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L'ombelico di Svesda

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Londra

La Donna Che Curava I Malati Con I Numeri

A proposito di Catherine Barkley, giovani infermierine sui campi di battaglia e uomini deceduti, ho letto su BBC History Italia un articolo di Stephen Halliday che racconta di Florence Nightingale, la donna con la lanterna, passata alla storia per aver contribuito all’assistenza di centinaia di soldati inglesi feriti durante la Guerra di Crimea e per aver introdotto l’utilizzo di un diagramma polare, detto coxcomb, indispensabile nella rappresentazione statistica dei casi di morte avvenuti per malattia e ferite di guerra. Appassionata di matematica e statistica, la Nightingale appurò che le morti per malattia erano sette volte superiori a quelle provocate dalle battaglie e usò questi dati per condurre una campagna a favore di un miglioramento dell’alimentazione, dell’igiene e dell’abbigliamento per le truppe, persuadendo il governo a progettare un ospedale prefabbricato da trasportare via mare a Scutari. Rientrata in Inghilterra, la Nightingale continuò il suo lavoro e calcolò che, anche in tempi di pace, il tasso di mortalità tra soldati di sana costituzione, con un’età compresa tra i 25 e i 35 anni e che risiedevano in caserma, era il doppio di quello della popolazione civile. A sostegno delle sue teorie, la Nightingale decise di contattare la regina perchè ufficiali e delegati prendessero in considerazione i suoi studi e le statistiche trovassero reale applicazione nella cura delle malattie e nella costruzione delle strutture necessarie ad accogliere i malati.

‘Florence fece buon uso del suo rapporto con la sovrana. Quando era scontenta delle reazioni dei politici e dei militari ai suoi rapporti, scriveva alla regina Vittoria e al principe Alberto e ne riceveva risposte positive. Capitò così anche in occasione della sua analisi sulle possibili conseguenze demografiche causate dallo spostamento dell’ospedale St.Thomas dal ponte di Londra alla nuova sede sulla banchina dell’Albert Embankement. Il principe Alberto infatti assicurò che il suo rapporto su questo tema ‘riceveva la massima attenzione e ogni sua comunicazione sarebbe stata un ordine’. L’incontro di Florence con Lord Panmure (ministro della guerra) portò alla creazione di una commissione reale sulla salute nell’esercito britannico. Lei sottopose i commissari a un fuoco di fila di domande sulla relazione tra il tasso di mortalità nelle caserme e fattori quali la fornitura di acqua, la rete fognaria, l’aerazione, l’alloggio e il cibo preparando grafici ‘coxcomb’ per valorizzare i suoi argomenti. La commissione nel 1863 rese noto di accettare la maggior parte delle raccomandazioni di Florence. In seguito ai provvedimenti suggeriti da lei, il tasso di mortalità diminuì del 75%.
In seguito, Florence spostò la sua attenzione sul benessere della popolazione civile. Nel 1860 partecipò al Congresso Internazionale di Statistica e presentò una relazione in cui propose un modello per raccogliere ‘statistiche ospedaliere in modo omogeneo’, convincendo i delegati a decidere che ‘lo schema di Miss Nightingale dovrebbe essere usato da tutti i governi rappresentati’. Nel 1861 propose anche che nel censimento fossero incluse domande sulle ‘persone malate o inferme nel giorno del censimento’, in modo da poter individuare, attraverso l’esame dei dati, una ‘relazione tra la salute e le condizioni abitative della popolazione’.
Nel 1858 Florence fu la prima donna a essere eletta membro della Società di Statistica.’

BBC History Italia, Stephen Halliday

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She Came And Was Supposed To Stay


