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L'ombelico di Svesda

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To Be or Not To Be? The Invisibile Man

Da un po’che m’ingegno e spremo le meningi a capire il trucchetto per essere invisibile e scomparire. Come si fa, ci voglio riuscire.
C’ho pensato a lungo, e ho finalmente trovato la soluzione. Perch’io possa scomparire, meglio essere invisibile, devo mimetizzarmi. Ma come? Ho pensato attraverso un processo di mimetismo, incorporazione, e all’occorrenza camaleontismo. Si tratterebbe quindi di indossare una maschera e un mito. E’un lavoro duro, che richiede una buona preparazione, nervi saldi e improvvisazione. Si tratterebbe di recitare come attori nell’improvvisato devising theatre del caso. E’ interessante.
Essere invisibile offre tanti vantaggi, per esempio quello di conquistare il mondo, come in questo vecchio film fantascientifico americano, di James Whale, tratto dal romanzo di H. G. Wells. Inoltre, essere invisibili implica la volontà di non essere, dunque il diritto ad astenersi.
In altri tempi astenersi non mi pareva una scelta, che ritenevo facile e comoda, dunque rifiutavo di considerare come tale; ultimamente invece, sto riconsiderando la faccenda da un punto di vista diverso. Cerco di ribaltare una prospettiva. E se il trucchetto consistesse piuttosto nel mimetizzarsi e astenersi? Essere implica il diritto di esistere? E qualora venisse meno questo diritto?

A Good Lawyer’s Wife


“You can’t measure the mutual affection of two human beings by the number of words they exchange.”
Milan Kundera
gli amanti discorrono il linguaggio dei sensi, la parola Amore è un significato ineplicabile in segni, un parlare e comprendersi per approssimazioni, un mut(u)o intuirsi.
La moglie dell’avvocato‘, un film del 2003, scritto e diretto dal regista coreano Im Sang-soo (임상수) ruota piuttosto sul tema dell’incomunicabilità di fondo alla crisi di una relazione di coppia.
Liquidato sbrigativamente dalla critica con il clichè donna-annoiata-tradisce-marito-con-amante-adolescente, questo noir è più di un gioco di ripicche e volgare passatempo erotico.
Il titolo del film rimanda a una precisa interpretazione dei ruoli, Hojung (nel film l’attrice Moon So-ri) è appena l’ombra di un uomo irrequieto che ripiega nell’ alcohol e in una relazione extra-matrimoniale. I due sembrano evitarsi appositamente, l’una impegnandosi in un corso di danza e attraverso l’accudimento del figlio adottivo, l’altro tenendosi lontano dalla famiglia e implicandosi in una causa civile e in una relazione con una studentessa d’arte. Succede che un giovane adolescente, loro vicino di casa, si innamora di Hojung; Hojung sa del tradimento del marito, e lo accetta, con intelligenza e comprensione, ma si sente comunque rifiutata. Esasperata da negazione e frustrazione si concede al ragazzino (emblema dell’amore gentile e intellettuale, riscatto e indipendenza emotiva). Succedono ancora due eventi drammatici, tali da inquadrare il film entro il genere noir, ma quello a evidenziare maggiormente è l’approccio del regista nell’inquadrare i mutamenti della società coreana, reduce di una guerra civile e di un collasso economico.
In molti hanno ritenuto innecessarie le scene, crude, di sesso e violenza contenute nel film, mentre proprio perchè estreme, quelle scene delimitano il superamento di un limite entro il quale ciascuno di noi viene posto al confine, e oltre il quale non c’è giusto o sbagliato, bene o male, ma soltanto la scelta di scegliere.
Tante, nel film,  le citazioni letterarie. Meravigliosa la fotografia.

