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L'ombelico di Svesda

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New York

Esther Bubley

New York Harbor, Looking Toward Manhattan from the Footpath on Brooklyn Bridge, October, 1946
April 1943. Washington, D.C. ‘Girl sitting alone in the Sea Grill waiting for a pickup’
December 1943.15-cent photo booth in the lobby at the United Nations service center at Washington, D.C





Utata Sunday Salon » Esther Bubley

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The Amerikan Dream

Ho deciso, parto. Di tutti i viaggi a ritroso nel tempo ho scelto quello più lungo e romantico, saturo d’attese e vane aspettative, lontano un secolo e destinato a condurmi oltreoceano in meno di 350 pagine. Vado in America, vado a New York. L’occasione è un pretesto, il centoventinovesimo compleanno di Kafka, che per festeggiare l’evento ha organizzato un’adunata di soli cancerini alienati, Karl Rossmann in testa, cacciato via di casa dai genitori per aver ingravidato la cameriera. Tratterebbesi di un’allegra brigata di scalmanati ansiosi, disoccupati, lunatici e disillusi, con in mano una valigia di cartone e in testa la chiara idea di sparire tra le pagine di un romanzo. Si parte

Statue of Liberty, New York, 1930, photographed by Margaret Bourke-White

Capitolo I
Il Fochista

Quando il sedicenne Karl Rossmann, che era stato mandato in America dai suoi poveri genitori, perchè una serva lo aveva sedotto ed aveva avuto un bambino da lui, entrò nel porto di New York sulla nave che aveva già rallentato, scorse la Statua della Libertà che aveva avvistato da tempo, come in una luce solare divenuta improvvisamente più intensa. Il braccio con la spada sembrava ergersi come in quel momento, e le libere auree spiravano intorno alla sua figura.
‘Com’è alta!’ si disse, e non pensando affatto ad andarsene, fu spinto a poco a poco fino al parapetto della folla sempre più numerosa dei facchini che gli sfilavano davanti.
Un giovanotto che aveva conosciuto superficialmente durante la traversata, passando gli chiese: ‘Così non ha ancora voglia di scendere?”Sono già pronto’disse Karl e rideva guardandolo, quindi con prepotenza, poichè era un giovane robusto, si sollevò la valigia sulla spalla. Ma guardando il suo conoscente, il quale facendo oscillare un po’ il bastone si allontanava con gli altri, si accorse costernato di aver dimenticato il proprio ombrello di sotto nella nave. Pregò il conoscente, che non sembrò esserne così contento, di essere tanto gentile da aspettare un momento accanto alla sua valigia, si guardò in giro per poter ritrovare la strada al ritorno, e si allontanò in fretta. Di sotto con suo grande rammarico, trovò chiuso per la prima volta un passaggio che avrebbe accorciato molto la sua strada, cosa questa che probabilmente si spiegava con lo sbarco di tutti i passeggeri, e dovette con fatica cercare le scale, che si susseguivano sempre l’una all’altra, attraverso corridoi che svoltavano in continuazione, per una cabina vuota con una scrivania abbandonata, fino a che si ritrovò oggettivamente e del tutto perduto, perchè aveva percorso quella strada una volta soltanto o forse due e sempre accompagnato da qualcun’ altro.
Nella sua perplessità e non incontrando nessuno, poichè sentiva sempre di continuo sopra di sè lo scalpiccio di migliaia di piedi, e avvertiva da lontano come un rantolo, gli ultimi rumori delle macchine che già sospendevano i lavori, cominciò senza pensarci su, a battere contro una porticina a caso, accanto alla quale si era fermato nel suo girovagare.