Ho iniziato a svuotare i cassetti, riunire tutta le cose in giro per camera e decidere che fare, cosa tenere, spedire, buttare, donare. E’ in momenti come questi che provo un beato senso di gratitudine verso le cose – mi ricordano di cosa posso fare a meno e di quanto è inutile possedere alcune di loro; prima usavo essere troppo possessiva e gelosa delle cose, accumulate cianfrusaglie, giornali, ritagli di giornale, bric-a-brac di dubbio valore estetico raccattati nelle bancarelle, adesso potessero staccarmisi le mani dai polsi se mi frugo in tasca in cerca di un penny da spendere tendo a tenermi alla larga da certe tentazioni pericolose esposte negli scaffali delle librerie, certe chitarre elettriche che ringhiano fuori i negozi di vinili, certi mercatini vintage d’occasioni sprecate.
Questa città è un rischio, un investimento, un asso di bastoni, un piglia tutto, uno scacco matto. Monopoli, il gioco dell’oca, la battaglia navale. Bisogna non averci un soldo in tasca, per non cadere in tentazione, basta appena una distrazione, un luccichio. Londra è piena di luccichii, Londra è una svista, è tutto un luccichio e insegne al neon, Eat here, Come In, Drink there, Stand up, Dig In, Enjoy! Have Fun! Have a try! Let’s go crazy! Rock n’ Roll Babe!
Balli, te ne vai o rimani a bordo pista. It’s up to u.
Ebbene qualche anno fa mi sono detta la scommessa più grande quella di partire con in mano una sola valigia. Sempre più piccola. Ci sono quasi – la scommessa non include quelle due o tre scatole di libri che devo spedire a casa, e leggere non equivale a peccare di lussuria, dunque direi sono sulla buona strada per vincere la scommessa e ottenere la santificazione entro la fine di quest’anno.
Se c’è una cosa che invidio agli uomini è la tasca dei pantaloni, dentro contiene giusto il necessario, ciò di cui hanno bisogno, il più delle volte portafogli e chiavi di casa. Perchè noi donne ogni volta che usciamo abbiamo bisogno di portarci dietro casa, in borsa? addirittura col rischio di rimanere fuori, fuori casa, quelle volte che non riusciamo a trovare la chiave dentro la borsa, il baule, l’armadio-borsa, la valigia, in mezzo a tutto quel marasma di agende, reggiseni, calze, lucidalabbra, cartoline, tamponi, filtrini, apriscatole, spazzolini, anelli, cartine, fotografie, un set di cucito, un nastro adesivo, puntine, quaderni, libri, salviettine, caramelle, gommine, accendini. Bha. Una volta ho chiesto alla mia collega di dirmi qual’è l’oggetto più strano che usa tenere sempre in borsa. Sono sempre stata curiosa di sapere cosa tiene in borsa una donna, dentro casa. Fanni mi ha sorpresa più di quanto potessi sperare, tiene in borsa una calcolatrice analitica. Perchè non c’ho pensato prima! e si signori, tremate, qui è chiaro si tratta di una donna d’acciaio, ligia al dovere, solida, compatta, dedita all’accudimento della famiglia e alla contabilità del marito. Regina di Coppe, Regina di Spade.
Intanto che sistemo e riposo, mi sono rituffata nella lettura di alcuni libri che avevo lasciato in sospeso.
Probabilmente anche voi, io ho l’abitudine di leggere più libri contemporaneamente; ammetto di essere una lettrice molto capricciosa e delle volte superficiale, a cui piace mettere il naso in più cose contemporaneamente, delle volte sbuffando annoiata, altre appassionandomi, innamorandomi follemente di un’idea, poi abbandonandola, quindi riprendendola più in là nel tempo. Non sono un’amante costante, ho certe priorità, una fascinazione impulsiva a cui non so resistere ragionelvolmente. Fossi una carta sarei il cavaliere di spade, un inchino e un pizzicotto. Così, per capriccio, perchè mi va e qui decido io.
Stavo considerando di suggerirne alcuni quando invece ho pensato alla possibilità di questo post come a un test, per verificare la fondatezza di un pregiudizio.
Dunque. Ho ripreso la lettura di She Came to stay, di Simone De Bevauvoir. Non fate domande. L’ho ripreso. In poche parole e stando a un mio pregiudizio – maturato durante la lettura dei primi capitoli del romanzo – Madame De Beauvoir vorrebbe convincermi della propria emancipazione femminile e sessuale soltanto perchè si porta a letto una donna, che ha il cattivo gusto di riprendere con fare da maestrina, e trattare come fosse un’ alunna, e verso cui ha la stessa opinione e considerazione dell’uomo che per prima riprovera di patriarcato e accusa di maschilismo. Mi rendo conto, si tratta di una faccenda complicata. E si tratta di una donna e filosofa francese, amante di un esistenzialista.
Certo Sartre, vecchia volpe sorniona, dev’essere stato un bel capriccio d’uomo e un bell’osso duro da rosicchiare, eppure, a leggere i primi capitoli del romanzo, sembra lei fargli da madre e asservire docilmente al ruolo di musa e nutrice.
Perchè v’accanite su di una donna per rimproverare gli uomini, Madame De Bevauvoir?
She came to stay è il primo romanzo di Madame De Bevauvoir che leggo, e io ho svoltato appena una trentina delle quattrocento pagine che lo compongono, ma questa è l’opinione che la lettura mi ha suggerito di primo acchitto, per ignoranza e superficialità. Un pregiudizio. Perch’io possa verificare questo pregiudizio, devo leggere fino alla fine il romanzo. E’probabile mi fermerò molte volte prima di concludere la lettura e svoltare finalmente l’ultima pagina, ma alla fine lo avrò verificato. E vi farò sapere.

