbida e accogliente come un corpo caldo e disteso su un letto, carne soffice come le sue nubi più tipiche, somigliantissime a volute di zucchero filato. E in effetti può anche esserlo, morbida e soffice. E pure accogliente, può essere, ma è una mollezza infida, da sabbie mobili. La sua è la cedevolezza ingannevole della trappola, delle paludi che per secoli hanno fatto da grande e desolato circondario col loro carico infestante e letale, al punto che nell’immaginario dei viaggiatori il pericolo di contrarre la malaria fu a lungo il suo marchio sinistro.
da Pulp Roma, Tommaso Pincio, Il Saggiatore

Testiculos Qui Non Habet Papa Esse Non Posset

Vi ho già detto che un tempo facevo kick boxing? No, perchè infatti non è vero, ma è quello che mi piace dire scherzando a un uomo al primo appuntamento. Nelle mie intenzioni queste vale a metterli in guardia e spaventarli, mentre il più delle volte serve solo a incuriosirli ulteriormente perchè corrisponde al sadismo di chi ha bisogno di essere picchiato per innamorarsi. Chi non ha bisogno di essere picchiato per innamorarsi. Potrei spendere ore a elencare tutto l’abbecedario delle ferite che ho riportato nelle guerre d’amore. Abbastanza da farmi guadagnare un paio di medagliette al valore e una singletudine recidiva che specie negli ultimi due anni sembra stare portando agli esisti sperati. Le ferite si sono rimarginate, le passioni anestetizzate e la libido spenta del tutto. Da qui a qualche mese l’imene mi si sarà serrato completamente e io potrò ritornare a essere la vergine di dodici anni fa. Immacolata, casta e innamorata dell’amore come sempre. Stavolta però col cavolo che mi faccio profanare. Che essere profanati da un uomo è peccato ed equivale a un progressivo cammino verso le strade infernali della perdizione. Il piacere sessuale è una droga a lento rilascio di cui prima o poi non si riesce più a fare a meno. Una specie di dipendenza pericolosissima e senza vie di scampo. Eh si.
La Papessa, nel gioco dei tarocchi, è una carta fantastica perchè oltre a essere un Arcano Superiore che indica saggezza e innata spiritualità, racconta anche una forse-leggenda medievale riguardante una giovane Giovanna, che si dice abbia regnato sulla Chiesa dall’853 all’855. A questo punto della giornata e con questo caldo tropicale ed afoso, mi sento troppo pigra per sintetizzare in maniera alternativa e fantasiosa quello che Wikipedia dice di lei più che bene:

La Papessa, ritratta su una carta dai Tarocchi Visconti-Sforza eseguiti da Bonifacio Bembo, ca. 1450, The Pierpont Morgan Library (inv. M. 630), New York. (via Wikipedia)

Secondo la narrazione, [La Papessa Giovanna] era una donna inglese, educata a Magonza che, per mezzo dei suoi convincenti e ingannevoli travestimenti in abiti maschili, riuscì a farsi monaco con il nome di Johannes Anglicus. Sarebbe stata poi eletta papa, prendendo il nome di Giovanni VIII, dopo la morte di Leone IV (17 luglio 855), in un’epoca in cui l’elezione del papa avveniva in modo fortuito.

La papessa non praticava l’astinenza sessuale e rimase incinta di uno dei suoi tanti amanti. Durante la solenne processione di Pasqua nella quale il Papa tornava al Laterano dopo aver celebrato messa in San Pietro, mentre il Corteo Papale era nei pressi della basilica di San Clemente, la folla entusiasta si strinse attorno al cavallo che portava il Pontefice. Il cavallo reagì, quasi provocando un incidente. Il trauma subito da “papa Giovanni” fu all’origine di un violento travaglio prematuro.

Scopertone il segreto, la papessa Giovanna fu fatta trascinare per i piedi da un cavallo, attraverso le strade di Roma, e lapidata a morte dalla folla inferocita nei pressi di Ripa Grande. Fu sepolta nella strada dove la sua vera identità era stata svelata, tra San Giovanni in Laterano e San Pietro in Vaticano. Questa strada (a quanto sembra) fu evitata dalle successive processioni papali, anche se quest’ultimo dettaglio divenne parte della leggenda popolare, nel XIV secolo, durante la cattività del papato ad Avignone, quando non c’erano processioni papali a Roma.

In altre versioni della leggenda (ad esempio in quella riportata nella cronaca di Martino di Troppau) la papessa Giovanna sarebbe morta subito al momento del parto oppure, una volta scoperta, rinchiusa in un convento.