‘E’ aperto’ sentì urlare all’interno, e Karl aprì la porta con un sincero sospiro di sollievo.’Perchè batte così forte alla porta? chiese un uomo enorme, guardando appena verso Karl. Attraverso una qualche apertura situata in alto, si versava nella misera cabina una luce offuscata, come se si fosse a lungo consumata di sopra sulla nave, e in questa cabina c’erano un letto, un armadio, una sedia e l’uomo stretti, come stivati, l’uno accanto all’altro. ‘Mi sono perso’disse Karl,’durante il viaggio non avevo affatto notato che questa nave fosse così spaventosamente grande.’ ‘Si, ha ragione’, disse l’uomo con un certo orgoglio e non smetteva di armeggiare intorno alla serratura di una piccola valigia, che teneva sempre pigiata con entrambe le mani per sentire lo scatto della molla. ‘Ma venga dentro!’ disse ancora l’uomo, ‘Non vorrà rimanere di fuori!’ ‘Non disturbo?’, chiese Karl. ‘Ma come potrebbe disturbare?’ ‘Lei è tedesco?’ cercò di rassicurarsi Karl, poichè aveva sentito molte cose sui pericoli che minacciavano quelli che erano appena arrivati in America, specialmente da parte degli Irlandesi. ‘Lo sono, lo sono’, rispose l’uomo. Karl non era ancora sicuro. Allora improvvisamente l’uomo afferrò la maniglia e si tirò dentro Karl insieme alla porta che richiuse rapidamente. ‘Non sopporto che mi si guardi dal corridoio’ disse l’uomo e armeggiò ancora con la valigia. ‘Ognuno cammina qui davanti e guarda dentro, non so chi potrebbe soffrirlo!’ ‘ Ma il corridoio è del tutto vuoto’, disse Karl che stava in piedi in una scomoda posizione, schiacciato contro il letto. ‘Sicuro, adesso’ disse l’uomo. ‘Si tratta proprio di adesso infatti’, pensò Karl, ‘è duro parlare con quest’uomo.’ ‘Si stenda pure sul letto, così avrà più spazio’ disse l’uomo. Come meglio potè, Karl si arrampicò dentro e rise forte del suo primo tentativo di saltar su. Appena però fu sul letto, escalmò:’Per l’amor del cielo, ho dimenticato la mia valigia’ ‘E dove sta?’ ‘Di sopra in coperta, un conoscente me la guarda. Già come si chiama?’. E tirò fuori dalla sua tasca segreta, che sua madre gli aveva cucita all’interno della giacca, un biglietto da visita. ‘Buttermann, Franz Buttermann’. ‘Ha proprio bisogno della valigia?’ ‘Si capisce’ ‘Già, perchè allora l’ha affidata ad un estraneo?’ ‘Avevo dimenticato di sotto il mio ombrello e sono corso a prenderlo, ma non volevo trascinarmi dietro anche la valigia. Poi per giunta mi sono anche perduto.’ ‘E’ solo? Senza compagnia?’ ‘Si, solo’ ‘Forse dovrei rimanere accanto a quest’uomo’ passò per la testa di Karl, ‘dove lo trovo adesso un amico migliore.’ ‘E adesso ha perduto anche la valigia. Per non parlare dell’ombrello.’ E l’uomo si sedette sulla sedia, come se per lui gli interessi di Karl avessero acquistato un certo interesse. ‘Veramente credo che la valigia non sia ancora perduta’ ‘Credere fa bene’, disse l’uomo e si grattò vigorosamente tra i suoi capelli scuri, corti e fitti, ‘su di una nave, a seconda dei porti, cambiano anche le abitudini. Il suo Buttermann ad Amburgo avrebbe forse guardato la sua valigia, qui è molto probabile che non ci sia più traccia di entrambi.’ ‘Allora dovrei subito andare a vedere di sopra’, disse Karl e si guardò intorno per capire come poteva scendere giù. ‘Rimanga lì’, disse l’uomo e con la mano sul suo petto lo spinse sul letto piuttosto rudemente. ‘perchè poi?’ domandò Karl arrabbiato. ‘Perchè non ha alcun senso’ rispose l’uomo, ‘se aspetta un momento vengo anch’io, così andiamo insieme. Nel caso che la valigia sia stata rubata, allora non ci si può far niente, ma se quell’uomo l’ha lasciata stare, allora potremmo trovarla meglio quando la nave sarà del tutto vuota. E così anche il suo ombrello.’ ‘Si sa orientare su questa nave?’ domandò Karl piuttosto scettico, e gli sembrava che quel pensiero abbastanza persuasivo, che le sue cose si sarebbero trovate meglio sulla nave vuota, nascondesse qualcosa di poco chiaro. ‘Io sono fochista’, disse l’uomo. ‘Lei è fochista!’ si rallegrò Karl, come se questo superasse tutte le sue aspettative, e poggiandosi sul gomito, osservò l’uomo più da vicino. ‘Proprio dalla cabina nella quale dormivo con lo slovacco, c’era un boccaporto dal quale si poteva vedere nelle sale macchine. ‘Si, lavoravo proprio lì’ disse il fochista. ‘Mi sono sempre interessato alla tecnica,’ disse Karl, che rimaneva fisso ad un preciso pensiero, ‘ e in seguito sarei diventato ingegnere, se non fossi dovuto partire per l’America’ ‘Ma perchè è dovuto partire?’ ‘Ah, macchè!’ disse Karl e con la mano gettò via l’intera storia. Frattanto guardava sorridendo il fochista, come per pregarlo di essere indulgente per quello che non poteva dire. ‘Avrà pure un motivo’, disse il fochista e non si sapeva bene, se con questo volesse chiedere o rifiutasse il racconto di questo motivo. ‘Adesso potrei anche diventare fochista’, disse Karl, ‘per i miei genitori adesso è del tutto indifferente, quello che diventerò.’ ‘Il mio posto si libera’ disse il fochista, e in questa piena consapevolezza, si mise le mani nelle tasche dei calzoni, e gettò sul letto le gambe, coperte da pantaloni a pieghe, simili a cuoio, di color grigioferro, e si distese. Karl dovette farsi indietro fino alla parete. ‘Lascia la nave?’ ‘ Certo, siamo in congedo da oggi.’ ‘Ma perchè, non le piaceva?’ ‘Si, ma dipende dai rapporti, non è sempre determinante quello che piace o che non piace. Del resto ha ragione, non mi piace. Lei non pensa seriamente a diventare fochista, ma proprio per questo lo si può diventare facilmente. Ma io glielo sconsiglio. Se in Europa lei voleva studiare, perchè non vuole farlo qui? Le università americane sono incomparabilmente migliori delle europee.’ ‘E’ possibile’ disse Karl, ‘ma io non ho abbastanza denaro per studiare. Ho letto però di qualcuno, che di giorno lavorava in un negozio, e di notte studiava, finchè è diventato dottore e credo anche sindaco, ma questo è proprio di una grande costanza, non è vero? Temo di non averne. Inoltre non ero uno scolaro particolarmente brillante, non è stato affatto duro per me lasciare la scuola. E le scuole qui sono anche più severe. L’inglese lo so quasi per niente. Soprattutto credo che qui si sia prevenuti contro gli stranieri.’ ‘L’ha già notato? Allora va bene. E l’uomo adatto a me, siamo su di una nave tedesca, appartiene alla ‘Hamburg – Amerika Linie’, perchè non ci sono solo tedeschi? Perchè il capo macchina è un romeno? Si chiama Schubal. E’ da non crederci. E questa canaglia scortica noi tedeschi su di una nave tedesca. Non creda che io mi lamenti tanto per lamentarmi – gli mancava l’aria e l’agitava con la mano -. So che lei non ha nessuna influenza e che è soltanto un povero ragazzo. Ma questo è troppo!’ E più volte battè il pugno sul tavolo, e mentre batteva non staccava gli occhi dalla mano. ‘Ho prestato servizio su tante navi’ – e nominò una ventina di nomi uno appresso all’altro, come una sola parola, Karl era del tutto confuso – ‘ e mi sono sempre comportato magnificamente, sono stato lodato, ero un lavoratore secondo il gusto dei capitani, e per parecchi anni sono stato sullo stesso mercantile a vela’ – e si alzò come se questo fosse stato il punto più alto della sua vita – ‘ e qui su questa bagnarola, dove tutto va secondo il suo filo, dove non si richiede nessuna intelligenza, qui non conto nulla, qui sto sempre tra i piedi a Schubal, sono un buono a nulla, mi merito di essere buttato fuori e ricevo il mio salario per grazia. Capisce? Io no.’ ‘Questo Lei non deve permetterlo’, disse Karl agitato. Aveva quasi perduta la sensazione di trovarsi sul pavimento insicuro di una nave, sulle coste di un continente sconosciuto, tanto a suo agio si trovava sul letto del fochista come a casa sua. ‘E’ stato già dal capitano? Ha cercato di far valere i suoi diritti con lui?’ ‘Ah, se ne vada, è meglio che se ne vada. Non voglio più averla qui. Lei non ascolta ciò che io dico e mi dà consigli. Come potrei andare dal capitano!’ e nascondendo il viso tra le mani, il fochista si mise di nuovo a sedere.
‘Non potevo dargli un consiglio migliore’ si disse Karl. E trovò che sarebbe molto meglio andare a riprendersi la valigia, piuttosto che restare lì a dare consigli, che erano per giunta ritenuti stupidi. Quando il padre gli aveva dato per sempre la valigia, aveva chiesto per scherzo: ‘Quanto ti durerà?’e adesso questa preziosa valigia era forse già perduta sul serio. L’unica consolazione era pur sempre che il padre non sarebbe stato informato dell’attuale situazione, neanche se avesse voluto prendere informazioni. La Società di Navigazione avrebbe potuto soltanto dire che egli era sbarcato a New York.