‘If I had to be called something it should have been a folk singer’

Nina Simone photographed by Robinson Jack, via theworldofphotographers

Di Nina Simone si dice essere stata una musicista molto severa, puntuale, bad tempered, e di poche moine. Qualche tempo fa mi capitò leggere la sua autobiografia, ‘I put a spell on you’, che prende il titolo da uno dei suoi meravigliosi brani. Nel libro la Simone racconta della propria carriera, iniziata da piccolissima, al pianoforte della Chiesa locale, e conclusasi negli anni ’90 con un successo che l’ha resa famosa in tutto il mondo. Giusto nelle ultime pagine del libro la Simone fa riferimento a un episodio accaduto proprio qui a Londra, che segna la rottura con l’agente Sannucci e la cancellazione di una settimana di concerti al Ronnie Scott’s, un jazz club in Soho, dove la Simone era solita esibirsi intorno agli anni ’80. A causa della lite l’agente rientra in America da solo, la Simone si trattiene ancora in Europa, tra Liberia e Francia, Svizzera e Olanda, intanto esibendosi in concerti.
Il libro è del 1991, ed è nel Gennaio del’91 che la Simone partecipa in America a una parata per celebrare il compleanno di Martin Luther King; appena negli anni ’60 il brano Mississippi Goddam, contenuto nell’album ‘Nina Simone In Concert’, ricorda l’omicidio di Medgar Evers e il borbardamento nei pressi di una chiesa in Alabama  che costa la morte a quattro bambini neri; il brano viene recepito come una chiara denuncia al razzismo e segna un inizio nella lotta ai diritti civili portata avanti dalla Simone, che diversamente da Martin Luther King, però, invita i fratelli a ribellarsi alle armi, con le armi; anche per questo la Simone viene più volte allontanata dalla scena pubblica, sebbene nel libro viene solo fatto riferimento a un trasferimento nelle Barbados utilizzato come escamotage per non pagare le tasse e non finanziare lo stato americano, che negli anni ’60 va in guerra nel Vietnam.
Nel libro ci sono molti ricordi legati all’infanzia e alla Grande Depressione, alle ristrettezze economiche in cui versava la famiglia (otto figli), al duro apprendistato a cui prima che l’insegnante di piano sè stessa ha sottoposto attraverso rigide e ferree sedute di studio e totale dedizione alla musica;  il primo amore, la scelta di abbandonare casa per trasferirisi da sola in città, dove approfondisce gli studi di pianoforte, inizia a suonare nei locali, fa carriera come musicista e vive l’età adulta, tra palcoscenici, viaggi, casinò, champagne, antidepressivi, due matrimoni, una figlia, un divorzio, un amante ammazzato, e un’etichetta, quella della musicista jazz, che non sopporta, le rode il fegato, a tutt’oggi sono sicura farebbe impazzire, e di proprio pugno, in prima persona, nella propria autobiografia, tiene a chiarire. Un poco stizzita

