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L'ombelico di Svesda

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Questione Di Sguardi. Sette Inviti Al Vedere Fra Storia Dell’Arte E Quotidianità

‘E’ un errore credere che la pubblicità soppianti l’arte visiva dell’Europa postrinascimentale: essa è l’ultima, moribonda forma di quell’arte’

Questione di Sguardi, John BergerA iniziare da una breve analisi della pittura rinascimentale fino alla più moderna rappresentazione delle arti visive attraverso la pubblicità, questo breve saggio di John Berger, pubblicato nel 1972, offre suggestive chiavi di lettura e interpretazione dell’opera d’arte e del compiacente legame fra presunta arte, e spendibilità e commercializzazione della stessa. Chi è abituato alla critica marxista certo annuirà alle provocazioni di Berger senza tuttavia trovarvi alcunchè di originale e impressionante; buona parte del patrimonio artistico a noi presentato nei musei, esposto nelle piazze, conservato nelle chiese, nelle gallerie, è stato commissionato agli artisti da facoltosi possidenti e collezionisti privati che in qualche caso hanno limitato la libertà espressiva degli artisti stessi, e inevitabilmente hanno condizionato la rappresentazione di nozioni classiche quali la bellezza, la verità, il genio, la virtù, fino ad allora espresse nell’opera d’arte e dall’opera d’arte. Chi piuttosto si riserva di avere nei confronti dell’arte un atteggiamento meno critico e certamente più condiscendente, allora troverà questo di John Berger un saggio oltremodo inappropriato. Punti di vista. Questione di sguardi, appunto.
Fatto riferimento a Walter Benjamin e a un suo saggio del 1966 (del quale mi capitò parlare tempo fa), ‘L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica’, e chiarito l’uso e l’abuso del corpo femminile nella rappresentazione voyeristica del desiderio più prettamente maschile (nelle opere d’arte ‘gli uomini agiscono, le donne appaiono’), John Berger individua nella pubblicità lo stesso ‘valore tributario’ che influenzò e favorì la pittura a olio.

La tribuna degli Uffizi,1772-78, Johann Zoffany (1733–1810)
La tribuna degli Uffizi,1772-78, Johann Zoffany (1733–1810)

‘Spesso i dipinti a olio raffigurano cose. Cose che nella realtà si possono acquistare. Avere una cosa dipinta e messa su tela non è diverso dal comprarla e mettersela in casa. Se si compra un quadro si compra anche l’immagine della cosa che esso rappresenta. Questa analogia tra il possesso e il modo di vedere incorporato nei dipinti a olio è un fattore abitualmente ignorato dagli esperti d’arte e dagli storici. E’ significativo che a questa consapevolezza si sia avvicinato, più di chiunque altro, un antropologo.

Levi-Strauss scrive: (*)

‘Uno dei caratteri più originali della nostra civiltà sta proprio nell’avida esigenza, nell’ambizione di catturare l’oggetto a beneficio del proprietario o dello spettatore.’

Il termine pittura a olio si riferisce a qualcosa di più di una semplice tecnica. Esso definisce una forma artistica. La tecnica di mescolare olio e pigmenti esisteva già nell’antichità. La pittura a olio come forma artistica nacque, tuttavia, soltanto quando non ci fu più bisogno di sviluppare e perfezionare tale tecnica (che ben presto comportò l’uso di tele al posto delle tavole di legno) per esprimere una particolare visione della vita per cui le tecniche della tempera e dell’affresco erano inadeguate. Quando, agli inizi del quindicesimo secolo, nell’Europa del Nord, si impiegò per la prima volta la pittura a olio, per realizzare dipinti di natura nuova, tale natura fu in qualche modo inibita dalla sopravvivenza di varie convenzioni artistiche medievali. La pittura a olio non istituì completamente le proprie norme, il proprio modo di vedere, fino al sedicesimo secolo.
Nè la fine del periodo della pittura a olio può essere fissata in una data precisa. Di dipinti a olio se ne realizzano anche oggi. La base del suo tradizionale modo di vedere fu, però, erosa dall’impressionismo e scardinata dal cubismo. Più o meno nello stesso momento la pittura a olio cedette il campo alla fotografia, che ne prese il posto di fonte primaria dell’immaginazione visiva. Per queste ragioni il periodo della pittura a olio classica può essere collocato a grandi linee tra il 1500 e il 1900.
La tradizione continua nondimeno a dare forma a molte delle nostre posizioni culturali. Essa stabilisce cosa si intenda per verosimiglianza pittorica. Le sue norme continuano a influenzare il nostro modo di vedere certi soggetti: paesaggi, donne, cibo, nobiltà, mitologia. Essa ci dota dei nostri archetipi di ‘genio artistico’. E la storia della tradizione, così come normalmente la si insegna, ci dice che l’arte prospera se nella società vi è un numero sufficiente di individui che amano l’arte.
Cos’è l’amore per l’arte?
Esaminiamo un dipinto che appartiene alla tradizione e che ha per soggetto un amante dell’arte.

L'arciduca Leopoldo Guglielmo nella sua galleria privata Teniers 1651 circa David Teniers il Giovane (1610–1690)
L’arciduca Leopoldo Guglielmo nella sua galleria privata, 1651 circa, David Teniers il Giovane (1610–1690)

Cosa ci mostra quest’opera?
Ci mostra il genere d’uomo per il quale, nel diciassettesimo secolo, i pittori realizzavano i loro dipinti.
Cosa sono questi dipinti?
Prima di tutto, sono oggetti che si possono acquistare e possedere. Oggetti unici. Un mecenate non può circondarsi di musica o poesie nello stesso modo in cui si circonda dei suoi quadri.
E’ come se il collezionista vivesse in una casa costruita di quadri. Che vantaggio offrono le pareti di quadri rispetto a quelle di pietra o di legno?
I quadri offrono al proprietario una vista: la vista di ciò che egli potrebbe possedere.
E’ ancora Levi-Strauss a spiegare in che modo una collezione di quadri possa confermare l’orgoglio e l’amor proprio del collezionista.

‘Per gli artisti del Rinascimento la pittura è stata forse un mezzo di conoscenza, ma anche uno strumento di possesso: non dobbiamo infatti dimenticare che la pittura del Rinascimento è stata possibile grazie alle immense fortune che esistevano a Firenze e altrove, e che i pittori rinascimentali rappresentavano per i ricchi mercanti italiani gli strumenti con i quali essi riuscivano a impossessarsi di tutto ciò che vi era di più bello e desiderabile nell’universo. I dipinti di un palazzo fiorentino evocano una specie di microcosmo in cui il proprietario, grazie ai suoi artisti, ricostituiva a sua misura, in una forma la più reale possibile, tutto ciò che nel mondo aveva per lui un valore.’

Galleria del cardinale Valenti Gonzaga, Pannini (1692-1765)
Galleria del cardinale Valenti Gonzaga, Giovanni Paolo Pannini (1692-1765)

In ogni epoca l’arte tende a servire gli interessi ideologici della classe dominante. Se stessimo semplicemente dicendo che l’arte europea tra il 1500 e il 1900 servì gli interessi delle classi dominanti che si susseguirono, tutte in vario modo dipendenti dal nuovo potere del capitale, non staremmo dicendo niente di nuovo. Ciò che stiamo proponendo è un po’ più specifico, stiamo dicendo che un modo di vedere il mondo, determinato in definitiva da nuovi atteggiamenti nei confronti della proprietà e dello scambio, trovò la sua espressione visiva nella pittura a olio e non avrebbe potuto trovarla che lì.
La pittura a olio fece alle immagini ciò che il capitale aveva fatto alle relazioni sociali. Le ridusse all’equivalenza di oggetti. Tutto divenne intercambiabile, poichè tutto si convertì in merce. L’intera realtà venne meccanicamente misurata dalla sua materialità. L’anima, grazie al sistema cartesiano, venne messa al sicuro in una categoria a parte. Un dipinto poteva parlare all’anima, per via di ciò a cui si riferiva, mai per come lo concepiva. La pittura a olio trasmetteva una visione di esteriorità totale.
Vengono immediatamente alla mente opere che contraddicono quest’affermazione. Lavori di Rembrandt, El Greco, Giorgione, Vermeer, Turner, ecc. Eppure, se li si studia in rapporto alla tradizione nel suo complesso, si scopre che questi dipinti sono eccezioni di un tipo molto particolare.
[..] Perchè la pubblicità dipende tanto pesantemente dal linguaggio visivo della pittura a olio?
La pubblicità è la cultura della società del consumo. Essa propaga per via di immagini ciò che tale società pensa di se stessa. Le ragioni per cui queste immagini usano il linguaggio della pittura a olio sono numerose.
La pittura a olio fu, innanzi tutto, una celebrazione della proprietà privata. Come forma d’arte derivava dal principio che noi siamo ciò che abbiamo.
[..] Uno sviluppo tecnico recente ha reso facile tradurre il linguaggio della pittura a olio in clichè pubblicitari. Ci riferiamo all’invenzione, risalente a circa quindici anni fa, della fotografia a colori a basso costo. Questa fotografia è in grado di riprodurre il colore, la matericità e la tattilità degli oggetti come, prima d’ora, solo la pittura a olio era riuscita a fare. La fotografia a colori è per lo spettatore-compratore ciò che la pittura a olio era stata per lo spettatore-proprietario. Entrambi i media si servono di mezzi simili altamente tattili per giocare sull’impressione dello spettatore di acquistare la cosa vera che l’immagine mostra. In entrambi i casi la sua sensazione di poter quasi toccare ciò che è contenuto nell’immagine gli ricorda che potrebbe possedere o di fatto possiede la cosa vera.
[..] Il fine della pubblicità è di rendere lo spettatore insoddisfatto del suo presente stile di vita. Non dello stile di vita della società, ma del suo personale stile di vita all’interno della società. Essa suggerisce che, se lo spettatore comprerà ciò che egli sta offrendo, la sua vita diventerà migliore. Gli offre un’alternativa vantaggiosa a ciò che è.
La pittura a olio si rivolgeva a chi accumulava denaro grazie al mercato. La pubblicità si rivolge a chi costituisce il mercato, allo spettatore-compratore che è anche il compratore-produttore che fa raddoppiare i profitti, prima come lavoratore e poi come compratore.
La pubblicità suscita ansia. La misura di tutto è il denaro, avere denaro significa vincere l’ansia.
Alternativamente l’ansia su cui la pubblicità gioca è la nostra paura di non essere niente, perchè non abbiamo niente.
Il denaro è vita. Non nel senso che senza denaro si muore di fame. Non nel senso che il capitale dà a una classe il potere di dominare l’intera vita di un’altra classe. Ma nel senso che il denaro è il simbolo e la chiave di ogni capacità umana. Il potere di spendere denaro è il potere di vivere. Secondo le leggende della pubblicità, coloro che non hanno il potere di spendere denaro perdono letteralmente la faccia. Coloro che hanno questo potere diventano desiderabili.
[..] L’immagine pubblicitaria, che è effimera, usa solo il tempo futuro. ‘Con questo voi diventerete desiderabili. In questo ambiente tutte le vostre relazioni diventeranno felici e radiosi’. La pubblicità che si rivolge principalmente alla classe operaia tende a promettere una trasformazione personale grazie all’impiego del prodotto particolare che sta vendendo (Cenerentola); la pubblicità destinata alla classe media promette una trasformazione dei rapporti attraverso l’atmosfera generale creata da un insieme di prodotti (Il castello incantato).
La pubblicità parla al futuro e tuttavia la realizzazione di questo futuro è infinitamente rinviata. Come riesce dunque la pubblicità a mantenersi credibile, o abbastanza credibile da esercitare l’influenza che di fatto esercita? Essa continua a essere credibile, perchè la sua veridicità non viene giudicata dalle promesse che realmente mantiene, ma dal significato delle sue fantasie per quelle dello spettatore-compratore. Sostanzialmente essa si applica non alla realtà, bensì ai sogni a occhi aperti.

da ‘Questione di sguardi. Sette inviti al vedere fra storia dell’arte e quotidianità’, John Berger, 1972

(*) Claude Levi-Strauss, Primitivi e civilizzati. Conversazioni con Charles Charbonnier, 1974

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Un Biglietto In Mezzo Al Mare

Wanda Wulz, Ristratto, 1934

Per esempio fra i libri insospettabili che non avrei mai pensato di avere letto, ce ne sono tre in particolare che mi hanno colpita perchè sembrano accomunati dallo stesso patema d’animo letterario, l’innamoramento. Il primo, di Roland Barthes, ‘Frammenti di un discorso amoroso’, è una sorta di dizionario dell’amore, che attraverso le citazioni di molti autori della letteratura classica e moderna, definisce l’abbecedario dei sentimenti, a partire dall’abbraccio, fino alla Sobria Ebrietas. Il secondo, di David Grossman, ‘Che tu sia per me il coltello’, ha in copertina un meraviglioso auto-ritratto della fotografa italiana, futurista, Wanda Wulz (1903-84), e raccoglie le lettere d’amore di un giovane Yair, follemente innamorato di una Miriam sposata a un altro uomo; il libro non deve essermi piaciuto molto perchè ho trovato appena una pagina soltanto segnata da un’orecchietta (le orecchiette definiscono l’indice di godibilità di un libro). Infine il terzo, l’imprevedibile, quello che fra tutti i libri che ho ritrovato davvero non avrei mai potuto pensare di avere letto, ‘Si sta facendo sempre più tardi’, di Antonio Tabucchi, venuto a mancare lo scorso marzo, amante della cultura portoghese, canterina, di miele, pessoano, anche questo una raccolta di lettere in agrodolce che si apre con una missiva in particolare, che ho voglia di condividere perchè racconta di un’isola, e di un uomo, sentimentale e rassegnato, un poeta sconsolato, che osserva, si emoziona, si pone delle domande, si risponde da solo. Quello che mi ha impressionata maggiormente di Tabucchi è il linguaggio, incredibilmente semplice e colloquiale, e i sospiri dell’innamorato ansioso. Due orecchiette. Quello che ai tempi deve avermi colpita maggiormente di questo libro, però, è questa meravigliosa fotografia di Kuligowski, in copertina.
(Per amplificare la godibilità di questo ‘post-topico’, intanto che trascrivevo il brano, ho ascoltato Milonga Del Angel, un pezzo di Astor Piazzolla, magistralmente reinterpretato da Al Di Meola. Dieci orecchiette su dieci. Non proprio mediterraneo, ma comunque latino, di terra e di acqua e di sale)

Eddie Kuligowski, Hold Tight, 1978

Mia Cara,

credo che il diametro di quest’isola non superi i cinquanta chilometri, al massimo. C’è una strada costiera che la gira tutta in tondo, stretta, spesso a picco sul mare, altrimenti pianeggiando in coste brulle che scendono a solitarie spiaggette di ghiaia orlate di tamerici bruciate dal salino, e in alcune a volte mi fermo. Da una di queste ti parlo, a bassa voce, perchè il meriggio e il mare e questa luce bianca ti hanno fatto chiudere le palpebre, stesa qui accanto a me, vedo il tuo seno che si solleva al ritmo pausato della respirazione di chi sta dormendo e non voglio svegliarti. Come piacerebbe questo posto a certi poeti che conosciamo, perchè è così scabro, essenziale, fatto di pietre, montagnole brulle, spini, capre. Mi è perfino venuto da pensare che quest’isola non esista, e di averla trovata solo perchè la stavo immaginando. Non è un luogo, è un buco: intendo della rete. C’è una rete nella quale pare sia ormai impossibile non essere catturati, ed è una rete a strascico. In questa rete io insisto a cercare buchi. Ora mi pareva quasi di aver sentito la tua risatina ironica: ‘E dagli, ci risiamo!’. E invece no: hai le palpebre chiuse e non ti sei mossa. Me lo sono solo immaginato. Che ore saranno? Non ho portato l’orologio, che del resto qui è del tutto superfluo.
Ma ti stavo descrivendo questo luogo. La prima cosa a cui fa pensare è a com’è troppo il troppo che il nostro tempo ci offre, almeno a noi che per fortuna stiamo dalla parte migliore. Invece guarda le capre: sopravvivono con niente, mangiano anche i pruni e leccano persino il sale. Quanto più le guardo, più mi piacciono, le capre. Su questa spiaggetta ce n’è sette o otto che si aggirano tra i sassi, senza pastore, probabilmente appartengono ai proprietari della casetta dove mi sono fermato a mezzogiorno. C’è una specie di caffè sotto un’incannicciata dove si possono mangiare olive, formaggio e melone. La vecchietta che mi ha servito è sorda e ho dovuto gridare per chiedere queste poche cose, mi ha detto che suo marito arrivava subito, ma suo marito non l’ho visto, forse è una sua fantasia, oppure ho capito male. Il formaggio lo fa lei con le sue mani, mi ha portato nel cortile di casa, uno spiazzo polveroso circondato da un muro a secco pieno di cardi dove c’è l’ovile delle caprette. Le ho fatto un segno con la mano a falce, come per significare che dovrebbe tagliare i cardi che bucano e nei quali si inciampa. Lei mi ha risposto con un segno identico, ma più deciso. Chissà cosa voleva dire con quella mano che tagliava l’aria come una lama. Accanto alle stalle il casale si prolunga in una specie di cantina scavata nella roccia dove lei fabbrica il suo formaggio, che è poco più di una ricotta salata fatta stagionare al buio, con una crosta rossastra di peperoncino. Il suo laboratorio è una stanza scavata nella pietra, freschina, direi gelida. C’è uno scrematoio di granito dove lascia cagliare il latte e un mastello dove lavora il siero, su una tavola rugosa e inclinata sulla quale impasta il caglio come se fossero dei panni su un lavatoio, strizzandolo perchè ne esca tutta l’acqua; e poi lo infila in due forme dove esso rassoda , sono forme di legno che si aprono e si chiudono a morsa, una è rotonda, e questo è normale, mentre l’altra ha la figura di un asso di picche, o almeno a me è sembrato così, perchè ricorda il seme delle nostre carte da gioco. Ho comprato una forma di formaggio e avrei voluto quella fatta come l’asso di picche, ma la vecchia me l’ha rifiutata e mi sono dovuto accontentare di quella rotonda. Le ho chiesto una spiegazione e ne ho cavato dei mugugni sgraziati e gutturali, quasi stridenti, accompagnati da gesti indecifrabili: si circondava la circonferenza del ventre e si toccava il cuore. Chissà: forse voleva significare che quel tipo di formaggio è riservato solo a certe cerimonie essenziali alla vita: la nascita, la morte. Ma come ti dicevo, forse è solo l’interpretazione della mia fantasia che sovente galoppa, come sai. Ad ogni modo il formaggio è squisito, fra queste due fette di pane scuro che sto mangiando dopo avervi versato un filo d’olio d’oliva, che qui non manca, e qualche foglia di timo che condisce ogni piatto, dal pesce al coniglio selvatico. Avrei voluto chiederti se anche tu avevi appetito: guarda, è squisito, ti ho detto, è una cosa irripetibile, fra un po’sarà sparito anche lui nella rete che ci sta avvolgendo, per questo formaggio non ci sono buchi nè vie d’uscita, approfittane. Ma non volevo disturbarti, era così bello il tuo sonno, e così giusto, e ho taciuto. Ho visto passare un bastimento in lontananza e ho pensato alla parola che ti stavo scrivendo: bastimento. Ho visto passare un bastimento carico di?..Indovina.
Sono entrato nel mare piano piano con una sensazione panica, come il luogo richiedeva. Mentre entravo nell’acqua, con i sensi già disposti a ciò che il sole meridiano e l’azzurro e il sale marino e la solitudine suscitano in un uomo, ho sentito una tua risatina ironica dietro le spalle. Ho preferito ignorarla e sono avanzato nell’acqua fino a quasi l’ombelico, quella stupida fa finta di dormire, ho pensato, e mi prende in giro. Come per sfida sono andato avanti, e sempre per sfida, ma anche per farti uno sberleffo, mi sono girato di scatto esibendomi nella mia nudità. Oplà!, ho gridato. Non ti sei mossa di un millimetro, ma la tua voce mi è giunta chiarissima e soprattutto il tono, che era sardonico. Bravo, complimenti, sembri ancora in forma!, ma la Spiaggia del Miele era vent’anni fa, è passato un po’ di tempo, attento a non fare un buco nell’acqua! La frase era piuttosto velenosa, devi ammetterlo, indirizzatata a qualcuno che entrava nel mare giocando a fare il maturo fauno, mi sono guardato, e ho guardato l’azzurro intorno a me e mai metafora mi è parsa più appropriata, e il senso del ridicolo mi ha colto, e con esso lo stupore, come un disorientamento, e una specie di vergogna, cosicchè mi sono portato le mani davanti per coprirmi, insensatamente, visto che di fronte a me non c’era nessuno, soltanto mare e cielo e nient’altro. E tu eri lontana, immobile sulla spiaggia, troppo lontana per avermi bisbigliato quella frase. Sto sentendo voci, ho pensato, è un’allucinazione sonora. E per un attimo mi sono sentito paralizzato, come un sudore gelido sul collo, e l’acqua mi è sembrata di cemento come se vi fossi restato imprigionato e vi dovessi soffocare murato per sempre, come una libellula fossile rimasta in un blocco di quarzo. E a stento, passo dopo passo, senza voltarmi all’indietro, ho cercato di evadere dal panico che ora mi aveva colto davvero, quel panico che fa perdere i punti cardinali, sono arretrato fino alla spiaggia dove almeno sapevo che comunque c’eri tu come punto di riferimento, quel sicuro punto di riferimento che mi hai sempre dato, stesa su un asciugamano accanto al mio.
Ma con tutto questo stavo saltando di palo in frasca, come si suol dire, perchè se non sbaglio ti parlavo dell’isola. Dunque: se a occhio e croce ha un diametro di non più di cinquanta chilometri, secondo me non c’è più di un abitante ogni dieci chilometri quadrati. Dunque, pochini davvero. Forse sono di più le capre, anzi ne sono certo. L’unico bene che la terra produce, oltre ai rovi di more a ai fichi d’India, è il melone, laddove il terreno pietroso si fa sabbia, una rena giallognola dove gli abitanti coltivano i meloni, solo meloni, piccoli come pompelmi, e dolcissimi. I campi di meloni sono divisi fra di loro da cespi di una vite che pare quasi selvatica e che cresce in buche scavate nella sabbia affinchè non le bruci il salmastro e nel cavo si possa raccogliere la rugiada notturna, che deve essere l’unico nutrimento per le loro radici. Dall’uva si ottiene un vino rosato scuro, di alta gradazione, credo che costituisca l’unica bevanda dell’isola, oltre agli infusi di erbe spontanee che si bevono in abbondanza anche freddi, e che sono amari ma assai profumati. Alcuni sono gialli, perchè c’è una specie di crocco spinoso che fiorisce tra i sassi e che assomiglia a un carciofo piatto; e quella bevanda dà una forte ebbrezza, assai più del vino, ed è riservata ai malati e ai moribondi. Dopo un insolito benessere ti fa dormire a lungo, e quando ti svegli non sai quanto tempo è passato: forse qualche giorno, e non si fa nessun sogno.
Sono certo che pensi che in un luogo come questo sarebbe necessario portare una tenda. Si, ma dove piantarla: fra i sassi?, fra i meloni? E poi, lo sai, non sono mai stato un asso a piantare tende, mi venivano tutte storte, poverine, facevano pena. Invece ho trovato un posto al villaggio. Da non crederci, ma tu arrivi in un borgo bianco che non ha neppure un nome, si chiama semplicemente villaggio, e sul mulino a vento in rovina che fa da sentinella alle quattro case, dopo una salita di scalini sconquassati c’è un cartello con una freccia: Albergo, 100 mt. Ha due stanze, una è disabitata. Il padrone dell’albergo è un uomo attempato e di poche parole. E’stato marinaio e conosce varie lingue, almeno per comunicare, e nell’isola è tutto: postino, farmacista, poliziotto. Ha l’occhio destro di un colore diverso da quello sinistro, non credo sia per natura, ma per un misterioso incidente che gli capitò in uno dei suoi viaggi e che ha tentato di spiegarmi con avare parole e con il gesto inequivocabile di chi indicandosi un occhio raffigura qualcosa che lo colpì. La stanza è molto bella, davvero non ce la saremmo immaginata così, nè io nè tue. E’ una grande mansarda che dà sul cortile, con il soffitto che pende fino ad una terrazza poggiata sulle colonne di pietra del portico attorno alle quali si arrotola un rampicante di foglie molto verdi e robuste, un po’grasse, carico di bottoni che la notte si schiudono con un profumo intenso. Credo che quei fiori allontanino gli insetti, perchè non ne ho mai visti sulle pareti, a meno che questa pulizia non sia opera dei non pochi gechi che popolano il soffitto: grassi anche loro, e assai simpatici, perchè sono sempre immobili, almeno apparentemente.
Il burbero proprietario ha una vecchia serva che la mattina mi porta in camera una colazione consistente in ciambelle di pane d’anice, miele, formaggio fresco e un bricco di una tisana che sa di menta. Quando scendo lui è sempre chino su un tavolo a fare i conti. Di che cosa, poi, vallo a sapere. Nella sua sobrietà verbale è tuttavia premuroso. Mi domanda sempre: come esta su esposa? Chissà perchè ha scelto di parlarmi in spagnolo, e la parola ‘esposa’, che lui pronuncia con il dovuto rispetto, e che già di per sè è un po’ridicola, meriterebbe una bella risata come risposta. Ma che esposa e esposa, mi faccia il piacere!, e giù una bella pacca sulle spalle. E invece rispondo con la serietà che la situazione richiede: sta bene, stamattina si è svegliata molto presto, è già scesa alla spiaggia e non ha neppure fatto colazione. Povera signora, risponde lui sempre in spagnolo, a digiuno sul mare, non può essere! Batte le mani e arriva la vecchia. Le parla nella sua lingua e lei, svelta svelta, prepara il solito panierino affinchè tu non resti a digiuno. Ed è proprio questo che ti ho portato anche stamattina: una ciambella di pane all’anice, formaggio fresco, miele. Mi sento un po’ Cappuccetto Rosso, ma tu non sei la nonna e per fortuna non c’è il lupo cattivo. C’è solo una capretta marroncina in mezzo al bianco delle rocce, l’azzurro sullo sfondo, il sentiero da percorrere fino alla spiaggetta per stendermi sull’asciugamano accanto al tuo.
Ti avevo fatto un biglietto ‘aperto’, come dicono in linguaggio tecnico le agenzie. Costano il doppio, lo so, ma ti consentono di rientrare il giorno che vuoi: e non dico tanto per il battellino che fa la spola ogni giorno fino alla cosiddetta civiltà, ma soprattutto per l’aereo dell’isola più vicina, dove c’è una pista d’atterraggio. E non per buttare via i soldi, lo sai che sono oculato nelle spese, nè per farti vedere quanto sia generoso, che magari non lo sono affatto. E’che capisco i tuoi impegni: le cose che uno ha da fare, e qui e là, e avanti e indietro. Insomma: la vita. Ieri sera mi hai detto che oggi dovevi ripartire, dovevi proprio. Ebbene, guarda, riparti, il biglietto aperto serve proprio a questo. No problem, come dicono oggi. Fra l’altro il momento è favorevole, perchè il mare è in risacca, e porta al lago.
Ho preso il tuo biglietto, sono entrato nel mare (questa volta addirittura con i pantaloni, per mantenere il decoro dovuto ad un commiato) e l’ho depositato sulla superficie dell’acqua. L’onda l’ha avvolto, ed è scomparso alla vista. Oddio, ho pensato per un momento con quel batticuore di quando si assiste a una partenza (le partenze causano sempre un po’ d’ansia, e tu sai che in me è sempre eccessiva), finirà contro le rocce. E invece no. Ha preso la direzione giusta, galleggiando gagliardamente sulla corrente che rinfresca il piccolo golfo, ed è scomparso in un attimo. Ho cercato di sventolare l’asciugamano per dirti ciao, ma tu eri già troppo lontana. Magari non te ne sei neppure accorta.
Da Si sta facendo sempre più tardi, Antonio Tabucchi, 2001

Eliogabalo o L’ Anarchico Incoronato

The Roses of Heliogabalus, by Lawrence Alma-Tadema (1888), oil on canvas (via wikipedia)

Per esempio quant’è sguaiato Artaud in questo testo ‘Eliogabalo o l’anarchico incoronato’ (1934), che l’altro giorno mi è saltato agli occhi nella camera di Federica e non ho potuto fare a meno di chiedere in prestito. E’ la prima volta che leggo Artaud in italiano

‘Se intorno al cadavere di Eliogabalo, morto senza tomba, e sgozzato dalla sua polizia nelle latrine di sangue e di escementi, intorno alla sua culla vi è un’intensa circolazione di sperma. Eliogabalo è nato in un’epoca in cui tutti fornicavano con tutti; nè si saprà mai dove e da chi fu realmente fecondata sua madre. Per un principe siriano, quale egli fu, la filiazione avviene attraverso le madri; – e, in fatto di madri, vi è intorno a questo figlio di cocchiere, appena nato, un pleiade di Giulie; – e ch’esse influiscano o no su un trono, tutte queste Giulie sono delle fiere puttane.’

‘Dall’alto delle torri costruite recentemente del suo tempio del dio pitico, egli [Eliogabalo] getta il grano e i membri virili.
Egli nutre un popolo castrato
Certo, non vi sono teorbe, tube, orchestre d’asor, in mezzo alle castrazioni che egli impone, ma che ogni volta impone come tante castrazioni personali, come se fosse egli stesso, Elagabalus, ad esser castrato. Sacchi di membri sono gettati dall’alto delle torri con la più crudele abbondanza nel giorno delle feste del dio Pizio.
Non giurerei che un’orchestra d’asor, o di nebel dalle corde stridule, dai vetri duri, non sia nascosta da qualche parte nei sotterranei delle torri a spirale, per coprire le grida dei parassiti che vengono castrati; ma a quelle grida di uomini martirizzati rispondono, quasi allo stesso tempo, le acclamazioni di un popolo festante, a cui Eliogabalo distribuisce il valore di parecchi campi di grano.
Il bene, il male, il sangue, lo sperma, i vini rosati, gli olii profumati, gli aromi più costosi creano, intorno alla generosità d’Eliogabalo, innumerevoli irrigazioni.
E la musica che esce di là trascende l’orecchio per raggiungere senza strumenti e senza orchestra lo spirito. Voglio dire che i ritornelli, gli arabeschi delle deboli orchestre non sono nulla vicino a questo flusso e riflusso, a questa marea che va e viene con strane dissonanze, dalla sua generosità alla sua crudeltà, dal suo gusto per il disordine alla ricerca di un ordine inapplicabile al mondo latino’

Aiuto, culle di sperma, piogge di membri virili, castrazioni pubbliche, lo scisma d’Irshu, lo zodiaco di Ram. Le Giulie, tutte puttane. Artaud soffriva di meningite e nevralgia, e si serviva di oppio per curare il dolore (ce n’eravamo accorti); l’opera di Artaud è delirio, spassosissimo delirio surrealista e le vicende e gli eccessi di Eliogabalo si prestato bene a soddisfare la morbosità di Artaud; il quadro sopra ‘The Roses of Heliogabalus’, del pittore olandese Lawrence Alma-Tadema, che Federica mi ha suggerito e di cui mi ha parlato, rappresenta appunto un mito secondo il quale Eliogabaldo, una sera e in occasione di un trionfale banchetto, uccise i suoi ospiti facendo cadere dal soffitto tonnellate di petali di rose.
Delle volte mi chiedo in che razza di prostrazione intellettuale deve essersi trovato Artaud per tirare fuori immagini così forti come quelle suggerite nelle sue opere. Quanto di vivo dev’esserci stato in tutto quel nervo malato strappato fuori dalle parole e chissà, curato solo attraverso la scrittura.
Ho trovato questa critica al testo, molto interessante, di Fabrizio Bandini (che io non conosco ma ringrazio per aver scritto e pubblicato online il testo)

ELIOGABALO, O L’ANARCHICO INCORONATO__________________________
Pubblicato in “Valley Life”, Anno III, n° 21 (2006)

L’Eliogabalo di Antonin Artaud è uno di quei rari libri che mostrano i simboli per come sono, nella loro essenza metafisica, e offrono squarci illuminanti sulla storia dell’uomo.
Artaud rilegge la biografia dell’imperatore romano, secondo una prospettiva metafisica assolutamente interessante, con molti punti di contatto con il pensiero tradizionalista, Guénon in primis, come nota giustamente Albino Galvano in una sua Prefazione al libro.
Eliogabalo, o l’anarchico incoronato, insomma, il dipinto di un’epoca affascinante e terribile, l’epoca dello sfacelo del grande Impero Romano, l’epoca del tracollo dell’Ordine, l’epoca della lotta fra il Femminile e il Maschile, l’epoca dell’esplodere del Caos.
Roma, oramai si era indebolita, politicamente, militarmente, e soprattutto spiritualmente.
L’antica etica, regale e nobile, che aveva forgiato l’Impero, oramai si era dissolta, e l’antica religione romana aveva aperto le porte da tempo ai culti matriarcali e tellurici dell’Asia minore.
Eliogabalo proviene proprio da quel pantano matriarcale, da Emesa, sacerdote effeminato di un culto solare posto sotto il dominio della Dea Madre, della Luna, del Femminile.
Quattro donne della sua stirpe si stagliano nella sua vita, imperiose, e forgiano letteralmente il suo destino: Giulia Domna, Giulia Mesa, Giulia Soemia e Giulia Mamea.
Sono donne forti, donne virili, donne sensuali, donne impudiche, donne prive di scrupoli, donne che fanno la storia e manipolano gli uomini, che d’altro canto appaiono deboli, passivi, invertiti ed effeminati.
Scrive Artaud: “Si può dire in proposito che Eliogabalo è stato fatto dalle donne…e che quando ha voluto pensare da sé, quando l’orgoglio del maschio frustrato dall’energia delle sue donne, delle sue madri, le quali hanno tutte fornicato con lui, ha voluto manifestarsi, si è visto cosa ne è risultato”.
La salita di Eliogabalo al trono imperiale di Roma, propiziata e voluta dalle virili e impudiche donne siriache della sua stirpe, segna uno dei punti più bassi nella decadenza dell’Impero.
Il disordine, l’anarchia, il caos, lo sconcio e la perversione travolgono tutto e tutti, senza pietà.