[..]La moglie dell’avvocato è più un film sulla corporeità e sulle sue infinite mutazioni, all’interno della quale il sesso opera come agente principale ma non unico; accanto a esso, operano altri fattori, talvolta in antitesi: la malattia del padre del protagonista maschile, ritratta senza falsi pudori, le crisi isteriche del giovane amante di lei (che arriva a ferirsi da solo), la danza come processo di acquisizione di una (falsa?) coscienza del proprio io, alla quale il personaggio della Moon si aggrappa come a un salvagente. Insomma, più che un film sul corpo in sé, un film sulla percezione che abbiamo di esso e su come essa muti a seconda delle ingerenze esterne… Non solo: un film sulla ricerca dell’armonia cosmica attraverso l’armonia con se stessi, partendo dal proprio corpo; ricerca destinata a risolversi con lo scacco di una morte – insensata o ampiamente annunciata – o con l’effimera soddisfazione di un amplesso clandestino (specie se consumato in una palestra di danza, luogo della ricerca dell’armonia per eccellenza), alla fine del quale non rimane che un triste post-orgasmic chill…
Dal corpo alla mente, poi, il passo è sostanzialmente breve: senza tante elucubrazioni (e proprio qui risiede la genialità di Im, nonché lo scarto in avanti rispetto ai film citati in precedenza: nel suo “lasciar vivere” i personaggi, nel lasciarli respirare, nell’immetterli nel vortice del caso – l’insensato e un po’ buffo omicidio del figlioletto, reso con scioccante efficacia visiva – senza dare troppe spiegazioni né cercare giustificazioni di ordine socioculturale – noi siamo così perché è la società che ci vuole così), il film compie un viaggio à rebours e dalle esternazioni della fisicità dei personaggi riesce a penetrare l’interiorità estrema dell’inconscio, lasciandoci intuire quali sono le dinamiche che lo animano: e ciò che vediamo rischia di non piacerci affatto, perché la famigliola modello ritratta nel film è in realtà un covo di mediocrità, egoismi, bassezze e sotterfugi troppo “veri” per non far male. Il tutto con una messa in scena e un racconto che stemperano alcuni toni quasi lynchiani (il cane investito a inizio film) con altri che ammiccano persino alla commedia sofisticata (lei che va in bicicletta e cade, le gag del bambino), o comunque al cinema di genere (l’atroce vendetta dell’uomo investito dall’avvocato)…
Certo, poi ci sono “le fasi dell’accoppiamento” (multiplo, visto che entrambi i protagonisti hanno un amante), con alcune scene veramente suggestive (una fra l’avvocato e la sua amante ritratta in prospettiva, con un demi-plongé, come dal ramo di un albero, è davvero memorabile), capaci di prendere di petto la materia senza concedersi al bieco sensazionalismo (d’altronde la censura coreana impedisce di inquadrare i genitali, specie quelli femminili, ma per Im questo non pare essere un grave problema); ma La moglie dell’avvocato è veramente oltre tutto ciò, un film capace di librarsi al di sopra della sua ostentata materialità organica, per scoprire che anche (forse soprattutto… O soltanto?) dal sangue e dal liquido seminale può scaturire l’essenza dell’anima
via La moglie dell’avvocato – Il mio corpo che cambia (Di Sergio Di Lino, Cinemavvenire Il portale italiano sul cinema)