Da Amerika, Franz Kafka, 1927

Robert Rauschenberg, Untitled, 1955

Robert Rauschenberg (1925 – 2008) was associated with his friend Jasper John in New York in the early 1960s in the creation of Pop Art. His works include paintings, collages, and combinations of disparate objects – ‘Monogram’, 1959, consists of a stuffed goat girdled by a tyre on a painted base.

Taken from Dictionary of Art and Artists, by Peter and Linda Murray, 1959
Combine Painting – Enciclopedia Treccani.

ERNST HAAS

Albuquerque, New Mexico, 1969
Guerrero Province, Mexico, 1963
Western Skies Motel, Colorado, 1978
America, 1956
Utah, 1960
Reflection - 42nd Street, NY, 1952
New York, 1962
Billboard Painter, NY, 1952
Reflection, 3rd Avenue, 1952
New York, 1972
Bridge Reflection, Venice, 1955
Doge's Palace, Venice, 1955
Mandala Mudra Prayer Beads, India, 1974
Autumn Maple Leaves, Kyoto, Japan, 1981
Kumano Waterfall, Japan, 1983
Japan, 1983

In every artist there is poetry. In every human being there is the poetic element. We know, we feel, we believe. As knowers we are like the scientist relating through logical determination. As feelers, we are like poets relating the unrelated through intuition. As believers, we are only accepting our human limitations. The artist must express the summation of his feeling, knowing, believing through the unit of his life and work. One cannot photograph art. One can only live in the unity of his vision, as well as in the breadth of his humanity, vitality and understanding.
There is no formula – only man with his conscience speaking, writing and singing in the new hieroglyphic language of light and time.
via E r n s t H a a s | philosophy
ERNST HAAS

Penelope alla guerra

Questo di Oriana Fallaci, Penelope alla guerra, del 1960, non è solo il romanzo di debutto, ma un’ammissione. Oriana Fallaci ammette di essere stata anche lei una ragazzina, e di essersi innamorata, ingenuamente, di un uomo, un ex soldato, che non sta ad aspettare in casa, davanti alla tv e coi ferri della maglia in mano, ma va a cercare, fino in America, e con la scusa di dover girare un film.
La Fallaci sa essere molto presuntuosa e talvolta saccente, in quello che ha scritto, ma è in questo romanzo che secondo me rivela il lato più vulnerabile, sensibile e vanitoso di sè. C’è in lei quel disincanto, che la invecchia e indurisce, misto a stupore infantile, che a un tratto l’intenerisce e riporta a quand’ era bambina. Orgoglio e curiosità devono essere stati i suoi pregi migliori. Nell’edizione che ho qui, della Bur, la prefazione di Concita De Gregorio dice quanto segue
‘Da Oriana Fallaci, la più grande giornalista italiana del ‘900 (definizione che lei avrebbe trovato orrendamente riduttiva, sessista e provinciale, avrebbe chiamato infuriata per farla togliere da questa prefazione, avrebbe telefonato con la sua voce nera e arrochita dal fumo. “Oriana Fallaci. Scrittore”, ha fatto scrivere sulla sua lapide), da lei abbiamo tutti imparato in via definitiva e senza possibilità di equivoco nè di ripensamento che non esiste – in questo tempo saturo di immagini e di notizie, in questo tempo di fasulla correttezza ipocrita – un altro modo di raccontare che non sia quello che mette chi scrive alla guida del racconto. Non l’obiettività ma l’aperta soggettività. Non la neutralità ma la schietta e persino esibita parzialità: la narrazione dal proprio punto di vista, il proprio sguardo sulle cose. Una cifra, nel caso di Oriana un marchio. Il mondo secondo lei. Due righe e siete già sulle spalle di questa donna che vi conduce fuori dalle autostrade a otto corsie del sapere, vi porta lungo i sentieri, vi apre nuove piste nella foresta, vi guida lungo un tracciato solo a lei noto ma fidatevi perchè questa è la chiave dell’adorazione e del disprezzo che Fallaci suscita: fidarsi, lasciarsi portare dove solo lei potrà mostrarvi quel che vede, o non farlo, diffidarne. Girare le spalle e andarsene. Tornate pure ‘lungo la strada che credete più facile perchè è a senso unico e priva di curve’. Andate, illusi. Ecco: siamo alle ultime pagine di Penelope alla Guerra.
New York, 1957. Giò, la protagonista, ha ventisei anni. Oriana ne aveva ventotto, allora. “Strana ragazza, a suo modo incantevole. Parla poco ed ha bellissimi occhi. Diventa feroce quando si arrabbia.” Questo dice di sè. “Sei cinica e allo stesso tempo sei ingenua. Capisci tutto e allo stesso tempo non capisci nulla.” Questo dicono di lei. E’ la storia di una giovane scrittrice spedita in America dal suo produttore perchè trovi l’ispirazione per un soggetto ‘moderno e brillante’. Angelo Rizzoli, il produttore, Oriana la giovane scrittrice. Racconta dunque di sè. Del suo incontro con l’America e della sua idea di America: quella di prima, l’illusione, quella di dopo, la realtà.

Oriana Fallaci.com

The Nerve Meter by Antonin Artaud via The Poetry Foundation

An actor is seen as if through crystals.
Inspiration in stages.
One musn’t let in too much literature.