Roma entra nel Kali Yuga, in una atmosfera crepuscolare, da tregenda, il pantano Femminile spodesta l’ordine Maschile e virile, aprendo le porte al Caos.
La marcia di Eliogabalo sulla città eterna si assomiglia più ad un corteo dionisiaco, di falli, tori, baccanti, fanciulle ignude, ubriachi, pederasti, invertiti, e galli castrati, che ad un corteo imperiale.
Il sesso, il sangue, e l’ebbrezza, i tre segni del dionisiaco, vi dominano, scatenati.
Eliogabalo entra nella Città Eterna nell’autunno del 219.
“Davanti a lui vi è il Fallo, tirato da trecento fanciulle dai seni nudi che precedono i trecento tori, oramai intorpiditi e calmi…” scrive Artaud, “E, dietro ancora, le lettighe delle tre madri: Giulia Mesa, Giulia Soemia e Giulia Mamea…”.
Artaud paragona il suo ingresso a Roma ad un rito potente, ma invertito, dissolutore.
“Eliogabalo entra in Roma da dominatore, ma col didietro…Terminate le feste dell’incoronazione segnate da questa professione di fede pederastica…s’insedia con la nonna, la madre e la sorella di quest’ultima, la perfida Giulia Mamea, nel palazzo di Caracalla”.
Da quel giorno gli storici romani, Lampridio in testa, non fanno altro che annotare le turpitudini e le sconcezze del suo comportamento, con tono inorridito e schifato.
Artaud cita le fonti romane a man bassa e dispiega tutto il lungo elenco di scelleratezze dell’imperatore, che fa rimanere a bocca aperta.
Eliogabalo completamente succube della madre, Giulia Soemia, che non prende alcuna iniziativa di governo senza il suo consenso, mentre quella vive da meretrice e pratica ogni genere di lussuria; Eliogabalo che fa sedere la madre al Senato; Eliogabalo che istituisce un senatino delle donne; Eliogabalo che si veste da prostituta e si vende per quaranta soldi nelle strade di Roma; Eliogabalo che fa eleggere un ballerino a capo della sua guardia pretoriana; Eliogabalo che a Nicomedia si da alla più sordida depravazione, abbandonandosi con altri uomini a rapporti omosessuali attivi e passivi; Eliogabalo che sposa una vergine Vestale e profana i sacri culti romani.
E’ il trionfo del Caos, dell’anarchia, della dissoluzione.
L’Ordine decade totalmente, il Maschile si confonde con il Femminile, verso la dissoluzione completa dell’esistente, verso l’Unità originaria delle cose.
Eliogabalo, l’anarchico incoronato, anela a quell’Unità originaria delle cose, a quel Caos primordiale, secondo l’acuta interpretazione di Artaud, e per ripristinarlo spinge al massimo la via invertita della sovversione. Attore e spettatore, nello stesso tempo, di un terribile processo metastorico.
E’ troppo, Roma stessa non può più reggere.
La fine di Eliogabalo è nota: inseguito dai pretoriani venne trucidato in una latrina e gettato nel Tevere con la madre. Il suo regno era terminato. Un’altra tappa di un declino spaventoso.
L’Impero Romano non gli sopravvisse ancora a lungo.

via Eliogabalo, o l’anarchico incoronato Fabrizio Bandini.

Pleasure is often spoiled by describing it – Stendhal

Christian Northeast

‘The ox becomes furious if a red cloth is shown to him; but the philosopher, who speaks of colour only in a general way, begins to rave’Johann Wolfgang von Goethe (*)

L’800, il secolo delle isterie. Ho iniziato a leggere un saggio di Goethe, Theory of Colours, del 1810, nel quale lo scrittore s’impunta, ci tiene, a smentire una teoria messa a punto da Newton nel 1704 e presentata nell’ Opticks: or a treatise of the reflexions, refractions, inflexions and colours of light’, considerato un caposaldo della letteratura scientifica (che io non ho letto).
Ho un po’ di pudore a dirlo ma sono dell’opinione non si dovrebbero mai scrivere libri quando si è al picco dell’innamoramento, un po’sudati, sovraeccitati, fuori controllo e disposti persino a negare l’evidenza; Newton considera la luce un cono bianco che proiettato attraverso un prisma dà esito a sette fasci di colore puro: rosso, arancione, giallo, verde, blu, indigo, viola (se avete presente la copertina di The dark side of the Moon). Goethe ci pensa sopra, si offende prima, lo snobba (come lo snobba)

‘Along with the rest of the world I was convinced that all the colours are contained in the light; no one had ever told me anything different, and I had never found the least cause to doubt it, because I had no further interest in the subject.’ (**)

e ‘Adesso ti sistemo io’, scrive un saggio dettagliatissimo al pari di Opticks in cui intende dimostrare, punto per punto, l’incantesimo della luce, gamma pressochè infinita di sfumature che attraverso lo spettro dell’anima, consentono allo sguardo di contemplare il mondo in posa estatica, al picco di una sindrome di Stendhal, soggiogati da un sortilegio, un idillio, al culmine della Lisztomania, rapiti da un incanto che è la vita a colori. Bha. E’ chiaro i romantici non vivevano in uno squash di periferia no furniture included a due passi da una zona industriale.
Eppure questa  Hungarian Rhapsody No. 2  scritta da Franz Liszt nel 1847 è talmente incantevole da rapire in un sogno. Pare Liszt abbia creato incredibile ammirazione ed estasi fra i suoi fan, una manata di isterici idealisti in lista dagli analisti nel ‘900.
L’800, il secolo dell’estasi.

(*)(**) taken from Theory of Colours, by Johann Wolfgang von Goethe, 1810

‘If I had to be called something it should have been a folk singer’

Nina Simone photographed by Robinson Jack, via theworldofphotographers

Di Nina Simone si dice essere stata una musicista molto severa, puntuale, bad tempered, e di poche moine. Qualche tempo fa mi capitò leggere la sua autobiografia, ‘I put a spell on you’, che prende il titolo da uno dei suoi meravigliosi brani. Nel libro la Simone racconta della propria carriera, iniziata da piccolissima, al pianoforte della Chiesa locale, e conclusasi negli anni ’90 con un successo che l’ha resa famosa in tutto il mondo. Giusto nelle ultime pagine del libro la Simone fa riferimento a un episodio accaduto proprio qui a Londra, che segna la rottura con l’agente Sannucci e la cancellazione di una settimana di concerti al Ronnie Scott’s, un jazz club in Soho, dove la Simone era solita esibirsi intorno agli anni ’80. A causa della lite l’agente rientra in America da solo, la Simone si trattiene ancora in Europa, tra Liberia e Francia, Svizzera e Olanda, intanto esibendosi in concerti.
Il libro è del 1991, ed è nel Gennaio del’91 che la Simone partecipa in America a una parata per celebrare il compleanno di Martin Luther King; appena negli anni ’60 il brano Mississippi Goddam, contenuto nell’album ‘Nina Simone In Concert’, ricorda l’omicidio di Medgar Evers e il borbardamento nei pressi di una chiesa in Alabama  che costa la morte a quattro bambini neri; il brano viene recepito come una chiara denuncia al razzismo e segna un inizio nella lotta ai diritti civili portata avanti dalla Simone, che diversamente da Martin Luther King, però, invita i fratelli a ribellarsi alle armi, con le armi; anche per questo la Simone viene più volte allontanata dalla scena pubblica, sebbene nel libro viene solo fatto riferimento a un trasferimento nelle Barbados utilizzato come escamotage per non pagare le tasse e non finanziare lo stato americano, che negli anni ’60 va in guerra nel Vietnam.
Nel libro ci sono molti ricordi legati all’infanzia e alla Grande Depressione, alle ristrettezze economiche in cui versava la famiglia (otto figli), al duro apprendistato a cui prima che l’insegnante di piano sè stessa ha sottoposto attraverso rigide e ferree sedute di studio e totale dedizione alla musica;  il primo amore, la scelta di abbandonare casa per trasferirisi da sola in città, dove approfondisce gli studi di pianoforte, inizia a suonare nei locali, fa carriera come musicista e vive l’età adulta, tra palcoscenici, viaggi, casinò, champagne, antidepressivi, due matrimoni, una figlia, un divorzio, un amante ammazzato, e un’etichetta, quella della musicista jazz, che non sopporta, le rode il fegato, a tutt’oggi sono sicura farebbe impazzire, e di proprio pugno, in prima persona, nella propria autobiografia, tiene a chiarire. Un poco stizzita

‘After Town Hall critics started to talk about what sort of music I was playing and tried to find a neat slot to file it away in. It was difficult for them because I was playing popular songs in a classical style with a classical piano technique influenced by cocktail jazz. On top of that I included spirituals and children’s songs in my performances, and those sort of songs were automatically identified with the folk movement. So saying what sort of music I played gave the critics problems because there was something from everything in there, but it also meant I was appreciated across the board – by jazz, folk, pop and blues fans as well as admirers of classical music.
They finally ended up describing me as a ‘jazz-and-something-else-singer’. To me ‘jazz’ meant a way of thinking, a way of being, and the black man in America was jazz in everything he did – in the way he walked, talked, thought and acted. Jazz music was just another aspect of the whole thing, so in that sense because I was black I was a jazz singer, but in every other way I most definitely wasn’t.
Because of ‘Porgy’ people often compared me to Billie Holiday, which I hated. That was just one song out of my repertoire, and anybody who saw me perform could see we were entirely different, What made me mad was that it meant people couldn’t get past the fact we were both black: if I had happened to be white nobody would have made the connection. And I didn’t like to be put in a box with other jazz singers because my musicianship was totally different, and in its own way superior. Calling me a jazz singer was a way of ignoring my musical background because I didn’t fit into white ideas of what a black performer should be. It was a racist thing; ‘If she’s black she must be a jazz singer’. It diminished me, exactly like Langston Hughes was diminished when people called him a ‘great black poet’. Langston was a great poet period, and it was up to him and him alone to say what part the colour of his skin had to do with that.
If I had to be called something it should have been a folk singer, because there was more folk and blues than jazz in my playing.

[Taken from I put a spell on you, the autobiography of Nina Simone, with Stephen Cleary, 1991]

Conoscendo la voce della Simone ho immaginato quella fra me e il libro una chiaccherata fra estranei che viaggiano nello stesso treno vuoto, scomparto fumatori, l’una seduta di fianco all’altra. Il tono di lei è severo, delle volte gentile, delle volte amichevole, quasi mai affettuoso; la Simone guarda fuori dal finestrino, lo sguardo fermo. Ogni tanto si interrompe, si schiarisce la voce, riprende a parlare. Delle volte polemizza, ci tiene a chiarire. Avverto è impacciata, preferirebbe starsene altrove.
Basterebbe interromperla un istante e chiederle di cantare per sapere cosa è davvero successo in tutti quegli anni di lunga carriera e fede incondizionata alla Musa. Sarebbe allora che la voce della Simone tradirebbe il mito e svelerebbe la donna, sola e vulnerabile, sincera finalmente e solo attraverso la musica.

Circa Padri e Figli di Ivan Sergeevič Turgenev

Leggevo un articolo molto spassoso su Russia Oggi, il corrispondente italiano di Russia Beyond the Headlines, che ha attirato la mia attenzione specialmente per il titolo
Come piagnucolare in russo | Russia Oggi.
L’allusione è provocatoria e si riferisce al vizietto di lamentarsi, che è tipico dei russi e rappresenta uno stereotipo del folclore slavo; lamentarsi molto, per tutto, di tutto, quindi rimediare sdrammatizzando, con molta ironia, e a seconda delle trattative, invitando a mangiare e mangiando. Bevendo, giocando a scacchi, mangiando, dissertando, borbottando, mangiando, sparandola a casaccio, contro lo zar, il padrone, il vicino di casa, l’amante, la moglie, il marito, l’ispettore, i figli, i servi, Dio.
Una delle difficoltà maggiori nello studio della lingua russa consiste anche e specialmente nella quantità/varietà di verbi che in russo si coniugano soltanto al presente e all’imperativo, ma variano a seconda del tempo. Ci saranno dei verbi per parlare al presente, degli altri per parlare al passato, e degli altri ancora per parlare al futuro; ognuno di questi verbi dipenderà dall’aspetto, imperfettivo e perfettivo, e dall’azione, da quando l’azione avviene, è avvenuta, avverrà. Da quando l’azione si esprime attraverso il verbo (quindi parte), a quando il verbo la conferma attraverso l’azione compiuta (quindi arriva), c’è una gamma pressochè incredibile di verbi in cui questa può esprimersi nel tempo, e attraverso il tempo. E voi capite certe peripezie funambolesce fatte a pancia piena e un tanto brilli, richiedono tempo perchè avvengano in fatti e all’ora conveniente.
L’articolo che ho letto propone un elenco dei verbi più utilizzati in russo per piagnucolare

Жаловаться (lamentarsi). E’ un termine neutrale per lamentele di ogni tipo. Un dottore ad esempio potrebbe chiedervi: На что жалуетесь? (“Qual è il problema?” oppure “Dove le fa male?”). Oppure la vostra dolce metà potrebbe chiedervi: На что ты жалуешься? (letteralmente “Di cosa ti lamenti?”). Che in realtà significa: “Mi sto consumando le dita per te facendo un lavoro che odio e cercando di sopportare tuo nonno che vive insieme a noi, e pensi di avere qualcosa di cui lamentarti?”. Unica risposta possibile: Да нет, милый. Ешь (“Ma no, tesoro. Mangia qualcosa”).

via Come piagnucolare in russo | Russia Oggi.

Se guardo alla letteratura russa dell’800 c’è uno stereotipo ideale che si ripete in molti autori, e conferma nella figura di un uomo, pressochè trentenne, di origine borghese, cresciuto in un ambiente familiare stimolante dal punto di vista culturale, e accomodante, dal punto di vista economico, educato nei migliori istituti locali e all’estero, quindi riconciliato al ruolo di ammistratore dell’azienda familiare. Ci sono in lui molte tensioni ideali e molte sono le occasioni di conflitto, che a seconda dell’autore, portano a esiti differenti. Per esempio in Padri e Figli di Turgenev, il figlio trentenne di un modesto proprietario terriero, ritorna alla tenuta del padre da San Pietroburgo, dove ha studiato, e porta con sè un caro compagno di studi, Bazarov, che per la prima volta appare nella scena letteraria come il Nichilista, colui che esaspera accesi dibattiti, ora uno scontro tra ferreo materialismo e appasionato idealismo, ora uno smacco al conservatorismo e uno schiaffo antitradizionalista, il richiamo a un certo progressismo.
Se volessimo attualizzare questo romanzo, questo romanzo offrirebbe noi molti spunti di riflessione.
Per esempio, tema elezioni, mi chiedo quali sono le ragioni che spingono un popolo a dover scegliere, passivamente, fra A, B, C, e non creare, attivamente, tutto un alfabeto di possibilità e di alternative alla storia. Io credo il principio prima che di fatto, ideale. Perchè da Creato l’Individuo non evolve a Creatore. Perchè l’Individuo si limita a scegliere e non a creare e a operare una scelta. Perchè c’è sempre e solo una minoranza che decide, e una maggioranza che sceglie.

Ho trovato sulla Repubblica un vecchio articolo che riguarda il romanzo e ne fa una critica molto interessante

Il nichilismo si intitolava la prima traduzione italiana di Padri e figli, pubblicata nel 1879, quando l’autore aveva da tempo lasciato la Russia, dove il libro era divenuto un caso politico prima ancora che letterario, e viveva in Francia, godendo del pieno riconoscimento e dall’amicizia di altri grandi narratori, come Flaubert e Henry James. Il titolo italiano identificava il romanzo di Turgenev con il tema che più aveva fatto scalpore sia in patria che all’estero: la comparsa sulla scena russa di personaggi nuovi e ancora da interpretare, cui l’autore – grande creatore di figure paradigmatiche – aveva dato un nome dal sapore ambiguo (“nichilisti”), ma destinato a grande fortuna; anche in Occidente la letteratura e la pubblicistica di terzo e quart’ordine ne avrebbero fatto un uso ampio e indiscriminato, attribuendolo a improbabili, ma molto esotiche figure di rivoluzionari e terroristi russi. E, a proposito di personaggi letterari, la diffusione delle opere di Turgenev in Europa non fu estranea al fortunato cliché che voleva le donne russe energiche e pronte al sacrificio, a differenza dei loro compagni, i cui nobili ideali non riuscivano a tradursi in azioni positive. A quest’ultimo tipo letterario, familiare ai lettori russi dell’Ottocento, che ne riconoscevano le motivazioni non solo psicologiche, ma anche sociali e politiche, fu dato un nome, “uomini superflui”, entrato nell’uso comune proprio quando Turgenev diede alle stampe nel 1850 il suo Dnevnik lisnego celoveka (Diario di un uomo superfluo).

L’aderenza alla realtà è spesso ancorata nei romanzi di Turgenev a una cornice temporale non del tutto coincidente con la contemporaneità; per i lettori attenti alla rapida evoluzione della situazione politica e sociale era dunque naturale considerare il racconto in prospettiva storica, associandovi una precisa temperie culturale e ideologica. In Padri e figli questa cronologia fortemente evocativa caratterizza le biografie di Nikolaj e Pavel Kirsanov, ed è esplicita fin dalla prima pagina, in cui il ritorno dagli studi del giovane Arkadij, accompagnato dall’amico Bazarov, è datato 20 maggio 1859, dunque entro un contesto di attese e discussioni che all’epoca della pubblicazione del romanzo apparteneva ormai al passato. Nel 1861, infatti, era stata proclamata l’emancipazione dei servi della gleba, che aveva segnato uno spartiacque nella storia dell’Ottocento russo, polarizzando ulteriormente le divisioni in seno all’intelligencija, che già si erano delineate nel periodo precedente; e Bazarov, con la sua negazione radicale che non implica ancora un chiaro progetto per il futuro (non a caso l’opera si conclude con la sua morte), era l’eroe di questa fase di transizione, dopo la quale gli “uomini nuovi” degli anni Sessanta avrebbero imboccato vie diverse: dall’”andata al popolo”, al terrorismo, all’adesione al programma socialista.

I segni della transizione si riconoscono nel paesaggio che si stende davanti agli occhi di Arkadij al suo arrivo a Mar’ino: la campagna impoverita, come i suoi proprietari, cui i contadini non pagano il tributo, il bestiame affamato, il bosco venduto per far fronte ai debiti: lo spettacolo strappa al giovane una sconsolata conclusione: “[il paese] non può rimanere così, non può, sono necessarie delle riforme… ma come attuarle, da cosa iniziare?” (pp. 11-12 ). L’amministrazione dei beni e le difficoltà economiche sono una preocupazione costante per i fratelli Kirsanov (padre e zio di Arkadij), il primo pacioso e sostanzialmente inoffensivo proprietario terriero, il secondo alquanto caricaturale per la sua anglofilia trapiantata nella provincia russa. Nei “padri”, spesso di idee liberali, ma deboli e inconsistenti, Turgenev riconosceva caratteristiche sue e dei suoi coetanei; egli evitò a ragion veduta di attribuire loro tratti smaccatamente negativi (crudeltà, corruzione, sfruttamento dei contadini), affinché la ribellione dei “figli” non sembrasse nata da motivazioni psicologiche individuali, ma ne emergesse il valore storico, generazionale. Come scrisse poco dopo l’uscita del romanzo in una lettera a K.K. Slucevskij (14/26 aprile 1862), “Tutti i veri contestatori che ho conosciuto […] provenivano da genitori relativamente buoni e onesti. E in questo c’è un senso molto grande […]. Essi seguono la propria strada per il semplice fatto che sono più ricettivi rispetto alle esigenze della vita del popolo”.

Bazarov è figlio di un medico, e dunque appartiene al ceto dei raznocincy, i non nobili che si stavano facendo strada nella società russa con idee nuove e radicali, estranee ai valori dell’aristocrazia e dell’intelligencija liberale. Egli fa professione di scientismo e utilitarismo, non ha interesse per l’arte, definisce “romanticismo” l’esibizione di nobili sentimenti e i compiacimenti estetici dei suoi ospiti, ma non idealizza neppure i contadini e le loro tradizionali forme associative: il suo atteggiamento è sarcastico o indifferente non solo ai temi filosofici su cui si erano arrovellati nei decenni precedenti slavofili e occidentalisti, ma anche ai problemi che negli ultimi tempi appassionavano gli intellettuali, dalla questione femminile al futuro delle comunità contadine di villaggio. Bazarov rappresenta dunque un fenomeno inedito, non inquadrabile in categorie note, come pretenderebbe di fare Pavel Petrovic (nel contrasto che li oppone nel cap. X); non cerca di fare proseliti ed è così consapevole della propria incompatibilità con il mondo dei Kirsanov, da lasciarsi trascinare nella discussione solo controvoglia. Il suo aspetto esteriore, la palandrana con le nappe, la scarsa cura dell’igiene personale e i modi rudi, senza cerimonie, suscitano la diffidenza di quanti (padroni o servitori) sono ligi alle convenzioni sociali, ma gli consentono di essere più facilmente accettato dagli umili e, non a caso, dal piccolo Mitja.

L’uscita del romanzo fu seguita da una lunga catena di polemiche, incomprensioni e accuse, al fondo delle quali vi era l’idea, largamente predominante in questo periodo, che, in assenza di un libero dibattito di idee, la letteratura in Russia avesse un ruolo sussidiario rispetto al discorso politico, e che compito della critica fosse di renderne esplicito il significato. Il giudizio estetico sull’opera richiedeva dunque in primo luogo che se ne valutasse l’aderenza alla realtà, in particolare per quanto concerneva la figura di Bazarov. A quali distorsioni potesse dar luogo l’equazione fra letteratura e vita lo dimostra il fatto che nel 1862, quando si sviluppò nella capitale un’ondata di incendi dolosi, allo scrittore si imputò da una parte di aver creato col suo libro un clima sovversivo, mentre dal fronte opposto lo si considerava quasi un delatore, corresponsabile dell’arresto e poi della deportazione di Cernysevskij. Con maggiore equilibrio, N. Strachov osservò che Turgenev aveva delineato un tipo la cui esistenza non era stata notata quasi da nessuno, e di cui solo in seguito tutti si erano accorti; ma l’interazione fra letteratura e vita divenne ancora più stretta quando il personaggio letterario fu di nuovo restituito alla realtà come modello di costume, generando fenomeni di imitazione e identificazione.

Il secondo punto in discussione riguardava il modo in cui Turgenev aveva rappresentato la figura di Bazarov e il fenomeno nichilista. Lo scrittore non negò la propria estraneità alle idee del suo personaggio, ma ammise anche di aver provato per lui un’”involontaria attrazione” durante la gestazione del romanzo. Spiegò inoltre che i tratti sgradevoli del protagonista erano dovuti alle circostanze della sua vita e non a un arbitrio dell’autore, ed aggiunse un’interessante notazione sul proprio metodo: le interpretazioni discordanti dei lettori erano dovute, a suo modo di vedere, alla novità del personaggio e al fatto che Bazarov non aveva goduto, come altri tipi letterari (e citava ad esempio il puskiniano Onegin e il lermontoviano Pecorin), di un periodo iniziale di idealizzazione e di esaltazione, ma era stato subito proposto in modo critico, senza indicazioni univoche per la lettura.

Le dispute sull’orientamento ideologico di Padri e figli hanno a lungo oscurato la parziale identificazione di Turgenev col suo protagonista, al quale prestò qualcosa del proprio pessimismo schopenhaueriano; pochi colsero (e non a caso, fra di essi, Dostoevskij) il significato non solo contingente della figura di Bazarov e la tragicità che, nelle intenzioni del suo autore, doveva esserne un elemento costitutivo. Alla richiesta di dare finalmente alla letteratura russa un eroe attivo, Turgenev rispondeva creando non una figura idealizzata, ma “un lupo”, un personaggio enigmatico che egli stesso non sapeva se amare o no; ma non perdeva occasione per sottolinearne la superiorità rispetto all’ambiente che lo circondava e la propria assenza di tendenziosità nel raffigurarlo.

Il nichilismo di Bazarov è frutto della visione pessimista dell’autore, testimone di una frattura profonda nella società russa fra gli “uomini superflui” della sua generazione e quanto di nuovo si stava delineando: selvaggio, forte e onesto, “e tuttavia condannato a soccombere, perché resta ancora sulla soglia del futuro”, come scrisse nella lettera già citata a K. Slucevskij. Lo vedeva come una creatura che si potrebbe definire michelangiolesca, “a metà emersa dal terreno”, nobile, eppure solitaria nella sua negazione radicale e nella superbia intellettuale, di cui non può sfuggire la parentela con tanti personaggi dostoevskijani (Delitto e castigo apparve quattro anni dopo): la sua ulteriore evoluzione è la “distruzione della fede in regole valide per tutti, il ‘non c’è nulla di sacro’” che è all’origine del mondo del sottosuolo.

Introduzione a “Padri e figli” di Ivan Turgenev via Repubblica.it/SPECIALE- La biblioteca di Repubblica.

On Great Immaturity of Humanity and Pornografia by Witold Gombrowicz

‘All writers are vain, selfish and lazy, and at the very bottom of their motives there lies a mystery. Writing a book is a horrible, exhausting struggle, like a long bout of some painful illness. One would never undertake such a thing if one were not driven on by some demon which one can neither resist nor understand.’
George Orwell
Da adolescente avevo una cotta per Andrea De Carlo. Avevo una cotta per De Carlo perchè Andrea, a differenza degli altri scrittori italiani che leggevo, era l’unico ad ascoltare i Rolling Stones in macchina, a vivere in una casa sperduta in campagna, ad essere caduto da cavallo (rimanendovi paralizzato per metà del corpo), a suonare la chitarra, e teneva sempre a esibire quell’aria posticcia e cagionevole, romantica e decandente, che ai tempi deve aver esercitato su di me un forte appeal.
Mi ricordo com’è iniziata; avevo 15 anni, vivevo ancora a casa dei miei, lavoravo nel negozio di dischi in via Natoli e Irene, la proprietaria del negozio, usava tenere i libri di Andrea sotto la cassa, in uno scaffale. L’infatuazione è partita con ‘Treno di Panna’, è proseguita con ‘Due di Due’,‘Nel momento’,‘Di noi tre’, ha raggiunto il sublime, l’apice della parabola d’amore con ‘Arco d’Amore’, e si è esaurita con ‘Pura Vita’. Non ricordo più neanche perchè. Anzi me lo ricordo, a un certo punto mi sono accorta De Carlo è un uomo. E borghese. Delle volte inconcludente, polemico, vanitoso, pigro, egocentrico, bugiardo, noioso. Come tutti gli uomini, proletari e me compresa. Quello che voglio dire è che vedendo in De Carlo l’uomo, ho smitizzato l’eroe e un assoluto, la sua proiezione ideale, che ho ridotto a pura finzione. Imparando a distinguere l’eroe dall’uomo, e l’uomo dallo scrittore, avrei dovuto imparare anche a distinguere la realtà dalla finzione. Missione fallita, quello di idealizzare gli uomini e innamorarmi degli scrittori che leggo è un vizio che continuo ad avere e in parte è dovuto al fatto che sono un soggetto bipolare con tendenza al delirio d’amore e alla sindrome dell’amante immaginario di De Clérembault (erotomania di Esquirol inclusa); in parte perchè trascorro leggendo quasi tutto il tempo libero che mi rimane da lavoro (ragione per cui mi piace scegliere sempre con cura e attenzione gli scrittori che mi porto a letto); ma soprattutto perchè scrivendo uno scrittore dà il meglio di sè e io, che malamente resisto alla vanità del satiro, ne rimango lusingata, quite flattered indeed. C’è quel lato civettuolo di me che adora essere sedotto dalle parole, dalla loro disposizione, dalla logica che le tiene insieme e si sviluppa in concetti, non importa la materia del discorrere; io adoro l’idea di un uomo che pur di eccitare il mio interesse, la mia curiosità, la mia attenzione, trascorre ore, giorni, settimane, in alcuni casi anni, in posa creativa, sotto sforzo intellettuale, in piena tribolazione, pur di compiacere la mia immaginazione e farmi godere il libro. Fosse leggere un atto sessuale squisitamente intellettuale e il libro un oggetto del piacere oggettivamente.. scomodo, ne convengo. Non solo, credo un libro un atto d’amore. Tanto più bello il libro, tanto più significativa la generosità d’animo dello scrittore. La bellezza di un libro dipenderà dal grado di corrispondenza e impatto che questo avrà in oguno di noi, per questo trovo volgari certi ‘eliterismi’ di nicchia che tendono a classificare la qualità dei libri, dunque anche quella dei lettori.
Qualche tempo fa mi sono avvicinata alla lettura dello scrittore e drammaturgo polacco Witold Gombrowicz, di cui ho letto Cosmos; ieri ho ripreso il romanzo Pornografia, che trovo di difficile lettura in inglese ma interessante perchè scritto postumo agli anni di occupazione tedesca in Polonia, dunque in un clima di tensioni culturali che in seguito hanno compromesso la pubblicazione del romanzo e incoraggiato lo scrittore a emigrare in Argentina. Il romanzo sviluppa il concetto dell”immaturità’, tipica della giovinezza quanto dell’età adulta, nel primo caso una componente del carattere, socialmente condivisa, nel secondo rimproverata e resa oggetto di inevitabili finzioni e alterazioni della personalità; una delle ragioni che spinge alcune donne a chiedersi Ancora perchè l’uomo di una volta non esiste più; l’uomo di una volta non è mai esistito, è un mito, pura finzione letteraria, un’icona; secondo Gombrowicz, in età adulta quella immaturità verrebbe dall’uomo nascosta attraverso una maschera, che indossa e rappresenta un mito, il mito di sè stesso; quello del vincente, del temerario, dell’eroe, cui virtù, in verità, non lo rappresentano nella sostanza e infine rendono responsabile della propria infelicità.
La trama del romanzo vuole due anziani intellettuali di campagna sedotti dalla passionalità di una giovane coppia di amanti che inducono a commettere un crimine. Pulsioni di vita, pulsioni di morte, Eros, Thanatos
Dice Witold Gombrowicz nella prefazione al romanzo

‘I do not believe in a nonerotic philosophy. I do not trust any desexualized idea. It’s hard to believe that Hegel’s Science of Logic or Kant’s Critique of Pure Reason could have been conceived if their authors had not kept a certain distance from their bodies. But pure conscience, when it is hardly realized, must be steeped again in the body, in sex, in Eros; the artist must plunge the philosopher in enchantment, charm, and grace’

e continua

‘A Polish author once wrote to me asking about the philosophical meaning of Pornografia.
I replied:
‘Let us try to express ourselves as simply as possible. Man, as we know, aims at the absolute. At fulfillment. At truth, at God, at total maturity.. To seize everything, to realize himself entirely – this is his imperative.
‘Now, in Pornografia it seems to me that another of man’s aims appears, a more secret one, undoubtedly, one which is in some way illegal: his need for the unfinished..for imperfection..for inferiority..for youth’

Gombrowicz è maggiormente conosciuto per il romanzo di debutto Ferdydurke, pubblicato nel 1937, di cui Pornografia è l’epilogo