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‘Change is when the real you emerges’
m’informa la kaballah, e a me questo pare calzare a pennello
ho giusto un paio di scarponi che mi struggo a capire se indossare, o tenere ancora appesi al chiodo. Stare me ne sto. A piedi nudi. Ma al coperto. A fissare il soffitto. Ho solo paura quest’inverno farà più freddo degli anni passati.
Il fatto è che da qualche tempo sto seriamente prendendo in considerazione l’ipotesi di andare in ‘pensione anticipata’; sedici anni di lavoro (sotto-pagato) alle spalle, appena una manciata di peanuts nelle tasche, la schiena a pezzi, l’umore ai piedi, il fegato in poltiglia, il girovita in espansione lardominale, l’indice di isteria alle stelle, un’ostinata tanto inappetenza sessuale quanto pruriginosa misantropia, nessuna prospettiva di vita -mi sembrano ragioni più che sufficienti. Pensare di trascorrere altri 30? 40 anni di vita nelle stesse condizioni, vorrebbe dire assicurarsi una vecchiaia di rimorsi. E io non ho intenzione di avere rimorsi per quando sarò vecchia. Ulteriormente rimbambita, ingrassata, inacidita e- chi può mai saperlo- fisicamente debilitata, impossibilitata persino a prendermi cura di me stessa. No. Io non ho intenzione nè di invecchiare, punto primo. Nè di lavorare altri 30, 40 anni della mia vita. Punto.
Io è tempo di andare in pensione. Di andare a Phanculo. E’ una vita che desidero andarci. Mandatemici! Ve lo chiedo in ginocchio. Ci vado io per tutti. Per quelli che s’offendono quando ce li mandate, e per quelli che pensano d’offendervi quando vi ci mandano.
Chiedo niente?
Un rifugio in campagna, ai piedi di un monte, vicino una collina, a due passi da un lago. Il profilo del mare all’orizzonte. Un orto, tre piantine di pomodori, un triangolino di odori, un piccolo frutteto, le papere nel cortile, i tulipani nel giardino; d’estate i meloni, d’autunno le castagne, d’inverno la legna nel camino, in primavera i mandorli in fiore. Oggi cucino le frittelle, semino i bulbi, porto dal veterinaio la cavalla incinta, ascolto un vinile, sferruzzo un maglione, raccolgo l’uva, brindo al novello; scrivo, dipingo, disegno sui muri, suono la batteria, studio, vi aspetto per cena. La strada, la sapete.
Mi pare questo vorrebbe dire vivere. Sapete, come in quelle cooperative pensate da Vera Pavlovna nel romanzo Che fare?, di Chernyševskij. Capite cosa intendo? C’è da fare.
L’altro giorno, Danilo Cardone ha superato sè stesso in questa meravigliosa recensione de ‘La collezionista’, ultimo film della trilogia ‘Sei racconti morali’, del regista francese Eric Rohmer
[di cui potete leggere i contenuti in questo articolo, pubblicato su Cinefobie, il cinema blog di cui Danilo è il regista]
La Collezionista – Eric Rohmer [1967] « cinefobie.
Questa una delle scene del film che mi è familiare perchè ricorda i preamboli delle litigate fra me e mio padre in tema con l’umore di questo post. Se capite cosa intendo.

Off La collectionneuse (1967), fourth movie in the series of the Six Moral Tales, by Eric Rohmer