‘After Town Hall critics started to talk about what sort of music I was playing and tried to find a neat slot to file it away in. It was difficult for them because I was playing popular songs in a classical style with a classical piano technique influenced by cocktail jazz. On top of that I included spirituals and children’s songs in my performances, and those sort of songs were automatically identified with the folk movement. So saying what sort of music I played gave the critics problems because there was something from everything in there, but it also meant I was appreciated across the board – by jazz, folk, pop and blues fans as well as admirers of classical music.
They finally ended up describing me as a ‘jazz-and-something-else-singer’. To me ‘jazz’ meant a way of thinking, a way of being, and the black man in America was jazz in everything he did – in the way he walked, talked, thought and acted. Jazz music was just another aspect of the whole thing, so in that sense because I was black I was a jazz singer, but in every other way I most definitely wasn’t.
Because of ‘Porgy’ people often compared me to Billie Holiday, which I hated. That was just one song out of my repertoire, and anybody who saw me perform could see we were entirely different, What made me mad was that it meant people couldn’t get past the fact we were both black: if I had happened to be white nobody would have made the connection. And I didn’t like to be put in a box with other jazz singers because my musicianship was totally different, and in its own way superior. Calling me a jazz singer was a way of ignoring my musical background because I didn’t fit into white ideas of what a black performer should be. It was a racist thing; ‘If she’s black she must be a jazz singer’. It diminished me, exactly like Langston Hughes was diminished when people called him a ‘great black poet’. Langston was a great poet period, and it was up to him and him alone to say what part the colour of his skin had to do with that.
If I had to be called something it should have been a folk singer, because there was more folk and blues than jazz in my playing.

[Taken from I put a spell on you, the autobiography of Nina Simone, with Stephen Cleary, 1991]

Conoscendo la voce della Simone ho immaginato quella fra me e il libro una chiaccherata fra estranei che viaggiano nello stesso treno vuoto, scomparto fumatori, l’una seduta di fianco all’altra. Il tono di lei è severo, delle volte gentile, delle volte amichevole, quasi mai affettuoso; la Simone guarda fuori dal finestrino, lo sguardo fermo. Ogni tanto si interrompe, si schiarisce la voce, riprende a parlare. Delle volte polemizza, ci tiene a chiarire. Avverto è impacciata, preferirebbe starsene altrove.
Basterebbe interromperla un istante e chiederle di cantare per sapere cosa è davvero successo in tutti quegli anni di lunga carriera e fede incondizionata alla Musa. Sarebbe allora che la voce della Simone tradirebbe il mito e svelerebbe la donna, sola e vulnerabile, sincera finalmente e solo attraverso la musica.

Cronaca Annunciata di Un’Epifania D’Amore # 3 Lulu – Il vaso di Pandora

visione sconsigliata alle donne in sindrome pre-mestruale
Pandora’s Box, by Georg Wilhelm Pabst, with Louise Brooks, 1929
Cronaca Annunciata Di Un’ Epifania D’Amore #2 La Ragazza con la pistola
Cronaca Annunciata Di Un’ Epifania D’ Amore #1 Thriller

Il Budda delle Periferie, Hanif Kureishi

Questo di Kureishi è un libro che mi porto dietro da quasi dieci anni e a cui sono molto affezionata. Per diverse ragioni. Perch’è ambientato a Londra negli anni ’70, racconta bene la periferia e le difficoltà di chi vive a casa propria ma è ospite di un paese altrui, è divertente, creativo, c’è dentro tanta musica e mi è sempre stato vicino. Ogni tanto mi piace aprirlo e leggerne una pagina a caso.