Sempre secondo la leggenda, a Giovanna succedette papa Benedetto III, che regnò per breve tempo, ma si assicurò che il suo predecessore venisse omesso dalle registrazioni storiche. Benedetto III si considera abbia regnato dall’855 al 7 aprile 858. Il nome papale che Giovanna assunse venne in seguito utilizzato da un altro papa Giovanni VIII (pontefice dal 14 dicembre 872 al 16 dicembre 882).

Parte essenziale della leggenda è un rito mai svoltosi, ma fantasticato dal popolo e ripreso, in chiave anti-romana e con molto gusto, da autori protestanti del Cinquecento: s’immaginò che ogni nuovo papa venisse sottoposto a un accurato esame intimo per assicurarsi che non fosse una donna travestita (o un eunuco). L’esame avveniva con il nuovo papa assiso su una sedia di porfido rosso, nella cui seduta era presente un foro. I più giovani tra i diaconi presenti avrebbero avuto il compito di tastare sotto la sedia per assicurarsi della presenza degli attributi virili del nuovo papa.

« E allo scopo di dimostrare il suo valore, i suoi testicoli e la sua verga vengono tastati dai presenti più giovani, come testimonianza del suo sesso maschile. Quando questo viene determinato, la persona che li ha tastati urla a gran voce virgam et testiculos habet (“Ha il pene e i testicoli”) e tutti gli ecclesiastici rispondono: Deo Gratias (“Sia lode a Dio”). Quindi procedono alla gioiosa consacrazione del papa eletto. »
(Felix Hamerlin, De nobilitate et Rusticate Dialogus (ca. 1490))

« Testiculos qui non habet Papa esse non posset »
(Francesco Sorrentino, Prova di Virilità

« D’allora st’antra ssedia sce fu mmessa / pe ttastà ssotto ar zito de le vojje / si er pontescife sii Papa o Ppapessa »
(Giuseppe Gioacchino Belli, La papessa Ggiuvanna )

Il primo a pubblicare la leggenda, negli anni 1240, fu il cronista domenicano Giovanni di Metz, ripreso pochi anni dopo dal collega domenicano Martino di Troppau.

La Papessa, uno degli arcani maggiori dei tarocchi, qui ritratta come la “prostituta sulla bestia” citata nell’Apocalisse ( via Wikipedia)

Come per tutti gli altri miti in generale, esiste una parte di verità, abbellita da uno strato di finzione. Una sedia simile esiste; quando un papa prendeva possesso della sua Cattedra romana, in San Giovanni in Laterano, si sedeva tradizionalmente su due sedie di porfido (la pietra degli imperatori, assimilata alla porpora), con la seduta dispiegata a ciambella. Il motivo di questi fori è oggetto di discussione, ma poiché entrambe le sedie, di età costantiniana, sono più vecchie di secoli della storia della papessa Giovanna, esse non possono avere niente a che fare con una verifica del sesso del papa. Si è ipotizzato che in origine fossero dei water romani o degli sgabelli imperiali per il parto che, a causa della loro età e origine imperiale, furono usate dai papi per evidenziare le loro pretese imperiali (come fecero anche con il loro titolo latino di Pontifex Maximus). Il D’Onofrio (cfr. bibliografia) spiega invece, in maniera convincente, che il rito aveva carattere essenzialmente religioso: la sedia da parto simboleggia la madre Chiesa che genera i suoi figli alla vita eterna. Una delle due sedie è attualmente esposta nella sala chiamata Gabinetto delle Maschere, nei Musei Vaticani.

Molti autori fanno poi confusione con una terza sedia, di marmo e non di porfido, priva di foro, ancor oggi visibile nel chiostro annesso alla Basilica Lateranense, che è quella detta propriamente sedia stercoraria. La Teologia portatile o Dizionario abbreviato della Religione Cristiana di d’Holbach definisce irriverentemente (ed erroneamente) la sedia stercoraria come «sedia bucata su cui il pontefice appena eletto pone le sue sacre terga, affinché possa essere verificato il suo sesso, onde evitare l’inconveniente di una papessa». Nella Vita della papessa Giovanna, il Platina rammenta la sedia stercoraria in questi termini: «questa sedia è stata così predisposta affinché colui che è investito da un sì grande potere sappia che egli non è Dio, ma un uomo e pertanto è sottomesso alle necessità della natura».