‘Ferdydurke is undoubtedly my basic work, the best introduction to what I am and what I represent. Written twenty years later, Pornografia originates from Ferdydurke. I should therefore say a few words about this book.
It’s the grotesque story of a gentleman who becomes a child because other people treat him like one. Ferdydurke is intended to reveal the Great Immaturity of humanity. Man, as he is described in this book, is an opaque and neutral being who has to express himself by certain means of behavior and therefore becomes, from outside – for others – far more definite and precise than he is for himself.
Hence a tragic disproportion between his secret immaturity and the mask he assumes when he deals with other people. All he can do is to adapt himself internally to his mask, as though he really were what he appears to be.
It can therefore be said that the man of Ferdydurke is created by others, that men create each other by imposing forms on each other, or what we would call facons d’etre.
Ferdydurke was published in 1937 before Sartre formulated his theory of the regard d’autrui. But it is owing to the popularization of Sartrean concepts that this aspect of my book has been better understood and assimilated.
And yet Ferdydurke ventures on other, lesser known ground, the word ‘form’ is associated with the word ‘immaturity’. How can this Ferdydurkean man be described? Created by form he is created from outside, in other words unauthentic and deformed. To be a man means to be oneself.
He is also a constant producer of form: he secretes form tirelessly, just as the bee secretes honey.
But he is also at odds with his own form. Ferdydurke is the description of the struggle of man with his own expression, of the torture of humanity on the Procrustean bed of form.
Immaturity is not always innate or imposed by others. There is also an immaturity which culture betters us against when it submerges us and we do not manage to hoist ourselves up to its level. We are ‘infantilized’ by all ‘higher’ forms. Man, tortured by his mask, fabricated secretly, for his own usage, a sort of ‘subculture’ : a world made out of the refuse of a higher world of culture, a domain of trash, immature myths, inadmissible passions.. a second domain of compensation. That is where a certain shameful poetry is born, a certain compromising beauty..
Are we not close to Pornografia?
[..] And what if Pornografia were an attempt to renew Polish eroticism? .. An attempt to revive an eroticism which would bear a stronger relationship to our destiny and our recent history – composed of rape, slavery, and boyish squabbles- a descent to the dark limits of the conscience and the body?’
Text entirely taken from Cosmos and Pornografia, Two novels by Witold Gombrowicz, Preface, 1985

SOFA’ SOGOOD # 4 DANGLING MAN BY SAUL BELLOW

Saul Leiter‘, ‘Phone Call’, NY, 1957

La mancata consegna di un premio Pulitzer alla letteratura per l’edizione di quest’anno ha lasciato tutti interdetti e aperto dibattiti circa la questione. Saul Bellow è l’unico scrittore americano ad essere stato insignito di 3 National book awards con i romanzi ‘The adventures of Augie March’, ‘Herzog’, e ‘Mr Sammler’s Planet‘; nel 1975 di un Pulitzer Prize per il romanzo Humboldt’s Gift; nel 1976 di un Nobel Prize in Literature ‘for the human understanding and subtle analysis of contemporary culture that are combined in his work’
Dangling man, primo dei suoi romanzi pubblicato nel 1944, anticipa l’intera produzione letteraria dello scrittore e sembra rispondere alle polemiche circa il futuro della letteratura. Bellow colloca l’uomo al centro dell’indagine letteraria e lo fa ponendo particolareggiata attenzione ai conflitti che derivano dal confronto con la società che lo circonda, lo opprime, lo ‘strania’ e verso cui prova un sentimento di alienazione. Il più della critica concerne stile della scrittura e gli elementi di cui Bellow si serve per configurare background e ragioni di un conflitto che rappresenta il teorema uomo – umanità – società moderna. E’ certo la sensibilità di Bellow nel trattare la materia umana deriva lui dall’essere figlio di mercanti ebrei emigrati in Canada e vissuti in Russia. Saul è ultimo di quattro figli cresciuti a Chicago e nati a Montreal. I genitori parlano fra loro ebraico e russo, i ragazzi inglese, yiddish e francese. L’identità culturale di Bellow attinge dalla ricca tradizione ebraica, francese e russa, e converge nella mistificazione e conseguente disillusione del sogno americano; sono gli anni della Grande Depressione, della grande immigrazione, del grande Gatsby, del quarto potere, della chiamata alle armi, del calypso e del rockabilly. Trovo il virtuosismo dell’America condensato tutto nell’intensità accelerata di quegli anni di grave crisi sociale che hanno piegato alle ginocchia milioni di persone e rimesso in discussione le sorti di una nazione intera. Io credo è stato soltanto allora che i bianchi si sono finalmente uniti ai neri, centinaia di lingue si sono mescolate alla lingua, decine di nazioni si sono strette in una, capace di risollevarsi dalle macerie attraverso duro lavoro, sacrifici e tanta immaginazione. Del virtuosismo americano amo il senso della possibilità, quel why not? che è ottimismo e apertura, un accogliere, uno sfidare la sorte, un giocare la partita, un pensare straordinario, immaginifico, lungimirante, in funzione del domani
Secondo il dizionario inglese che ho qui con me, to dangle ha due significati:
transitive and intransitive verb hang loosely: to swing or hang loosely, or cause something to swing or hang loosely
transitive verb offer something as inducement: to offer or display something as an enticement or inducement
Dangling man sembra appunto offrire an inducement, uno stimolo, un motivo, un incentivo a considerare la storia un punto d’arrivo e un’occasione di partenza, e l’uomo un ‘mezzo’, letteralmente un mezzo, a cui viene chiesto di attraversare il presente consapevolmente. In Dangling man Bellow attenta a descrivere da cosa deriva quella consapevolezza, che è coscienza individuale dunque esito sociale. Quella consapevolezza nasce da una colluttazione ideale di principi e forze opposte, ora l’esercizio di una volontà di potenza, il trionfo del Romanticismo, l’eroismo del Titano, ora l’assurdità delle guerre, un crollo di valori, l’oltre uomo in crisi esistenzialista, sviscerato dalla psicoanalisi e teso al  nichilismo e all’isolazione.
Il romanzo è una retrospettiva che procede per date e minuziose digressioni all’infanzia e alla giovinezza. Joseph, il protagonista, sembra guardarsi allo specchio e non riconoscersi nell’immagine che vede di sè; si agita, è nervoso, perde il senno, sembra non avere più il controllo della propria vita e sulle proprie emozioni
L’edizione che ho qui, della Penguin, è introdotta da J. M. Coetzee, che del romanzo dice nel finale
‘Dangling Man is long on reflection, short on action. It occupies the uneasy ground between the novella proper and the personal essay or confession. Various personages come onstage and exchange words with the protagonist, but beyond Joseph in his two sketchy manifestations there are no characters, properly speaking. Behind the figure of Joseph can be discerned the lonely, humiliated clerks of Gogol and Dostoevsky, brooding upon revenge; the Roquentin of Sartre’s Nausea, the scholar who undergoes a strange metaphysical experience that estranges him from the world; and the lonely young poet of Rilke’s Notebook of Malte Laurids Brigge. In this slim first book Bellow has not yet developed a vehicle adequate to the kind of novel he is feeling his way towards, one that will offer the customary novelistic satisfactions, including involvement in what feels like real- life conflict in a real-life world, and yet leave the author free to deploy his reading in European literature and thought in order to explore problems in contemporary life. For that step in Bellow’s evolution we will have to wait for Herzog (1964)
J. M. Coetzee
Ho amato questo libro dalla prima all’ultima pagina, e dalla prima all’ultima pagina questo libro ha lenito un po’ della mia solitudine e fatto stare bene, fossero state le parole un abbraccio, una mano che tiene la mano, una lettera che dà conforto.
Le parti del libro da citare sarebbero tantissime, ma ci sono due passi che fra tutti mi hanno colpita particolarmente

___________________________________________________________January 5

THIS AFTERNOON I emptied the closet of all its shoes and sat on the floor polishing them. Surrounded by rage, saddle soap, and brushes – the brown light of the street pressing in at the window, and the sparrows bickering in the dead twigs – I felt tranquil for a while and, as I set Iva’s shoes out in a row, I grew deeply satisfied. It was a borrowed satisfaction; it was doing something I had done as a child. In Montreal, on such afternoon as this, I often asked permission to spread a paper on the sitting- room floor and shine all the shoes in the house, including Aunt Dina’s with their long tongues and scores of eyelets. When I thrust my arm into one of her shoes it reached well above the elbow and I could feel the brush against my arm through the soft leather. The brow fog lay in St Dominique Street; in the sitting room, however, the stove shone on the devenport and on the oilcloth and on my forehead, drawing the skin pleasantly. I did not clean shoes because I was praised for it, but because of the work and the sensations of the room, closed off from the wet and the fog of the street, with its locked shutters and the faint green of the petal pipes along the copings of its houses. Nothing could have tempted me out of the house.
I have never found another street that resembled St Dominique. It was in a slum between a market and a hospital. I was generally intensely preoccupied with what went on in it and watched from the stairs and the windows. Little since then has worked upon me with such force as, say, the sight of a driver trying to raise his fallen horse, of a funeral passing through the snow, or of a cripple who taunted his brother. And the pungency and staleness of its stores and cellars, the dogs, the boys, the French and immigrant women, the beggars with sores and deformities whose like I was not to meet again until I was old enough to read of Villon’s Paris, the very breezes in the narrow course of that street, have remained so clear to me that I sometimes think it it the only place where i was ever allowed to encounter reality. My father blamed himself bitterly for the poverty that forced him to bring us up in a slum and worried lest I see too much. And I did see, in a curtainless room near the market, a man rearing over a blond woman on his lap. But less easily forgotten were a cage with a rat in it thrown on a bonfire, and two quarrelling drunkards, one of whom walked away bleeding, drops falling from his head like the first slow drops of a heavy rain in summer, a crooked line of drops left on the pavement as he walked.

_____________________________________________________________January 6

ABT HAS sent me a copy of a pamphlet he wrote on the government of the Territories. Expects a flattering comment, no doubt, and I shall have to rig one up. He will want me to tell him that no one else could have written such a pampleth. Suppose I were try to tell him what I thought of him. He would reply coldly, ‘I don’t know what you’re talking about.’ He has a way of turning aside everything he has no desire to understand.
Abt, more than anyone I have known, has lived continually in need of being consequential. Early in life he discovered that he was quicker, abler, than the rest of us, and that he could easily outstrip us in learning and in skills. He felt he could be great in anything he chose. We roomed together in Madison as freshmen. He was very busy that first year keeping us all his accomplishments, his music, his politics, his class work. Living with him had a bag effect on me, for I withdrew from any field he entered. People came from other campuses to consult him on doctrinal matters; no one had as much out-of-the-way information as he; he read foreign political journals the rest of us had never heard of, and reports of party congresses, those dun, mimeographed sheets on international decisions in France and Spain. No one was so subtle with opponents. Nor did many students get as much attention as he got from his teachers. A few were afraid of him and learned to avoid challenging him publicly. late afternoons, he played the piano. I would often stop by for him at the music building on the way to dinner and spend half an hour listening. He did not waste time maturing, he did not make any of the obvious mistakes. His hold was too good. That winter he was Lenin, Mozard, and Locke all rolled into one. But there was unfortunately not enough time to be all three. And so, in the spring, he passed through a crisis. It was necessary to make a choice. But, whatever it was he chose, that would be the most important. How could it be otherwise? He gave up attending meetings and practising the piano, he banished the party reports as trash, and decided to become a political philosopher. There was a general purge. Everything else went.
Anti-Duhring and The Critique of the Gotha Program sank to the rear of the bottom shelf of his bookcase and were supplanted at the top by Bentham and Locke. Now he had decided, and in dead earnestness the followed greatness. Inevitably, he fell short of his models. He would never admit that he wanted to become another Locke, but there was, wearing himself thin with the effort of the emulation, increasingly angry at himself, and unable to admit that the scale of his ambition was defeating him.
He is stubborn. Just as, in the old days, it disgraced him to confess that he was not familiar with a book or a statement that came under his jurisdiction, he now cannot acknowledge that his plan has miscarried. But then, it bothers him to be found guilty even of small errors. He does not like to forget a date or a name or the proper form of a foreign verb. He cannot be wrong, that is his difficulty. If you warn him that there is a fissure at his feet, he answers, ‘ no, you must be mistaken.’ But when it can no longer be ignored he says, ‘Do you see it?’ as though he has discovered it.
Of course, we suffer from bottomless avidity. Our lives are so precious to us, we are so watchful of waste. Or perhaps a better name for it would be the Sense of Personal Destiny. Tes, I think that is better than avidity. Shall my life one-thousandth of an inch fall short of its ultimate possibility? It is a different thing to value oneself, and to prize oneself crazily. And then there are our plants, idealizations. These are dangerous, too. They can consume us like parasites, eat us, drink us, and leave us lifelessly prostrate. And yet we are always inviting the parasite, as if we were eager to be drained and eaten.
It is because we have been taught there is no limit to what a man can be. Six hundred years ago, a man was what he was born to be. Satan and Church, representing God, did battle over him. He, by reason of his choice, partially decided the outcome. But whether, after life, he went to hell or to heaven, his place among other men was given. It could be contested. But, since, the stage has been reset and human being only walk on it, and, under this revision, we have, instead, history to answer to. We were important enough then for our souls to be fought over. Now, each of us is responsible for his own salvation, which is in his greatness. And that, that greatness, is the rock our hearts are abraded on. Great minds, great beauties, great lovers and criminals surround us. from the great sadness and desperation of Werthers and Don Juans we went to the great ruling images of Napoleons; from these to murderers who had that right over victims because they were greater than the victims; to men who felt privileged to approach others with a whip; to schoolboys and clerks who roared like revolutionary lions; to those pimps and subway creatures, debaters in midnight cafeterias who believed they could be great in treachery and catch the throats of those they felt were sound and well in the lassos of their morbidity; to dreams of greatly beautiful shadows embracing on a flawless screen. because of these things we hate immoderately and punish ourselves and one another immoderately. The fear of lagging pursues and maddens us. The fear lies in us like a cloud. It makes an inner climate of darkness. And occasionally there is a storm and hate and wounding rain out of us.

Text entirely taken from ‘Dangling Man’, by Saul Bellow, 1944

The work of Art in the Age of Mechanical Reproduction by Walter Benjamin

sculpture by Brian Dettmer

Sto leggendo un saggio profezia del filosofo tedesco Walter Benjamin,’The work of Art in the Age of Mechanical Reproduction, scritto al tempo in cui Hitler era stato già elevato Chancellor of Germany e l’Europa si ripreparava alle armi. In questo Benjamin spiega le ragioni del postmodernismo a partire da un’indagine all’avanguardia marxista d’esito nella produzione delle arti e della riproduzione delle arti, l’impatto delle arti nella sfera politica e sociale. Meglio questo saggio delinea una teoria
[..]a theory of art that would be “useful for the formulation of revolutionary demands in the politics of art.In the absence of any traditional, ritualistic value, art in the age of mechanical reproduction would inherently be based on the practice of politics. L’arte come atto di ribellione.
Ho trovato un articolo di Claudio Bianco (FILOSOFICO.NET – La filosofia e i suoi eroi) che ne fa una critica molto interessante
Dice
Il saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica viene scritto da Walter Benjamin (1892-1940) nel 1935 subito dopo aver partecipato come uditore al I Congresso internazionale degli scrittori, organizzato a Parigi al fine di dar vita a un’ampia mobilitazione intellettuale contro la diffusione del fascismo . Nel 1936 il saggio è pubblicato, nella traduzione francese di Pierre Klossowski , sulla celebre rivista Zeitschrift fur Sozialforschung , che in quel periodo si stampava a Parigi e il cui gruppo dirigente era costituito da Theodor Wiesengrund Adorno (1903-1969) , Max Horkheimer (1895-1973) e Herbert Marcuse (1898-1979) , fondatori dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte. In una lettera del 16 ottobre 1935 a Horkheimer, Benjamin descrive il saggio come “una puntata in direzione di una teoria materialistica dell’arte”; in effetti la sua problematica adesione al marxismo e i rapporti con il gruppo di Adorno e con Bertolt Brecht costituiscono un quadro di riferimento imprescindibile per comprendere un testo che lega il problema del mutato statuto dell’opera d’arte – a seguito della diffusione di nuove tecniche di riproduzione- a considerazioni di carattere politico e sociale.

L’adesione di Benjamin al “materialismo storico”, ossia alla dottrina associata principalmente alle figure di Karl Marx (1818 – 1883) e Friedrich Engels (1820-1895) , secondo cui le produzioni cosiddette “spirituali” degli uomini – arte, religione e filosofia – sarebbero determinate, in quanto “sovrastruttura” , dalle strutture economiche soggiacenti delle diverse relazioni sociali e dei diversi modi di produzione, è sin dall’inizio assai problematica e originale. Nel saggio Eduard Fuchs, il collezionista e lo storico, Benjamin individua come compito del materialismo storico il superamento dell’atteggiamento “contemplativo” e neutrale assunto dallo storicismo per introdurre una visione dialettica della storia. Il passato non deve essere considerato come inserito in un ordine lineare e progressivo, bensì come qualcosa di unico, un’”esperienza originaria” in cui il presente si incontra con il passato in una “costellazione critica” che “fa deflagrare la continuità della storia”. L’idea di un presente nel quale si incontrano i diversi registri temporali dell’eternità e dell’istante era probabilmente maturata in Benjamin attraverso la lettura di Baudelaire, il quale, come abbiamo visto, nei saggi de Il pittore della vita moderna aveva definito la modernità come coesistenza, nel presente, del transitorio e dell’effimero con l’eterno e l’immutabile.

La critica della concezione della storia come progresso lineare e ascendente ritorna nelle tesi Sul concetto di storia (1940) , dove il compito del materialista storico è descritto come quello di “scardinare il continuum della storia”, a partire da “un presente che non è passaggio, ma nel quale il tempo è in equilibrio ed è giunto a un arresto (…) quel presente in cui egli, per quanto lo riguarda, scrive storia”. Il presente non è un istante astratto e anonimo dell’omogeneo fluire del tempo, né un’agostiniana distensio animi tutta racchiusa nell’interiorità della coscienza: esso è,invece, istanza originaria generatrice del tempo storico, luogo della sospensione e della critica in cui la storia è narrata e costruita guardando al futuro, a partire dalle urgenze dell’attualità (Jetztzeit). Questa costellazione di presente, passato e futuro, implicante al tempo stesso critica dell’esistenze e apertura verso il futuro, si rivela allo sguardo dello storico purificato dalle pecche dello storicismo sotto le sembianze di quella che Benjamin chiama un’”immagine dialettica”: un’immagine improvvisa, balenante, nella quale passato e futuro si illuminano a vicenda a partire dal presente.

E’nella sezione N del libro incompiuto dedicato ai passages di Parigi, intitolata “Elementi di teoria della conoscenza, teoria del progresso” che Benjamin sviluppa questo concetto, sostenendo che è solo attraverso le immagini dialettiche che la storia giunge alla leggibilità in una determinata epoca, là dove improvvisamente il passato subisce una sorta di “teléscopage” attraverso il presente: “Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora (Jetzt) in una costellazione. In altre parole: immagine è la dialettica nell’immobilità . Poiché, mentre la relazione del presente con il passato è puramente temporale,continua, la relazione tra ciò che è stato e l’ora è dialettica: non è un decorso, ma un’immagine discontinua, a salti. Solo le immagini dialettiche sono autentiche immagini (cioè non arcaiche); e il luogo, in cui le si incontra, è il linguaggio”. L’immagine dialettica appare là dove il pensiero si arresta in una costellazione, dove passato, presente e futuro si manifestano improvvisamente alla luce di una “vera sintesi” in cui appare ciò che Benjamin , riprendendo un termine fondamentale della morfologia goethiana , chiama un “fenomeno originario della storia”.

La riflessione benjaminiana su cosa significhi un approccio materialistico e dialettico alla storia e all’arte sta sullo sfondo del saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica , che nella “premessa” è presentato come una raccolta di “tesi sopra le tendenze dello sviluppo dell’arte nelle attuali condizioni di produzione”. In apertura del saggio Benjamin cita un passo di un breve testo di Paul Valéry (1871-1945) , “La conquete de l’ubiquité”, pubblicato nel 1931 nella raccolta Pièce sur l’art. In questo testo Valéry si interroga sui mutamenti in atto nella nozione stessa di arte – nelle tecniche artistiche, nella concezione della creazione, nella riproduzione e trasmissione delle opere – in seguito all’incremento stupefacente del nostro “potere di azione sulle cose”. La futura diffusione di nuovi mezzi di comunicazione analoghi alla radio e al telefono avrebbe presto consentito, secondo Valéry, di “trasportare o ricostituire in ogni luogo il sistema di sensazioni – o più esattamente, il sistema di eccitazioni – provocato in un luogo qualsiasi da un oggetto o da un evento qualsiasi”. Nel caso dell’arte, ciò avrebbe significato la possibilità per le opere di avere una sorta di “ubiquità” , ossia di divenire delle “fonti” o “origini” i cui effetti potrebbero essere avvertiti ovunque. Su un piano più generale, lo scenario evocato da Valéry è quello di una società futura in cui sarebbe possibile suscitare un flusso di immagini visive o di sensazioni uditive con un semplice gesto, una società caratterizzata dalla possibilità di una “distribuzione della Realtà Sensibile a domicilio”. In questo aumentato potere di riprodurre e diffondere le opere, che Valéry vede già compiersi nel caso della musica, risiederebbe la “condizione essenziale della resa estetica più elevata”, ossia la possibilità di sganciare la fruizione dell’opera d’arte dall’hic et nunc della sua collocazione materiale o della sua esecuzione per renderla accessibile nel momento spirituale più favorevole e fecondo.

La stessa riflessione sui mutamenti in atto nello statuto e nella fruizione dell’arte in seguito all’elaborazione di nuove tecniche di riproduzione e trasmissione delle opere che anima il breve testo di Valéry è al centro del saggio di Benjamin, che ha come presupposto la grande diffusione della fotografia e del cinema nei primi decenni del secolo e il lavoro di sperimentazione condotto su queste due forme espressive da avanguardie artistiche come il dadaismo, il surrealismo o il costruttivismo. A differenza di Valéry, Benjamin conferisce però alla propria analisi una valenza esplicitamente politica, in quanto nelle nuove forme di produzione e trasmissione dell’arte messe in atto da cinema e fotografia vede la possibilità di liberare l’esperienza estetica dal sostrato religioso-sacrale che ne accompagnava la fruizione da parte della borghesia, impedendo l’instaurazione di un nuovo rapporto tra l’arte e le masse. Quelle proposte da Benjamin, secondo le sue stesse parole, sono tesi “che eliminano un certo numero di concetti tradizionali – quali i concetti di creatività e di genialità, di valore eterno e di mistero -, concetti la cui applicazione incontrollata (…) induce a un’elaborazione in senso fascista del materiale concreto”. Scopo dell’analisi deve essere elaborare concetti “del tutto inutilizzabili ai fini del fascismo”, concetti che consentano, al contrario, “la formulazione di esigenze rivoluzionarie nella politica culturale”.

Una riflessione sulla riproducibilità dell’opera d’arte non può non partire dalla constatazione che, “in linea di principio”, l’opera d’arte è sempre stata riproducibile”. La riproduzione intesa come imitazione manuale di disegni, quadri o sculture è sempre stata parte integrante della pratica artistica, dell’apprendimento e della messa in circolazione delle opere. Nel caso della musica,poi, l’opera stessa esiste innanzitutto come ri-esecuzione . Ciò che interessa a Benjamin , però, non è la riproduzione intesa in questo senso bensì la riproduzione tecnica delle opere d’arte, qualcosa che nella storia si è manifestato progressivamente nelle pratiche della fusione del bronzo, del conio delle monete, della silografia e della litografia come riproduzione della grafica e, soprattutto, della stampa come riproducibilità tecnica della scrittura. Con l’invenzione della fotografia e del cinema, la riproducibilità del visibile attinge a una dimensione nuova, sganciandosi ulteriormente dal condizionamento della manualità e velocizzandosi enormemente. Di fronte a una tale rivoluzione tecnica, il compito del critico, secondo Benjamin, consiste nel riflettere sul modo in cui questo tipo di riproducibilità dell’opera d’arte finisce per imporre una ridefinizione dello statuto stesso dell’arte nella sua forma tradizionale.

La tesi centrale del saggio di Benjamin risiede nell’affermazione che nella riproduzione fotografica di un’opera viene a mancare un elemento fondamentale : “l’hic et nunc dell’opera d’arte, la sua esistenza unica e irripetibile nel luogo in cui si trova”. Nell’unicità della collocazione spazio-temporale dell’opera risiede il fondamento della sua autenticità e della sua autorità come “originale”, ossia la sua capacità di assumere il ruolo di testimonianza storica. La trasmissione di un’eredità culturale poggia infatti sul permanere nel tempo dell’unicità e dell’autorità delle opere e sulla loro conservazione e celebrazione in spazi dedicati, come i musei, o nei quali esse si radicano nella loro unicità (una chiesa, un palazzo). Benjamin riassume i valori di unicità,autenticità e autorità dell’opera d’arte nella nozione di “aura” , un termine ricorrente nel lessico storico-artistico ed esoterico di inizio secolo nell’accezione di “aureola” (come quella che circonda le immagini dei santi) o in quella, assai più ambigua, di “alone” che circonda e avvolge ogni individuo, come negli scritti di carattere misterico o teosofico.

Il “declino”, il “venir meno” dell’aura (Verfall der Aura) determinato dall’avvento dei mezzi di riproduzione tecnica delle opere, sarebbe il sintomo, secondo Benjamin , di un più vasto mutamento “nei modi e nei generi della percezione sensoriale”: a ogni periodo storico corrispondono infatti determinate forme artistiche ed espressive correlate a determinate modalità della percezione, e la storia dell’arte deve essere accompagnata da una storia dello sguardo. Proseguendo la riflessione sul progressivo impoverirsi dell’esperienza avviata nel saggio Il Narratore. Considerazioni sull’opera di Nicola Leskov, in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica Benjamin constata come nella società a lui contemporanea, mediante la diffusione dell’informazione e delle immagini, tenda ad affermarsi sempre più un’esigenza di avvicinamento, alle cose e alle opere.

Ciò che però viene meno, in un’epoca caratterizzata dal bisogno di “rendere le cose, spazialmente e umanamente, più vicine” e in cui “ si fa valere in modo sempre più incontestabile l’esigenza di impossessarsi dell’oggetto da una distanza il più possibile ravvicinata nell’immagine, o meglio nell’effigie, nella riproduzione”, è quel peculiare intreccio di vicinanza e lontananza nel quale risiede, secondo Benjamin, l’essenza dell’aura: “Cade qui opportuno illustrare il concetto, sopra proposto, di aura a proposito degli oggetti storici mediante quello applicabile agli oggetti naturali. Noi definiamo questi ultimi apparizioni uniche di una lontananza, per quanto questa possa essere vicina. Seguire, in un pomeriggio d’estate, una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sopra colui che si riposa – ciò significa respirare l’aura di quelle montagne, di quel ramo”. Fine dell’aura significa fine di quell’intreccio tra lontananza, irripetibilità e durata che caratterizzava il nostro rapporto con le opere d’arte tradizionali, e avvento di una fruizione dell’arte basata sull’osservazione fugace e ripetibile di riproduzioni.

Originariamente, le opere d’arte erano parte inscindibile di un contesto rituale, prima magico e poi religioso; la loro autorità e autenticità, la loro aura, era determinata proprio da questa appartenenza al mondo del culto. In forme secolarizzate, l’atteggiamento rituale e culturale nei confronti dell’arte sarebbe poi trapassato nelle forme profane del culto della bellezza, che nasce nel Rinascimento e dura fino alle ultime derive del Romanticismo. L’avvento della riproducibilità tecnica e la sua diffusione mediante la fotografia segnano per la prima volta la possibilità di emancipare l’arte rispetto all’ambito del rituale: venendo meno i valori dell’unicità e dell’autenticità, si apre la possibilità di conferire all’arte una nuova valenza politica, al valore cultuale (Kultwert) dell’opera si sostituisce progressivamente il valore espositivo (Ausstellungswert).

Il discorso benjaminiano sulla fine dell’aura non è quindi riconducibile a una forma di nostalgia, bensì è un tentativo di individuare le potenzialità ancora non del tutto esplicitate della riproducibilità. Nella fotografia la dissoluzione del valore cultuale in favore del valore di esponibilità non è ancora completa, in quanto l’aura mantiene una sua ultima forma di sopravvivenza nel “volto dell’uomo”. Non è un caso che le prime fotografie siano state soprattutto dei ritratti, miranti a fissare e a tramandare nel tempo l’identità e lo sguardo dei soggetti fotografati:”Nell’espressione fuggevole di un volto umano, dalla prime fotografie, emana per l’ultima volta l’aura. E’ questo che ne costituisce la malinconica e incomparabile bellezza”. Il profondo legame tra l’immagine fotografica e l’unicità del soggetto rappresentato nell’hic et nunc del suo essere rappresentato, e quindi il legame tra immagine, temporalità e morte- che Roland Barthes (1915-1980avrebbe successivamente tematizzato tramite il concetto di punctum nel celebre saggio La chambre claire – viene meno con il cinema. La rappresentazione cinematografica, a differenza di quella teatrale, è fatta di mediazione , differimento, scomposizione: le azioni che ci si presentano nella loro sequenzialità sono girate in momenti diversi, e ciò che vediamo è il risultato di una serie di scelte legate all’inquadratura e al montaggio. A differenza del pittore – che è come un mago nel mantenere la distanza tra sé e ciò che è oggetto della rappresentazione e nel conferire un’autorità auratica alla rappresentazione stessa- l’operatore cinematografico è come un chirurgo ; penetra nelle immagini, le frammenta, le scompone, ne ridefinisce la sequenza, finendo però per eliminarne l’aura.

Lungi dal condividere il senso di disagio provato da Pirandello nei confronti della presenza del mezzo tecnico nella realizzazione dell’immagine cinematografica, come testimonia il romanzo Si gira del 1915, Benjamin afferma che proprio questa mediatezza consente al cinema di determinare un significativo approfondimento delle nostre capacità percettive. La possibilità di moltiplicare i punti di vista e le inquadrature mediante quella che Benjamin chiama “la dinamite dei decimi di secondo” rende infatti più libero e indipendente il nostro sguardo sulle cose. Lo spazio che si rivela alla cinepresa è, inoltre, profondamente diverso da quello che si rivela allo sguardo empirico: “ al posto di uno spazio elaborato dalla coscienza dell’uomo interviene uno spazio elaborato inconsciamente”. Quello rivelato dall’istantaneità dell’immagine fotografica e dalla sequenzialità dell’immagine in movimento è dunque un “inconscio ottico” che si rivela soltanto attraverso di esse, così come l’inconscio istintivo viene portato alla luce nella psicoanalisi.

La portata “rivoluzionaria” che Benjamin attribuisce alla fotografia come tecnica della riproduzione e,in maggior misura, al cinema, si esplica dunque su diversi piani: dissoluzione dell’aura attraverso riproduzioni che sottraggono l’opera d’arte all’hit et nunc della sua esistenza materiale e della sua fruizione, rivelazione di una visibilità che rimane inaccessibile all’occhio empirico e diventa invece accessibile grazie alla mediazione del dispositivo, contestazione di ogni atteggiamento cultuale e “feticistico”, tipicamente borghese, nei confronti dell’autenticità e dell’autorità dell’opera. Riguardo a quest’ultimo punto, Benjamin sottolinea come il cinema, a differenza della pittura, non consenta un atteggiamento puramente contemplativo, fatto di esaltazione e rapimento. Quella del cinema non è una fruizione fatta di raccoglimento ma una fruizione “distratta” in cui lo spettatore non si perde nell’opera, ma si mantiene in un atteggiamento nel quale piacere e giudizio critico coesistono senza limitarsi a vicenda. Il cinema, in altre parole, si allontana dal naturalismo e dall’illusionismo teatrale e consente di conservare la “distanza” e lo “straniamento” che erano al centro, negli stessi anni, della riflessione sul teatro di Brecht.

La capacità di ridefinire il rapporto tra l’arte e le masse aperta dal cinema, dunque, risiede per Benjamin nella possibilità di una fruizione collettiva nella quale la critica non è soffocata da una forma di devozione cultuale nei confronti dell’immagine. Certo, anche nel cinema è presente un residuo di aura, in particolare nel culto della personality che trasforma gli attori in divi, e del resto è chiaro che l’”industria cinematografica ha tutto l’interesse a imbrigliare, mediante rappresentazioni illusionistiche e mediante ambigue speculazioni, la partecipazione delle masse”. Alla ricognizione delle possibilità espressive del mezzo cinematografico operata da registi come Ejzenstejn si contrapponeva, in quegli stessi anni, l’impiego dell’immagine cinematografica da parte dei regimi fascisti a fini propagandistici – basti pensare al contributo della regista Leni Riefenstahl nel definire l’iconografia del nazismo – , testimoniando così come questa forma espressiva avesse un potenziale ambiguo, , che sarà poi analizzato da Adorno e Horkehimer , in relazione all’industria culturale americana, in Dialettica dell’illuminismo (1946). Rispetto a questo testo, l’analisi di Benjamin mostra di condividere l’interesse e le aspettative nutrite da diversi movimenti degli anni Venti e Trenta (neoplasticismo, costruttivismo, Bauhaus), oltre che dai giovani Lukàcs e Brecht , nei confronti dei nuovi mezzi espressivi, pur riconducendo la riflessione sull’arte a una finalità prettamente politica: Benjamin risponde infatti all’estetizzazione della politica e della guerra proposte dal fascismo, e condivise da futuristi come Martinetti, sostenendo la necessità di una “politicizzazione dell’arte” proprio a partire dal potenziale rivoluzionario e democratico del cinema.
via WALTER BENJAMIN. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (a cura di Claudia Bianco).