I have aspired no further than the clockwork of the soul, I have transcribed only the pain of an abortive adjustment.
I am a total abyss. Those who believed me capable of a whole pain, a beautiful pain, a dense and fleshy anguish, an anguish which is a mixture of objects, an effervescent grinding of forces rather than a suspended point
—and yet with restless, uprooting impulses which come from the confrontation of my forces with these abysses of offered finality
(from the confrontation of forces of powerful size),
and there is nothing left but the voluminous abysses, the immobility, the cold—
in short, those who attributed to me more life, who thought me at an earlier stage in the fall of the self, who believed me immersed in a tormented noise, in a violent darkness with which I struggled
—are lost in the shadows of man.
In sleep, nerves tensed the whole length of my legs.
Sleep came from a shifting of belief, the pressure eased, absurdity stepped on my toes.
It must be understood that all of intelligence is only a vast contingency, and that one can lose it, not like a lunatic who is dead, but like a living person who is in life and who feels working on himself its attraction and its inspiration (of intelligence, not of life).
The titillations of intelligence and this sudden reversal of contending parties.
Words halfway to intelligence.
This possibility of thinking in reverse and of suddenly reviling one’s thought.
This dialogue in thought.
The ingestion, the breaking off of everything.
And all at once this trickle of water on a volcano, the thin, slow falling of the mind.
To find oneself again in a state of extreme shock, clarified by unreality, with, in a corner of oneself, some fragments of the real world.
To think without the slightest breaking off, without pitfalls in my thought, without one of those sudden disappearances to which my marrow is accustomed as a transmitter of currents.
My marrow is sometimes amused by these games, sometimes takes pleasure in these games, takes pleasure in these furtive abductions over which the sense of my thought presides.
At times all I would need is a single word, a simple little word of no importance, to be great, to speak in the voice of the prophets: a word of witness, a precise word, a subtle word, a word well steeped in my marrow, gone out of me, which would stand at the outer limit of my being,
and which, for everyone else, would be nothing.
I am the witness, I am the only witness of myself. This crust of words, these imperceptible whispered transformations of my thought, of that small part of my thought which I claim has already been formulated, and which miscarries,
I am the only person who can measure its extent.
Antonin Artaud, “The Nerve Meter” from Selected Writings of Antonin Artaud (New York: Farrar, Straus & Giroux, 1976).
via The Nerve Meter by Antonin Artaud : The Poetry Foundation.

Dennis Stock

Paris, Cafe de Flore, 1958.Dennis Stock
USA. A couple with a child, 1952. Dennis Stock
James Dean, 1955. Dennis Stock
James Dean, 1955. Dennis Stock
Arthur Miller, 1956. Dennis Stock
Bill Crow with his bass, Times Square, 1958. Dennis Stock
Miles Davis, 1957. Dennis Stock
Thelonious Monk in performance at Town Hall, New York, 1957. Dennis Stock
San Diego coastline, 1968. Dennis Stock

USA. California. 1968. Venice Beach Rock Festival. Dennis Stock
California Trip, 1968. Dennis Stock
A surfer at Corona del Mar, California, 1968. Dennis Stock

“Art is a well-articulated manifestation of an aspect of life. I have been privileged to view much of life through my cameras, making the journey an enlightened experience. My emphasis has mainly been on affirmative reactions to human behavior and a strong attraction to the beauty in nature.”

Dennis Stock
[via Magnum Photo]

Lunar Caustic

Louis Stettner.Times Square Sailor, c. 1952

‘A man leaves a dockside tavern in the early morning, the smell of the sea in his nostrils, and a whisky bottle in his pocket, gliding over the cobbles lightly as a ship leaving harbour’

quell’uomo si chiama Bill Plantagenet ed è un pianista jazz e un ex marinaio sopravvissuto alla guerra. Un poeta maledetto, alla maniera di Baudelaire, nostalgico, alla maniera di Rimbaud. Uno scrittore alcolizzato, e romantico, l’alter Ego letterario di Malcolm Lowry nel breve romanzo autobiografico Lunar Caustic, del 1968.
Lo scrittore inglese, già apprezzato dalla critica per il romanzo Under the Volcano ( del 1947, undicesimo nella classifica dei cento romanzi migliori votati dalla Modern Library, dal quale è stato tratto l’omonimo film del regista John Huston, nel 1984), racconta di un uomo in rovina, approdato a New York e confinatosi, di propria volontà, presso il Bellevue Psychiatric Hospital, il più antico manicomio newyorkese (fondato nel 1736), dove effettivamente lo scrittore chiede ricovero per un breve periodo a causa di un crollo nervoso; la biografia dello scrittore fa nota di un evento tragico, all’origine dell’inquietudine di Lowry: ancora ai tempi del college, nel 1931, il compagno di stanza Paul Frite, innamoratosi di lui (e da Lowry mai corrisposto), si suicida,  lasciandolo preda di un senso di colpa onnipresente e tale da consumarlo nello spirito.
Finito il college, Lowry si rifiuta di lavorare per il padre e a una carriera manageriale preferisce il mare, arruolandosi come marinaio; gira il mondo, subisce gli orrori della guerra, va a caccia di storie (in buona parte contenute nel romanzo di debutto Ultramarine, del 1933). Insegue la propria stella.
In Lunar Caustic, Lowry, figlio della luna, si scopre un uomo vinto dalle passioni, tanto sensibile quanto irrequieto; un eroe romantico e dimesso, decadente e smanioso d’avventure in mare; Bill Plantagenet sembra barcollare tra realtà e sogno, flashbacks e finzione, in uno stato febbrile di oscena lucidità e delirio; dentro il manicomio realizza l’orrore della follia, le deprecabili condizioni in cui vivono i pazienzi ricoverati nell’ospedale. La vita non è un baccanale, e il mare, quel mare d’inquietudine e sregolatezze, notti di whisky e jazz,  non è che una sfida senza vincitori, nè gloria.