The Lady of Musashino by Kenji Mizoguchi,1951


“Take the Japanese equivalent: Hideyoshi, the lowly soldier who became shogun,just like Stendhal’s Julien Sorel. They were both ambitious and free-spirited, in a similar way. Then came along Tokugawa Ieyasu and an age of rationalism. He consolidated the feudal system and used Confucianism to help maintain this system. Confucianism exalts loyalty and filial piety. This led to an heroism of basic freedoms, creating a restrictive and uninteresting society. This is how things remained until very recently.
In the lower classes, therefore, the only form of rebellion was to commit suicide or adultery. That’s my theory, anyway! I believe, therefore, that adultery is an expression of free will. Students of the après-guerre, what do you think?”
Questo il pensiero chiave su cui si snoda tutta la vicenda del film drammatico The Lady of Musashino (Musashino Fujin, il titolo originale dell’opera) del regista giapponese Kenji Mizoguchi, girato nel 1951 durante il periodo successivo la Seconda guerra Sino- Giapponese ( Second Sino-Japanese War) combattuta dal 1937 al 1945, prevalentemente fra la Repubblica di Cina e L’Impero Giapponese, e terminata con la resa del Giappone nel settembre del 1945 di svolta alla fine della seconda guerra mondiale. La storia racconta di Michiko, una giovane donna sposata ad Akiyama, un uomo che non l’ama (chiari i riferimenti ai matrimoni di convenienza in uso all’epoca); Akiyama è un professore che insegna Stendhal all’università del paese non lontano Musashino, villaggio di campagna presso cui vivono la donna, il marito, e la coppia di cugini, Tomiko e il marito.
Il monologo sopra è tratto da una scena in cui Akiyama tiene una lezione a un gruppo di studenti. Questi fa riferimento a Le Rouge et le Noir (The Red and the Black) un’opera di Stendhal del 1830,in due volumi,nella quale l’autore racconta dell’ascesa sociale di Julien Sorel, figlio di un umile falegname,divenuto personaggio di prestigio sociale attraverso duro lavoro, ambizione e furfanteria. Il romanzo indaga principalmente il conflitto fra borghesia e nobiltà durante la rivoluzione del 1830, i conflitti fra Parigi e la Provincia, gesuiti e giansenisti. Parallelamente, l’uomo fa riferimento al regime feudale istaurato da Tokugawa Ieyasu durante il periodo Edo, dunque a un periodo di dominio del potere che, successivamente, con l’avvento della guerra, porterà a una crisi sociale. Quando l’uomo fa riferimento all’adulterio come mezzo di ribellione delle masse, lo fa per sottolineare l’avvenuta crisi di valori, il tramonto di una morale comune e l’inizio della corruzione e della decadenza sociale.
Mizoguchi impianta l’intero film sulla base di questo concetto e per farlo, utilizzerà quattro personaggi,due di spicco, gli altri due di contorno e funzionali alla resa del dramma: Michiko e la cugina Tomiko,l’una rappresentante la moralità e la vecchia tradizione giapponese,l’altra rappresentante l’immoralità e la decadenza dei costumi della nuova società giapponese dopo guerra; ancora, Akiyama e Tsutomo, soldato rientrato dal fronte, cugino di Michiko. L’uno rappresentante la razionalità, l’altro il sentimento. La vicenda vede Akiyama tradire la moglie con Tomiko, e Michiko resistere alla tentazione di tradire il marito con Tsutomo,che ama segretamente. Se da una parte Akiyama e Tomiko non si faranno scrupoli nel consumare il loro amore (ragione per cui l’uomo chiederà il divorzio dalla moglie), dall’altra Michiko, sebbene tradita, unita in matrimonio a un uomo che non l’ama, in cuor suo innamorata di Tsutomo, si appella alla volontà del padre( dunque alla tradizione) per mantenere intatti i suoi doveri di moglie e donna di principio e moralità. Questo principio/ concetto viene espresso in un’altra scena chiave in cui Michiko e Tsutomo si allontanano da casa per una passeggiata nel bosco (d’incredibile poesia i dialoghi sulla natura, emblema di semplicità e bellezza autentica) quando un temporale li costringerà a trovare rifugio in una casa albergo non lontano dal bosco. Durante la notte Tsunomo tenterà di sedurre Michiko
Michiko: No, Tsunomo,don’t! Forgive me..Tsunomo! We have to behave properly, whatever happens. You think that because Akiyama does whatever he wants, we can do whatever we want too, don’t you? But the more selfishly Akiyama behaves, the more correctly we should behave.
Tsunomo: You say that because you don’t love me.
Michiko: That’s not true. I have to behave correctly for your sake.
Tsunomo: That just means you don’t care about me. You are torturing me! I want to help you,Michiko. I want to take you from that house. Love is freedom, freedom is power!
Michiko: Moraly is the only power. You have to understand that. Tsunomo..you must believe me when I tell you..that I Love you.
Tsunomo: You only love yourself!
Michiko: That’s not true.
Tsunomo: Or why bring up morally now? That’s cowardly.
Michiko: It’s all my fault. I believe there is something greater than morality.
Tsunomo: What?
Michiko: One’s word.
Tsunomo: One’s word?
Michiko: If we really love each other, if we swear we’ll always be true and never break that oath (giuramento), then society itself will start to change. The time will come when we can be together (cioè quando la lealtà trionferà sulla menzogna e la disonestà. Credo questo un passaggio meraviglioso. Michiko non si appella alla moralità fine a sé stessa,ma fa riferimento alla lealtà fra gli uomini, che poco ha a che fare con una moralità precostituita universalmente, dunque indipendente dall’individualità di ciascuno. Il principio di lealtà sulla moralità) without hurting ourselves or anyone else. (Appunto)
Tsunomo: It won’t happen during our lifetime.
Michiko: I don’t mind.
Tsunomo: What?
Michiko: Tsunomo, please swear this oath
Tsunomo: But..
Michiko: Please, trust me and swear it
Tsunomo: Swear on what? (su un dio, su un principio, su cosa promettere? Qui è evidente il disagio che deriva dal crollo di valori ideali di riferimento)
Michiko: I don’t know
Tsunomo: It’s ridiculous!
Michiko: I don’t know but there is something..Perhaps.
Tsunomo: I am not sure God exists.
Michiko: If we’re not sure, we must believe! It’s like you believing in freedom. I also believe I have a destiny on this earth.
Tsunomo: Who decided your destiny for you?
Michiko: Who decided that human beings are free? I don’t mind if our morality is wrong. Our oath will raise us above that ( non importa quanto la moralità è giusta o sbagliata, ciò che importa è la lealtà fra gli uomini, ancora-principio supremo)
Tsunomo: But everyone’s unhappy.
Michiko: If there are more and more unhappy people, morality will change ( chiaro invito a una presa di posizione individuale nei confronti della società).Please swear this oath. Swear it, please! Swear it!
[He doesn’t ]
Il film,vedrà un finale drammatico che non ho voglia di rivelare perchè mi pare giusto mantenerlo segreto nel caso vogliate vederlo. Intanto che andava, mi è venuto in mente Jules et Jim, film di François Truffaut, del 1962,nel quale a Chaterine è dato il compito di vivere una relazione parallela e con Jules e con Jim, entrambi amici, marito e amante della donna, cui relazione non è vissuta come un tradimento ma come il superamento dello stesso verso una pacifica convivenza ideale basata su delle affinità elettive comuni ai tre (secondo questa mia interpretazione il riferimento al romanzo di Johann Wolfgang von Goethe. Di rilevanza anche L’Insostenibile leggerezza dell’essere,di Milan Kundera); dunque non una ma più questioni di dibattito: il tradimento come atto di disonestà contrario all’autenticità dei sentimenti all’interno di una coppia( intendendo per coppia due singole unità in una,centrale ed esclusiva ), e il tradimento come superamento di un “vincolo” che della coppia non prevede il possesso reciproco ma la libera realizzazione dell’individuo(intendendo per coppia il fattore comune che unisce insieme due singole e distinte unità). La coppia intesa al singolare, la coppia intesa al plurale.
Secondo la critica, questo film punta più che a mettere in risalto il tradimento, a stabilire il ribaltamento del ruolo delle donne all’interno della nuova società giapponese nel dopo guerra. Per una più attenta lettura e interpretazione del film, questo un articolo-a mio avviso-interessante
The Film Sufi: “The Lady of Musashino” – Kenji Mizoguchi (1951).