Il saggio si compone di tre parti
The Work of Art of Mechanical Reproduction
Franz Kafka: On the Tenth Anniversary of His Death
Picturing Proust
E questa è l’introduzione e il primo capitolo

_________The Work of Art of Mechanical Reproduction_____________

The establishment of the fine arts and their division into various categories go back to a time that differed radically from ours and to people whose power over things and circumstances was minute in comparison with our own.
However, the astounding growth that our resources have undergone in terms of their precision and adaptability will in the near future confront us with very radical changes indeed in the ancient industry of the beautiful. In all arts there is a physical component that cannot continue to be considered and treated in the same way as before; no longer can it escape the effects of modern knowledge and modern practice. Neither matter nor space nor time is what, up until twenty years ago, it always was. We must be prepared for such profound changes to alter the entire technological aspect of the arts, influencing invention itself as a result, and eventually, it may be, contriving to alter the very concept of art in the most magical fashion.
Paul Valery, Pieces sur l’art
FOREWORD
When Marx set out to analyze the capitalist mode of production, that mode of production was in its infancy. Marx so ordered his endeavours that they acquired prognosticative value. Looking back at the basic circumstances of capitalist production, he presented them in such a way as to show what capitalism might be thought capable of years to come. What emerged was that it might not only be thought capable of increasingly severe exploitation of proletarians; ultimately, it may even bring about conditions in which it can itself be done away with.
The transformation of the superstructure, which proceeds far more slowly than that of the substructure, has taken more than half a century to bring out the change in the conditions of the production in all spheres of civilization. Only now can the form that this has assumed be revealed. Of those revelations, certain prognosticative demands need to be made. However, such demands will be met not so much by prepositions concerning the art of the proletariat after it has seized power, let alone that of the classless society, as by propositions concerning how art will tend to develop under current conditions of productions. The dialects of those propositions makes itself no less apparent in the superstructure than in the economy. It would be wrong, therefore, to underestimate the combative value of such propositions. They oust a number of traditional concepts – such as creativity and genius, everlasting value and secrecy- concepts whose uncontrolled (and at the moment scarcely controllable) application leads to a processing of the facts along the lines of Fascism. The following concepts, here introduced into art theory for the first time, differ from more familiar ones in that they are quite useless for the purpose of Fascism. They can, on the other hand, be used to formulate revolutionary demands in the politics of art.
____________________CHAPTER 1_____________________

In principle, the work of art has always been reproducible. What mas has made, mas has always been able to make again. Such copying was also done by pupils as an artistic exercise, by masters in order to give works wider circulation, ultimately by anyone seeking to make money. Technological reproduction of the work of art is something else, something that has been practiced intermittently throughout history, at widely separated intervals though with growing intensity. The Greeks had only two processes for reproducing works of art technologically: casting and embossing. Bronzes, terracottas and coins were the only artworks that they were able to manufacture in large numbers. All the rest were unique and not capable of being reproduced by technological means. It was wood engraving that made graphic art technologically reproducible for the first time; drawings could be reproduced long before printing did the same for the written word. The huge changes that printing (the technological reproducibility of writing) brought about in literature are well known. However, of the phenomenon that we are considering on the scale of history here they are merely a particular instance- though of course a particularly important one. Wood engraving is joined in the course of the Middle Age by copperplate engraving and etching, then in the early nineteenth century by lithography.
With lithography, reproductive technology reaches a radically new stage. The very much speeder process represented by applying a drawing to a stone as opposed to carving it into a block of wood or etching it onto a market its products not only in great numbers (as previously) but also in different designs daily. Lithography made it possible for graphics art to accompany everyday life with pictures. It started to keep pace with printing.
However, in these early days it was outstripped, mere decades after the invention of lithography, by photography. With photography, in the process of pictorial reproduction the hand was for the fist time relieved of the principal artistic responsibilities, which henceforth lay with the eye alone as it peered into the lens. Since the eye perceives faster than the hand can draw, the process of pictorial reproduction was so enormously speeded up that it was able to keep pace with speech. The film operator, turning the handle in the studio, captures the images as rapidly as the actor speaks. Whilst in lithography the illustrated magazine was present in essence, in photography it was the sound film. The technological reproduction of sound was tackled at the end of the last [nineteenth] century. These convergent endeavours rendered foreseeable a situation that Paul Valery described in the sentence: ‘Just as water, gas and electric power come to us from afar and enter our homes with almost no effort on our part, there serving our needs, so we shall be supplied with pictures or sound sequences, at the touch of a bottom, almost a wave of the end, arrive and likewise depart.’ Around 1900 technological reproduction had reached a standard at which at had not merely begun to take the totality of traditional artworks as its province, imposing the most profound changes on the impact of such works; it had even gained a place for itself among artistic modes of procedure. As regards studying that standard, nothing is more revealing than how its twin manifestations – reproduction of the work of art and the new art of cinematography – redound upon art in its traditional form.
Text entirely taken from ‘The Work of Art in the Age of Mechanical Reproduction’, by Walter Benjamin, 1936

L’Incosciente, di Diego Cugia

L’altro giorno cercando un libro sopra l’armadio, mi è capitato fra le mani questo di Diego Cugia, L’Incosciente, che ho qui con me da un paio di anni e ogni tanto mi piace rileggere; Il romanzo è ambientato a Roma, ricorda le elucubrazioni di Zeno, la tensione esasperativa che ricorre ne Il Processo di Kafka e racconta di un uomo, un ex assicuratore, cui ossessione di controllo sfugge alla ragione, mette in crisi e presenta imputato alla corte di un pubblico di conoscenti presenti al party del proprio compleanno
Vi propongo il primo capitolo, e una ‘quota’, a pagina 7, tratta da Il Mito di Sisifo, di Albert Camus
In certi uomini, il fuoco dell’eternità,
da cui sono divorati, è abbastanza potente
perchè vi brucino anche il cuore
di coloro che li circondano

________________Capitolo 1________________________________

Ieri sera mi hanno citofonato ma non aspetto nessuno da mesi. Un tempo aspettavo mia moglie, quando ho scoperto che Lia mi tradiva ci siamo separati e ho smesso di attendere. Credo che l’attesa sia un vizio come la speranza e io preferisco il dolore senza sorprese.
Il citofono non l’ho sentito subito, non consciamente almeno. Alle otto ero già in vestaglia, rannicchiato in poltrona con un fascio di scontrini del lotto di tutte le ruote, il vassoio della dieta e un bicchiere extra di rosso perchè a mezzanotte avrei festeggiato cinquant’anni.
In genere se tengo la televisione accesa sono spento. Da quando mi sono dimesso dalle Assicurazioni la lascio accesa giorno e notte. Spesso mi sorprendo davanti allo schermo con gli occhi a terra; reggere lo sguardo della televisione m’imbarazza come quando abbassi gli occhi di fronte all’ipocrisia di un amico. Per questo, forse, si rompono i ponti con gli altri e si rimane da soli: per sfuggire alla colpa di aver tutti taciuto qualcosa.
Allo squillo del citofono devo aver fatto un balzo. Lacrime nere come formiche si rincorrevano sui piedi nudi, ho creduto di perdere sangue. Il medico mi aveva avvertito che alla mia età bisogna sottoporsi a una colonscopia.
Ho alzato gli occhi nel dubbio che lo squillo infinito provenisse da una pubblicità televisiva e mi sono accorto del bicchiere rovesciato sul vassoio. Del vino rosso che mi colava dal pigiama.
Mi seccava far freddare la cena, ho posato lo stesso il vassoio in cucina e sono corso ad aprire. Per tutto il giorno avevo sospettato che Lia e la bambina si fossero dimenticate del mio compleanno, invece era un trucco per farmi una sorpresa assoluta e portarmi la torta. Ho premuto il pulsante del citofono senza controllare.
Li ho sentiti parlottare per strada.
“Allora è in casa” ha sospirato Aragno, come sgravato da un peso enorme.
“Se ti ho detto che l’avevo seguito, non sono un dilettante” l’ha rimbrottato Caruso.
Ormai avevo aperto, ho trattenuto il respiro sperando che se ne andassero. Non ho contatti con i colleghi da quando mi sono dimesso dalle Totali ed ero già pronto a lanciarmi nel buio delle scale per sostenere la bambina nella trionfale marcia dolciaria. L’anno scorso Nanà aveva rovesciato sul tappeto la torta con quarantanove candeline. Avevamo dovuto domare il principio d’incendio con la sciarpetta rossa, anche se le sue lacrime avrebbero ottenuto risultati più efficaci di un pompiere.
“Ci sei?” si è assicurato Aragno. “Possiamo salire?”
Senza attendere la risposta ha spinto il portone fischiettando come i timidi, soltanto che lui non è timido.
Ho dovuto rispondere: “Certo”.
Caruso ha modulato al citofono: “Tanti auguri, Luca Svevi, tanti auguri a te” e si è introdotto nel palazzo dietro al fischiettio di Aragno.
Ho ficcato sotto un cuscino gli scontrini del lotto e mi sono smacchiato alla meglio il vino dalla vestaglia, poi Aragno mi ha stretto la mano, Caruso ha offerto le guance, e ci siamo seduti in tre sullo stesso divano giallo, anche se c’erano altre due poltrone gialle libere.
Mi sono scusato di non conservare niente in frigo da offrire perchè sono a dieta. Aragno ha commentato che faccio sempre la dieta così posso sempre trasgredirla, abbiamo lavorato per undici anni gomito a gomito alle Totali, come potrebbe dimenticarselo? Lui soffre di colesterolo alto con l’aggravante dei soliti fastidi alla prostata, quindi non beve e mangia quasi niente, in particolare il prosciutto di Parma tagliato a fette spesse che dopo i quarant’anni pare faccia malissimo anche se si toglie il grasso.
Caruso sembrava a disagio. Lì per lì non sono riuscito a capire che cosa avesse da dimenarsi, quasi trovasse assurdo l’essermi piovuto dentro casa il giorno del mio compleanno. Sarebbe bastato confessarlo e mi sarei mostrato immediatamente d’accordo. Che senso aveva una visita di un’ora, sopo un anno di silenzio? Apprezzavo il gesto, si capisce, ma volendo dimostrarsi gentili per forza non bastava una telefonata? Ho sempre disapprovato il falso cameratismo fra assicuratori, quando siamo i primi a sapere che i rapporti umani si aprono e si chiudono nella parentesi di una provvigione. Tuttavia, essendo il padrone di casa, mi è sembrato poco gentile evidenziarlo.
Ho domandato se avessero fretta, visto che Caruso controllava l’orologio. Aragno l’ha gelato con uno sguardo da uccello, a becco chiuso, estatico, e Caruso ha detto: “No, ti pare?”. Lui è una persona semplice. Trovandosi costretto a svolgere una mansione sgradevole preferirebbe liberarsi subito dal peso: in questo modo nutre l’infantile speranza che il danno non si protragga. Zoologicamente ricorda un koala. Allertato dal collega, si è grattato la pancia a marsupio cercando qualcosa di meno rischioso da dire. Ha chiesto dove fosse finito il trumò con ribalta ereditato dai miei.
“Trentacinque milioni di vecchie lire.”
“La litografia di Mirò?”
“Due rate di mutuo.”
Mi è sembrato sinceramente contrito. Si è girato in panoramica calcolando il mobilio residuo, non ha trovato granchè da sommare, ha scosso varie volte la testa, mi ha domandato che lavoro avrei fatto da oggi in poi.
Gli ho risposto allo stesso modo di quel venerdì del maggio scorso, al settimo piano stanza trentanove, quando sigillai l’ultimo scatolone con gli effetti personali: ” Mai più polizze”
“Si, ma i soldi per vivere?”
“Ce l’ha, ce l’ha” è schizzato in piedi Aragno. “Vuoi metterti in testa che finge di non possedere mobili per la Finanza?” Mi ha gettato un’imbeccata d’intesa: “Hai già avuto una volta la visita della Finanza, o no?”. Se scoprisse che i disoccupati non nascondono i miliardi in garage dovrebbe farsi ricoverare. Aragno rientra nella categoria di persone convinte che chiunque stia meglio di loro.
“Se dice che non li ha, non li ha. Svevi è un uomo sincero” l’ha contraddetto Caruso.
“Sincero lui?” ci ha annichiliti il collega con una risata filodrammatica, è sprofondato in una delle poltrone gialle rimaste libere, per dimostrare che altri mobili da vendere c’erano. “Anche sotto questo profilo avremo modo di approfondire la questione” ha concluso intimidatorio, si è corretto elargendomi un cenno rassicurante, poi ha sbirciato l’orologio fingendo di grattarsi il polso.
Ho trattenuto uno sbadiglio di fame. Da quando sono tornato a vivere da solo, ceno alla stessa ora della mia bambina per illudermi di averla accanto. Caruso non si è dato per vinto. Ha ricordato che anche lui ha figli da crescere, mentre Aragno è celibe, e il nostro assillo non riesce nemmeno a immaginarselo. E’ partito alla carica supplicandomi di tornare sui miei passi: “I clienti chiedono sempre tue notizie, si fidano solo di te”. Gli ho fatto notare che, se il motivo era questo, mi sembrava bizzarro piombarmi in casa a un anno di distanza, considerato che da allora non era cambiato un bel nulla. Ha obiettato che non era esatto perchè alle Totali si è insidiato un nuovo direttore del personale, lontano parente della famiglia di sua moglie.
Aragno è intervenuto in mio soccorso: “Siamo qui per fargli una sorpresa e vuoi guastare la festa?”.
L’ho pregato di non intromettersi, sentivo l’esigenza di chiarire l’equivoco: “Sono consapevole che, entro un paio di mesi, non sarò in grado di badare economicamente a me stesso e ai miei, ma con tutto il rispetto, Caruso, che c’entra tua moglie? Non si tratta di trovare una scorciatoia per farmi riassumere alle Totali, il mio problema è quello di non essere più in grado di assicurare niente a nessuno su niente e nessuna cosa al mondo, a partire dal sottoscritto. Quello che sospettavo un anno fa ve lo ripeto a ragion veduta oggi: siamo dei pazzi a illudere la gente. Non esiste uno straccio di polizza in grado di farmi tornare la sera a giocare a Monopoli con Nanà, un’altra che mi restituisca i vent’anni, nè una terza potrà garantirmi che domani non salterò in aria su un autobus per colpa di qualche dinamitardo fanatico. Ma che razza di assicuratori siamo? Venditori di ombrelli. Più architettiamo protezioni dai rischi più lucriamo sull’ingenuità umana. Un mestiere da baraccone. Purtroppo, a cinquant’anni, non sono capace d’inventarmene un altro”.
“E come sfamerai la famiglia?” ha chiesto Aragno con aria canzonatoria.
“Ci stavo pensando quando avete suonato.”
Siamo rimasti in penombra senza agiungere altro, finchè il verso di una gatta in calore ha infiammato il salone. Mi sono alzato dal divano per fumare senza arrecare fastidio e ho gettato uno sguardo tra le fessure delle persiane. L’eccesso di solitudine mi provoca piccole paranoie: tenere le persiane chiuse quasi la luce del giorno mi denunziasse, o parlare smodatamente a causa del silenzio accumulato.
Dietro i palazzi s’intravedevano una scorza di cielo anguria che mi ha trasmesso il sapore fragrante delle sere d’estate, quando filavo al mare con le ragazze sentendomi un leone capace di garantire l’universo.
La signora Elide, la custode del condominio rimasta vedova di recente, ha richiamato la gatta in portineria con un verso simile a quello lanciato dalla convivente. La gatta ha seguito a balzi le ciabatte della padrona come fossero giovani maschi.
Aragno e Caruso mi hanno preso a braccetto annunziando che avevavo in serbo una bella sorpresa, si sono permessi d’insistere invitandomi a indossare giacca e pantaloni perchè cominciava a farsi tardi, e si sono raccomandati che mi portassi appresso un documento d’indentità.
Ho chiesto se gli avesse dato di volta il cervello, detesto tutte le ricorrenze, in primo luogo le mie, e poi non esco molto spesso la sera.
I colleghi non hanno voluto sentire altre storie, e sebbene mi mancanserro motivi validi per presenziare all’evento, qualunque esso fosse, non disponevo di quelle vincenti per sottrarmi, compresa la mancata visita di Lia e di Nanà; semmai, il totale oblio di un ex marito e di un padre, nel giorno del cinquantesimo compleanno, andava conteggiato fra i motivi favorevoli all’uscita di casa. Può darsi che abbia accettato per questa ragione, o forse ho ceduto perchè ero a digiuno dal giorno prima e sul vassoio la cena doveva essersi completamente freddata.
Sono andato in camera, ho aperto l’armadio, mi sono seduto sul letto a guardare gli abiti e mi sono sembrati quelli di un morto. Il corpo che li aveva indossati era il mio, però le giacche pendevano da impiccati qualunque e i pantaloni ciondolavano inerti.
Se i pantaloni parlassero bisognerebbe bruciarli per quante ne hanno viste e sentite, oppure promuoverli cavalieri del lavoro per l’umile testimonianza di aver marciato, sofferto e amato addosso a noi, muti.
Il giorno prima ne avevo comprati un paio grigi, estivi.
Il commesso accucciato con gli spilli in bocca mi aveva domandato se li preferivo con il risvolto o senza: ero stato incapace di rispondergli.
“Di solito come li porta?”
“Senza” avevo mentito. Non lo ricordavo più.
Attraversando via del Corso avevo provato invidia per i pezzi maschili con le iniziali cifrate, per la loro duplice certezza di riconoscersi un’identità inconfutabile e di servirsi del camiciato migliore. So che è effimero ma loro non lo sanno. E’ questa la potenza degli altri.
Davanti all’armadio mi sono specchiato nella dozzina di pantaloni senza personalità, quasi tutti grigi, alcuni col risvolto, altri senza. Nelle giacche quasi tutte blu, solo di taglie diverse.
Ho dovuto immaginare di essere mio padre e mia madre seduti sul letto, di fronte al lutto spalancato dell’armadio del figlio, perchè soltanto nascondendomi dietro le palpebre della coppia d’ombre composte e solenni, riuscivo a provare un po’ di tenerezza per l’uomo che quei pantaloni avevano condotto fino al punto di uscire, senza riflettere, con due assicuratori, una sera.

Da L’Incosciente, di Diego Cugia, 2003

The Experimental Plagiarism. A Fake Novel Of Real Novels


Charles Earland – Intergalactic Love Song, off l’album Odyssey, del 1976. Ho impiegato settimane a ricordare titolo e autore di questo brano che, finalmente, ieri notte mi è venuto in mente e sembra confermare un sospetto di plagio. Il brano originale che me lo ricorda è di Donald Byrd, Flight time, del 1973. Il pezzo di Earland ne è forse il rifacimento? Gli accordi iniziali di Intergalactic Love song sembrano ricordare quelli di Flight time e confermare il sospetto.
Ancora, qualche mese fa mi è capitato leggere un post su ‘You are not so smart‘, comparso poi in un altro blog, di un altro blogger americano, che si è indebitamente impossessato dell’articolo postandolo nel proprio blog e spacciandolo per proprio (il pezzo originale:The Overjustification Effect « You Are Not So Smart).
Il plagio, è il caso di dirlo, non è una novità; quell’articolo comparso a pagina 52 del New Yorker di febbraio,’The Plagiarist’s Tale‘ (Quentin Rowan, a.k.a. Q. R. Markham, Plagiarism Addict : The New Yorker, da me citato nel pezzo su Beckett della settimana scorsa), racconta appunto di questo scrittore esordiente americano, Quentin Rowan, cui romanzo ‘Assassin of Secrets’ è stato ritirato dal mercato perchè contenente una copiosa riproduzione di paragrafi ‘ritagliati’ da altri romanzi e indebitamente ‘incollati’ nel proprio. Non conoscessimo certe dinamiche che ruotano intorno al settore editoriale, verrebbe da chiedersi com’è possibile nessuno, prima di pubblicarlo, si sia accorto del plagio; persino la critica aveva annunciato il romanzo come un ‘debutto sfavillante’ nel genere noir. Un classico delle bufale, in poche parole. Che si sia trattato di una trovata pubblicitaria soltanto?
‘Originality is a relative concept in literature. As writers from T. S. Eliot to Harold Bloom have pointed out, ideas are doomed to be rehashed. This wasn’t always regarded as a problem. Roman writers subscribed to the idea of imitatio: they viewed their role as emulating and reworking earlier masterpieces. It wasn’t until the Romantic era, which introduced the notion of the author as solitary genius, that originality came to be viewed as the paramount literary virtue. Plagiarism was and remains a murky offense, ‘best understood not as a sharply defined operation, like beheading, but as a whole range of activities, more like cooking,’ the English professor James R. Kincaid wrote in this magazine in 1977. Imagine a scale on one end of which are authors who poach plot ideas (Shakespeare stealing from Plutarch) and on the other are those who copy passages word for word: Jacob Epstein, who cribbed parts of his novel ‘Wild Oats’ from Martin Amis’s ‘The Rachel Papers“; the Harvard sophomore Kaavya Viswanathan, whose novel plagiarized chick lit.
Roman’s method, though- constructing his work almost entirely from other people’s sentence and paragraphs- makes his book a singular literary artifact, a ‘literal mashup’.
(The New Yorker, Feb.12 & 20, 2012)
Questa del literal mashup, però, mi è sembrata un’idea niente male che mi ha dato modo di riflettere e ingegnarmi in un esperimento concettuale, un ‘finto romanzo’ dei romanzi, che ho intenzione di ricavare, quindi ‘scrivere’, facendo esattamente copia e incolla dai classici della letteratura internazionale. Niente di originale, mi rendo conto. Quello che però potrebbe risultare interessante, è l’esito. Voglio vedere dove porta, e a che porta. E’ chiaro sarà difficile far coincidere tutti i pezzi insieme secondo un principio di armonia e fluidità del testo, ma ho pensato interessante sovvertire le trame dei romanzi, ri-adattare gli spazi, scombinare le strutture, scardinare esiti e fini, smantellare interi impianti narrativi, per crearne uno ‘nuovo’, un fake, che ricicla, contiene, si riproduce all’infinito, offre infinite possibilità di trama, ed ha forma e specificità propria; un ‘romanzo’ che ha un inizio, una continuità, ma non una fine. Fosse questo fake sperimentale una torre e un puzzle, per ricordare Perec, e i tasselli di questo immenso puzzle i classici della letteratura, che via via andrò ad aggiungere come mattoni perchè la storia prenda vita e presenti un senso ragionevolmente compiuto (delle volte astratto, surreale, assurdo).
Non sono sicura di poter utilizzare il materiale di cui avrò bisogno, è probabile l’iniziativa viola certi diritti d’autore, tuttavia mi sono detta questo fake è solo un esperimento e un passatempo, che non verrà pubblicato e potrebbe offrire tanti spunti di riflessione oltre che di approfondimento alle letture citate. Tengo a ribadire quest’idea non ha nessun fine ma quello di distrarre, divertire, e in qualche modo permettermi di sperimentare, esplorare, e giocare con la letteratura, perchè non rimanga ‘muta’ e scritta soltanto ma venga condivisa in maniera attiva. Se tuttavia qualcuno di voi ritenesse ‘illegale’, ‘immorale’ o ‘offensivo’ quanto creato, si senta libero di farmelo presente e discuterne.
Mi rendo conto sarebbe bello citare i romanzi in italiano, ma ho qui soltanto libri in inglese, dunque non posso che utilizzare quelli.
Ho pensato intitolare il ‘romanzo’: ‘The Experimental Plagiarism. A fake novel of real novels’, e di iniziarlo con una prima sentenza tratta dal Romanzo dei Romanzi, Anna Karenina, di Tolstoj. Ho poi ritagliato una parte tratta da un racconto breve, [2], ‘The third son’, di Andrey Platonovich Platonov (contenuto in Russian Short Stories from Pushkin to Buida, che sto leggendo), e continuato il capitolo aggiungendo:
[3] una parte tratta da ‘Sinbad the Sailor‘, di Yuri Vasilyevich Buida (che è vero, non è un classico, ma da cui ho ritagliato appena tre linee soltanto)
[4] la parte introduttiva di ‘Life A User’s manual’, di Georges Perec, e infine [5] un’ultima parte tratta dall’inizio de ‘The Secret House’, di Edgar Wallace.
Questo quello che ne è venuto fuori.

____THE EXPERIMENTAL PLAGIARISM. A FAKE NOVEL OF REAL NOVELS___

PREFACE
‘The Experimental Plagiarism. A fake novel of real novels’, is an experimental and conceptual literary mess which aims to create a fake novel of real novels collected in one and kept together by a more or less cohesive -sometimes senseless, surreal, absurd – plot created by cutting and pasting paragraphs, short sentences, quotes, taken from classics of world literature and redirected into a text that contains them all but develops in its own way and direction. In a few words, ‘The Experimental Plagiarism. A fake novel of real novels’, is a killtime (and well, a killnovels as well) especially created for amusement only whom contents will not be published and aims are to cite, share and enjoy literature in a ‘creative’ and ‘experimental’ way.
Each paragraph, short sentence, quote, taken from a novel won’t be manipulated in any way and I’ll make sure to report name of the author, title of the book and date of publishing (when known).
To create the first chapter, I used:
[1] the first sentence taken from ‘Anna Karenina‘, by Lev Tolstoy, 1877
[2] a part taken from ‘The third son‘, by Andrey Platonovich Platonov
[3] a part taken from ‘Sinbad the Sailor’, by Yuri Vasilyevich Buida (I know, that’s not a classic, but it made sense and took 3 lines only)
[4] a part taken from ‘Life A User’s manual’, by Georges Perec, 1978
[5] a part taken from ‘The Secret House’, by Edgar Wallace, 1917
So here it goes, hope you enjoy it

__________________________CHAPTER 1_________________________________

Happy families are all alike; every unhappy family is unhappy in its own way
Anna Karenina, Lev Tolstoy

[2] An old woman died in a provincial town. Her husband, a seventy-year-old retired worker, went to the telegraph office and handed in six telegrams for different regions and republics, with the unvarying words: MOTHER DEAD COME HOME FATHER.
The elderly clerk took a long time doing the sums, kept makin mistakes, and wrote out the receipts and stamped them with trembling hands. The old man looked meekly at her through the wooden hatch; his eyes were red and he was absent- mindedly thinking something, trying to distract grief from his heart. It seemed to him that the woman, also had a broken heart and a soul now confused for ever- perhaps she was a widow or a wife who had been cruelly abandoned.
And so here she was, muddling money, losing her memory and attentiveness; even for ordinary, straightforward labour, people need to have inner happiness.
After sending off the telegrams, the old father went back home; he sat on a stool by a long table, at the cold feet oh his dead wife, smoked, whispered sad words, watched the solitary life of a grey bird hopping from perch to perch in its cage, sometimes cried quietly to himself and then calmed down, wound up his pocket watch, glanced now and again through the window, beyond which, out in nature, the weather kept changing- leaves were falling, along with flakes of wet tired snow, then there was rain, then a late sun shone, with no warmth, like a star – and the old man waited for his sons.
The eldest son arrived by plane the very next day. The other five sons all gathered within two more days.
One of them, the third son, came with his daughter, a six year old who had never seen her grandmother.
The mother had been waiting on the table for more than three days, but her body did not smell of death, so neat and clean had it been rendered by illness and dry exhaustion; after giving plentiful and healthy life to her sons, the old woman had kept a small, miserly body for herself and had tried for a long time to preserve it, if only in the most pitiful state, so that she could love her children and be proud of them- until she died.
The huge men, aged from twenty to forty, stood in silence round the coffin of the table. There were six of them – seven including the father, who was smaller than even his very youngest son, and weaker too. In his arms he held his granddaughter, who was screeming up her eyes from fear of a dead old woman she had never met and whose white unblinking eyes could just see her from beneath their half- closed lids.
The sons silently wept occasional slow tears, twisting their faces in order to bear grief without a sound. The father was no longer crying; he had cried himself out alone, before the others, and now, with secret excitement and an out-of-place joy, he was looking at his sturdy band of sons. Two of them were sailors – captain of ships; one was an actor from Moscow; the one with the daughter was a physicist and a Party member; the youngest was studying to be an agronomist; and the oldest was a head engineer in an aeroplane factory and wore on his chest a medal for honourable labour. All six of them – seven including the father- were silent around the dead mother and mourned her without a word, hiding from one another their despair, their memories of childhood and of love’s departed happiness, which had sprung up continually, making no demands, in their mother’s heart and which had always found them – even across thousands of miles- and they had sensed it constantly and instinctively and this had made them stronger and they had been successful in life more boldly. Now their mother had turned into a corpse; she could no longer love anyone and was lying there like an indifferent stranger, an old woman who had nothing to do with them.
Each of her sons felt lonely and frightened now, as if somewhere in the darkness a lamp had been burning on the windowsill of an old house far from anywhere, and the lamp had lit up the night, the flying beetles, the blue grass, the swarms of midges in the air- an entire childhood world abandoned by those who had been born there; the doors of that house had never locked, so that those who went out could always go back, but no one had gone back. And now it was as of the light had been extinguished in that night window, and reality had turned into memory.
[3] Before dying, Katerina Ivanovna Momotova sent for Doctor Sheberstov, who’d treated her all her life and had been pensioned off a long ago. She handed him the key to her little house and a scrap of paper folded in four, asking him to burn it along with all the others.
‘They are at home’, she explained in embarrassment.’But please don’t tell anyone. I’d have done it myself, only you see how it’s all turned out…’
[4] Yes, it could begin this way, right here, just like that, in a rather slow and ponderous way, in this neutral place that belongs to all and to none, where people pass by almost without seeing each other, where the life of the building regularly and distantly resounds. What happens behind the flats’ heavy doors can most often be perceived only through those fragmented echoes, those splinters, remnants, shadows, those first moves or incidents or accidents that happen in what are called the ‘common areas’, soft little sounds damped by the red woollen carpet, embryos of communal life which never go further than the landing.The inhabitants of a single building live a few inches from each other, they are separated by a mere partition wall, they share the same spaces repeated along corridor, they perform the same movements at the same times, turning on a tap, flushing the water closet, switching on a light, laying the table, a few dozen simultaneous existences repeated from storey to storey, from building to building, from street to street. They entrench themselves in their domestic dwelling space- since that is what it is called – and they would prefer nothing to emerge from it; but the little they do let out – the dog on a lead, the child off to fetch the bread, someone brought back, someone sent away- comes out by way of the landing.
For all that passes, passes by the stairs, and all that comes, comes by the stairs: letters, announcements of births, marriages, and deaths, forniture brought in or taken out by removers, the doctor called in an emergency, the traveler returning from a long voyage. It’s because of that that the staircase remains an anonymous, cold, and almost hostile place. In old buildings there used to be stone steps, wrought – iron handrails, sculptures, lamp- holders, sometimes a bench to allow old folk to rest between floors. In modern buildings there are lifts with walls covered in would- be obscene graffiti, and so- called ‘emergency’ staircases in unrendered concrete, dirty and echoing. In this block of flats, where there is an old lift almost always out of order, the staircase is an old-fashioned place of questionable cleanliness, which declines in terms of middle-class respectability as it rises from floor to floor: two thickness of carpet as far as the third floor, thereafter only one, and none at all for the two attic floors.
[5] A man stood irresolutely before the imposing portals of Cainbury House, a large office building let out to numerous small tenants, and harbouring, as the indicator on the tiled wall of the vestibule testified, some thirty different professions. The man was evidently poor, for his clothes were shabby and his boots were down at heel. He was as evidently a foreigner. His clean-shaven eagle face was sallow, his eyes were dark, his eyebrows black and straight.
He passed up the few steps into the hall and stood thoughtfully before the indicator. Presently he found what he wanted. At the very top of the list and amongst the crowded denizens of the fifth floor was a slip inscribed:
“THE GOSSIP’S CORNER”
He took from his waistcoat pocket a newspaper cutting and compared the two then stepped briskly, almost jauntily, into the hall, as though all his doubts and uncertainties had vanished, and waited for the elevator. His coat was buttoned tightly, his collar was frayed, his shirt had seen the greater part of a week’s service, the Derby hat on his head had undergone extensive renovations, and a close observer would have noticed that his gloves were odd ones.
He walked into the lift and said, “Fifth floor,” with a slight foreign accent.
He was whirled up, the lift doors clanged open and the grimy finger of the elevator boy indicated the office. Again the man hesitated, examining the door carefully. The upper half was of toughened glass and bore the simple inscription:
“THE GOSSIP’S CORNER.
KNOCK.”
Obediently the stranger knocked and the door opened through an invisible agent, much to the man’s surprise, though there was nothing more magical about the phenomenon than there is about any electrically controlled office door.
He found himself in a room sparsely furnished with a table, a chair and a few copies of papers. An old school map of England hung on one wall and a Landseer engraving on the other. At the farthermost end of the room was another door, and to this he gravitated and again, after a moment’s hesitation, he knocked.
“Come in,” said a voice.
He entered cautiously.
The room was larger and was comfortably furnished. There were shaded electric lamps on either side of the big carved oak writing-table. One of the walls was covered with books, and the litter of proofs upon the table suggested that this was the sanctorum.
But the most remarkable feature of the room was the man who sat at the desk. He was a man solidly built and, by his voice, of middle age. His face the new-comer could not see and for excellent reason. It was hidden behind a veil of fine silk net which had been adjusted over the head like a loose bag and tightened under the chin.
The man at the table chuckled when he saw the other’s surprise.
“Sit down,” he said–he spoke in French–“and don’t, I beg of you, be alarmed.”
“Monsieur,” said the new-comer easily, “be assured that I am not alarmed. In this world nothing has ever alarmed me except my own distressing poverty and the prospect of dying poor.”
The veiled figure said nothing for a while.
“You have come in answer to my advertisement,” he said after a long pause.
The other bowed.
“You require an assistant, Monsieur,” said the new-comer, “discreet, with a knowledge of foreign languages and poor. I fulfill all those requirements,” he went on calmly; “had you also added, of an adventurous disposition, with few if any scruples, it would have been equally descriptive.”
The stranger felt that the man at the desk was looking at him, though he could not see his eyes. It must have been a long and careful scrutiny, for presently the advertiser said gruffly:
“I think you’ll do.”
“Exactly,” said the new-comer with cool assurance; “and now it is for you, dear Monsieur, to satisfy me that you also will do. You will have observed that there are two parties to every bargain. First of all, my duties?”
The man in the chair leant back and thrust his hands into his pockets.
“I am the editor of a little paper which circulates exclusively amongst the servants of the upper classes,” he said. “I receive from time to time interesting communications concerning the aristocracy and gentry of this country, written by hysterical French maids and revengeful Italian valets. I am not a good linguist, and I feel that there is much in these epistles which I miss and which I should not miss.”
The new-comer nodded.
“I therefore want somebody of discretion who will deal with my foreign correspondence, make a fair copy in English and summarize the complaints which these good people make. You quite understand,” he said with a shrug of his shoulders, “that mankind is not perfect, less perfect is womankind, and least perfect is that section of mankind which employs servants. They usually have stories to tell not greatly to their masters’ credit, not nice stories, you understand, my dear friend. By the way, what is your name?”
The stranger hesitated.