‘Darkness was falling through the clearing haze the stars came out. Over the broken horizon the Scorpion was crawling. There was the red, dying sun, Antares. To the south-east, the Retreat of the Howling Dog appeared. The stars taking their places were wounds opening in his being, multiple duplications of that agony, of that eye. The constellations might have been monstrosities in the delirium of God. Disaster seemed smeared over the whole universe. It was as if he were living in the preexistence of some unimaginable catastrophe, and he steadied himself a moment against the sill, feeling the doomed earth itself stagger in its heaving spastic flight towards the Hercules Butterfly’

Questi i links a un sito dedicato a Lowry e un articolo, nel quale si racconta della vita dello scrittore
Malcolm Lowry @ The 19th Hole
Life and Letters: Day of the Dead : The New Yorker.
Sotto, il primo capitolo del libro
A man leaves a dockside tavern in the early morning, the smell of the sea in his nostrils, and a whisky bottle in his pocket, gliding over the cobbles lightly as a ship leaving harbour.
Soon he is running into a storm and tacking from side to side, frantically trying to get back. Now he will go into any harbour at all.
He goes into another saloon.
From this he emerges, cunningly repaired; but he is in difficulties once more. This time is serious: he is nearly run over by a street car, he bangs his head on a wall, once he falls over an ashcan where he has thrown a bottle. Passers- by stare at him curiously, some with anger; others with amusement, or even a strange avidity.
This time he seeks refuge up an alley, and leans against the wall in an attitude of dejection, as if trying to remember something.
Again the pilgrimage starts but his course is so erratic it seems he must be looking for, rather than trying to remember something. Or perhaps, like the poor cat who had lost an eye in a battle, he is just looking for his sight?
The heat rises up from the pavements, a mighty force, New York groans and roars above, around, below him: white birds flash in the quivering air, a bridge strides over the river. Signs nod past him: The Best for Less, Romeo and Juliet, the greatest love story in the world, No Cover at Any Time, When pain threatens, strikes-
He enters another tavern, where presently he is talking of people he had never known, of places he had never been. Through the open door he is aware of the hospital, towering up above the river. Near him arrogant bearded derelicts cringe over spittoons, and of these men he seems afraid. Sweat floods his face. From the depths of the tavern comes a sound of moaning, and a sound of ticking.
Outside, again the pilgrimage starts, he wanders from saloon to saloon as though searching for something, but always keeping the hospital in sight, as if the saloons were only points on his circumference. In a street along the waterfront where a bell is clanging, he halts; a terrible old woman, whose black veil only partly conceals her ravaged face, is trying to post a letter, trying repeatedly and falling, but posting it finally, with shaking hands that are not hands at all.
A strange notion strikes him: the letter is for him. He takes a drink from the bottle.
In the Elevated a heavenly wind is blowing and there is a view of the river, but he is walking as though stepping over obstacles, or like Ahab stumbling from side to side on the careening bridge, ‘feeling that he encompassed in his stare oceans from which might be revealed that phantom destroyer of himself.’
Down in the street the heat is terrific. Tabloid headlines: Thousands collapse in Heat Wave. Hundreds Dead. Roosevelt Raps Warmongers. Civil War in Spain.
Once he stops in a church, his lips moving in something like a prayer. Inside is cool: around the walls are pictured the stages of the cross. Nobody seems to be looking . He likes drinking in churches particularly.
But afterwards he comes to a place not like a church at all.
This is the hospital: all day he has hovered round it; now it looms up closer than ever. This is objective. Tilting the bottle to his mouth he takes a long, final draught: drops run down his neck, mingling with the sweat.
‘I want to hear the song of the Negroes,’ he roars.’Veut-on que je disparaisse, que je plonge, à la recherche de l’anneau…I am sent to save my father, to find my son, to heal the eternal horror of three, to resolve the immedicable horror of opposites!’
With the dithering crack of a ship going on the rocks the door there was grass growing down to the East River. But between
taken from Lunar Caustic, cap 1, by Malcolm Lowry, (1968)