Il mito della papessa Giovanna fu totalmente screditato dagli studi di David Blondel, uno storico e pastore protestante della metà del Seicento. Blondel, attraverso un’analisi dettagliata delle affermazioni e delle tempistiche suggerite, argomentò che nessun evento di questo tipo poteva essere avvenuto. Tra le prove che discreditano la storia della papessa Giovanna troviamo:

La tradizionale processione papale di Pasqua non passava nella strada dove la presunta nascita sarebbe avvenuta.
Non esiste alcun documento d’archivio su un tale evento.
La “sedia dei testicoli”, su cui i papi sederebbero per avere la propria mascolinità accertata, è di molto precedente all’epoca della papessa Giovanna e non ha niente a che fare con il requisito che ai papi vengano controllati i testicoli (come spiegato più sopra).
papa Leone IV regnò dall’847 fino alla sua morte nell’855 (e papa Benedetto III gli succedette nel giro di settimane), rendendo impossibile che Giovanna abbia regnato dall’853 all’855.

Il momento della prima comparsa della storia coincide con la morte di Federico II di Svevia, che era stato protagonista di uno stridente conflitto con il papato. Gli storici concordano in generale sul fatto che la storia della papessa Giovanna sia una satira anti-papale ideata per collegarsi allo scontro del papato con il Sacro Romano Impero, facendo leva su tre paure cattoliche medioevali:

  • un papa sessualmente attivo
  • una donna in posizione di autorità dominante sugli uomini
  • l’inganno portato nel cuore stesso della Chiesa.

Ciò che potrebbe aver preso avvio come satira da presentare nei carnevali di tutta Europa, finì comunque per essere una realtà accettata a tal punto che alla papessa Giovanna fanno riferimento personaggi come Guglielmo di Ockham. Ella compare anche in alcuni elenchi di Papi, principalmente nel Duomo di Siena, dove la sua immagine appare tra quella dei veri pontefici. La leggenda acquisì supporto dalla confusione sull’ordine dato ai papi di nome Giovanni; siccome Giovanni è il nome di papa più usato, e alcuni Giovanni erano antipapi, ci fu confusione su quali numeri appartenessero ai veri papa Giovanni. A causa di ciò l’elenco dei Papi non comprende un papa Giovanni XX.
(tratto da Wikipedia)

Nelle carte dei tarocchi, la Papessa viene raffigurata con una luna crescente ai suoi piedi, un diadema a due punte e un globo al centro che le cinge il capo, e una grande croce sul petto. Il plico che ha nelle mani porta la scritta Tora, cioè Legge Divina, la legge segreta. Attenzione Attenzione. La Papessa è in parte coperta da un mantello, a dimostrazione del fatto che alcune cose sono evidenti e altre nascoste. Inoltre, la Papessa, siede in un Tempio tra due colonne, una bianca e una nera, siglate dalle lettere J. e B., e con un velo alle spalle, decorato di palme e melograni, che indicano fertilità e abbondanza.
La Papessa è il simbolo della Scienza Occulta sull’altare del santuario di Iside, ma in realtà rappresenta la Chiesa Segreta, la casa di Dio e dell’Uomo, e il Secondo Matrimonio del Principe degli Inferi. La Papessa è inoltre la Moglie e la Madre spirituale, la Figlia delle stelle, il giardino superiore dell’Eden, la luce di ogni cosa, la Luna alimentata dal latte della Madre Suprema, il suo riflesso luminoso. Che emozione!
Questo suo riflettere e rimandare la luce lunare le è valso il potere di evocare e conferire ispirazione. Nella Kabbalah, la Papessa prende il nome di Shekinah, ed è la moglie spirituale dell’Uomo Giusto e Saggio; quando l’uomo giusto e saggio studia la Legge, la Torah, la Papessa gli conferisce il significato Divino.
A queste premesse è chiaro rimarrò single a vita.

Eliogabalo o L’ Anarchico Incoronato

The Roses of Heliogabalus, by Lawrence Alma-Tadema (1888), oil on canvas (via wikipedia)

Per esempio quant’è sguaiato Artaud in questo testo ‘Eliogabalo o l’anarchico incoronato’ (1934), che l’altro giorno mi è saltato agli occhi nella camera di Federica e non ho potuto fare a meno di chiedere in prestito. E’ la prima volta che leggo Artaud in italiano

‘Se intorno al cadavere di Eliogabalo, morto senza tomba, e sgozzato dalla sua polizia nelle latrine di sangue e di escementi, intorno alla sua culla vi è un’intensa circolazione di sperma. Eliogabalo è nato in un’epoca in cui tutti fornicavano con tutti; nè si saprà mai dove e da chi fu realmente fecondata sua madre. Per un principe siriano, quale egli fu, la filiazione avviene attraverso le madri; – e, in fatto di madri, vi è intorno a questo figlio di cocchiere, appena nato, un pleiade di Giulie; – e ch’esse influiscano o no su un trono, tutte queste Giulie sono delle fiere puttane.’