SOFA’ SOGOOD # 3 WAITING FOR GODOT by SAMUEL BECKETT

A occhio e croce direi questo di Samuel Beckett, Waiting for Godot, un libro non superiore ai 200 grammi di peso, di seconda mano, invecchiato a secco, una tacca su dieci di umidità, retro-sentore di scantinato, nessuna illustrazione, stampato per la prima volta a Londra nel 1956. La copertina, nera, titolata di bianco e verde, presenta uno strappo al margine superiore, lungo appena un centimetro, e una chiazza scura, nel retro, ampia tre millimetri almeno. E’probabile chi lo ha letto stesse intanto bevendo caffè, ma potrebbe trattarsi di tea, forse un black russian, forse Jameson whiskey e cranberry juice. Non lo saprò mai. In compenso so chi me l’ha venduto è americano, e vive a Glasgow, il che presuppone potrebbe piuttosto trattarsi di scotch. Altrimenti, non si spiegherebbe il tremore nervoso della calligrafia, schizzata a inchiostro nero nel pacchetto. Mr Jenet deve certamente essere un uomo irritabile, ma scrupoloso; tutte le ‘i’ della lettera di commissione non mancano di un solo puntino. In compenso un triangolo edipico, ma la lettiera del gatto sempre pulita. Le ciabatte disposte in ordine sotto il letto; But not for me di Chet Baker nel giradischi, una copia di PlayBoy sotto le coperte, una del New Yorker sopra il cuscino, aperta a pagina 52
___________________THE PLAGIARIST’S TALE_____________________
The author of ‘Assassin of Secrets’ had a secret of his own
by Lizzie Widdicombe

Spy novels embrace clichés- the double agent, the bomb-rigged briefcase- and ‘Assassin of Secrets,’ published last fall, made a virtue of this tendency piling one trope onto another to create a story that rang with wry knowingness. The book is set in the midst of the Cold War. The protagonist is Jonathan Chase, a suave secret agent with a background in martial arts- part James Bond, part Jason Bourne. In the first chapter, Chase meets Frankie Farmer, a sexy former field agent who presents him with ‘personalized matching luggage’ loaded with surveillance gear. They head back to her place, where Chase eyes the water bed while Farmer slips into something more comfortable:
The he saw her.. a small light dim but growing to illuminate her as she stood naked but for a thin, translucent nightdress; her hair undone and falling to her waist- hair and the thin material moving and blowing as thought caught in a silent zephyr.
Chase caught hold of her, pulled her close. She slid her hands to his shoulders, gently pushing him away.
‘What’s it like to kill somebody? They say you’ve had to kill a lot of people during your time in the Division.’
‘Then they shouldn’t talk so much.’
Ho aspettato trent’anni, prima di ricevere il libro. E quando è arrivato, ho tardato due settimane ancora prima di andare all’ufficio postale. Quando sono arrivata all’ufficio postale, due tizi, a dire dei badge Pozzo e Lucky, mi hanno detto di ripassare un altro giorno, Godot non era arrivato. Ai due ho fatto presente l’errore, ma questi hanno scartato l’errore, e detto di aspettare ancora. Godot sarebbe arrivato da lì a qualche giorno, impacchettato e infiocchettato per benino.
Da lì a qualche giorno sono andata all’ufficio postale, e quando sono arrivata ho trovato due che litigavano davanti allo sportello reclami. Vladimiro sei un idiota! Estragone sei un imbecille! e cicicì e chachachà, tutto un gran parlare e darsi creduloni! fanatici! Io, sono arrivato prima io! Tu, togliti di mezzo tu! e sgambettate a destra  e balzi a sinistra, un due tre chachacha un due tre chachacha un due tre quaquaqua.
S’è capito Nulla.

Fatto sta, di Godot avete notizie, sapete è arrivato? dico ai tizi dell’ufficio postale.
Manco per sogno, mi fanno loro.
“We wait. We are bored. (He throws up his hand.) No, don’t protest, we are bored to death, there’s no denying it. Good. A diversion comes along and what do we do? We let it go to waste… In an instant all will vanish and we’ll be alone once more, in the midst of nothingness!”
– Samuel Beckett, Waiting for Godot

Il Budda delle Periferie, Hanif Kureishi

Questo di Kureishi è un libro che mi porto dietro da quasi dieci anni e a cui sono molto affezionata. Per diverse ragioni. Perch’è ambientato a Londra negli anni ’70, racconta bene la periferia e le difficoltà di chi vive a casa propria ma è ospite di un paese altrui, è divertente, creativo, c’è dentro tanta musica e mi è sempre stato vicino. Ogni tanto mi piace aprirlo e leggerne una pagina a caso.

A differenza di loro, papà era stato mandato in Inghilterra dai suoi genitori per studiare. La madre aveva sferruzzato, per lui e per Anwar, parecchie maglie di lana terribilmente ispide e li aveva salutati a Bombay raccomandando loro di non diventare, per nessun motivo, dei consumatori di carne di maiale. Come Gandhi e Jinnah prima di lui, mio padre era destinato a ritornare in India trasformato in un distinto avvocato inglese e in un capace ballerino. Quello che papà non sapeva, partendo, era che non avrebbe più rivisto il volto di sua madre. Questo era indiscutibilmente il grande dolore della sua vita, e credo fosse la ragione per cui si sentiva irrimediabilmente attratto da donne che si prendevano cura di lui, donne che poteva amare come avrebbe dovuto amare la madre a cui non aveva mai scritto una sola riga.
Londra, la Old Kent Road, fu uno shock culturale per entrambi. La città era umida e piovosa, la gente li chiamava ‘Sunny Jim‘, non c’era mai abbastanza cibo e papà non riuscì mai ad abituarsi ai toast unti. “Assomigliano al muco del naso,” diceva rifiutando la principale base di sostentamento della classe lavoratrice. “Pensavo che avremmo mangiato roast beef e Yorkshire pudding tutti i giorni”, si lamentava. Ma c’era ancora il razionamento, e l’area era disastrata per i bombardamenti subiti durante la seconda. Mio padre rimase stupito e rincuorato alla vista degli inglesi in Inghilterra. Non aveva mai incontrato un inglese povero – uno spazzino, un commesso, un barista. Non aveva neanche mai visto un inglese che si ficcasse il pane in bocca con le mani, e nessuno gli aveva mai detto che gli inglesi non si lavano regolarmente perchè l’acqua era fredda, quando non mancava del tutto. E quando cercò di parlare di Byron nei pub locali nessuno lo avvisò che non tutti gli inglesi sapevano leggere, e che non tutti erano necessariamente pronti ad ascoltare da un indiano lezioni sulla poesia di un pazzo pervertito.
Fortunatamente Anwar e papà avevano un posto in cui stare, dal dottor Lal, un amico del nonno. Il dottor Lal era un orrendo dentista indiano che sosteneva di essere amico di Bertrand Russell. Pare che a Combridge, durante la guerra, un solitario Bertrand Russell avesse confidato al dottor Lal che la mesturbazione rappresentava la risposta alla frustrazione sessuale. La grande scoperta di Russell era stata una rivelazione per Lal, che sosteneva di avere trovato la felicità da allora in poi. Bisognava iscrivere questo risultato tra i grandi successi di Russell? Forse se il dottore fosse stato meno diretto nel parlare di sesso ai suoi due giovani e sessualmente attivi ospiti, papà probabilmente non avrebbe mai incontrato mia madre e io non mi sarei innamorato di Charlie.

E-Book? DUMPED


“If you go to bed with somebody, and they don’t have books, don’t fuck ‘em!”
John Waters
Giusto. Tant’è noi boicottiamo e-books e e-book readers. Come? Non acquistandoli e continuando a leggere la carta stampata. Che è sexy, ha un odore sensuale ed è un potente afrodisiaco intellettuale. Vi servono dei motivi per fare altrettanto?
Motivo no.1
Perchè voi possiate leggere un e-book è necessario abbiate un e-book reader, e la batteria del vostro e-book reader sufficientemente carica. Perch’è un dispositivo digitale, l’e-book reader necessita di energia per ricaricarsi e un e-book di un lettore digitale perchè lo si possa leggere. Questo vuol dire solo una cosa, che se per qualche ragione la nave crociera su cui stavate viaggiando è naufragata e voi siete finiti su un’isola deserta, mi pare chiaro, non avrete di che leggere finchè vi resta vita. Dare to take a chance?
Motivo no.2
Per le stesse ragioni di prima il vostro e-book reader potrebbe smettere di funzionare, o funzionare a intermittenza, quando meno ve l’aspettate o giusto sul più bello. Poniamo mentre state leggendo questa parte tratta da ‘Il Budda delle Periferie‘, di Hanif Kureishi

“Sei interessato solamente alla carta igienica, alle sardine in scatola, ai pannolini e alle rape,” diceva mio padre ad Anwar. “Ma ci sono molte cose in cielo e in terra, yaar, di quante tu non possa neanche lontanamente sognare a Penge.”
“Io non ho tempo di sognare!” lo interrompeva Anwar, “e non dovresti farlo neanche tu. Svegliati! Perchè non cerchi invece di farti dare una promozione, così Margaret si può comprare qualche bel vestito. Lo sai come sono fatte le donne, yaar.”
“I bianchi non ci daranno mai promozioni,” ribatteva mio papà, “non promuoveranno mai un indiano finchè esisterà un solo bianco sulla faccia della terra. Tu non li conosci, pensano ancora di avere un impero quando non hanno neanche un soldo in tasca.”
“Non ti promuovono solo perchè sei pigro, Haroon. Hai la muffa sulle palle, pensi solo a quelle cineserie e non alla Regina!”
“Al diavolo la Regina! Anwar, ma non senti mai il bisogno di

Motivo no.3
Un e-book è impersonale. E non è romantico. Volete sedurre qualcuno che vi piace e regalare un libro a cui tenete particolarmente, da voi precedentemente letto, contrassegnato, sottolineato, inciso di haiku e sofisticate allegorie d’amore scarabocchiate a bordo pagina? Con gli e-book readers non potete farlo.
Motivo no.4
I libri sono utili. Pensavate di rinnovare casa ma siete a corto di denaro per l’arredamento? Con una pila di libri e un po’ di fantasia è possibile ricreare l’intera mobilia. Non solo, i libri possono essere usati come martello, stappa-bottiglia (indicati i libri a copertina rigida), tagliere, carta igienica, carta da cucina, poggia-testa, poggia-piedi, poggia-gomiti, gratta-spalle, mensola, paletta, scala, carta da regalo, combustibile, scopa, ventaglio, divisorio, futon, vassoio. You name it.
Motivo no.5
I libri sono terapeutici. Volete sapere come ci si sente dopo aver strappato una a una tutte le pagine de La Nausea? Una meraviglia. Volete provarci? Il capitale, 3011 pagine.

On Counterculture. The Hall of the Singing Caryatids by Victor Pelevin


Anni che piovono investimenti da tutte le latitudini, fiumi di denaro a secchiate, a cascate, a sprecare, e l’Inghilterra si ritrova oggi con l’acqua alla gola. Certi giorni di temporale a boccheggiare.
‘Mothers are on the brink. Cost of living is forcing 1 in 5 to skip meals to feed their children’
More than 70 per cent of families are financially ‘on the edge’, according to research published today.
Struggling families are on the brink of poverty and could face ruin if hit by further price increases or falls in their income, the study by parenting website Netmums found.
via 70 per cent of British families on the brink of poverty, research claims | Metro.co.uk.
Il 70% delle famiglie inglesi è a rischio povertà e una madre su cinque rinuncia a un pasto al giorno per dare da mangiare ai propri figli. Cameron aumenta le tasse e accorcia il braccino. Non è un caso il film The Iron Lady, uscito nei cinema a gennaio. Il messaggio mi pare chiaro, ladies and gentlemen, torniamo alle maniere dure di sempre. Right Now.
L’Europa piange, l’America annaspa, il Medio Oriente muore, l’Asia si trascina. Siamo in guerra. Ed è una guerra d’avanguardia, che non ha precedenti e si distingue per violenza e impatto nella sfera sociale; le trincee sono nei mercati finanziari, i soldati in banca, i dissidenti in rete; il denaro è virtuale, le bombe chimiche, le stragi silenziose. Moriamo di depressione, di cancro, di tumori, di anoressia, di bulimia, di overdose. Di stress. La propaganda Anti-Crisi si diffonde per radio, televisione, internet, a suon di pop e marionette. Tutto è spettacolo, tutto è d’oro, tutto è magia e possibilità. Yes, you can. Why not?
Perchè le istituzioni, i media, sono corrotti? Perchè nascono dall’investimento di denaro, ed è il denaro che crea potere, dominio, primato, e corrompe il sistema. Come possono i giornalisti della rai lamentarsi delle censure se per lavorare come giornalisti della rai hanno dovuto investire milioni (in studi, in aggiornamenti, in viaggi, in raccomandazioni) pur di farsi assumere dal governo italiano. Un figlio può disobbedire al padre, essergli irriconoscente, voltargli le spalle? Con un mutuo da pagare e una vacanza alle canarie da disdire? Alcuni lo hanno fatto. Alcuni si sono ribellati al padre. E io trovo tutto quel lamentarsi, capricci e ripicche da bambini. C’è tanta gente che lavora sodo e fa informazione lontano i riflettori del grande palcoscenico statale. E lo fa’ molto spessp gratis, per passione e romanticismo. NO, io non credo alla libertà di parola. Credo ai fatti e i fatti dicono che il sistema è corrotto. Bando agli idealismi. Che si fa?
Chiunque di noi si dice disgustato dalle raccomandazioni, sebbene chiunque di noi sarebbe disposto a vendersi la pelle pur di avere un posto fisso. Ognuno di noi ogni giorno si prostituisce in cambio di denaro, affermazione, prestigio. A lavoro, nelle relazioni sociali. Chi per vanità, chi per gioco, chi per noia, chi per debolezza.
Io credo l’unica delle possibilità che abbiamo per arginare la crisi, è dire di NO. NO. NO. E NO. NO, cazzo. Noi non abbiamo bisogno di un’applicazione nel telefonino che ci dica come stare a dieta, noi abbiamo bisogno di cibo per sfamare i bambini che muoiono di fame, vengono abbandonati, sono vittima di violenze domestiche. Noi non abbiamo bisogno di macchine nuove, un nuovo guardaroba, l’ultimo taglia-acqua elettrico, noi abbiamo bisogno di medicine, se siamo malati, di un’adeguata istruzione, perchè siamo ignoranti, di investire nella ricerca, nella medicina. Io non voglio lanciare una provocazione e tirarmi indietro, o fare polemica per noia o cattivo gusto. Io ho il dovere di ribellarmi, e l’unica maniera che ho di ribellarmi è agire e parlarne.
Qualche mese fa mi proposero a lavoro di diventare shift leader e iniziare così una strepitosa e brillante carriera nel glorioso avvenire del caffè. Io ho detto di NO. Io sono una barista, e mi piaccio così. Essere shift leader vuol dire assumersi certe responsabilità non adeguatamente ricompensate economicamente, soprattutto, dovere sempre e a qualunque condizione dire di SI. Per contratto. E io non ho intenzione di dire di si a una compagnia che basa la propria ricchezza sullo sfruttamento della classe operaia e l’investimento di capitali in Arabia Saudita e Polonia. Che non paga la malattia fino a prima del sesto giorno di assenza da lavoro. Che non paga bank holidays e corsi di formazione al personale. Io soffro a sapere loro arricchirsi alle mie spalle e le spalle dei miei colleghi, in prevalenza dell’Est, provati dalla povertà e disposti a dire di Si a qualunque condizione. E perchè soffro? Perchè sono anni che lavoro al minimo della paga e al massimo dello sfruttamento, e non posso neanche permettermi un dentista o un terapeuta per curarmi la schiena. Perchè se mai dovessi ammalarmi di un accidenti, sarò fottuta. Non la prima, nè l’ultima. Ed è questo che mi rende impotente e fa’ soffrire. Non posso fare nulla per proteggere me, chi mi sta vicino e sta peggio di noi.
Certo, qualcuno griderà, lavoro! Ti serve un dentista? Ti serve un terapeuta? Hai un lavoro, lavora! Lavora di più. NO io non lavoro di più. Io non mi faccio spremere come un limone per soddisfare la tua sete di potere e denaro.
Il tempo è denaro, dicono. NO, il denaro è tempo. Il denaro stabilisce quante ore di lavoro un dipendente deve fare e quanto denaro quel dipendente deve pontenzialmente fruttare. Nel mio caso, 73 pounds all’ora. Contro i 6 e 10 di paga netta per ora.
Il denaro permette di acquistare il tempo, di scambiare del tempo per del tempo, che viene comprato indirettamente e subordinato a un vincolo, il rapporto compratore-venditore, quindi consumatore-stipendiato. Questo rapporto è sempre a svantaggio del consumatore-stipendiato. Quando un consumatore compra un prodotto, paga il tempo che è stato necessario a creare quel prodotto ma ad un prezzo più alto rispetto allo stipendio che gli viene dato e in proporzione al tempo che gli ci è voluto per crearlo.
Esempio: in una fabbrica un taglia-acqua elettrico viene costruito in 8 ore di lavoro, da 20 dipendenti stipendiati (compreso il settore commerciale e il lavoro incluso per fabbricare il materiale di produzione utilizzato). Lo stipendio di ogni singolo dipendente dovrebbe quindi corrispondere a 1/20 del prezzo del taglia-acqua elettrico, ossia 1000 pounds se il taglia-acqua elettrico vale 20000 pounds. Questo dovrebbe corrispondere ad uno stipendio di 22000 pounds al mese (22 giorni di lavoro). Per la maggior parte dei lavoratori lo stipendio consiste nel minimo di quella cifra. Nella stragrande maggioranza dei casi le proporzioni sono spaventosamente invertite e il lavoratore è l’unico a esserne penalizzato. I beneficiari del tempo rubato ai dipendenti stipendiati sono le ditte e i loro dirigenti, ma anche gli Stati, dal momento che gli imposti e le tasse prelevate sui lavoratori non vengono utilizzati per l’interesse generale ma vengono usati per arricchire le tasce dei ministeri e investire capitali nel privato.
Perchè continuo a lavorare in quel posto? Perchè sono codarda. Perchè so che se me ne vado non troverò un altro lavoro. Perchè so non c’è lavoro. Perchè non ho il coraggio di mollare tutto e vivere per strada. Sono una fifona. E in fondo mi piace, il confort di un posto caldo dove dormire e almeno un pasto al giorno di cui cibarmi. Sono una donna sofisticata.
Dei giorni andare a lavoro mi pare una violenza. Il coraggio non sta nell’andare a lavoro. Il coraggio starebbe semmai nel mollarlo. Più della metà di tutti i lavori che facciamo è assolutamente inutile e non porta a niente di edificante e attributivo all’intera società. Vendiamo beni altrui, costruiamo cianfrusaglie inutili, ci sprechiamo in cambio di carta straccia. Schifosissima e maledetta carta straccia puzzolente e sporca di sangue.
Sto leggendo un bel romanzo, in questi giorni. S’intitola The Hall of the Caryatids, dello scrittore russo Victor Pelevin, classe ’62, moscovita, ingegnere elettro-meccanico e scrittore spadaccino di cui lessi l’articolo che segue in questo magazine on-line Russia Beyond The Headlines: Russian News (disponibile anche in italiano)
In his recent works, Russian master of postmodern science fiction Victor Pelevin has shifted his satirical focus from the absurdities of the communist regime to the iniquitous consumerism of post-Soviet Russia.

In this surreal story, The Hall of Singing Caryatids, by the Russian master of postmodern science fiction, Victor Pelevin, young Lena is employed to stand naked for hours at a time and sing – when they are not indulging the excessive fantasies of oligarchs. She and her fellow “caryatids” are decorative pillars in an elite underground nightclub. The girls are injected with a classified serum, ‘Mantis-B,’ which enables them to stand totally still for up to two days. Lena’s encounters with a giant, telepathic praying mantis, while under the influence of the serum, radically alter her perspective on the outside world, revealing an alternative universe of wordless clarity.

In true postmodern style, Pelevin intersperses these drug-induced episodes with other voices. There are the pseudo-pretentious extracts from Counterculture magazine that Lena reads in the minibus back to Moscow. She also meets concept artists, girls dressed as mermaids, important clients in bathrobes, guards in suits, and the sinister, ironic-slogan-toting Uncle Pete.

Pelevin has been perplexing and delighting readers with his unique brand of polyphonic sci-fi comedy for more than two decades now. His first novel, Omon Ra, published in 1992, portrays a protagonist attempting to escape the Soviet nightmare by becoming a cosmonaut, only to find himself part of a farcical, mock-heroic moon landing during which he drives his lunar bike along a derelict underground tunnel.

While the political landscape may seem to have altered seismically around him, Pelevin has had no trouble shifting his satirical focus from the absurdities of the communist regime to the iniquitous consumerism of post-Soviet Russia. Pelevin’s most recent book, Pineapple Water for a Beautiful Lady, has just been short-listed for the Nose literary prize.

via Revealing drawbacks of post-Soviet consumerism | Russia Beyond The Headlines.

Il romanzo ricorda molto il bunga bunga affair ed è principalmente indirizzato a polemizzare la corruzione dell’oligarchia russa sotto il governo Putin.
Chi sono le cariatidi canterine? Dal greco, figure portanti. Un gruppo di giovani prostitute, addestrate, drogate, coinvolte da una società segreta in un affare politico.
C’è una parte del libro, molto bella, in cui Lena e le altre ragazze vengono convocate da Uncle Pete e portate in un luogo segreto. Intanto che aspettano, Lena trova una rivista, e Pevelin il pretesto per parlare di controcultura e fare polemica

‘She took the driver’s well thumbed copy of Eligible Bachelors of Russia magazine. Inside it was another slim, badly tattered magazine, titled Counterculture. It wasn’t clear if this was printed or simply a supplement. Counterculture was printed on poor quality newsprint and looked very dubious, even sordid, but Vera explained that that was deliberate.
“It’s counterculture,” she said, as if the word explained everything.
“And what’s that?” Lena asked.
“That’s when they use dirty words on cheap paper,” Vera explained. “So they can badmouth the glossies. It’s hot shit nowadays.”
Asya frowned.
“That’s not right,” she said, “it doesn’t have to be on cheap paper, sometimes the paper’s expensive. Counterculture’s..” She hesitates for a moment, as if she was trying to recall a phrase that she’d heard somewhere. “It’s the aesthetic of anti-bourgeois revolt, expropriated by the ruling elite, that’s what it is.”
“But how can you expropriate an aesthetic?” Vera asked.
“NO problem,” replied Asya. “Nowadays, everyone who’s got a competent PR manager is a rebel. Any dumb bitch on TV can say she’s on the run from the FSB…I don’t get you girls; I don’t see why we should have any complexes about the job. Because everyone’s a prostitute nowadays, even the air- for letting the radio waves pass through it.”
“You take such an emotional view of everything, seeing it all with your heart,” said Kima. “You won’t last long like that. And anyway, that’s not what counterculture is.”
“Then what is it?” asked Asya.
“It’s just a market niche,” Kima replied with a shrug, “And not just here, it’s the same all over the world. Think of it – ‘counter’-counterculture is any commodity someone’s hoping to sell big-time, so they put it on the checkout counter. Lena, why are you so quiet?”
“I am reading,” Lena replied. “I don’t understand why they use dotted lines for profanity, if they’re in revolt.”
“That’s to attract more readers.”
“Aha. And here they write:’brilliant intellectual, experimenting within the mainstream…’ Is that counterculture?”
“No,” said Asya. “That’s one cute guy on the make and another one doing his PR.”
Lena didn’t ask any more question, but she was still wondering what counterculture really was, and decided to read right through the supplement.
She half listened to the girls with one ear as she read the article: “The 100 Most Expensive Wh…s in Moscow (with Phone Numbers and Addresses)” – followed by the comments on it (one commentator wrote in to ask why was that Drozdovets, the host of the popular talk show “Hats Off!”, wasn’t in the list – was it because of a sudden moral transformation or a temporary decline in his ratings?). Then she frowned at a strange advertisement (“Weary of the hustle and bustle of the city? In just two minutes, you can be in a pine forest. Washing lines from the Free Space factory!”), leafed through an article about the singer Shnurkov (“Why, of all the warriors doing battle against the dictatorship of the manager, was this sophisticated Che Guevara, known to many well-to-do gentlemen for his scintillating songs at exclusive corporate events, the first to point out that he was no slouch when it came to picking up on the ringtone? Because he realized that these days it’s the only way to get his ringtone playing on your iPhone, dear manager!”), then Lena read an interview with Shnurkov himself (“The composer of ‘Ham ..r that C..t’ and ‘D..k in a Con..m’ reflects on the trends and metamorphoses of contemporary Russian cinema”), and then – probably because of the tiresome countercultural profanities – she started feeling depressed and lonely, so she closed the supplemt and dived into the quiet, glossy waters of Eligible Bachelors of Russia.
Immediately she came across a large article titled “The last Russian Macho.” It was devoted to the oligarch Botvinik, whom it called “Russia’s No. 1 Eligible Bachelor.”
Lena peered, gimlet-eyed, at the photo of a stocky, chubby individual with an unnatural, bright blush right across his cheeks – as if she were trying to drill a fishing hole in the glossy surface and hook the key to some kind of secret code out of it.
“Could you love someone like that?” Asya asked, glancing into the magazine.
“Why not?” replied Lena. “You can always find something good in anyone. And when someone has a few billion dollars, you can find an awful lot of something good. You just have to look for it.”
Text entirely taken from ‘The Hall of the Singing Caryatids’ by Victor Pelevin.
Translated from the Russian by Andrew Bromfield.

Goodbye To Berlin

Berlin, Unter den Linden, Victoria Hotel zwischen 1890 und 1900 (wiki)

Quella notte che dormii per strada, a Berlino, fu la notte seguente al primo giorno che vi arrivai, un mattino di sette anni fa. Faceva febbraio fuori. Avevo viaggiato in treno tutta la notte, da Hauptbahnhof Station (Monaco), attraverso la Bavaria, la Turingia, Brandeburgo, fino a Zoologischer Garten, la stazione a ovest di Berlino in cui mi fermai. Non conoscevo nessuno, non avevo un posto dove dormire, appena 250 euro dentro la tasca dei jeans.
Di Zoologischer Garten avevo letto da ragazzina in quel romanzo di Christiane F., poi diventato un film nell’81.
C’è una cosa che caratterizza e distingue i luoghi, e questa è la luce. Berlino è una città di ombre. Profuma di sporco e graffiato. E’ una scheggia tra le costole degli edifici monumentali, le costruzioni moderne, tracce di guerra, avanzi di storia nelle rovine. Il Funkturm, la Neue Synagoge, il Muro, Christopher Street Day, il Checkpoint Charlie, Good Bye Lenin. Ogni angolo di Berlino è rottura e giunzione. Il tempo è una fotografia sgualcita e accartocciata negli angoli.
Qualche settimana fa ho trovato un romanzo che ho pensato sarebbe stato bello leggere a quei tempi, Goodbye to Berlin, dello scrittore inglese Christopher Isherwood. ‘Brilliant skretches of a society in decay’, avrebbe detto George Orwell
Christopher Isherwood nasce nel 1904 a Wyberslegh Hall, High Lane, Cheshire, in North West England, da padre tenente colonnello delle armi inglesi, morto durante la prima guerra mondiale. Dopo la morte del padre, Christopher la madre e il fratello minore si trasferiscono a Londra, dove lo scrittore intraprende un corso di medicina. Isherwood inizia a scrivere da ragazzino, dapprima poesie, poi un primo romanzo, All the Conspirators, del 1928, che non riscuote grande fortuna.
In quegli anni conosce W. H. Auden, di cui si innamora e per il quale abbandona medicina e si trasferisce a Berlino, dove i due vivranno insieme, con spirito da kamikaze, fino al ’38. E’ durante gli anni trascorsi nella repubblica di Weimar che Isherwood concentra la propria produzione narrativa prima di un definitivo trasferimento in America, da dissidente, dove inizia ad occuparsi di cinema, teatro e commedia.
Qualche anno prima, al cugino francese Ferdinand Bardamu, protagonista del romanzo Viaggio al termine della notte, di Louis-Ferdinand Céline, sarebbe toccata ben altra sorte; partito per la guerra, la prima, e rientrato a Parigi dall’America, avvierà uno studio medico a La Garenne-Rancya, rinomato sobborgo parigino che farà da cornice agli sproloqui dello scrittore contenuti  in questo romanzo meraviglioso pubblicato a cavallo fra le due guerre.
Goodbye to Berlin, del 1939, è parte di una raccolta ‘The Berlin Stories’ che inquadra la società berlinese attraverso gli occhi e l’umore della gente che Isherwood incontra per strada, nei campi da golf, nei club, le sale da tea, i salotti. Quasi la guerra fosse appena un contrattempo e un fastidio, e a farla soltanto i soldati e la gente ammazzata oltre il confine. I campi di concentramento uno scherzo d’ebrei, l’omosessualità una malattia infettiva, il nazismo una preghiera, Hitler un messia.