I doubt, therefore I think, therefore I am*

Luis Camnitzer, 1966

Luis Camnitzer has been until very recently an insider’s tip in the field of conceptual art. He may be considered one of the art world‘s key figures in the second half of the 20th century.
Luis Camnitzer was born in Germany in 1937, grew up in Montevideo, and has lived and worked in New York since 1964. He has made his mark internationally not only as an artist but as a critic, educator and art theorist as well. Formally allied with the American Conceptualists of the 1960s and 1970s, over the past 50 years Camnitzer has developed an essentially autonomous œuvre, unmistakably distinguished from that of his colleagues in the US by its acutely observed detail, its acerbic wit, its ludic-lyrical qualities and its ironically metaphorical polyvalence, as well as by its solid socio-political commitment.
Viewers are treated to a pyrotechnical display of intellect: an unusually coherent and principled corpus that is at the same time possessed of a rakish charm and poetic maturity.

Francesca Woodman---Then at one point I did not need to translate the notes...(Providence-Rhode Island,1976

Francesca Woodman was born in 1958, in Denver Colorado, and lived most of her tragically brief life in New York. Having taken her first photograph at 13, she committed suicide in 1981 at the age of 22, but in the few years that account for her career she created an enduring body of photographic work that continues to fascinate and influence today. Woodman appears frequently in her exquisitely odd and unsettling silver gelatin photographs, her body often seeming to blend into her surroundings: caught in a state of metamorphosis she is not quite here, not quite there. In others, she uses a variety of props to create strange and dreamlike tableaux tinted with melancholy. Woodman’s work has been subject to extensive critical study by Western academics and has influenced many important artists of subsequent generations.

Woodman’s work has been exhibited widely since the mid-80s with substantial exhibitions at the Cartier Foundation, Paris in 1998; the Pinakothek der Moderne, Munich, 2008 and Espacio AV centre for contemporary art in Murcia, Spain in 2009. Her work was also on show at the Scottish National Gallery of Modern Art as part of the Artist’s Rooms, drawn from the Anthony d’Offay Bequest. The Woodman estate is represented by Marian Goodman Gallery and Victoria Miro and a substantial exhibition of her work was held at Ingleby Gallery in the Spring of 2009. This year there will be a major retrospective of Woodman’s work at SF MoMA, Sanfransico, which will travel to Solomon R. Guggenheim Museum, New York in 2010.

via Ingleby Gallery | Artists | Francesca Woodman.

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Fernand Léger

da lontano un uomo
piccole mani da gigante,
sguardo fiero, sorriso gentile

Opera del Caso # 4

The Mechanic, 1920, by Leger Fernand
Le Moteur, by Fernand Leger

Fernand Leger (1881-1955), met Braque and Pablo Picasso in 1910 and eventually from his early block-life figures evolved , by c.1917, a form of curvilinear Cubism, dependent on the dynamic shapes of machinery and their geometrical bases: cones, cylinders, cogged wheels, pistons, and brilliant metallic surfaces. These forms also influenced his massive, robot- like figures, and increased the effect of his clear greys and his strong, unbroken colors. He designed for the Swedish Ballet in 1921-2, and in 1924 made the first abstract film, ‘Le Ballett Mecanique’, from actual objects, not animated abstract drawings as had been used by Eggeling and Ritcher some seven years earlier. Among his last works were the huge murals for the UN building in New York. He also made a set of stained- glass windows for the Sacre Coeur , Andincourt, nr.Belfort (Doubs)
There are works in Edinburg, London (Tate), New York (M of MA), Paris (Mus.d’Art Moderne), and there is a Musee Leger at Biot, Cote d’Azur
[taken from The Dictionary of Art and Artists, Peter and Linda Murray, Penguin, 1959]


street photography by Markus Hartel, New York

DANNY LYON

Inside Kathy's Apartment, Danny Lyon
Jack, Chicago from The Bikeriders by Danny Lyon,1965
From Dayton to Columbus, Ohio from The Bikeriders by Danny Lyon circa 1965-66
From Lindsey's room, Louisville from The Bikeriders by Danny Lyon,1966
New arrivals from Corpus Christi from Conversations with the Dead by Danny Lyon,circa 1967-68
New York Eddie's, Chicago from The Bikeriders by Danny Lyon,circa 1965-66
Renegade's funeral, Detroit from The Bikeriders by Danny Lyon,circa 1965-66
Route 12, Wisconsin from The Bikeriders by Danny Lyon 1963
Three young men, Uptown, Chicago Pictures from the New World by Danny Lyon,1965
Young man, Hyde Park, Chicago from Toward a Social Landscape by Danny Lyon,1965

Vivian Maier

Vivian Maier,1954,New York
Vivian Maier,1955,New York
Vivian Maier, September 1953,New York
Vivian Maier,May 5,1955,New York
Vivian Maier,October 1978
Vivian Maier,Undated,New York
Vivian Maier,Undated,Vancouver,Canada
Vivian Maier,Untitled,Undated
Vivian Maier,Self Portrait,1960