‘Dall’alto delle torri costruite recentemente del suo tempio del dio pitico, egli [Eliogabalo] getta il grano e i membri virili.
Egli nutre un popolo castrato
Certo, non vi sono teorbe, tube, orchestre d’asor, in mezzo alle castrazioni che egli impone, ma che ogni volta impone come tante castrazioni personali, come se fosse egli stesso, Elagabalus, ad esser castrato. Sacchi di membri sono gettati dall’alto delle torri con la più crudele abbondanza nel giorno delle feste del dio Pizio.
Non giurerei che un’orchestra d’asor, o di nebel dalle corde stridule, dai vetri duri, non sia nascosta da qualche parte nei sotterranei delle torri a spirale, per coprire le grida dei parassiti che vengono castrati; ma a quelle grida di uomini martirizzati rispondono, quasi allo stesso tempo, le acclamazioni di un popolo festante, a cui Eliogabalo distribuisce il valore di parecchi campi di grano.
Il bene, il male, il sangue, lo sperma, i vini rosati, gli olii profumati, gli aromi più costosi creano, intorno alla generosità d’Eliogabalo, innumerevoli irrigazioni.
E la musica che esce di là trascende l’orecchio per raggiungere senza strumenti e senza orchestra lo spirito. Voglio dire che i ritornelli, gli arabeschi delle deboli orchestre non sono nulla vicino a questo flusso e riflusso, a questa marea che va e viene con strane dissonanze, dalla sua generosità alla sua crudeltà, dal suo gusto per il disordine alla ricerca di un ordine inapplicabile al mondo latino’

Aiuto, culle di sperma, piogge di membri virili, castrazioni pubbliche, lo scisma d’Irshu, lo zodiaco di Ram. Le Giulie, tutte puttane. Artaud soffriva di meningite e nevralgia, e si serviva di oppio per curare il dolore (ce n’eravamo accorti); l’opera di Artaud è delirio, spassosissimo delirio surrealista e le vicende e gli eccessi di Eliogabalo si prestato bene a soddisfare la morbosità di Artaud; il quadro sopra ‘The Roses of Heliogabalus’, del pittore olandese Lawrence Alma-Tadema, che Federica mi ha suggerito e di cui mi ha parlato, rappresenta appunto un mito secondo il quale Eliogabaldo, una sera e in occasione di un trionfale banchetto, uccise i suoi ospiti facendo cadere dal soffitto tonnellate di petali di rose.
Delle volte mi chiedo in che razza di prostrazione intellettuale deve essersi trovato Artaud per tirare fuori immagini così forti come quelle suggerite nelle sue opere. Quanto di vivo dev’esserci stato in tutto quel nervo malato strappato fuori dalle parole e chissà, curato solo attraverso la scrittura.
Ho trovato questa critica al testo, molto interessante, di Fabrizio Bandini (che io non conosco ma ringrazio per aver scritto e pubblicato online il testo)

ELIOGABALO, O L’ANARCHICO INCORONATO__________________________
Pubblicato in “Valley Life”, Anno III, n° 21 (2006)