A collection of six overlapping short stories set against the backdrop of the declining Weimar republic as Hitler rose to power. Isherwood, appearing himself as a fictional narrator, lives as a struggling author in the German capital, describing his meetings with the decadent, often doomed eccentrics, bohemians, and showgirls around him. The sense of oblivious naivety to the gathering storm around them gives his characters tremendous pathos and tragedy. The title refers not just to Isherwood’s departure from a city he clearly loved, but also to the sense that the Berlin of the early thirties was irrecoverably destroyed by the rise of the Nazis, and the destruction of the Weimar State. Isherwood is evoking an age that will never be seen again. It’s not so much a story of sorrowful departure as an obituary.

via . BOOK REVIEW CHRISTOPHER ISHERWOOD GOODBYE TO BERLIN

The Berlin Stories ispirò il regista John Van Druten a dirigere il film ‘I am a Camera’, del 1951, una commedia ‘Cabaret’, del 1966, e l’omonimo film del 1972 che valse a Liza Minelli un Academy Award per aver interpretato Sally, una giovane flapper inglese in cerca di fortuna come attrice a Berlino
E’ giusto Sally Bowles il racconto più spassoso contenuto in Goodbye to Berlin, di cui vi propongo una parte
She lived a long way down the Kurfustendamm on the last dreary stretch which rises to Halensee. I was shown into a big gloomy half-furnished room by a fat untidy landlady with a pouchy sagging jowl like a toad. There was a broken-down sofa in one corner and a faded picture of an eighteenth-century battle, with the wounded reclining on their elbows in graceful attitudes, admiring the prancings of Frederick the Great’s horse.
‘Oh, hullo, Chris darling!’ cried Sally from the doorway. ‘How sweet of you to come! I was feeling most terribly lonely. I’ve been crying on Frau Karpf’s chest. Nicht wahr, Frau Karpf?’ She appealed to the toad landlady, ‘ich habe geweint auf Dein Brust.’ Frau Karpf shook her bosom in a toad-like chuckle.
‘Would you rather have coffee, Chris, or tea?’ Sally continued. ‘You can have either. Only I don’t recommend the tea much. I don’t know what Frau Karpf does to it; I think she empties all the kitchen slops together into a jug and boils them up with the tea-leaves.’
‘I’ll have coffee, then.’
‘Frau Karpf, Liebling, willst Du sein ein Engel und bring zwei Tassen von Koffee?’ Sally’s German was not merely incorrect; it was all her own. She pronounced every word in a mincing, specially ‘foreign’ manner. You could tell that she was speaking a foreign language from her expression alone. ‘Chris darling, will you be an angel and draw the curtains?’
I did so, although it was still quite light outside. Sally, meanwhile, had switched on the table-lamp. As I turned from the window, she curled herself up delicately on the sofa like a cat, and opening her bag, felt for a cigarette. But hardly was the pose complete before she’d jumped to her feet again:
‘Would you like a Prairie Oyster?’ She produced glasses, eggs and a bottle of Worcester sauce from the boot-cupboard under the dismantled washstand: ‘I practically live on them.’ Dexterously, she broke the eggs into the glasses, added the sauce and stirred up the mixture with the end of a fountain-pen: ‘They’re about all I can afford.’ She was back on the sofa again, daintily curled up.
She was wearing the same black dress today, but without the cape. Instead, she had a little white collar and white cuffs. They produced a kind of theatrically chaste effect, like a nun in grand opera. ‘What are you laughing at, Chris?’ she asked.
‘I don’t know, ‘I said. But still I couldn’t stop grinning. There was, at that moment, something so extraordinarily comic in Sally’s appearance. She was really beautiful, with her little dark head, big eyes, and finally arched nose- and so absurdly conscious of all these features. There she lay, as complacently feminine as a turtle-dove, with her poised self-conscious head, and daintily arranged hands.
‘Chris, you swine, do tell me why you’re laughing?’
‘I really haven’t the faintest idea.’
At this, she began to laugh too:’You are mad, you know!’
‘Have you been here long? I asked, looking round the large gloomy room.
‘Ever since I arrived in Berlin. Let’s see- that was about two months ago.’
Taken from ‘Goodbye to Berlin, by Christopher Isherwood, 1939

SOFA’ SOGOOD # 1 LIFE A USER’S MANUAL by GEORGES PEREC


‘Nobody lives on the third floor right. The owner is a certain Monsieur Foureau, who is said to live on an estate at Chavignolles, between Caen and Falaise, in a farm of thirty- eight hectares, with a sort of manor house. Some years ago, a television drama was filmed there, under the title The Sixteenth Edge of This Cube; Remi Rorschach took part in the shooting but never met this owner.
Nobody ever seems to have seen him. There is no name on the door on the landing, nor on the list fixed on the glass pane of the concierge’s office door. The blinds are always drawn.’

Se per qualche ragione vi foste trovati a Parigi intorno alla fine degli anni ’70, e in cerca di Trelkovski, L’Inquilino del Terzo Piano (forse perchè vi doveva una scommessa, o quasi certamente perchè eravate voi a dovergli più di qualcosa), allora avreste fatto bene a cercarlo in Rue Simon-Crubellier. Sottoscrive Perec, al terzo piano di Rue Simon-Crubellier, numero 11, non vive nessuno, ma il sospetto di un omicidio. Lo stesso filmato da Roman Polanski due anni prima l’uscita del romanzo ‘La vita, Istruzioni per l’uso‘,? Sarebbe azzardato credere Trelkovski l’inquilino mancante a chiudere il ‘tour’ e rendere possibile il Percorso del Cavallo tracciato da Perec attraverso questo romanzo?

Knight's Tour. Image credit Wikipedia. Click on

Prendete una scacchiera e sfidate un cavaliere in una crociata, in palio la soluzione a un quesito matematico: come attraversare la scacchiera partendo da D7, compiere una sola volta tutte le mosse di gioco, visitare tutte le case della scacchiera, quindi concludere il tour in F7, esattamente nella casa vicina a quella di partenza.
Poniamo Perec abbia utilizzato una scacchiera 10×10, pari ai 10 piani in Rue Simon-Crubellier, e alle dieci camere in ciascuno dei piani. Una camera un capitolo, un capitolo una storia, una storia una mossa del cavaliere. 99 personaggi, ognuno con un passato diverso e un futuro in comune; 99 storie nella storia, una sola mossa mancante a rendere possibile una sfida letteraria quasi riuscita.
La sfida in questione rientra nell’ambizioso progetto visionario lanciato dalla Oulipo, una sorta di circolo, una confraternita del Merlot, fondata nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais, che riunisce scrittori e artisti per lo più francesi (Italo Calvino un infiltrato speciale) cui obiettivo è quello di realizzare un’opera attraverso precise regole, coordinate stilistiche, poste a soluzione di un problema matematico, un lipogramma (di Perec anche La scomparsa, del 1969, un romanzo scritto senza la vocale ‘e’, e Le ripetizioni, un romanzo scritto di sole vocali ‘e’), palindromi, anagrammi.
Ne La vita, istruzioni per l’uso, la toponomastica esistenziale tracciata da Perec definisce una dimensione in cui convergono e si intersecano Arte, Storia, ‘Umanesimo’e Scienze. Ho ammirato con stupore e meraviglia la maniera in cui Perec dà respiro al romanzo affascinato dal potenziale visionario delle parole, delle immagini, dei colori, dei suoni, dei ricordi. Dev’essere stato un bel viaggio.
Mi rendo conto leggere questo romanzo è una sfida. Perec è un autore pretenzioso. Pretende noi si venga informati bene circa i fatti. Pretende noi ci si dedichi esclusivamente alla lettura del testo, in totale isolamento e regressione spazio temporale da ciò che ci circonda.

Sophie Calle (born 1953) is a French writer, photographer, installation artist, and conceptual artist. Calle's work is distinguished by its use of arbitrary sets of constraints, and evokes the French literary movement of the 1960s known as Oulipo. Her work frequently depicts human vulnerability, and examines identity and intimacy. She is recognized for her detective-like ability to follow strangers and investigate their private lives. Her photographic work often includes panels of text of her own writing (WK)

Del resto l’intero appartamento in Rue Simon-Crubellier sembra esistere nello spazio in una dimensione propria di trascendentale realizzazione causale e implicativa, rimandata al passato, interposta nel presente, e convergente nel futuro. Nel romanzo niente viene lasciato al caso, ogni attimo assemblato, composto entro un’unica cornice, un preciso ordine stabilito, la perfetta realizzazione di un puzzle umano e vivente, ricostruito minuziosamente attraverso una progressiva esarazione delle storie perchè ‘la storia’ centrale abbia a realizzarsi nell’insieme.
Preamble
To begin with, the art of jigsaw puzzles seems of little substance, easily exhausted, wholly dealt with by a basic introduction to Gestalt: the perceived object – we mai be dealing with a perceptual act, the acquisition of a skill, a physiological system, or, as in the present case, a wooden jigsaw puzzle – is not a sum of elements to be distinguished from each other and analyzed discretely, but a pattern, that is to say a form, a structure: the element’s existence does not precede the existence of the whole, it comes neither before nor after it, for the parts do not determine the pattern, but the pattern determines the parts: knowledge of the pattern and of its laws, of the set and its structure, could not possibly be derived from discrete knowledge of the elements that compose it. That means that you can look at a piece of a puzzle for three whole days, you can believe that you know all there is to know about its colouring and shape, and be no further on than when you started. The only thing that counts is the ability to link this piece to other pieces, and in that sense the art of jigsaw puzzle has something in common with the art of go. The pieces are readable, take on a sense, only when assembled; in isolation, a puzzle piece means nothing – just an impossible question, an opaque challenge. But as soon as you have succeeded, after minutes of trial and error, or after a prodigious half-second flash of inspiration, in fitting it into one of its neighbours, the piece disappears, ceases to exist as a piece. The intense difficulty preceding this link-up – which the English word puzzle indicates so well – not only loses its raison d’etre, it seems never to have had any reason, so obvious does the solution appear. The two pieces so miraculously conjoined are henceforth one, which in its turn will be a source of error, hesitation, dismay, and expectation.
The role of the puzzle-maker is hard to define. In most cases – and in particular in all cardboard jigsaw – the puzzles are machine-made, and the lines of cutting are entirely arbitrary: a blanking die, set up once and for all, cuts the sheets of cardboard along identical lines every time. But such jigsaw are eschewed by the true puzzle-lover, not just because the solutions are printed on the boxes the come in, but because this type of cut destroys the specific nature of jigsaw puzzles. Contrary to a widely and firmly held belief, it does not really matter whether the initial image is easy ( or something taken to be easy – a genre scene in the style of Vermeer, for example, or a color photograph of an Austrian castle) or difficult ( a Jackson Pollock, a Pissarro, or the poor paradox of a blank puzzle). It’s not the subject of the picture, or the painter’s technique, which makes a puzzle more or less difficult, but the greater or lesser subtlety of the way it jas been cut; and an arbitrary cutting pattern will necessarily produce an arbitrary degree of difficulty, ranging from the extreme of easiness – for edge pieces, patches of light, well-defined object, lines, transitions – to the tiresome awkwardness of all the other pieces (cloudless skies, sand, meadow, ploughed land, shaded areas, ect.).
Pieces in a puzzle of this kind come in classes of which the best-known are
the little chaps
the double crosses
and the crossbars
and once the edges have been put together, the detail pieces put in place – the very light, almost whitish yellow fringe on the carpet on the table holding the lectern with an open book, the rich edging of the mirror, the lute, the woman’s red dress – and the bulk of the background pieces parcelled out according to their shade of grey, brown, white, or sky blue, then solving the puzzle consists simply of trying all the plausible combinations one by one.
The art of jigsaw puzzling begins with wooden puzzles cut by hand, whose maker undertakes to ask himself all the questions the player will have to solve, and , instead of allowing chance to cover his tracks, aims to replace it with cunning, trickery, and subterfuge. All the elements occurring in the image to be reassembled – this armchair covered in gold brocade, that three-pointed black hat with its rather ruined black plume, or that silver-brained bright yellow livery – serve by design as points of departure for trails that lead to false information. The organized, coherent, structured signifying space of the picture is cut up not only into inert, formless elements containing little information or signifying power, but also into falsified elements, carrying false information; two fragments of cornice made to fit each other perfectly when they belong infact to two quite separate sections of the ceiling, the belt buckle of a uniform which turns out in extremis to be a metal clasp holding the chandelier, several almost identically cut pieces belonging, for one part, to a dwarf orange tree placed on a mantelpiece and, for the other part, to its scarcely attenuated reflection in a mirror, are classic examples of the types of traps puzzle-lovers come across.
From this, one can make a deduction which is quite certainly the ultimate truth of jigsaw puzzles: despite appearances, puzzling is not a solitary game: every move the puzzler makes, the puzzle-maker has made before; every piece the puzzler picks up, and picks up again, and studies and strokes, every combination he tries, each hope and each discouragement have all been designed, calculated, and decided by the other.

Avendo letto questo romanzo in inglese, mi sono concentrata più sul vocabolario e meno sull’ architettura della trama e il procedimento logico di progressione al vertice finale e conclusivo del testo. E’stato bello abbandonarsi all’evasività della lettura, carezzevole e pigra, ma è stato specialmente faticoso trovare il tempo e la concentrazione necessari a leggere Perec fra le righe e con la dovuta attenzione.
Non ho le competenze tecniche necessarie ad analizzare il romanzo dal punto di vista estetico, figurativo e stilistico, ma credo di aver individuato una sostanziosa quantità di suggerimenti, tecniche di componimento, tendenziosità allo spettacolarismo dei dettagli, che potrebbero tornare utili nell’organizzazione di un testo narrativo, per esempio.
Perec è insieme architetto e portinaio, poeta ed esteta, matematico e pittore. Perchè no, a suo modo un voyeur, e Parigi sullo sfondo la cornice di un’epoca.
Cercando delle immagini dello scrittore da inserire nel post, ho trovato quest’articolo meraviglioso che commenta, dal punto di vista estetico, le opere realizzate da Bartlebooth : Life A User’s Manual – Evening All Afternoon. Non mi permetto di rubare l’originalità delle considerazioni poste dall’autrice a commento delle opere, per questo ve ne consiglio la lettura.
E voi che mi dite, piaciuto?
Chi di voi vorrebbe aggiungere particolari alla descrizione del romanzo? A quali coinquilini vi siete affezionati, quale quadro vi ha suggestionati e impressionati maggiormente.
Volendo prendere a esempio il romanzo e improvvisare un esercizio di scrittura, potremmo anche noi catalogare degli oggetti, e sulla base di un finale, costruire un racconto che li comprenda
Ho per le mani una raccolta di storie, Last Night, a mio parere assai noiosa, dello scrittore americano James Salter. Si tratta di una coincidenza soltanto se avendone aperto a caso una pagina, è venuto fuori questo finale, tratto da Platinum, che recita
‘Tahar made another gesture of slight annoyance. For him, it was only the beginning.’

Non vi nascondo ho spedito all’inesistente indirizzo del palazzo, uno scarabocchio di Londra, realizzato a matita su un foglio A4
Monsieur Gaspard Winckler,
here a view of London I was working on a whole night
in solitude and ecstasy
Cheers from Hyperuranian
🙂
A breve posterò il calendario delle altre letture; perchè mattoni, ho considerato i libri più voluminosi da inserire alla fine, in modo da iniziare a leggerli, a poco a poco, già da adesso.
Vada per Il Seno di Philip Ruth, come lettura di febbraio?
Avrei voluto postare qualcosa lo scorso venerdì, in occasione della Giornata della Memoria (la madre di Perec fra le vittime della Shoah), ma sono stata via una settimana e ho avuto poco tempo a disposizione. Dal profondo un pensiero di pace, e un augurio. Che gli orrori del passato non abbiano a ripetersi nel futuro, come già nel presente e, purtroppo, ancora.
Buona Domenica a noi tutti

‘Look with all your eyes, look’
(Jules Verne, Michael Strogoff)

About the Art Of The Novel


Invito Milan Kundera a uno shisha hour in una coffeehouse in Nowhere Street. L’appuntamento è alle diciotto, ma io mi presento in anticipo di mezz’ora; al mio arrivo, Kundera siede già al tavolo che ho riservato per noi, fuori in un Vasto Giardino, come piace a lui . Sorseggia maroccam mint tea, gioca a scacchi contro Il Turco. Un vecchio grammofono polveroso suona un pezzo di Lady Gogo.
Perchè so Kundera un appassionato di jazz, mi presento all’appuntamento con in mano un vecchio vinile dei Soft Machine. Seven, del 1974. Mi dico sorpresa di essere arrivata in ritardo, pur essendo in anticipo. Kundera sorride, si compiace della mia apprensione, e invita a sedere di fianco al Turco.
Chiedo a Kundera se al momento sta leggendo niente di interessante, e questi mi risponde ‘Smatrex M-788NK, Il manuale delle istruzioni’ (per chi non lo sapesse ancora, lo Smatrex M-788NK è un androide di ultima generazione, CGV di precisione, FVB 77 a raggi UV, KMb1 ad alta risoluzione, NGU2 termoregolabile, connessione YVeta a FGH78 e 678 uscite BX, che oltre a funzionare da apparecchio telefonico, stira, cucina, lava, e si ricarica nel microonde in appena un nano-secondo)
La provocazione è sottile e allude al catastrofismo teoretico mosso da Husserls e posto a dibattito da Kundera nel primo capitolo del saggio ‘The Art Of The Novel’ , del 1988.
In una celebre lettura del 1935, Edmund Husserl parla di una crisi dell’umanità europea che ha influenzato negativamente le arti. Secondo il padre della fenomenologia, questa crisi è iniziata nell’Età Moderna, con Galileo e Descartes, e l’acquisizione, da parte dell’uomo, di un primato sulla natura
“Once elevated by Descartes to ‘master and proprietor of nature’, man has now become a mere thing to the forces (of technology, of politics, of history) that bypass him, surpass him, possess him. To those forces, man’s concrete being, his ‘world of life’ (die Lebenswelt), has neither value nor interest: it is eclipsed, forgotten from the start.”
“The rise of the sciences propelled man into the tunnels of specialized disciplines. The more he advanced in knowledge, the less clearly could he see either the world as a whole or his own self, and he plunged further into what Husserl’s pupil Heidegger called, in a beautiful and almost magical phrase, ‘the forgetting of being’.
“Indeed, all the great existential themes Heidegger analyzes in Being and Time- considering them to have been neglected by all earlier European philosophy– had been unveiled, displayed, illuminated by four centuries of the novel (four centuries of European reincarnation of the novel). In its own way, throught its own logic, the novel discovered the various dimension of existence one by one: with Cervantes and his contemporaries, it inquires into the nature of adventure; with Richardson, it begins to examine “what happens inside”, to unmask the secret life of the feelings; with Balzac, it discovers man’s rootedness in history; with Flaubert, it explores the terra previously incognita of the everyday; with Tolstoy, it focuses on decisions. It probes time: the elusive past with Proust, the elusive present with Joyce. With Thomas Mann, it examines the role of the myths from the remote past that control our present actions. Et cetera, et cetera.’
Secondo Kundera, anticipatore dell’Età Moderna non è solo Descartes, ma anche Cervantes
‘Perhaps it is Cervantes whom the two phenomenologists neglected to take into consideration in their judgment of the Modern Era. By that I mean: if it is true that philosophy and science have forgotten about man’s being, it emerges all the more plainly that with Cervantes a great European art took shape that is nothing other than the investigation of this forgotten being.’
[3.]’As God slowly departed from the seat whence he had directed the universe and its order of value, distinguished good from evil, and endowed each thing with meaning, Don Quixote set forth from his house into a world he could no longer recognize. In the absence of the Supreme Judge, the world suddenly appeared in its fearsome ambiguity; the single divine Truth decomposed into myriad relative truths parceled out by men. Thus was born the world of the Modern Era, and with it the novel, the image and model of that world.
To take, with Descartes, the thinking self as the basis of everything, and thus to face the universe alone, is to adopt an attitude that Hegel was right to call heroic. To take, with Cervantes, the world as ambiguity, to be obliged to face not a single absolute truth but a welter of contradictory truths (truths embodied in imaginary selves called characters), to have as one’s only certainty the wisdom of uncertainty, requires no less courage.
What does Cervantes’ great novel mean? Much has been written on the question. Some see in it a rationalist critique of Don Quixote’ s hazy idealism. Others see it as a celebration of that same idealism. Both interpretations are mistaken because they both seek at the novel’s core not an inquiry but a moral position.
Man desires a world where good and evil can be clearly distinguished, for he has an innate and irrepressible desire to judge before he understands. Religions and ideologies are founded on this desire. They can cope with the novel only by translating its language of relativity and ambiguity into their own apodictic and dogmatic discourse. They require that someone be right: either Anna Karenina is the victim of a narrow- minded tyrant, or Karenin is the victim of an immoral woman; either K. is an innocent man crushed by an unjust Court, or the Court represents divine justice and K. is guilty.
This ‘either- or’ encapsulates an inability to tolerate the essential relativity of things human, an inability to look squarely at the absence of the Supreme Judge. This inability makes the novel’s wisdom ( the wisdom of uncertainty) hard to accept and understand.
[4.]’Don Quixote set off into a world that opened wide before him. He could go out freely and come home as he pleased. The early European novels are journeys through an apparently unlimited world. The opening of Jacques le Fataliste comes upon the two heroes in mid- journey; we don’t know where they’ve come from or where they’re going. They exist in a time without beginning or end, in a space without frontiers, in the midst of a Europe whose future will never end.
Half a century after Diderot, in Balzac, the distant horizon has disappeared like a landscape behind those modern structures, the social institutions: the police, the law, the world of money and crime, the army, the State. In Balzac’s world, time no longer idles happily by as it does for Cervantes and Diderot. It has set forth on the train called History. The train is easy to board, hard to leave. But it isn’t at all fearsome yet, it even has its appeal; it promises adventure to every passenger, and with it fame and fortune.
Later still, for Emma Bovary, the horizon shrinks to the point of seeming a barrier. Adventure lies beyond it, and the longing becomes intolerable. Within the monotony of the quotidian, dreams and daydreams take on importance. The lost infinity of the outside world is replaced by the infinity of the soul. The great illusion of the irreplaceable uniqueness of the individual- one of the Europe’s finest illusion- blossoms forth.
But the dream of the soul’s infinity loses its magic when History (or what remains of it: the suprahuman force of an omnipotent society) takes hold of man. History no longer promises him fame and fortune; it barely promises him a land- surveyor’s job. In the face of the Court or the Castle, what can K.do? Not much. Can’t he at least dream as Emma Bovary used to do? No, the situation’s trap is too terrible, and like a vacuum cleaner it sucks up all his thoughts and feelings: all he can think of is his trial, his surveying job. The infinity of the soul- if it ever existed- has become a nearly useless appendage.’
Non c’è grandezza nelle miserie della vita, nè possibilità di fuga dal mondo. La realtà manca di poesia, gli uomini di coraggio. Don Chisciotte è stato arrestato alla frontiera, K. processato in televisione, Winston Smith ingaggiato alla conduzione di un nuovo reality show. ‘How to make money’ figura ancora al primo posto nella classifica dei libri più letti in formato digitale.
Chiedo a Kundera che ruolo avrebbe la letteratura in tutto questo, quale sarebbe la ragione d’essere di un romanzo
‘The sole raison d’etre of a novel is to discover what only the novel can discover. A novel that does not discover a hitherto unknown segment of existence is immoral. Knowledge is the novel’s only morality.’
Kundera si prende sul serio.
Delle volte mi chiedo come sarà la letteratura del futuro ( non intendo la sci-fiction). Il linguaggio di ciascuno di noi si evolve ogni giorno arricchito di parole nuove, un vocabolario criptato a noi fino a prima di adesso del tutto sconosciuto e in alcuni casi ancora incomprensibile. La realtà muta di forma e sostanza, e noi con essa, in un processo di metamorfosi sociale e culturale, perpetua e incoercibile. Ci si incontra e innamora su internet, si comunica by email, si viene assunti su Skype, licenziati su Facebook, mollati su Twitter. Chiedo a Kundera come immagina la letteratura del futuro, quali i conflitti, le tensioni ideali rispetto al contesto storico, i dialoghi, l’atmosfera, i luoghi. Ma Kundera non mi ascolta neanche più, ha appena scoperto di avere Hungry Bird nel telefonino.
Quanto al Turco, sparito. Con la gynoid seduta al tavolo di fianco al nostro.

Texts entirely taken from ‘The Art of the Novel’, Milan Kundera, 1988
Paris Review – The Art of Fiction No. 81, Milan Kundera.

Block, off Seven, Soft Machine, 1974

The Turk’s Opening Move

Attributed to Titian – Suleiman the Magnificant - Ottoman Sultan (c. 1539)

“It’s difficult to imagine an attraction more likely to appeal to the Londoners of 1783 than Kempelen’s chess-playing automaton. For in addiction to being a great center for chess, London was renowned for its enthusiasm for public displays of automata and other technological marvels. The arcades of Piccadilly, the streets of St.James’s, and the squares of Mayfair were home to several remarkable exhibitions of automata and other curiosities, open daily to the paying public.”

acclamato in tutta Europa dall’alta società illuminata di fine settecento, il Turco, un automa di legno, azionato all’interno da un complesso meccanismo di ingranaggi a carica, elegantemente vestito in abiti orientali, e perfettamente in grado di giocare a scacchi autonomamente, deve la propria fortuna all’ingegno di un grande uomo di talento e ambizione, l’ungherese di nascita Wolfgang von Kempelen, ufficiale di corte presso l’imperatrice Maria Teresa d’Austria.
The Turk, dello scrittore inglese Tom Standage (tomstandage.com), racconta di questa meravigliosa invenzione d’avvio alla progettazione di macchine più sofisticate utilizzate nei decenni a seguire, durante la prima fase della rivoluzione industriale; non solo, Il Turco anticipa di secoli la possibilità di creare delle macchine in grado di un’intelligenza artificiale (questo un meraviglioso articolo che si interroga circa gli humanoid robots e le ‘proprietà cognitive’ delle macchine: The Minds of Machines | Philosophy Now.)
La progettazione di automi risale agli inizi del 1700, ancora prima al quindicesimo secolo, quando già Leonardo da Vinci crea le bozze di un progetto straordinariamente visionario, una macchina volante studiata sulle sembianze di uccelli e pipistrelli (FLYING MACHINES – Leonardo da Vinci)
Gli automi creati all’inizio del diciottesimo secolo si basavano su complicati e pesanti meccanismi simili nel funzionamento a degli orologi; alcuni di questi così straordinariamente ben fatti da essere all’origine di curiose leggende; Standage racconta di un’automa capace di suonare l’arpa e invitato alla corte del re francese Luigi XV, il quale si disse talmente estasiato dalla bravura di questi da volerne scoprire in dettaglio il meccanismo. Aperta la macchina, il re vi trovò all’interno un bambino di cinque anni.
Il Turco fu soprattutto all’origine di interessanti dibattiti che stimolarono matematici, ingegneri e pensatori a comprenderne funzionalità ed eventuali applicazioni future; a rendere l’automa affascinante era specialmente l’incredibile maestria di cui era capace nel gioco degli scacchi (ragione per cui i più scettici dubitarono del genio di Wolfgang von Kempelen assumendo a un inganno e a un segreto, mai rivelato del tutto). L’automa non era solo in grado di giocare a scacchi, ma di vincere almeno otto partite su dieci e tante furono le personalità che vi si trovarono a perdere una partita contro; fra questi Benjamin Franklin (grande appassionato di scacchi e autore del saggio ‘The Moral of Chess‘), Caterina la Grande– Imperatrice di Russia, Charles Babbage, persino Edgard Allan Poe e più tardi l’imperatore Napoleone, in quello che fu un tour di partite e spettacoli intorno all’Europa e fino in America, a cavallo tra illuminismo e romantico futurismo.

“Of all the cities of Europe, two were renowned for their enthusiasm for chess during the eighteenth century: Paris and London. Chess had been a popular pastime in coffeehouses in both cities since the beginning of the century and enjoyed a period of heightened popularity in the 1770s and 1780s, when it became extremely fashionable in high society. As the nearer of the two cities to Vienna, Paris was the logical place for the first stop on the Turk’s tour of Europe.
As the French writer Denis Diderot put it in 1761, “Paris is the place in the world, and the Café de la Régence the place in Paris where this game is played best.” The Café de la Régence was a coffeehouse founded in the 1680s, and by the 1740s it had become the most prominent haunt of chess players in the city. Well-known intellectuals who were regulars at the café over the years included the philosophers Voltaire and Jean- Jacques Rousseau, the American statesman scientist Benjamin Franklin, and even the young Napoleon Bonaparte.”
taken from ‘The Turk’ by Tom Standage, chap. three, ‘A Most Charming Contraption’

La Lista, Il Gruppo


Da qualche tempo ho ripreso l’abitudine, per molto tempo abbandonata, di fare liste. Playlist dei brani da ascoltare, lista dei libri da leggere, degli autori da approfondire, del materiale su cui scrivere, dei posti che mi piacerebbe visitare, dei films e le mostre da vedere, di citazioni e articoli di giornale. Improbabili liste di buoni propositi e scadenze da rispettare, progetti su cui lavorare.
Fino a prima di adesso, compilare liste mi pareva sintomatico di un’ossessione, un’esuberanza di controllo, zelo e morbosità maniacale. Un tic, in alcuni casi. Devo ricredermi.
La lista che mi diverte maggiormente compilare è senz’altro quella delle cose che amo (camminare lungo Piccadilly Street alle 4 del mattino, l’aggiornamento), mentre quella in cui manco più spesso è quella delle cose da fare; rinviare otto cose da fare su dieci, vuol dire procrastinare un numero di volte tale da assumere -a conti fatti e in ordine a un tentativo, mancato, di auto-disciplina -che è perfettamente inutile tentare di organizzare una lista di cose da fare se a mancare è principalmente la volontà di farle. A queste condizioni, il meccanismo di superamento consisterebbe nell’attenersi alle liste e rispettare la parola data (intendendo ogni lista un patto di lealtà con sè stessi e verso sè stessi).
Ogni lista prevede un’azione e un verbo attivo (e di buona volontà) d’accompagnamento; in alcuni casi, appena un requisito soltanto: immaginazione. E’ ammesso procrastinare, ma solo se in prospettiva di fare domani quello che, per mancanza di tempo, è impossibile fare oggi.
Ho deciso che il 2012 deve portarmi bene, me ne frego della fine del mondo. Perchè l’ho deciso, ognuna delle liste avrà come obiettivo la riuscita di uno scopo e il completamento di un ciclo, di Superamento e Realizzazione. Quello che voglio è Avvenire.
In testa alla lista delle cose da fare nel 2012 c’è mettersi a dieta, quello di cui abbisogno è un rigido programma di Disintossicazione Spirituale. Fuori il superfluo, dentro il necessario.
Al diavolo yoga e meditazione, io quest’anno vado di belly dance e kick boxing. Pragmatismo, la parola chiave.
La lista dei libri da leggere è quella che mi entusiasma maggiormente, intanto che l’altro giorno pensavo a quelli da inserire, mi è venuta l’idea di creare un gruppo di lettura, un salotto virtuale; per esempio potremmo sceglierli insieme e discuterli qui l’ultima domenica di ogni mese, a partire da gennaio. Che ne dite
Avrei pensato a questi titoli, ognuno di voi si senta libero di inserirne di altri (che andranno a sostituire quelli da me scelti)

  • Life: A User’s Manual, di Georges Perec (La vita, istruzioni per l’uso)
  • The Man Without Qualities, di Robert Musil (L’uomo senza qualità)
  • The Dice Man, di Rhinehart Luke (L’uomo dei dadi)
  • The Nose, di Nikolai Gogol (Il naso)
  • Brave New World, di Aldous Huxley (Il mondo nuovo)
  • Dangling Man, di Saul Bellow (L’uomo in bilico)
  • Last Exit to Brooklyn, di Hubert Selby, Jr.(Ultima fermata a Brooklyn)
  • As I Lay Dying, di William Faulkner (Mentre morivo)
  • V for Vendetta, di Alan Moore (V per vendetta)
  • Death of a Salesman, di Arthur Miller (Morte di un commesso viaggiatore)
  • The Satanic Verses, di Salman Rushdie (I versi satanici)
  • The Unconsoled, di Kazuo Ishiguro (Gli inconsolabili)

Lunar Caustic

Louis Stettner.Times Square Sailor, c. 1952

‘A man leaves a dockside tavern in the early morning, the smell of the sea in his nostrils, and a whisky bottle in his pocket, gliding over the cobbles lightly as a ship leaving harbour’

quell’uomo si chiama Bill Plantagenet ed è un pianista jazz e un ex marinaio sopravvissuto alla guerra. Un poeta maledetto, alla maniera di Baudelaire, nostalgico, alla maniera di Rimbaud. Uno scrittore alcolizzato, e romantico, l’alter Ego letterario di Malcolm Lowry nel breve romanzo autobiografico Lunar Caustic, del 1968.
Lo scrittore inglese, già apprezzato dalla critica per il romanzo Under the Volcano ( del 1947, undicesimo nella classifica dei cento romanzi migliori votati dalla Modern Library, dal quale è stato tratto l’omonimo film del regista John Huston, nel 1984), racconta di un uomo in rovina, approdato a New York e confinatosi, di propria volontà, presso il Bellevue Psychiatric Hospital, il più antico manicomio newyorkese (fondato nel 1736), dove effettivamente lo scrittore chiede ricovero per un breve periodo a causa di un crollo nervoso; la biografia dello scrittore fa nota di un evento tragico, all’origine dell’inquietudine di Lowry: ancora ai tempi del college, nel 1931, il compagno di stanza Paul Frite, innamoratosi di lui (e da Lowry mai corrisposto), si suicida,  lasciandolo preda di un senso di colpa onnipresente e tale da consumarlo nello spirito.
Finito il college, Lowry si rifiuta di lavorare per il padre e a una carriera manageriale preferisce il mare, arruolandosi come marinaio; gira il mondo, subisce gli orrori della guerra, va a caccia di storie (in buona parte contenute nel romanzo di debutto Ultramarine, del 1933). Insegue la propria stella.
In Lunar Caustic, Lowry, figlio della luna, si scopre un uomo vinto dalle passioni, tanto sensibile quanto irrequieto; un eroe romantico e dimesso, decadente e smanioso d’avventure in mare; Bill Plantagenet sembra barcollare tra realtà e sogno, flashbacks e finzione, in uno stato febbrile di oscena lucidità e delirio; dentro il manicomio realizza l’orrore della follia, le deprecabili condizioni in cui vivono i pazienzi ricoverati nell’ospedale. La vita non è un baccanale, e il mare, quel mare d’inquietudine e sregolatezze, notti di whisky e jazz,  non è che una sfida senza vincitori, nè gloria.