A differenza di loro, papà era stato mandato in Inghilterra dai suoi genitori per studiare. La madre aveva sferruzzato, per lui e per Anwar, parecchie maglie di lana terribilmente ispide e li aveva salutati a Bombay raccomandando loro di non diventare, per nessun motivo, dei consumatori di carne di maiale. Come Gandhi e Jinnah prima di lui, mio padre era destinato a ritornare in India trasformato in un distinto avvocato inglese e in un capace ballerino. Quello che papà non sapeva, partendo, era che non avrebbe più rivisto il volto di sua madre. Questo era indiscutibilmente il grande dolore della sua vita, e credo fosse la ragione per cui si sentiva irrimediabilmente attratto da donne che si prendevano cura di lui, donne che poteva amare come avrebbe dovuto amare la madre a cui non aveva mai scritto una sola riga.
Londra, la Old Kent Road, fu uno shock culturale per entrambi. La città era umida e piovosa, la gente li chiamava ‘Sunny Jim‘, non c’era mai abbastanza cibo e papà non riuscì mai ad abituarsi ai toast unti. “Assomigliano al muco del naso,” diceva rifiutando la principale base di sostentamento della classe lavoratrice. “Pensavo che avremmo mangiato roast beef e Yorkshire pudding tutti i giorni”, si lamentava. Ma c’era ancora il razionamento, e l’area era disastrata per i bombardamenti subiti durante la seconda. Mio padre rimase stupito e rincuorato alla vista degli inglesi in Inghilterra. Non aveva mai incontrato un inglese povero – uno spazzino, un commesso, un barista. Non aveva neanche mai visto un inglese che si ficcasse il pane in bocca con le mani, e nessuno gli aveva mai detto che gli inglesi non si lavano regolarmente perchè l’acqua era fredda, quando non mancava del tutto. E quando cercò di parlare di Byron nei pub locali nessuno lo avvisò che non tutti gli inglesi sapevano leggere, e che non tutti erano necessariamente pronti ad ascoltare da un indiano lezioni sulla poesia di un pazzo pervertito.
Fortunatamente Anwar e papà avevano un posto in cui stare, dal dottor Lal, un amico del nonno. Il dottor Lal era un orrendo dentista indiano che sosteneva di essere amico di Bertrand Russell. Pare che a Combridge, durante la guerra, un solitario Bertrand Russell avesse confidato al dottor Lal che la mesturbazione rappresentava la risposta alla frustrazione sessuale. La grande scoperta di Russell era stata una rivelazione per Lal, che sosteneva di avere trovato la felicità da allora in poi. Bisognava iscrivere questo risultato tra i grandi successi di Russell? Forse se il dottore fosse stato meno diretto nel parlare di sesso ai suoi due giovani e sessualmente attivi ospiti, papà probabilmente non avrebbe mai incontrato mia madre e io non mi sarei innamorato di Charlie.

Goodbye To Berlin

Berlin, Unter den Linden, Victoria Hotel zwischen 1890 und 1900 (wiki)

Quella notte che dormii per strada, a Berlino, fu la notte seguente al primo giorno che vi arrivai, un mattino di sette anni fa. Faceva febbraio fuori. Avevo viaggiato in treno tutta la notte, da Hauptbahnhof Station (Monaco), attraverso la Bavaria, la Turingia, Brandeburgo, fino a Zoologischer Garten, la stazione a ovest di Berlino in cui mi fermai. Non conoscevo nessuno, non avevo un posto dove dormire, appena 250 euro dentro la tasca dei jeans.
Di Zoologischer Garten avevo letto da ragazzina in quel romanzo di Christiane F., poi diventato un film nell’81.
C’è una cosa che caratterizza e distingue i luoghi, e questa è la luce. Berlino è una città di ombre. Profuma di sporco e graffiato. E’ una scheggia tra le costole degli edifici monumentali, le costruzioni moderne, tracce di guerra, avanzi di storia nelle rovine. Il Funkturm, la Neue Synagoge, il Muro, Christopher Street Day, il Checkpoint Charlie, Good Bye Lenin. Ogni angolo di Berlino è rottura e giunzione. Il tempo è una fotografia sgualcita e accartocciata negli angoli.
Qualche settimana fa ho trovato un romanzo che ho pensato sarebbe stato bello leggere a quei tempi, Goodbye to Berlin, dello scrittore inglese Christopher Isherwood. ‘Brilliant skretches of a society in decay’, avrebbe detto George Orwell
Christopher Isherwood nasce nel 1904 a Wyberslegh Hall, High Lane, Cheshire, in North West England, da padre tenente colonnello delle armi inglesi, morto durante la prima guerra mondiale. Dopo la morte del padre, Christopher la madre e il fratello minore si trasferiscono a Londra, dove lo scrittore intraprende un corso di medicina. Isherwood inizia a scrivere da ragazzino, dapprima poesie, poi un primo romanzo, All the Conspirators, del 1928, che non riscuote grande fortuna.
In quegli anni conosce W. H. Auden, di cui si innamora e per il quale abbandona medicina e si trasferisce a Berlino, dove i due vivranno insieme, con spirito da kamikaze, fino al ’38. E’ durante gli anni trascorsi nella repubblica di Weimar che Isherwood concentra la propria produzione narrativa prima di un definitivo trasferimento in America, da dissidente, dove inizia ad occuparsi di cinema, teatro e commedia.
Qualche anno prima, al cugino francese Ferdinand Bardamu, protagonista del romanzo Viaggio al termine della notte, di Louis-Ferdinand Céline, sarebbe toccata ben altra sorte; partito per la guerra, la prima, e rientrato a Parigi dall’America, avvierà uno studio medico a La Garenne-Rancya, rinomato sobborgo parigino che farà da cornice agli sproloqui dello scrittore contenuti  in questo romanzo meraviglioso pubblicato a cavallo fra le due guerre.
Goodbye to Berlin, del 1939, è parte di una raccolta ‘The Berlin Stories’ che inquadra la società berlinese attraverso gli occhi e l’umore della gente che Isherwood incontra per strada, nei campi da golf, nei club, le sale da tea, i salotti. Quasi la guerra fosse appena un contrattempo e un fastidio, e a farla soltanto i soldati e la gente ammazzata oltre il confine. I campi di concentramento uno scherzo d’ebrei, l’omosessualità una malattia infettiva, il nazismo una preghiera, Hitler un messia.