^Vivian Maier (February 1, 1926 – April 21, 2009) was an American amateur street photographer who was born in New York but grew up in France, and after returning to the U.S., worked for about forty years as a nanny in Chicago. During those years she took about 100,000 photographs, primarily of people and cityscapes most often in Chicago, although she traveled and photographed worldwide.
Her photographs remained unknown and mostly undeveloped until they were discovered by a local historian, John Maloof, in 2007. Following Maier’s death her work began to receive critical acclaim.Her photographs have appeared in newspapers in Italy, Argentina, and England, and have been exhibited alongside other artists’ work in Denmark and Norway.
http://www.vivianmaier.com/
http://vivianmaier.blogspot.com/
London Street Photography Festival – July 2011.
^wikipedia

New York New York

Photography by Berenice Abbott (USA 1898-1991)

About Love and other Drugs and Sexual Dependencies

Nan Goldin

Di Nan Goldin si dice essere una delle fotografe più influenti dei nostri tempi-e non a caso;nata a Washington nel 1953,la Goldin si appropria della macchina fotografica ancora giovane facendo di questa-letteralmente- motivo di vita (in una delle sue interviste dice di usare la fotografia come terapia,d’aiuto nei momenti difficili).La ragione principale che la spinse a catturare il tempo in maniera ossessiva sta nel suicidio della sorella,trauma che segnerà una svolta decisiva nella sua vita.
Trasferitasi a New York nel 1979,la Goldan inizia da quel momento una sorta di diario fotografico che raccoglie i frammenti del proprio vissuto e i protagonisti della comunità in cui vive,caratterizzata da una sfrenata libertà e promiscuità sessuale, e dipendenza dalle droghe.
Ballad of Sexual Dependency“,prima raccolta fotografica,includerà anche alcune delle sue immagini più disturbate in cui appare violentemente deturpata in viso e nel corpo a causa delle violenze subite dall’allora fidanzato.Una successiva pubblicazione “The Other Side“,raccoglie le immagini di un gruppo di amici transessuali,mentre una decisiva e incisiva retrospettiva-“I’ll Be Your Mirror“-presentata a New York in occasione dei suoi 25 anni di carriera(di cui verrà realizzato un documentario per la BBC),la consacrerà fra le più prolifere fotografe americane d’ispirazione mondiale.

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Interview with Nan Goldin.

Fonte-20th Century Photography by Reuel Golden,1999

Freaky Diane

E’ del 2006 il film,surreale e bizzarro, “Fur-Un ritratto immaginario di Diane Arbus“diretto da Steven Shainberg,con Nicola Kidman nei panni della fotografa Diane Arbus,tra le più notevoli fotografe del ventesimo secolo a cui va il merito di aver rivoluzionato il concetto di bello ed estetica nella fotografia.
Il film fu ispirato dal romanzo-biografia di Patricia Bosworth (Diane Arbus:Una biografia). Dice Wikipedia della trama:
La solitaria casalinga Diane Arbus, (Kidman), dalla finestra del suo immacolato appartamento di New York, viene catturata dalla vista di uno strano e mascherato individuo giù in strada. Si tratta del nuovo e misterioso vicino di casa, Lionel Sweeney (Downey Jr.), dallo sguardo penetrante che l’affascina, attraverso una maschera garzata che nasconde un volto ricoperto da lunga peluria come tutto il corpo. Diane viene così trascinata fuori dalla sua ordinaria realtà e recandosi quotidianamente nel suo appartamento, inizia un viaggio che la porta a sbloccare i suoi segreti più profondi, risvegliare il suo straordinario genio artistico e diventare così l’artista che essa voleva diventare.

Quello di cui maggiormente mi interessa parlare però, è la fotografia di Diane Arbus (New York,14 marzo 1923-26 Luglio 1971),statunitense di origini russe,solita ritrarre in foto travestiti,nani,prostitute,fenomeni da baraccone,gente di strada,e in strada,immortalata da uno scatto nella quotidianità delle proprie esistenze,spesso emarginate dal contesto sociale.Perchè la gente avesse da accorgersi di loro e, attraverso la fotografia,apprezzare la bellezza che è propria della diversità.Se mai di diversità è il caso parlare(diversità rispetto a quale presunto parametro di normalità?)
Tipica la tendenza a fotografare i soggetti nell’intimità,nudi,a letto,in amore,da un buco della serratura,da dietro una porta,attraverso una finestra,perchè dalla foto s’intuisse l’anima, il temperamento,la spontaneità del soggetto stesso,colto di sorpresa,non costretto all’artificiosità di una posa plastica
Sotto una galleria di alcune delle foto della Arbus

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