‘Darkness was falling through the clearing haze the stars came out. Over the broken horizon the Scorpion was crawling. There was the red, dying sun, Antares. To the south-east, the Retreat of the Howling Dog appeared. The stars taking their places were wounds opening in his being, multiple duplications of that agony, of that eye. The constellations might have been monstrosities in the delirium of God. Disaster seemed smeared over the whole universe. It was as if he were living in the preexistence of some unimaginable catastrophe, and he steadied himself a moment against the sill, feeling the doomed earth itself stagger in its heaving spastic flight towards the Hercules Butterfly’

Questi i links a un sito dedicato a Lowry e un articolo, nel quale si racconta della vita dello scrittore
Malcolm Lowry @ The 19th Hole
Life and Letters: Day of the Dead : The New Yorker.
Sotto, il primo capitolo del libro
A man leaves a dockside tavern in the early morning, the smell of the sea in his nostrils, and a whisky bottle in his pocket, gliding over the cobbles lightly as a ship leaving harbour.
Soon he is running into a storm and tacking from side to side, frantically trying to get back. Now he will go into any harbour at all.
He goes into another saloon.
From this he emerges, cunningly repaired; but he is in difficulties once more. This time is serious: he is nearly run over by a street car, he bangs his head on a wall, once he falls over an ashcan where he has thrown a bottle. Passers- by stare at him curiously, some with anger; others with amusement, or even a strange avidity.
This time he seeks refuge up an alley, and leans against the wall in an attitude of dejection, as if trying to remember something.
Again the pilgrimage starts but his course is so erratic it seems he must be looking for, rather than trying to remember something. Or perhaps, like the poor cat who had lost an eye in a battle, he is just looking for his sight?
The heat rises up from the pavements, a mighty force, New York groans and roars above, around, below him: white birds flash in the quivering air, a bridge strides over the river. Signs nod past him: The Best for Less, Romeo and Juliet, the greatest love story in the world, No Cover at Any Time, When pain threatens, strikes-
He enters another tavern, where presently he is talking of people he had never known, of places he had never been. Through the open door he is aware of the hospital, towering up above the river. Near him arrogant bearded derelicts cringe over spittoons, and of these men he seems afraid. Sweat floods his face. From the depths of the tavern comes a sound of moaning, and a sound of ticking.
Outside, again the pilgrimage starts, he wanders from saloon to saloon as though searching for something, but always keeping the hospital in sight, as if the saloons were only points on his circumference. In a street along the waterfront where a bell is clanging, he halts; a terrible old woman, whose black veil only partly conceals her ravaged face, is trying to post a letter, trying repeatedly and falling, but posting it finally, with shaking hands that are not hands at all.
A strange notion strikes him: the letter is for him. He takes a drink from the bottle.
In the Elevated a heavenly wind is blowing and there is a view of the river, but he is walking as though stepping over obstacles, or like Ahab stumbling from side to side on the careening bridge, ‘feeling that he encompassed in his stare oceans from which might be revealed that phantom destroyer of himself.’
Down in the street the heat is terrific. Tabloid headlines: Thousands collapse in Heat Wave. Hundreds Dead. Roosevelt Raps Warmongers. Civil War in Spain.
Once he stops in a church, his lips moving in something like a prayer. Inside is cool: around the walls are pictured the stages of the cross. Nobody seems to be looking . He likes drinking in churches particularly.
But afterwards he comes to a place not like a church at all.
This is the hospital: all day he has hovered round it; now it looms up closer than ever. This is objective. Tilting the bottle to his mouth he takes a long, final draught: drops run down his neck, mingling with the sweat.
‘I want to hear the song of the Negroes,’ he roars.’Veut-on que je disparaisse, que je plonge, à la recherche de l’anneau…I am sent to save my father, to find my son, to heal the eternal horror of three, to resolve the immedicable horror of opposites!’
With the dithering crack of a ship going on the rocks the door there was grass growing down to the East River. But between
taken from Lunar Caustic, cap 1, by Malcolm Lowry, (1968)

Banned Books 2011. Challenging Censorship in Literature


“The books that the world calls immoral are the books that show the world its own shame”Oscar Wilde.
Dallo scorso settembre, le biblioteche inglesi sono state ingaggiate del compito di raccogliere, entro una lista, i libri che nel corso degli anni passati sono stati bannati, non solo in Inghilterra, ma nel resto del mondo. Perchè sessualmente troppo espliciti nel linguaggio, blasfemi dal punto di vista religioso, d’opposizione alle politiche governative e ai regimi.
Da questa iniziativa è nato un sito, che li raccoglie in parte ed è possibile consultare a questo link
Banned Books.
Fra questi, Alice nel paese delle meraviglie, di Lewis Carrol, bannato in Cina, nel 1931, perchè ritenuto offensivo nel porre gli animali sullo stesso piano d’azione degli uomini; Il Diario di Anna Frank, bannato in Libano per aver rivelato gli orrori del nazismo; Tropico del Cancro, di Henry Miller, bannato negli Usa e in Inghilterra per via del linguaggio considerato scurrile e volgare; Il Pasto Nudo di William Burrough, bannato in alcuni stati americani perchè tendenzioso all’utilizzo di droghe (in effetti bisogna esser fatti per leggerlo, e per vederne il film, eventualmente); La fattoria degli animali, di George Orwell, bannato non solo nella vecchia URSS, ma più di recente, nel 2002, negli Emirati Arabi. Persino Harry Potter e la Pietra Filosofale, di J K Rowling, bannato in molte scuole cattoliche inglesi e americane perchè ritenuto una minaccia nella promozione della magia e delle arti divinatorie.
Il fascino dei libri proibiti è inequivocabile e, in parte, spiega le ragioni della letteratura erotica, per esempio, o della cyber punk fiction (mai letto Guts by Chuck Palahniuk, l’autore di Fight Club?). Quanto più viene proibito un libro, tanto più si avrà voglia di leggerlo. Miss Fanny Hill, un post che mi capitò di scrivere qualche tempo fa ispirata dalla pornografia letteraria di fine ‘700, rimane in assoluto quello più cliccato nel mio blog.
A proposito di proibito, ho giusto letto di un saggio che spero  trovare su internet, pubblicato nel 1996 dallo storico statunitense Robert Darnton Libri proibiti: Pornografia, satira e utopia all’origine della rivoluzione francese , di cui è interessante leggere questo vecchio articolo di approfondimento su il Corriere della Sera
Illuminismo: vedi alla voce porno.

The Man who mistook his wife for a hat

Oliver Sacks è un neurologo americano,di origini inglesi, specialmente divenuto popolare per la pubblicazione  di un ‘romanzo scientifico’, mi permetterei di chiamarlo così, nel quale racconta dei propri pazienti, secondo cartella clinica ma con piglio da romanziere.
L’idea di leggere questo libro mi è stata suggerita da Murphy, romanzo di Samuel Beckett,del 1938, con a protagonista un solipsista depresso, come lo definisce lo scrittore irlandese, nel ruolo di infermiere presso la Magdalen Mental Mercyseat, una clinica psichiatrica a nord di Londra.A contatto coi pazienti,Murphy verrà a conoscenza di un sottomondo visionario e surreale, tale da stravolgere cognizioni di fatto quali cause, effetti e tempo, nella percezione e valutazione del reale, o meglio di ciò che appare come tale.
The man who mistook his wife for a hat (via L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello – Wikipedia.) pubblicato per la prima volta nel 1985, si divide in 4 sezioni (Losses,Excesses,Transports,The world of the simple),in ognuna delle quali è centrale una disfunzione di riferimento legata a malfuzionamento o danneggiamento del cervello, dunque il racconto dei pazienti che ne presentano i disturbi; talvolta casi drammatici, altri buffi, molto spesso surreali e grotteschi.
Il racconto che mi ha più impressionata, e perchè di rilievo è stato scelto dall’autore stesso a titolo e rappresentazione dell’intero libro, riguarda la storia di un musicista, tale Dr P., insegnante presso una scuola di musica, pittore, uomo di lettere e arti. Il paziente, richiamato- suo malgrado- a testimoniare gli effetti dell’agnosia (da wikipedia* disturbo della percezione caratterizzato dal mancato riconoscimento di oggetti, persone, suoni, forme, odori già noti, in assenza di disturbi della memoria e in assenza di lesioni dei sistemi sensoriali elementari. Può presentarsi separatamente in relazione a ciascuno dei cinque sensi e per ogni senso sono riscontrabili diversi tipi di agnosia (prosopoagnosia, agnosia musicale, stereoagnosia o agnosia tattile, agnosia visuo-motoria, ecc.). In pratica, la persona affetta da agnosia può utilizzare una forchetta invece di un cucchiaio pensando di aver scelto il cucchiaio, oppure una scarpa al posto di una tazza o un temperino invece della matita. Spesso è associata a lesioni riguardanti aree posteriori del cervello) pare non concepire la realtà che lo circonda se non attraverso la musica, in organizzata progressione di suoni e scale e ritmo.
Di Oliver Sacks anche questo testo
‘Musicophilia: Tales of Music and the Brain (2007)’, di cui è possibile leggere articolo e recenzione a questo link [The Listener § SEEDMAGAZINE.COM]
Questo che segue il racconto, meraviglioso, che riguarda Dr P.

Dr P. was a musician of distinction, well known for many years as a singer, and then, at the local School of Music, as a teacher. It was here, in relation to his students, that certain strange problems were first observed. Sometimes a student would present himself, and Dr P. would not recognize him; or, specifically, would not recognize his face. The moment the student spoke, he would be recognized  by his voice. Such incidents multiplied, causing embarrassment, perplexity, fear- and, sometimes, comedy. For not only did Dr P. increasingly fail to see faces, but he saw faces when there were no faces to see: genially, Magoo- like, when the street, he might pat the heads of water-hydrants and parking- meters, taking these to the heads of children; he would amiably address carved knobs on the furniture, and be astounded when they did not reply. At first these odd mistakes were laughed off as jokes, not least by Dr P. himself. Had he not always had a quirky sense of humour, and been given to Zen-like paradoxes and jests? His musical powers were as dazzling as ever; he did not feel ill- he had never felt better; and the mistakes were so ludicrous- and so ingenious- that they could hardly be serious or betoken anything serious. The notion of there being ‘something the matter’ did not emerge until some three years later, when diabetes developed. Well aware that diabetes could affect his eyes, Dr P. consulted an ophthalmologist, who took a careful history, and examined his eyes closely. ‘There’s nothing the matter with your eyes,’ the doctor concluded. ‘But there is trouble with the visual parts of your brain. You don’t need my help, you must see a neurologist .’ And so, as a result of this referral, Dr P. came to me.
It was obvious within a few seconds of meeting him that there was no trace of dementia in ordinary sense. He was a man of great cultivation and charm, who talked well and fluently, with imagination and humor. I couldn’t think why he had been referred to our clinic.
And yet there was something a bit odd. He faced me as he spoke, was oriented towards me, and yet there was something the matter- it was difficult to formulate. He faced me with his ears, I came to think, but not with his eyes. These, instead of looking, gazing, at me,’ taking me in’, in the normal way, made sudden strange fixations- on my nose, on my right ear, down to my chin, up to my right eye- as if nothing (even studying) these individual features, but not seeing my whole face, its changing expressions, ‘me’, as whole. I am not sure that I fully realized this at the time- there was just a teasing strangeness, some failure in the normal interplay of gaze and expression. He saw me, he scanned me, and yet..
‘What seems to be the matter?’ I asked him at length.
‘Nothing that I know of,’ he replied with a smile, ‘but people seem to think there’s something wrong with my eyes.’
‘But you don’t recognize any visual problem?’
‘No, not directly, but I occasionally make mistakes.’
I left the room briefly, to talk with his wife. When I came back Dr P. was sitting placidly by the window, attentive, listening rather than looking out. ‘Traffic,’ he said,’ street sounds, distant trains- they make a sort of symphony, do they not? You know Honegger’s Pacific 234?
What a lovely man, I thought to myself. How can there be anything seriously the matter? Would he permit me to examine him?
‘Yes, of course, Dr P.’
I stilled my disquiet, his perhaps too, in the soothing routine of a neurological exam- muscle strength, co- ordination, reflexes, tone..It was examining his reflexes- a trifle abnormal on the left side- that the first horizon experience. I had taken off his left shoe and scratched the sole of his foot with a key- a frivolous- seeming but essential test of a reflex- and then, excusing myself to screw my ophthalmoscope together, left him, to put on the shoe himself. To my surprise, a minute later, he had not done this.
‘Can I help?’ I asked.
‘Help what? Help whom?’
‘Help you to put on your shoe.’
‘Ach,’ he said,’ I had forgotten the shoe,’ adding, sotto voce, ‘The shoe? The shoe? He seemed baffled.
‘Your shoe,’ I repeated. ‘Perhaps you’d put it on.’
He continued to look downwards, though not at the shoe, with an intense but misplaced concentration. Finally his gaze settled on his foot: ‘That is my shoe, yes?’
Did I miss-hear? Did he miss-see?
‘My eyes,’ he explained, and put a hand to his foot. ‘This is my shoe, no?’
‘No, it’s not. That is your foot. There is your shoe.’
‘Ah! I thought that was my foot.’
Was he joking? Was he mad? Was he blind? If this was one of his ‘strange mistakes’, it was the strangest mistake I had ever come across.
I helped him on with his shoe (his foot), to avoid further complications. Dr P. himself seemed untroubled, indifferent, maybe amused. I resumed my examination. His visual acuity was good: he had no difficulty seeing a pin on the floor, though sometimes he missed it if it was placed to his left.
He saw all right, but what did he see? I opened out a copy of the National Geographic, and asked him to describe some pictures in it.
His responses here were curious. His eyes would dart from one thing to another, picking up tiny features, individual features, as they had done with my face. A striking brightness, a color, a shape would arrest his attention and elicit comment- but in no case did he get the scene- as-a-whole. He failed to see the whole, seeing only details, which he spotted like blips on a radar screen. He never entered into relation with the picture as a whole- never faced, so to speak, its physiognomy. He had no sense whatever of a landscape or scene.
I showed him the cover, an unbroken expanse of Sahara dunes.
‘What do you see here?’ I asked.
‘I see a river,’ he said. ‘And a little guest- house with its terrace on the water. People are dining out on the terrace. I see coloured parasols here and there.’ He was looking, if it was ‘looking’, right off the cover, into mid-air and confabulating non-existent features, as if the absence of features in the actual picture had driven him to imagine the river and the terrace and the colored parasols.
I must have looked aghast, but he seemed to think he had done rather well. There was a hint of a smile on his face. He also appeared to have decided that the examination was over, and started to look round for his hat. He reached out his hand, and took hold of his wife’s head., tried to lift it off, to put it on. He had apparently mistaken his wife for a hat! His wife looked as if she was used to such things.
I could make no sense of what had occurred, in terms of conventional neurology (or neuropsychology). In some ways he seemed perfectly preserved, and in others absolutely, incomprehensibly devastated. How could he, on the one hand, mistake his wife for a hat and, on the other, function, as apparently he still did, as a teacher at the Music School?
I had to think, to see him again- and to see him in his own familiar habitat, at home.
A few days later I called on Dr P. and his wife at home, with the score of the Dichterliebe in my briefcase ( I knew he liked Schumann), and a variety of odd objects for the testing of perception. Mrs  P. showed me into a lofty apartment, which recalled fin-de-siecle Berlin. A magnificent old Bosendorfen stood in state in the centre of the room, and all round it were music-stands, instruments, scores.. There were books, there were paintings, but the music was central. Dr P. came in and, distracted, advanced with outstretched hand to the grandfather clock, but, hearing my voice, corrected himself, and shook hands with me. We exchanged greetings , and chatted a little of current concerts and performances. Differently, I asked him if he would sing.
‘The Dichterliebe!’ he exclaimed. ‘But I can no longer read music. You will play them, yes?’
I said I would try. On that wonderful old piano even my playing sounded right, and Dr P. was an aged, but infinitely mellow Fischer-Dieskau, combining a perfect ear and voice with the most incisive musical intelligence. It was clear that the Music School was not keeping him on out of charity.
Dr P.’s temporal lobes were obviously intact: he had a wonderful musical cortex. What, I wondered, was going on in his parietal and occipital lobes, especially in those areas where visual processing occurred? I carry the Platonic solids in my neurological kit, and decided to start with these.
‘What is this?’ I asked, drawing out the first one.
‘A cube, of course.’
‘Now this?’I asked, brandishing another.
He asked if he might examine it, which he did swiftly and systematically: ‘A dodecahedron, of course. And don’t bother with the others- I’ll get the eikosihedron too.’
Abstract shapes clearly presented no problems. What about faces? I took out a pack of cards. All of these he identified instantly, including the jacks, queens, kings, and the joker. But these, after all, are stylized designs, and it was impossible to tell whether he saw faces or merely patterns. I decided I would show him a volume of cartoons which I had in my briefcase. Here, again, for the most part, he did well. Churchill’s cigar, Schnozzle’s nose: as soon as he had picked out a key feature he could identify the face. But cartoons, again, are formal and schematic. It remained to be seen how he would do with real faces, realistically represented.
I turned on the television, keeping the sound off, and found an early Bette Davis film. A love scene in progress. Dr P. failed to identify the actress- but this could have been because she had never entered his world. What was more striking was that he failed to identify the expression on her face or her partner’s, though in the course of a single torrid scene these passed from sultry yearning through passion, surprise, disgust and fury to a melting reconciliation. Dr P. could make nothing of any of this. He was very unclear as to what was going on, or who was who or even what sex they were. His comments on the scene were positively Martian.
It was just possible that some of his difficulties were associated with the unreality of a celluloid, Hollywood world; and it occurred to me that he might be more successful in identifying faces from his own life. On the walls of the apartment there were photographs of his family, his colleagues, his pupils, himself. I gathered a pile of these together and, with some misgivings, presented them ho him. What had been funny, or farcical, in relation to the movie, was tragic in relation to real life. By and large, he recognized nobody; neither his family, nor his colleagues, nor his pupils, nor himself. He recognized a portrait of Einstein, because he picked up the characteristic hair and moustache; and the same thing happened with one or two other people. ‘Ach, Paul!’ he said, when shown a portrait of his brother. ‘That square jaw, those big teeth, I would know Paul anywhere!’ But was it Paul he recognized, or one or two of his features, on the basis of which he could make a reasonable guess as to the subject’s identify? In the absence of obvious ‘markers’, he was utterly lost. But it was not merely the cognition, the gnosis, at fault; there was something radically wrong with the whole way he proceeded. For he approached these  faces- even of those near and dear- as if they were abstract puzzles or tests. He did not relate to them, he did not behold. No face was familiar to him, seen as a ‘thou’, being just identified as a set of features, an ‘it’. Thus there was formal, but no trace of personal, gnosis. And with this went his indifference, or blindness, to expression. A face, to us, is a person looking out- we see, as it were, the person through his persona, his face. But for Dr P. there was no persona in this sense- no outward persona, and no persona within.
I had stopped at a florist on my way to his apartment and bought myself an extravagant red rose for my buttonhole. Now I removed this and handed it to him. He took it like a botanist or morphologist given a specimen, not like a person given a flower.
‘About six inches in length,’ he commented. ‘A convoluted red form with a linear green attachment.’.
‘Yes,’ I said encouragingly,  ‘and what do you think it is, Dr P.?’
‘Not easy to say.’ He seemed perplexed. ‘It lacks the simple symmetry of the Platonic solids, although it may have a higher symmetry of its own..I think this could be an inflorescence or flower.’
‘Could be?’ I queried.
‘Could be,’ he confirmed.
‘Smell it,’ I suggested, and he again looked somewhat puzzled, as if I had asked him to smell a higher symmetry. But he complied courteously, and took it to his nose. Now, suddenly, he came to life.
‘Beautiful!’ he exclaimed. ‘An early rose. What a heavenly smell!’ He started to hum ‘Die Rose, die Lillie..’ Reality, it seemed, might be conveyed by smell, not by sight.
I tried one final test. It was still a cold day, in early spring, and I had thrown my coat and gloves on the sofa.
‘What is this?’ I asked, holding up a glove.
‘May I examine it?’ he asked, taking it from me, he proceeded to examine it as he had examined the geometrical shapes.
‘A continuous surface,’ he announced at last, ‘ infolded on itself. It appears to have’ – he hesitated- ‘five outpouchings, if this is the word.’
‘Yes,’ I said cautiously. ‘You have given me a description. Now tell me what it is.’
‘A container of some sort?’
‘Yes,’ I said, ‘and what would it contain?’
‘It would contain its contents!’ said Dr P., with a laugh.
‘There are many possibilities. It could be a charge-purse, for example, for coins of five sizes. It could..’
I interrupted the barmy flow.’ Does it not look familiar? Do you think it might contain, might fit, a part of your body?’
No light of recognition dawned on his face.
No child would have the power to see and speak of ‘a continuous surface.. infolded on itself’, but any child, any infant, would immediately know a glove as a glove, see it as familiar, as going with a hand. Dr P. didn’t. He saw nothing as familiar. Visually, he was lost in a world of lifeless abstractions. Indeed he did not have a real visual world, as he did not have a visual self. He could speak about things, but did not see them face-to-face. Hughlings Jackson, discussing patients with aphasia and left-hemisphere lesions, says they have lost ‘abstract’ and ‘prepositional’ thought- and compares them with dogs (or, rather, he compares dogs to patients with aphasia). Dr P., on the other hand, functioned precisely as a machine functions. It wasn’t merely that he displayed the same indifference to the visual word as a computer but- even more strikingly- he construed the world as a computer construes it, by means of key features and schematic relationships. The scheme might be identified- in an ‘identikit’ way- without the reality being grasped at all.
The resting I had done so far told me nothing about Dr P.’s inner world. Was it possible that his visual memory and imagination were still intact? I asked him to imagine entering one of our local squares from the south. Again he mentioned only these buildings that were on the right side, although these were the very buildings he had omitted before. Those he had ’seen’ internally  before were not mentioned now; presumably there were no  longer ‘seen’. It was evident that his difficulties with leftness, his field deficits, were as much internal as external, bisecting his visual memory and imagination.
What, at a higher level, of his internal visualization? Thinking of the almost hallucinatory intensity with which Tolstoy visualizes and animates his characters, I questioned Dr P. about Anna Karenina. He could remember incidents without difficulty, had an undiminished grasp of the plot, but completely committed visual characteristics, visual narrative or scenes. He remembered the words of the characters, but not their faces; and though, when asked, he could quote, with his remarkable and almost verbatim memory, the original visual descriptions, these were, it became apparent, quite empty for him, and lacked sensorial, imaginal, or emotional reality. Thus there was an internal agnosia as well?
But this was only the case, it became clear, with certain sorts of visualization. The visualization of faces and scenes, of visual narrative and drama- this was profoundly impaired, almost absent. But the visualization of schemata was preserved, perhaps enhanced. Thus when I engaged him in a game of mental chess, he had no difficulty visualizing the chessboard or the moves- indeed, no difficulty in beating me soundly.
Luria said of Zazetsky that he had entirely lost his capacity to play games but his ‘vivid imaginations’ was unimpaired. Zazetsky and Dr P. lived in worlds which were mirror images of each other. But the saddest difference between them was that Zazetsky, as Luria said, ‘fought to regain his lost faculties with the indomitable tenacity of the damned’, whereas Dr P. was not fighting, did not know what was lost, did not indeed know that anything was lost. But who was more tragic, or who was more damned- the man who knew it, or the man who did not?
When the examination was over, Mrs P. called us to the table, where there was coffee and a delicious spread of little cakes. Hungrily, hummingly, Dr P. started on the cakes. Swiftly, fluently, unthinkingly, melodiously, he pulled the plates toward him, and took this and that, in a great gurgling stream, an edible song of food, until, suddenly, there came an interruption.: a loud, peremptory rat-tat-tat at the door. Startled, taken aback, arrested, by the interruption, Dr P. stopped eating, and sat frozen, motionless, at the table, with an indifferent , blind, bewilderment on his face. He saw, but no longer saw, the table; no longer perceived it as a table laden with cakes. His wife poured him some coffee: the smell titillated his nose, and brought him back to reality. The melody of eating resumed.
How does he do anything? I wondered to  myself. What happens when he’s dressing, goes to the lavatory, has a bath? I followed his wife into the kitchen and asked her how, for instance,  he managed to dress himself. ‘It’s just like the eating,’ she explained. ‘I put this usual clothes out, in all the usual places, and he dresses without difficulties, singing to himself. He does everything singing to himself. But if he is interrupted and loses thread, he comes to a complete stop, doesn’t know his clothes- or his own body. He sings all the time- eating songs, dressing songs, bathing songs, everything. He can’t do anything unless he makes it a song.’
While we were talking my attention was caught by the pictures on the walls.
‘Yes,’ Mrs P. said, ‘he was a gifted painter as well as a singer. The School exhibited his pictures every year.’
I strolled past them curiously- they were in chronological order. All his earlier work was naturalistic and realistic, with vivid mood and atmosphere, but finely detailed and concrete. Then, years later, they became less vivid, less concrete, less realistic and naturalistic; but far more abstract, even geometrical and cubist. Finally, in the last paintings, the canvas became nonsense, or nonsense to me- mere chaotic lines and blotches of paint.  I commented on this to Mrs P.
‘Ach, you doctors, you are such philistines!’ she explaned. ‘Can you not see the artist development- how he renounced the realism of his earlier years, and advanced into abstract, non-representational art?’
‘No, that’s not it,’ I said to myself (but forbore to say it to poor Mrs P.). He had indeed moved from realism to non-representation to the abstract, but this was not the artist, but the pathology, advancing- advancing towards a profound visual agnosia, in which all powers of representation and imagery, all sense of the concrete, all sense of reality, were being destroyed. This wall of paintings was a tragic pathological exhibit, which belonged to neurology, not art.
And yet, I wondered, was she not partly right? For these is often a struggle, and sometimes, even more interestingly, a collusion, between the powers of pathology and creation. Perhaps, in his cubist period, there might have been both artistic and pathological development, colluding to engender an original form; for as he lost the concrete, so he might have gained in the abstract, developing a greater sensitivity to all the structural elements of line, boundary, contour- an almost Picasso-like power to see, and equally depict, those abstract organizations, embedded in, and normally lost in, the concrete.. Though in the final pictures, I feared, there was only chaos and agnosia.
We returned to the great music room, with the Bosendorfer in the centre, and Dr P. humming the last torte.
‘Well, Dr Sacks,’ he said to me. ‘You find me an interesting case, I perceive. Can you tell me what you find wrong, make recommendations?’
‘I can’t tell you what I find wrong,’ I replied, ‘but I’ll say what I find right. You are a wonderful musician, and music is your life. What I would prescribe, in a case such as yours, is a life which consists of music. Music has been the centre, now make it the whole, of your life.’
This was four years ago- I never saw him again, but I often wondered how he apprehended the world, given his strange loss of image, visuality, and the perfect preservation of a great musicality. I think that music, for him, had taken the place of image. He had no body-image, he had body-music: this is why he could move and act as fluently as he did, but came to a total confused stop if the ‘inner music’ stopped. And equally with the outside, the world..
In ‘The world as Representation and Will’ Schopenhauer speaks of music as ‘pure will’. How fascinated he would have been by Dr P., a man who had wholly lost the world as representation, but wholly preserved it as music or will.
And this, mercifully, held to the end- for despite the gradual advance of his disease ( a massive tumor or degenerative process in the visual parts of his brain) Dr P. lived and taught music to the last days of his life.
[taken from The Man who mistook his wife for a hat, by Oliver Sacks,Picador,2007]

The Dictionary of Art and Artists

Incredibile cosa non si riesce a trovare negli scaffali di un second hand shop e per appena un pound; questo in cui vado spesso io raccoglie i proventi delle vendite in sostegno della ricerca sul cancro e offre una nutrita collezione di libri, oltre che di abbigliamento, accessori e bigiotteria vintage.
Qualche giorno fa sono riuscita a trovare un libro prezioso,un dizionario d’arte edito per la prima volta da Penguin nel 1959 e curato da Peter e Linda Murray, entrambi accademici alla University of London,che raccoglie sette secoli d’arte,compresi Picasso e Pop Art.
Ho così deciso aprire una pagina a caso, puntare il dito e pubblicare, di volta in volta, l’opera dell’artista trovato.
Questa di oggi l’Opera del Caso

Master of the Death of the Virgin- Death of the Virgin (circa 1500)

Master of the Death of the Virgin. A painter, active 1507-37,who is named from two altarpieces of the Death of the Virgin in Cologne and Munich. He is often identified with Joos van Cleve, and certainly influenced Bruyn
[taken from The Dictionary of Art and Artists,by Peter and Linda Murray,Penguin]
image credit: wikipedia*

Lo.Lee.Ta

Gabriel Smy by flickr

“Lolita,light of my fire,fire of my loins. My sin,my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the plate to tap, at three,on the teeth.Lo.Lee.Ta.”