The EraserHead


Questo di David Lynch sembra rappresentare perfettamente la cover cinematografica a un incubo horror di Kafka; a mio parere Eraserhead è da intendersi un ‘film del film nel film’e con questo intendo sono tante le interpretazioni e le contaminazioni da esso suggerite nella realizzazione di altri films (lo stesso Hitchcock ne proporrà la visione agli attori del cast Shining per sensibilizzarli all’atmosfera che suscita e il regista intendeva comunicare. In Trainspotting Danny Boyle,il regista,ne prenderà in prestito alcune delle inquadrature di richiamo all’opera).Il film,del 1977,è da inscriversi nel genere surrealista ed è stato il primo lungometraggio di Lynch, realizzato in 5 anni-per mancanza di fondi.Pare Lynch si fosse ispirato al pittore Francis Bacon,di cui è evidente l’influenza.

Francis Bacon-Figure with meat,1954

Come per The Holy Mountain di Judorowsky,ache in questo caso non è facile descrivere la trama di EraserHead,in bianco e nero,della durata di 83 minuti; Henry Spencer,protagonista principale del film,interpretato magistralmente da Jack Nance,è un printer(dunque qualcuno che di mestiere copia) on vacancy(mental inactivity or lack of thought or intelligence/the state of being vacant)e vive in un sobborgo industriale confinato alla periferia di un non precisato luogo;l’appartamento in cui vive è volutamente spoglio alle pareti,d’arredamento minimal, e si compone di poche cose,fra cui un albererello rinsecchito al comodino,un termosifone con ai piedi grumi di erba fresca.Forse il termosifone indica il temperamento del personaggio? La vita emozionale di Henry? A dire questo me lo suggerisce una scena nella quale Henry,che puntualmente lo guarda malinconicamente, vede filtrare una luce densissima di rimando a una scena nella quale una graziosa donnina in abito da sera nero e guance rigonfie di silicone,canta In Heaven,brano musicale che verrà poi reinterpretato da decine di bands come i Bahuhaus,i Pixies,i Desolation Yes.