L’Eliogabalo di Antonin Artaud è uno di quei rari libri che mostrano i simboli per come sono, nella loro essenza metafisica, e offrono squarci illuminanti sulla storia dell’uomo.
Artaud rilegge la biografia dell’imperatore romano, secondo una prospettiva metafisica assolutamente interessante, con molti punti di contatto con il pensiero tradizionalista, Guénon in primis, come nota giustamente Albino Galvano in una sua Prefazione al libro.
Eliogabalo, o l’anarchico incoronato, insomma, il dipinto di un’epoca affascinante e terribile, l’epoca dello sfacelo del grande Impero Romano, l’epoca del tracollo dell’Ordine, l’epoca della lotta fra il Femminile e il Maschile, l’epoca dell’esplodere del Caos.
Roma, oramai si era indebolita, politicamente, militarmente, e soprattutto spiritualmente.
L’antica etica, regale e nobile, che aveva forgiato l’Impero, oramai si era dissolta, e l’antica religione romana aveva aperto le porte da tempo ai culti matriarcali e tellurici dell’Asia minore.
Eliogabalo proviene proprio da quel pantano matriarcale, da Emesa, sacerdote effeminato di un culto solare posto sotto il dominio della Dea Madre, della Luna, del Femminile.
Quattro donne della sua stirpe si stagliano nella sua vita, imperiose, e forgiano letteralmente il suo destino: Giulia Domna, Giulia Mesa, Giulia Soemia e Giulia Mamea.
Sono donne forti, donne virili, donne sensuali, donne impudiche, donne prive di scrupoli, donne che fanno la storia e manipolano gli uomini, che d’altro canto appaiono deboli, passivi, invertiti ed effeminati.
Scrive Artaud: “Si può dire in proposito che Eliogabalo è stato fatto dalle donne…e che quando ha voluto pensare da sé, quando l’orgoglio del maschio frustrato dall’energia delle sue donne, delle sue madri, le quali hanno tutte fornicato con lui, ha voluto manifestarsi, si è visto cosa ne è risultato”.
La salita di Eliogabalo al trono imperiale di Roma, propiziata e voluta dalle virili e impudiche donne siriache della sua stirpe, segna uno dei punti più bassi nella decadenza dell’Impero.
Il disordine, l’anarchia, il caos, lo sconcio e la perversione travolgono tutto e tutti, senza pietà.

Roma entra nel Kali Yuga, in una atmosfera crepuscolare, da tregenda, il pantano Femminile spodesta l’ordine Maschile e virile, aprendo le porte al Caos.
La marcia di Eliogabalo sulla città eterna si assomiglia più ad un corteo dionisiaco, di falli, tori, baccanti, fanciulle ignude, ubriachi, pederasti, invertiti, e galli castrati, che ad un corteo imperiale.
Il sesso, il sangue, e l’ebbrezza, i tre segni del dionisiaco, vi dominano, scatenati.
Eliogabalo entra nella Città Eterna nell’autunno del 219.
“Davanti a lui vi è il Fallo, tirato da trecento fanciulle dai seni nudi che precedono i trecento tori, oramai intorpiditi e calmi…” scrive Artaud, “E, dietro ancora, le lettighe delle tre madri: Giulia Mesa, Giulia Soemia e Giulia Mamea…”.
Artaud paragona il suo ingresso a Roma ad un rito potente, ma invertito, dissolutore.
“Eliogabalo entra in Roma da dominatore, ma col didietro…Terminate le feste dell’incoronazione segnate da questa professione di fede pederastica…s’insedia con la nonna, la madre e la sorella di quest’ultima, la perfida Giulia Mamea, nel palazzo di Caracalla”.
Da quel giorno gli storici romani, Lampridio in testa, non fanno altro che annotare le turpitudini e le sconcezze del suo comportamento, con tono inorridito e schifato.
Artaud cita le fonti romane a man bassa e dispiega tutto il lungo elenco di scelleratezze dell’imperatore, che fa rimanere a bocca aperta.
Eliogabalo completamente succube della madre, Giulia Soemia, che non prende alcuna iniziativa di governo senza il suo consenso, mentre quella vive da meretrice e pratica ogni genere di lussuria; Eliogabalo che fa sedere la madre al Senato; Eliogabalo che istituisce un senatino delle donne; Eliogabalo che si veste da prostituta e si vende per quaranta soldi nelle strade di Roma; Eliogabalo che fa eleggere un ballerino a capo della sua guardia pretoriana; Eliogabalo che a Nicomedia si da alla più sordida depravazione, abbandonandosi con altri uomini a rapporti omosessuali attivi e passivi; Eliogabalo che sposa una vergine Vestale e profana i sacri culti romani.
E’ il trionfo del Caos, dell’anarchia, della dissoluzione.
L’Ordine decade totalmente, il Maschile si confonde con il Femminile, verso la dissoluzione completa dell’esistente, verso l’Unità originaria delle cose.
Eliogabalo, l’anarchico incoronato, anela a quell’Unità originaria delle cose, a quel Caos primordiale, secondo l’acuta interpretazione di Artaud, e per ripristinarlo spinge al massimo la via invertita della sovversione. Attore e spettatore, nello stesso tempo, di un terribile processo metastorico.
E’ troppo, Roma stessa non può più reggere.
La fine di Eliogabalo è nota: inseguito dai pretoriani venne trucidato in una latrina e gettato nel Tevere con la madre. Il suo regno era terminato. Un’altra tappa di un declino spaventoso.
L’Impero Romano non gli sopravvisse ancora a lungo.

via Eliogabalo, o l’anarchico incoronato Fabrizio Bandini.

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