A collection of six overlapping short stories set against the backdrop of the declining Weimar republic as Hitler rose to power. Isherwood, appearing himself as a fictional narrator, lives as a struggling author in the German capital, describing his meetings with the decadent, often doomed eccentrics, bohemians, and showgirls around him. The sense of oblivious naivety to the gathering storm around them gives his characters tremendous pathos and tragedy. The title refers not just to Isherwood’s departure from a city he clearly loved, but also to the sense that the Berlin of the early thirties was irrecoverably destroyed by the rise of the Nazis, and the destruction of the Weimar State. Isherwood is evoking an age that will never be seen again. It’s not so much a story of sorrowful departure as an obituary.

via . BOOK REVIEW CHRISTOPHER ISHERWOOD GOODBYE TO BERLIN

The Berlin Stories ispirò il regista John Van Druten a dirigere il film ‘I am a Camera’, del 1951, una commedia ‘Cabaret’, del 1966, e l’omonimo film del 1972 che valse a Liza Minelli un Academy Award per aver interpretato Sally, una giovane flapper inglese in cerca di fortuna come attrice a Berlino
E’ giusto Sally Bowles il racconto più spassoso contenuto in Goodbye to Berlin, di cui vi propongo una parte
She lived a long way down the Kurfustendamm on the last dreary stretch which rises to Halensee. I was shown into a big gloomy half-furnished room by a fat untidy landlady with a pouchy sagging jowl like a toad. There was a broken-down sofa in one corner and a faded picture of an eighteenth-century battle, with the wounded reclining on their elbows in graceful attitudes, admiring the prancings of Frederick the Great’s horse.
‘Oh, hullo, Chris darling!’ cried Sally from the doorway. ‘How sweet of you to come! I was feeling most terribly lonely. I’ve been crying on Frau Karpf’s chest. Nicht wahr, Frau Karpf?’ She appealed to the toad landlady, ‘ich habe geweint auf Dein Brust.’ Frau Karpf shook her bosom in a toad-like chuckle.
‘Would you rather have coffee, Chris, or tea?’ Sally continued. ‘You can have either. Only I don’t recommend the tea much. I don’t know what Frau Karpf does to it; I think she empties all the kitchen slops together into a jug and boils them up with the tea-leaves.’
‘I’ll have coffee, then.’
‘Frau Karpf, Liebling, willst Du sein ein Engel und bring zwei Tassen von Koffee?’ Sally’s German was not merely incorrect; it was all her own. She pronounced every word in a mincing, specially ‘foreign’ manner. You could tell that she was speaking a foreign language from her expression alone. ‘Chris darling, will you be an angel and draw the curtains?’
I did so, although it was still quite light outside. Sally, meanwhile, had switched on the table-lamp. As I turned from the window, she curled herself up delicately on the sofa like a cat, and opening her bag, felt for a cigarette. But hardly was the pose complete before she’d jumped to her feet again:
‘Would you like a Prairie Oyster?’ She produced glasses, eggs and a bottle of Worcester sauce from the boot-cupboard under the dismantled washstand: ‘I practically live on them.’ Dexterously, she broke the eggs into the glasses, added the sauce and stirred up the mixture with the end of a fountain-pen: ‘They’re about all I can afford.’ She was back on the sofa again, daintily curled up.
She was wearing the same black dress today, but without the cape. Instead, she had a little white collar and white cuffs. They produced a kind of theatrically chaste effect, like a nun in grand opera. ‘What are you laughing at, Chris?’ she asked.
‘I don’t know, ‘I said. But still I couldn’t stop grinning. There was, at that moment, something so extraordinarily comic in Sally’s appearance. She was really beautiful, with her little dark head, big eyes, and finally arched nose- and so absurdly conscious of all these features. There she lay, as complacently feminine as a turtle-dove, with her poised self-conscious head, and daintily arranged hands.
‘Chris, you swine, do tell me why you’re laughing?’
‘I really haven’t the faintest idea.’
At this, she began to laugh too:’You are mad, you know!’
‘Have you been here long? I asked, looking round the large gloomy room.
‘Ever since I arrived in Berlin. Let’s see- that was about two months ago.’
Taken from ‘Goodbye to Berlin, by Christopher Isherwood, 1939