Non ho voglia di raccontarvi la trama del film,e perchè è possibile leggerne lo script da questo sito (http://www.eeraserhead.com/) e in decine di altri blogs con recensioni molto più attente,critiche e illuminanti della mia-eventualmente,e perchè, a mio parere,questo film non ha una trama,o meglio,questo film è come uno di quei quadri o fotografie che si compongono di percezioni e si riassumono di forme e colori,in questo caso bianco e nero,dei quali non è possibile spiegare esattamente le sensazioni.
Il film è la trasposizione di un incubo,varrebbe la pena parlare di tutti gli elementi che lo rendono tale e per questo,un capolavoro,ma anche allora significherebbe ridurre a niente il richiamo evocativo di cui si permea;in tanti hanno provato a darvi un’interpretazione,interpretazioni puntualmente deviate dallo stesso Lynch(il regista parla di questo film come di un percorso spirituale cui svolta,nel finale, è stata data dalla lettura di un versetto della Bibbia.Versetto che Lynch si riserverà il diritto di non citare mai).Credo perchè un incubo e perchè tale,susscettabile all’interpretazione individuale di ciascuno che in esso vedrà riflesse le proprie paure. Personalmente,ad esempio,posso dire di aver individuato una scena chiave del film; in questa la testa di Henry si stacca dal corpo per rotolare fuori la finestra; un bambino,di là in strada,la raccoglie e la porta in un laboratorio nel quale vengono prodotte matite.L’uomo addetto alla funzionalità dell’intero macchinario di produzione,estrae,dalla testa di Henry,un torsolo di materiale che poi inserirà nella macchina;a conclusione del processo di lavorazione ne verrà fuori una matita,uguale alle altre,di cui l’uomo verificherà la funzionalità; tant’è,la matita ‘funziona’e la gommina cancellabile in testa a questa,pure. L’interpretazione? A mio avviso,della capacità,in riferimento alla mente umana,quanto di creare,tanto di distruggere,l’allineamento e il conformismo del pensiero,la funzionalità delle idee. Esagerato? Probabile.Molto spesso siamo, o meglio sono, portata a dare significato a qualsiasi cosa,persino laddove un significato,forse,non c’è.Non posso dirlo con certezza.Di certo so di riconoscermi nello smarrimento di Henry e di aver amato questo film.

“The idea tells you everything. Lots of times I get ideas, I fall in love with them. Those ones you fall in love with are really special ideas. And, in some ways, I always say, when something’s abstract, the abstractions are hard to put into words unless you’re a poet. These ideas you somehow know. And cinema is a language that can say abstractions. I love stories, but I love stories that hold abstractions–that can hold abstractions. And cinema can say these difficult-to-say-in-words things. A lot of times, I don’t know the meaning of the idea, and it drives me crazy. I think we should know the meaning of the idea. I think about them, and I tell this story about my first feature Eraserhead. I did not know what these things meant to me–really meant. And on that particular film, I started reading the Bible. And I’m reading the Bible, going along, and suddenly–there was a sentence. And I said, forget it! That’s it. That’s this thing. And so, I should know the meaning for me, but when things get abstract, it does me no good to say what it is. All viewers on the surface are all different. And we see something, and that’s another place where intuition kicks in: an inner-knowingness. And so, you see a thing, you think about it, and you feel it, and you go and you sort of know something inside. And you can rely on that. Another thing I say is, if you go–after a film, withholding abstractions–to a coffee place–having coffee with your friends, someone will say something, and immediately you’ll say “No, no, no, no, that’s not what that was about.” You know? “This is what it was about.” And so many things come out, it’s surprising. So you do know. For yourself. And what you know is valid.”
David Lynch

here comes the clown,ladies and gentlemen

Charlie Chaplin-The Circus

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