Out of Control

London Riots August 2011,Photo by Amy Weston

Quella a esplodere,la notte a cavallo tra sabato e domenica,in Tottenham, a nord di Londra, è stata una bomba a orologeria; il pretesto sembra essere stato l’uccisione,lo scorso giovedì, di Mark Duggan,29,per mano di un agente della polizia metropolitana,in circostanze non ancora chiarite; l’evento ha sconvolto la comunità, che sabato notte si è riunita in una protesta pacifica degenerata in sommossa nel giro di poche ore. 153 gli arrestati,decine i negozi saccheggiati e distrutti all’interno.Ancora ieri,camminando per Wood Green,ho potuto vedere di persona un paio di shops blindati da delle impalcature, a vetrine e interni distrutti,una macchina bruciata parcheggiata sul ciglio della strada-segno la protesta sta espandendosi nel resto della città oltre che a Tottenham.
Quello che la gente sarebbe sorpresa di sapere è che Londra non è soltanto brillantini e paiettes,musica e arte; Londra è anche,se non soprattutto,una città in decadenza.La contraddizione cruciale e palese in una città come questa, vede un’estrema ricchezza coincidere con la più misera povertà,lunghi viali fiancheggiati da meravigliosi palazzi vittoriani a ridosso dei quali si estendono centinaia di abitazioni fatiscenti presso cui vivono migliaia di persone in condizioni di mera sopravvivenza.Me fra questi.
E’chiaro niente vale a giustificare un atto di violenza,specie quando questo mette a rischio i delicati equilibri di convivenza entro una comunità,all’apparenza pacifica,ma il malcontento cresce,il presidente Cameron sta rivoluzionando la politica sociale del governo inglese e le tensioni,specie all’interno delle black communities, si fanno sempre più esasperate.
L’area in cui vivo è relativamente tranquilla-con delle eccezioni,sporadiche ma di rilevanza (ricordo di un ragazzo ucciso a coltellate e di alcuni episodi di stupro).Detto questo,credo nessuna area londinese al sicuro dalla violenza e non faccio fatica a immaginare cosa può voler dire vivere in condizioni di estremo disagio e miseria.Qualche tempo fa leggevo di non ricordo più quanti bambini, residenti a Londra e confinati alla periferia della città,che non hanno mai preso la metro per raggiungere il centro(perchè il costo del biglietto inaccessibile),e di non so quanti ragazzini dediti allo spaccio di droga e attività criminali perchè senza lavoro e provenienti da famiglie disagiate economicamente.
Chi gode di buona salute,è insensibile all’aspetto sociale e globale della comunità in cui vive e può ingloririarsi di un lavoro appagante,dal punto di vista rimunerativo,e di un tenore di vita sufficientemente gratificante,farà fatica ad accorgersi del malcontento e del degrado di questa città.Malcontento e degrado generano violenza e la violenza altra violenza.D’augurarsi le cose cambino,presto. Prima della fine.
London riots spiral out of control – Crime, UK – The Independent.
A dead man, a crucial question: should police have shot Mark Duggan? – Crime, UK – The Independent.

Oh the Memories


Quello della fotografia vintage è un “hobby” a cui sto appassionandomi con morbosa dedizione man man che passano i giorni e sento forte il desiderio di conoscere,vedere,osservare,guardare,contemplare la realtà attraverso uno spioncino dietro cui il passato è una pellicola in bianco e nero,un teatrino di suggestioni e nostalgica allegoria;collezionare fotografie vintage su tumblr mi riporta indietro a quando ero bambina e usavo conservare dentro una scatola decine di figurine colorate,ritagli di giornale,letterine dattiloscritte a macchina-giocattolo regalo di Natale.Niente mi esaudisce quanto ascoltare Oscar Peterson alle cuffie,intanto che sfoglio un libro di fotografie e la tensione alle spalle mi si allevia,il respiro si fa regolare,l’atmosfera s’addensa di significato e tutto coincide a una parabola di piacere antico; come nascondersi in soffitta,accendere un lume,accovacciarsi sulle ginocchia,trattenere il respiro,aprire un baule,destare il tempo dal sonno dell’oblio,riportarlo in vita,vederne compiere le moine,gli slanci dell’immaginazione,annotarne la compiaciuta compostezza attraverso ognuno degli scatti.Ognuna delle foto che vedo colma di emozioni mancanze che non credevo avere,suggestioni legate a un tempo che non ho mai vissuto ma di cui ho come un ricordo appena sbiadito.
E’ da qualche giorno in esposizione alla Royal Accademy of Art (http://www.royalacademy.org.uk),una collezione dedicata alla fotografia ungherese e a cinque dei suoi maggiori esponenti: André Kertész(1894-1985 a cui,qualche post fa, ho dedicato una galleria di foto tratte dalla collezione-Distortion,riconoscibile per le alterazioni)

André Kertész

László Moholy-Nagy(1895-1946,pittore e fotografo altamente influenzato dal costruttivismo,movimento culturale russo che prende le distanze dal culto del bello,dell’arte per l’arte,attribuendo a questa una funzione sociale d’interazione nell’architettura degli ambienti)

László Moholy-Nagy-Massenpsychose

Robert Capa(1913-1954,fotografo di guerra e testimone della Guerra Civile Spagnola,la Seconda Guerra Sino-Giapponese,la Seconda Guerra mondiale,la Guerra Arabo-Islaeliana del 1948,la Prima Guerra D’Indocina, e co-fondatore,insieme con Henri Cartier-Bresson,David “Chim” Seymour,George Rodger e William Vandivert della celebre cooperativa fotografica Magnum Photos)

Robert Capa-Air Raid, Barcelona

Martin Munkácsi(1896-1963,giornalista sportivo e fotografo “in movimento”)

Martin Munkácsi

Brassaï(1899-1984,oltre che fotografo-regista e scultore,particolarmente conosciuto in Francia).
Senza nulla togliere all’innovazione di André Kertész e László Moholy-Nagy,al coraggio e al merito di Robert Capa per aver documentato la storia,mi piace più,in questo post,indugiare sulla fotografia di Brassaï,in questo caso funzionale a mantenere viva l’atmosfera sognante di cui parlavo.
Brassaï,cui nome originale è Halasz Gyula e Brassaï lo pseudonimo di Brassó,nasce in Ungheria ma si trasferisce presto a Berlino,dove lavorerà come giornalista e studierà arte. Sarà una volta in Francia che Brassaï acquisirà la passione per la fotografia,affascinato dalla bellezza di Parigi,dove vivrà fino alla morte. Di Brassaï la celebre collezione Paris de nuit,del 1933.Di seguito alcune foto tratte dalla collezione

Brassaï
Brassai,Lovers in a Cafè,1932
Brassaï

Interessante questo blog dedicato alla cultura ungherese
Hungarian Culture Exchange http://hungariancult.com