Ci sono libri dei quali si teme la lettura; le ragioni sono personali,i timori molto spesso infondati.Per molti anni ho voluto,intenzionalmente,tenermi alla larga dagli esistenzialisti per averne letto il manifesto di Sartre(motivo sufficiente a spiegare le ragioni di questa scelta),da Samuel Beckett, William Faulkner,Jorge Luis Borges-senza nessuna ragione in particolare(se non per il fatto di non ritenermi all’altezza della lettura e alla partecipazione critica ed empatica delle idee).
Ricordo di un libro,letto in adolescenza,di Luciano De Crescenzo-credo Panta Rei,nel quale lo scrittore racconta di una donna della quale si innamora perchè in grado di poter citare Finnegans Wake a memoria; inutile nascondere sono stata intrigata da questa sfida e ho desiderato potervi riuscire anch’io (sebbene consapevole quello di James Joyce un capolavoro della letteratura assai esclusivo,cui lettura è riservata a quei pochi in grado di smisurata conoscenza letteraria-che io non ho).
Forse un giorno.Il bello della letteratura sta proprio nel consentire a ciascuno,attraverso la lettura,di esplorare diversi,differenti,stati dell’essere a cavallo la pluralità di personaggi e storie,apparentemente diversi,fondamentalmente unici e peculiari l’uomo e la vita, i dubbi,le tensioni ideali, i moti dello spirito,le piccole battaglie interiori,gli armistizi dell’anima.Molti sottovalutano il potere indagativo,rivelativo,conoscitivo della letteratura,e riducono la lettura a perditempo,gli scrittori a giocolieri del verbo,mentre è alla letteratura e agli scrittori che bisogna riconoscere il merito d’avere esemplificato il temperamento di un’epoca,descritto l’umore della storia,ponderato patemi esistenziali,indugiato alternative,dal punto di vista intellettuale e sentimentale,emotivo e descrittivo,metafisico e reale.
Vorrà suonare strano,ma c’è un romanzo che,per qualche ragione,non ho mai avuto il coraggio leggere finora e questo romanzo è Lolita di Vladimir Nabokov.Probabilmente perchè suggestionata dalla critica sbrigativa e spicciola che se n’è sempre fatta per schedulare la trama entro uno steriotipo un po’accattivante/un po’ commiserativo-forse,o forse perchè insofferente all’idea di un uomo di mezza età attratto in maniera morbosa da una-appena dodicenne-ragazzina. In realtà,per comprendere le ragioni che fanno di Lolita un capolavoro meraviglioso della letteratura,e i motivi per cui lo stesso è considerato essere uno dei migliori classici del ventesimo secoli,è necessario leggerlo in inglese,perchè è soltanto in inglese, a mio parere, che questo romanzo si rivela in tutto il suo incredibile fascino narrativo; c’è niente di più misurato e sentimentale della prosa, del piglio visionario a contorno delle immagini a onore della ninfetta Lolita suggerite da Humbert.
Quello che secondo me è importante sottolineare per rendere onore al romanzo,non è tanto la trama( uomo attempato che si innamora di una dodicenne smaliziata,personificazione del Complesso di Elettra) quanto la psicologia di questo amore. Humbert si innamora di Lolita perchè è tramite Lolita che Humbert ritorna ragazzino; il richiamo,in questo romanzo,è a quell’amore smaliziato e puro della prima infanzia,poi dell’adolescenza,che poco ha a che fare con quello adulto,spesso controverso, difficoltoso, impegnativo, cerebrale,complesso. L’amore di Humbert per Lolita è un amore semplice,fatto ancora di sensazioni,di ricordi legati alla prima infanzia, al sapore, all’odore delle cose,alla primordialità degli istinti,d’amore,di passione,di pudore,di paure,di sussulti e nostalgie.
Lolita, rappresenta per Humbert l’incarnazione di Annabel,primo amore dell’uomo,morta in giovane età, e insieme,la possibilità di riamarla,averla vicina,rivivere quell’amore mancato.Il riferimento è spicciolo,palese,reso già al terzo capitolo,con naturalezza e quasi pudore,tatto e malinconia.
A mio avviso frainteso da Kubrick in una prima rappresentazione cinematogrfica del 1962, merita la seppure smielata e pietosa interpretazione di Adrianne Lyne,del 1992.
A seguire il terzo e quarto capitolo
Cap 3
Annabel was,like the writer, of mixed parentage: half English, half Dutch, in her case. I remember her features far less distinctly today that I did a few years ago, before I knew Lolita. There are two kinds of visual memory : one when you skillfully recreate an image in the laboratory of your mind, with your eyes open (and then I see Annabel in such general terms as: “honey-colored skin,””thin arms,””brown bobbed hair,””long lashes,””big bright mouth”); and the other when you instantly evoke,with shut eyes, on the darl innerside of your eyelids, the objective, absolutely optical replica of a beloved face, a little ghost in natural colors(and this is how I see Lolita).
Let me therefore primly limit myself, in describing Annabel, to saying she was a lovely child a few months my junior. Her parents were old friends of my aunt’s and, as stuff as she. They had rented a villa not far from Hotel Mirama. Bald brow Mr.Leight and fat, powdered Mrs.Leight (born Vanessa van Ness). How I loathed them! At first, Annabel and I talked of peripheral affairs. She kept lifting handfuls of fine sand and letting it pour through her fingers. Our brains were turned the way those of intelligent European preadolescents were in our day and set, and I doubt if much individual genius should be assigned to our interest in the plurality of inhabited worlds, competitive tennis,infinity,solipsism and so on. The softness and fragility of baby animals caused us the same intense pain. She wanted to be a nurse in some famished Asiatic country; I wanted to be a famous spy.
All at once we were madly,crumsily,shamelessly, agonizingly in love with each other; hopelessly, I should add,because that frenzy of mutual possession might have been assuaged only by our actually imbibing and assimilating every particle of each other’s soul and flesh; but there we were, unbale even to mate as slum children would have so easily found an opportunity to do. After one wild attempt we made to meet at night in her garden (of which more later), the only privacy we were allowed was to be out of earshot but not out of sight on the populous part of the plage. There, on the soft sand, a few feet away from our eleders, we would sprawl all morning, in a petrified paroxysm of desire,and take advantage of every blessed quirk in space and time to touch each other; her hand, half-hidden in the sand, would creep toward me, its slender brown fingers sleepwalking nearer and nearer; then, her opalescent knee would start on a long cautious journey; sometimes a chance rampart built by younger children granted us sufficient concealment to graze each other’s salty lips; these incomplete contacts drove our healthy and inexperienced young bodies to such a state of exasperation that not even the cold blue water, under which we still clawed at each other,could bring relief.
Among some treasures I lost during the wanderings of my adult years, there was a snapshot taken by my aunt which showed Annabel, her parents and the staid, elderly,lame gentleman, a Dr.Cooper, who that same summer courted my aunt, grouped around a table in a sidewalk café. Annabel did not come out well, caught as she was in the act of bending over her chocolat glacé, and her thin bare shoulders and the parting in the hair were about all that could be identified ( as I remember that picture) amid the sunny blur into which her lost loveliness graded; but I, sitting somewhat apart from the rest, came out with a kind of dramatic conspicuousness; a moody, beetle-browed boy in a dark sport hirt and well-tailored white shorts, his legs crossed, sitting in profile, looking away. That photograph was taken on the last day of our fatal summer and just a few minutes before we made our second and final attempt to thwart fate. Under the flimsiest of pretexts ( this was our very last chance, and nothing really mattered) we escaped from the café to the beach, and found a desolate stretch of sand, and there, in the violet shadow of some red rocks forming a kind of cave, had a brief session of avid caresses, with somebody’s lost pair of sunglasses for only witness. I was on my knees, and on the point of possessing my darling, when two bearded bathers, the old man of the sea and his brother, came out of the sea with exclamations of ribald encouragement, and four months later she died of typhus in Corfu.
                                                                         Cap 4
I leaf again and again through these miserable memories, and keep asking myself, was it then, in the glitter of that remote summer, that the rift in my life began; or was my excessive desire for that child only the first evidence of an inherent singularity? When I try to analyze my own cravings, motives, actions and so forth, I surrender to a sort of retrospective imagination which feeds the analytic faculty with boundless alternatives and which causes each visualized route to fork and re-fork without end in the maddeningly complex prospect of my past. I am convinced, however, that in a certain magic and fateful way Lolita began with Annabel.
I also know that the shock of Annabel’s death consolidated the frustration of that nightmare summer, made of it a permanent obstacle to any further romance throughout the cold years of my youth. The spiritual and the physical had been blended in us with a perfection that must remain incomprehensible to the matter-of-fact, crude,standard-brained youngsters of today. Long after her death I felt her thoughts floating through mine. Long before we met we had had the same dreams. We compared notes. We found strange affinities. The same June of the same year (1919) a stray canary had fluttered into her house and mine, in two widely separated countries. Oh, Lolita, had you loved me thus!
I have reserved for the conclusion of my “Annabel” phase the account of our unsuccessful first tryst. One night, she managed to deceive the vicious vigilance of her family. In a nervous and slender-leaved mimosa grove at the back of their villa we found a perch on the ruins of a low stone wall. Through the darkness and the tender trees we could see the arabesques of lighted windows which, touched up by the colored inks od sensitive memory, appear to me now like playing cards- presumably because a bridge game was keeping the enemy busy. She trembled and twitched as I kissed the corner of her parted lips and the hot lobe of her ear. A cluster of stars palely glowed above us, between the silhouettes of long thin leaves; that vibrant sky seemed as naked as she was under her light frock. I saw her face in the sky, strangely distinct, as if it emitted a faint radiance of its own. Her legs,her lovely live legs, were not too close together, and when my hand located what it sought, a dreamy and eerie expression, half-pleasure,half-pain, came over those childish features. She sat a little higher than I,and whenever in her solitary ecstasy she was led to kiss me, her head would bend with a sleepy, soft,drooping movement that was almost woeful, and her bare knees caught and compressed my wrist,and slackened again; and her quivering mouth, distorted by the acridity of some mysterious potion, with a sibilant intake of breath came near to my face. She would try to relieve the pain of love by first roughly rubbing her dry lips against mine; then my darling would draw away with a nervous toss of her hair, and then again come darkly near and let me feed on her open mouth, while with a generosity that was ready to offer her everything, my heart, my throat, my entrails,I gave her to hold in her awkward fist the scepter of my passion.
I recall the scent of some kind of toilet powder- I believe she stole it from her mother’s Spanish maid- a sweetish, lowly, musky perfume. It mingled with her own biscuity odor, and my senses were suddenly filled to the brim; a sudden commotion in a nearby bush prevented them from overflowing- and as we drew away from each other, and with aching veins attended to what was probably a prowling cat, there came from the house her mother’s voice calling her, with a rising frantic note- and Dr.Cooper ponderously limped out into the garden. But That mimosa grove-the haze of stars,the tingle,the flame,the honey-dew, and the ache remained with me,and that little girl with her seaside limbs and ardent tongue haunted me ever since- until at last,twenty-four years later, I broke her spell incarnating her in another.
Taken from Lolita,by Vladimir Nabokov,1955
The Reading Life: Lolita by Vladimir Nabokov.

Date Time Here


Da qualche tempo seguo con interesse un blog di cultura cinematografica vintage, Quixotando,cui posts trattano-metaforicamente-la sublimazione visiva e l’orgiastica rappresentazione del romantico e ideale nel cinema d’annata.Dei posts degli ultimi giorni, ho trovato interessante una classifica che l’autrice stila degli scrittori che morirebbe dalla voglia incontrare; fra questi Marcel Proust,Oscar Wilde,Lord Byron.
Questo l’articolo:
Top Ten Authors I Would DIE to meet . | Quixotando.
Ho poi riflettuto circa un articolo di James Day,letto ieri sul Metro e titolato ‘Learn the fine art of seduction‘; in questo,il giornalista,segnala una scuola di seduzione,The London School of Attraction,per soli uomini,che promette di trasformare un primato alfabetizzato in un cavaliere shakespeariano al costo di soli £75 a seduta, a tu per tu con un guru del rimorchio,specializzato in galanteria (£500 il full intensive week end course); oltre i suggerimenti di tipo tecnico concernenti l’approccio “intellettuale”(qualcosa come-‘Lead with 70 to 80 per cent of the talking in the first five minutes.When a stranger starts asking questions too early you’ve not invested in the conversation and she’ll think “Why should I even answer?”- e – When approaching girls in a group, you can afford to be direct. Pick out the girl you fancy and go over and tell her.It’s intense but unbelievably effective because you’re singling her out as a special in front of her friends. A really powerful move is to say-‘Can I borrow your friend for a while?’), c’è poi una lista di suggerimenti di tipo pratico e immediato che valgono ad acquistare punteggio in corso al Seduction Game. Fra le tips
-When you’re walking down the street: Address the randomness of the situation directly by saying: ‘Hi, I know this is very forward but I saw you walk by and you’re so cute that I’d regret it all day if I didn’t chat you up’
score:10 (per il romanticismo arcaico del I’d regret it all day)
-When she’s with her friends: Start a conversation with the whole group and say: ‘My friends and I saw you and were trying to work out what you all do. I said I thought you were secret agents celebrating the end of an assignment- am I close?
score:5 (Play it again,Sam)
-When you’re feeling nervous: The opinion opener is a simple way to guarantee yourself a few minutes of interesting conversation: ‘Let me ask you a quick question. My friend has just got a girl’s number- how long do you think he should wait before texting her?
score:8 (per la perspicacia da stratega)
-When she’s on her own: Give the girl very specific compliment and let her know exactly why you like her:’I saw you as soon as I walked in and you look so striking in that dress and those killer heels, I had to come and say hello.’
score:10 (per aver notato quanto she surely is in pain because of those killer heels)
-When you’re on public transport: Use your Metro as the perfect prop. Turn to the girl, point to a picture of a guy in the paper and ask her: ‘Do you think he’s good looking? My friend, Claire, is obsessed with him but I can’t see what all the fuss is about.’
score: prrrrrr thumbs down
Riflettevo dunque-è davvero possibile imparare l’arte della seduzione,ma soprattutto pensare possibile una donna non si accorga della differenza fra un uomo che,naturalmente,esibisce tanta galanteria a manifestazione di un senso innato di eleganza e gentilezza d’animo,e un altro che se ne appropria facendone costume di scena soltanto?
La domanda è -da cosa nasce tanta eleganza e galanteria? Cosa vale a fare di un uomo un-letteralmente parlando-eroe romantico? Si badi non mi riferisco a un uomo solito regalare fiori e organizzare romantiche cene a lume di candela,no. Mi riferisco a quella tensione ideale,passione,intelligenza,empatia,gentilezza d’animo che valgono a rendere un uomo Eroe Romantico,sentimentale,ideale,d’azione. Mi dico,tutto questo si può davvero acquisire? Addirittura acquistare? (sembrerebbe di si)

Umh in realtà credo £75 o 500 non servano a fare di un uomo un Uomo sensibile nei modi e nelle maniere,di spirito, audacia e passione insieme.La gentilezza d’animo di cui parlo,specialmente, nasce da un innato senso di considerazione e quasi gratitudine che deriva dalla consapevolezza di essere figli di donna-prima,e uomini-poi.Certi uomini sembrano scordare sono stati partoriti da una donna perchè soltanto una donna è nelle possibilità di generare vita. Distratti uomini.
However,prendendo spunto dall’articolo su Quixotando,ho immaginato,su due piedi e d’istinto,una “lista intuitiva”di personaggi letterari coi quali sarei più che lieta avere un date. Mi piace l’idea di un cinema-prima and a cozy pub or coffee shop where chilling and enjoying a nice drink and some fine music-poi.Amaranto il colore dell’atmosfera.
(Esclusi dalla lista esistenzialisti,nichilisti e Gaspadin N [ personaggio chiave in Asia,di Ivan Sergeevič Turgenev])
Eccoli:
Winston Smith (personaggio chiave in 1984,di George Orwell). Intellettualoide sentimentale,dotato di senso critico e pragmatismo-mi piace.
-Hanno Buddenbrook(personaggio chiave in Buddenbrooks, di Thomas Mann).Anima inquieta e indipendente,apparentemente fragile ma oppositivo,di grande forza interiore-mi piace.
-Murphy(personaggio chiave nell’omonimo romanzo di Samuel Beckett-eccezione alla regola di cui sopra).Uomo dal quale avrei molto da imparare-mi piace.
-Michel (personaggio chiave in L’Immoralista di André Gide).Con Michel non sarebbe proprio un date,ma il preludio a una piacevole amicizia di certo-mi piace.
-Jake Donaghue (personaggio chiave in Under the Net,di Iris Murdoch).Chissà che l’uno non sblocchi l’altro e insieme si riesca a trovare il bandolo di questa grande matassa che è l’esistenza..

Love is a Mix Tape


(image credit zema,my kaleidoscope,tumblr)
‘Where words fail,music speaks’,diceva Hans Christian Andersen. Music is in the air, e tutto intorno è ritmo,armonia e caos; pop un rubinetto che gocciola,rock il tututututu tu tum di un martello contro un chiodo,punk il campanello del citofono,jazz il traffico in strada,blues il cinguettio di un passerotto,funk l’acqua che bolle in pentola.Tutt’intorno è sinfonia,tutt’intorno è caos. Perchè non lo si dica rumore,bisogna saper ascoltare.
Chiunque affezionato a Nick Hornby e Dave Eggers,accanito lettore del Rolling Stone, amerebbe Love is a Mix Tape,del giornalista Rob Sheffield,critico rock and pop della famosa rivista musicale.Il libro, a romantic memoir,del 2007,ricorda molto High Fidelity e racconta della vita di Red in musicassette-cimeli vintage risalenti l’Età dell’Adolescenza (inizio anni’70-fine anni’90),ormai fuori commercio,di netto soppiantate nel mercato da CDs e audio files con l’avvento dell’Era Digitale.Ognuna delle musicassette di Rob è legata a un ricordo e i ricordi a una canzone; ognuno dei brani è custode di un tempo stato legato all’adolescenza,all’infanzia,al primo e unico amore,la moglie Renee Crist,DJ,venuta a mancare in giovane età lasciando Rob solo e irrimediabilmente disperato.’Love is a Mix Tape’ piacerebbe anche,e forse soprattutto,agli amanti della musica anni ’90;i Nirvana,Pearl Jam,Pavement,Aerosmith,Yo La Tengo,REM fra le bands più citate.
E’ un libro sentimentale,questo,di dolciastra malinconia,che si legge con stupore adolescenziale,e rimanda al tempo in cui la musica si ascoltava ancora su nastro,le musicassette si compravano in edicola per qualcosa come mille lire(??),esistevano ancora le radio con i lettori incorporati-il tasto play,pause,stop,rec,rew,f.fwd; i pomeriggi a registrare dalla radio le canzoni del cuore,e trascrivere-in bella grafia e con tanto di disegnini colorati-la playlist.Cassette per il mare, da ascoltarsi in viaggio,nel treno,sull’autobus,in vena sentimentale,d’umore basso,da regalare all’amica,il fidanzato,la sorella,il fratello,perdute dentro un cassetto,sotto i sedili della macchina,dimenticate in soffitta,a casa della nonna,a scuola-sotto il banco,dentro lo zaino.
Sotto una parte introduttiva del libro tratta dal primo capitolo-Rumblefish (dal nome della tracks list registrata nella musicassetta)


The playback: late night, Brooklyn, a pot of coffee, and a chair by the window. I’m listening to a mix tape from 1993. Nobody can hear it but me. The neighbors are asleep. The skater kids who sit on my front steps, drink beer, and blast Polish hip-hop– they’re gone for the night. The diner next door is closed, but the air is still full of borscht and kielbasa. This is where I live now. A different town, a different apartment, a different year.
This mix tape is just another piece of useless junk that Renee left behind. A category that I guess tonight includes me.
I should have gone to sleep hours ago. Instead, I was rummaging through old boxes, looking for some random paperwork, and I found this tape with her curly scribble on the label. She never played this one for me. She didn’t write down the songs, so I have no idea what’s in store. But I can already tell it’s going to be a late night. It always is. I pop Rumblefish into my Panasonic RXC36 boombox on the kitchen counter, pour some more coffee, and let the music have its way with me. It’s a date. Just me and Renee and some tunes she picked out.
All these tunes remind me of her now. It’s like that old song, ’88 Lines About 44 Women’. Except it’s 8,844 lines about one woman. We’ve done this before. We get together sometimes, in the dark, share a few songs. It’s the closest we’ll get to hearing each other’s voices tonight.
The first song: Paviment’s “Shoot the singer”. Just a sad California boy, plucking his guitar and singing about a girl he likes. They were Renee’s favorite band. She used to say, “There’s a lot of room in my dress for these guys.”
Renee called this tape Rumblefish. I don’t know why. She recorded it over promo cassette by some band called Drunken Boat, who obviously didn’t make a big impression, because she stuck her own label over their name, put Scotch tape over the punch hole, and made her own mix. She dated it “Ides o’March 1993”. She also wrote this inspirational credo on the label:
“You know what I am doing- just follow along”- Jennie Garth
Ah, the old Jennie Garth workout video, Body in Progress. Some nights you go to the mall with your squeeze, you’re both a little wasted, and you come home with a Jennie Garth workout video. That’s probably buried in one of these boxes, too. Neither of us ever threw anything away. We made a lot of mix tapes while we were together. Tapes for making out, tapes for dancing, tapes for falling asleep,. Tapes for doing the dishes, for walking the dog. I kept them all. I have them piled up on my bookshelves, spilling out of my kitchen cabinets, scattered all over the bedroom floor. I don’t even have pots or pans in my kitchen, just that old boombox on the counter, next to the sink. So many tapes.
I met Renee in Charlottesville, Virginia, when we were both twenty-three. When the bartender at the Eastern Standard put on a tape, Big Star’s Radio City, she was the only other person in the room who perked up. So we drank bourbon and talked about music. We traded stories about the bands we liked, shows we’d seen. Renee loved the Replacements and Alex Chilton and the Meat Puppets. So did I.
I loved the Smiths. Renee hated the Smiths.
The second song on the tape is “Cemetery Gates” by the Smiths.
The first night we met, I told her the same thing I’ve told every single girl I’ve ever had a crush on : “I’ll make you a tape!”Except this time, with this girl, it worked. When we were planning our wedding a year later, she said that instead of stepping on a glass at the end of the ceremony, she wanted to step on a cassette case, since that’s what she’d been doing ever since she met me.
Falling in love with Renee was not the kind of thing you walk away from in one piece. I had no chance. She put a hitch in my git-along. She would wake up in the middle of the night and say things like “What if Bad Bad Leroy Brown was a girl?” or “Why don’t they have commercials for salt like they do for milk?” Then she would fall back to sleep, while I would lie awake and give thanks for this alien creature whom I rested.
Renee was a real cool hell-raising Appalachian punk-rock girl. Her favorite song was the Rolling Stones’ “Let’s Spend the Night Together”. Her favorite album was Pavement’s Slanted and Enchanted. She rooted for the Atlanta Braves and sewed her own silver vinyl pants. She knew which kind of screwdriver was which. She baked pies, but not very often. She could rap Roxanne Shante’s “Go on Girl”all the way through. She called Eudora Welty “Miss Eudora”. She had an MFA in fiction and never got any stories published, but she kept writing them anyway. She bought too many shoes and dyed her hair red. Her voice was full of the frazzle and crackle of music.
Renee was a country girl, three months older than me. She was born on November 21, 1965, the same day as Bjork, in the Metropolitan Home Park in Northcross, Georgia. She grew up in southwest Virginia, with her parents, Buddy and Nadine, and her little sister. When she was three, Buddy was transferred to the defense plant in Pulaski Country, and so her folks spent a summer building a house there. Renee used to sit in the backyard, feeding grass to the horses next door through the fence. She had glasses, curly brown hair, and a beagle named Snoopy. She went to Fairlawn Baptist Church and Pulaski High School and Hollins College. She got full-immersion baptized in Claytor Lake. The first record she ever owned was KC & the Sunshine Bands’s “Get Down Tonight”. KC was her first love. I was her last.
I was a shy, skinny, Irish Catholic geek from Boston. I’d never met anybody like Renee before. I moved to Charlottesville for grad school, my plans all set: go down South, get my degree, then haul ass to the next town. The South was a scary new world. The first time I saw a possum in my driveway, I shook a bony fist at the sky and cursed this godforsaken rustic hellhole. I am twenty-three! Life is passing me by! My ancestors spent centuries in the hill of County Kerry, waist-deep in sheep shit, getting shot at my English soldiers, and my grandparents crossed the ocean in coffin ships to come to America, just so I could get possum rabies?
Renee had never set foot north of Washington, D.C. For her, Charlottesville was the big bad city. She couldn’t believe her eyes, just because there were sidewalks everywhere. Her ancestors were Appalachian from the hills of West Virginia; both of her grandfather were coal miners. We had nothing in common, except we both loved music. It was the first connection we had, and we depended on it to keep us together. We did a lot of work to meet in the middle. Music brought us together. So now music was stuck with us.
I was lucky I got to be her guy for a while.
I remember this song.L7, punk-rock girls from L.A., the “Shove” single on Sub Pop. Renee did a Spin cover story on them, right after she made this tape. She’d never seen California before. The girls in the band took her shopping and picked out some jeans for her.
When we were married we lived in Charlottesville, in a moldy basement dump that flooded every time it rained. We often drove her creaky 1978 Chrysler Le Baron through the mountains, kicking around junk shops, looking for vinyl records and finding buried treasures on scratched-up 45s for a quarter a pop. She drove me up to the Meadow Muffin on Route 11, our-side Stuarts’s Draft, for the finest banana milkshakes on the planet. Every afternoon, I picked Renee up from work. By night we’d head to Tokyo Rose, the local sushi bar, where bands played in the basement. We went to hear every band that came to town, whether we liked them or not. If we’d waited around for famous, successful, important bands to play Charlottesville, we would have been waiting a long time. Charlottesville was a small town; we had to make our own fun. Renee would primp for the shows, sew herself a new skirt. We knew we would see all of our friends there, including all the rock boys Renee had crushes on. The bassist- always the bassist. I’m six-five, so I would hang in the back with the other tall rock dudes and lean against the wall. Renee was five-two, and she definitely wasn’t the type of gal to hang in the back, so she’d dart up front and run around and wag her tail. She made a scene. She would drive right into the crowd and let me just linger behind her, basking in her glow. Any band that was in town, Renee would invite them to crash at our place, even though there wasn’t even enough room for us.
Belly? Aaaaargh! Renee! Why are you doing this to me? This band blows homeless goats. I can’t believe she liked this song enough to tape it.
I get sentimental over the music of the 90s. Deplorable, really. But I love it all. As far as I am concerned, the 90s was the best era for music ever, even the stuff that I loathed at the time, even the stuff that gave me stomach cramps. Every note from those years is charged with life for me now. For instance, I hated Pearl Jam at the time. I thought they were pompous blowhards. Now, whenever a Pearl Jam song comes on the car radio, I find myself pounding my fist on the dashboard, screaming,” Pearl JAM! Pearl JAM! Now this is rock and roll! Jeremy’s SPO-ken! But he’s still al-LIIIIIIIIIIIIIVE!
I don’t recall making the decision to love Pearl Jam. Hating them was a lot more fun.
Taken from ‘Love is a Mix Tape’ by Rob Sheffield-Rumblefish
http://www.randomhouse.com/crown/mixtape/

Anaïs Nin

Qualche giorno fa pensavo sarebbe interessante leggere il blog di molti dei personaggi chiave della letteratura-casomai questi potessero materializzarsi e vivere i giorni nostri; immagino Ulisse scrivere di viaggi e tempo libero,Anna Karenina trattare di relazioni sentimentali controverse; il grande Gatsby di business e nightlife,Santiago di pesca e fauna marina, Arturo Baldini ed Henry Chinaski di vini,cibo e scorribande notturne, il giovane Holden di disagi giovanili-la lista è pressochè lunga e gli argomenti svariati.
Qualche tempo fa leggevo di una scrittrice cubana di origini francesi, Anaïs Nin(21 Febbraio 1903 – 14 Gennaio 1977),femminista,nota per aver redatto e pubblicato un giornale della propria vita iniziato a scrivere all’età di 11 anni fino alla morte,per un totale di 60 anni di vita stampata e raccolta in un diario(‘The Diary of Anaïs Nin‘-composto da più di 150 volumi,edito per la prima volta nel 1966,in forma ridotta e comprendente soltanto gli anni dal 1931 al 1934, di maggiore fermento creatvo e artistico). Quella che a ragione varrebbe definire la blogger per eccezione, è meglio conosciuta dagli amanti del genere erotico;Anaïs Nin,infatti,amava scrivere delle proprie relazioni sessuali,di incesti,relazioni ambigue,tradimenti,e degli innumerevoli uomini che si sono succeduti nel corso della sua vita (fra questi Henry Miller,che avrà grande influenza nella sua carriera di scrittrice,Antonin Artuad [commediografo,di cui mi capitò parlare qualche post fa],Otto Rank-psicanalista, collega illuminato di Freud); fra gli scrittori che l’hanno maggiormente ispirata, sono da ricordare Djuna Barnes (di cui parlerò prossimamente),scrittrice americana,personaggio di spicco nell’allora Parigi bohemien,cui va il merito di aver portato alla luce la comunità lesbica,D. H. Lawrence,Marcel Proust,Arthur Rimbaud.
L’attività letteraria di Anaïs Nin segue la pubblicazione di oltre venti libri,tra prosa e poesia;Delta of Venus, rappresenta il testo maggiormente conosciuto dalla critica letteraria.Il libro raccoglie una serie di brevi racconti erotici scritti originariamente nel 1940 ma pubblicati in volume unico soltanto nel 1977.

Il testo nasce per volontà di un anonimo “Collezionista”che,inizialmente,chiederà a Henry Miller di scrivere una serie di racconti erotici di netto espliciti e densi in particolari. Lo scrittore,che per qualche ragione si dirà non interessato alla commissione, proporrà l’affare alla Nin, disponibile al progetto. Sebbene The Collector renderà chiaro alla Nin di evitare romanticismi in favore di un linguaggio prosaico,questa conferirà ai racconti quel tocco intimistico che varrà a rendere l’opera intera un caposaldo della letteratura erotica.
Del 1995 una versione cinematografica del libro diretta dal regista Zalman King.
Questo il link da cui accedere alla lettura della prefazione e un primo racconto del libro,in inglese

nin-anais-delta-of-venus.pdf (application/pdf Object).

“I, with a deeper instinct, choose a man who compels my strength, who makes enormous demands on me, who does not doubt my courage or my toughness, who does not believe me naïve or innocent, who has the courage to treat me like a woman.”
Anaïs Nin

The Logic Of Sensation

Gilles Deleuze photographed by Gerard Uferas

L’altro giorno, in biblioteca, perchè ho ordinato un testo di Gilles Deleuze, anzichè ricevere The Logic of Sense,mi è stato consegnato The Logic of Sensation, un saggio-sempre di Deleuze, ma su Francis Bacon; Bacon, il pittore a cui ho fatto riferimento qualche giorno fa a proposito di Lynch ed Eraserhead (saggio di cui non conoscevo l’esistenza).
Gilles Deleuze (18 Gennaio 1925 – 4 Novembre 1995) è stato un filosofo francese fra i più influenti del secolo scorso nel campo della letteratura,del cinema, dell’arte, della musica.
Il testo che ho qui,The Logic of Sensation, tratta l’analisi delle opere di Bacon dal punto di vista figurativo e interpretativo.La pittura di Francis Bacon(Dublino, 28 ottobre 1909 – Madrid, 28 aprile 1992), espressionista, si caratterizza per l’incredibile violenza che traspare dai soggetti rappresentati(crocifissioni, mutilazioni,distorsioni fisiche);l’idea di Bacon,non è tanto quella di rappresentare il teatro dell’orrore,del dolore,quanto quella di rappresentare,manifestare, una reazione all’orrore, al dolore,dunque, di riflesso,trasmettere,attraverso lo strazio delle opere,le sensazioni che ne derivano.
Dicendo questo mi viene in mente quella foto/polaroid di Masahisa Fukase che postai qualche tempo fa; in quella è palesemente rappresentato questo concetto(è puntuale, ogni volta che la guardo,anche solo di sfuggita, la reazione, fisica, di”fastidio” alla lingua,quasi poter sentire la sensazione degli spilli attraverso la carne.Meravigliosa suggestione visiva).
Qui di seguito pubblicherò l’ottavo dei 17 capitoli che compongono il saggio (pubblicato in Francia per la prima volta nell’81,trant’anni fa). In questo Deleuze s’interroga circa la capacità della pittura di esprimere nozioni quali il tempo, il suono,attraverso figure e colori; quello che più di tutto mi pare interessante sottolineare è il riferimento al pessimismo di Bacon; il pessimismo di Bacon non nasce da una forza distruttiva, anzi,quanto più atroce e drammatica la pittura di Bacon, tanto più vitale e ottimistico sarà lo slancio vitale d’interpretazione,perchè- a livello inconscio- quello che spinge Bacon a rappresentare una distorsione, un urlo,è l’orrore che prova per il mondo,dunque-paradossalmente-l’incredibile attaccamento alla vita,la straziante passione disillusa,la manifestazione di un disagio che non tace,ma si esprime e mai reprime. Meravigliosa suggestione visiva 2.

Francis Bacon-Detail of Three Studies for Figures at the Base of a Crucifixion,1944

Un giorno mi trovavo in metro quando una donna,d’improvviso (aveva in mano un drink,credo tea,forse caffè) lancia il contenuto del bicchiere-di cartoncino-contro una signora seduta al suo fianco; la signora,praticamente fradicia,inizia a inveirle contro,swearing at her in malo modo. La donna (palesemente disturbata a livello mentale) inizia a piangere, poi a gridare.La signora scende dal treno. La donna rimane. La guardo,mi guarda; cerco di rassicurarla dicendole di calmarsi e che tutto andrà bene,la donna si calma,mi dice che tutto andrà bene.
La donna si volta alla sua destra dove è seduto un ragazzo; questi la guarda, cerca di calmarla, dice lei che tutto andrà bene. La donna lo guarda, gli ride in faccia e gli dà una manata in pieno viso. Il ragazzo allora inizia a inveirle contro,swearing at her in malo modo. You piece of shit,le dice- you piece of shit,gridando. Inferocito,avvelenato,fuori di sè.La donna,allora,riprende a piangere e gridare. Intanto che piange e grida,dice di avere problemi,di stare male,di non poterne più.La donna mi guarda,io le sorrido,le dico di calmarsi,mi avvicino a lei,le tolgo di mano il drink,le dico di scendere con me alla fermata successiva.Tutt’intorno la gente ride.La donna continua a piangere.
Scendiamo alla fermata successiva.La donna adesso è calma,l’accompagno all’uscita.
Dunque? Dunque io ho trovato quella donna di una bellezza esasperante-viva tra i morti. Piuttosto che calmarla avrei voluto unirmi a lei e gridare, se possibile,ancora più forte,contro chiunque,come una forsennata. E se mai avessi avuto un drink,due,uno per dito,avrei voluto rovesciarli tutti quanti contro ognuna di quelle persone a ridere.E se possibile,vomitargli contro tutta la mia repressione.La gente a ridere,noi a gridare. La gente a darci delle matte, noi a compiacercene e compiacerci della nostra follia-di una bellezza esasperante, drammatica e vera.
Il testo
Chapter 8
Painting Forces

Paul Klee-Ancient Sound

[..]In art, and in painting as in music, It’s not a matter of reproducing or inventing forms, but of capturing forces. For this reason no art is figurative. Paul Klee’s famous formula-“Not to render the visible, but to render visible”- means nothing else. The task of painting is defined as the attempt to render visible forces that are not themselves visible. Likewise, music attempts to render sonorous forces that are not themselves sonorous. That much is clear. Force is closely related to sensation: for a sensation to exist, a force must be exerted on a body , on a point of the wave. But if force is the condition of sensation, it’s nonetheless not the force that is sensed, since the sensation “gives” something completely different from the forces that condition it. How will sensation be able to sufficiently turn in on itself, relax or contract itself, so as to capture these nongiven forces in what it gives us, to make us sense these insensible forces, and raise itself to its own conditions? It is in this way that music must render nonsonorous forces sonorous, and painting must render invisible forces visible. Sometimes these are the same thing: Time, which is nonsonorous and invisible- how can time be painted, how can time be heard? And elementary forces like pressure, inertia, weight, attraction, gravitation, germination – how can they be rendered? Sometimes, on the contrary, the insensible force of one art instead seems to take part in the “givens” of another art: for example, how to pait sound, or even the scream? (And conversely, how to make colors audible?)
This is a problem of which painters are very conscious. When pious criticized Millet for painting peasants who were carrying an offertory like a sack of potatoes, Millet responded by saying that the weight common to the two object was more profound that their figurative distinctions. As a painter, he was striving to paint the force of that weight, and not the offertory or the sack of potatoes. And was it not Cézanne’s genius to have subordinated all the techniques of painting to this task: rendering visible the folding force of mountains , the germinative force of a seed, the thermic force of a landscape, and so on? And Van Gogh even invented unknown forces, the unheard-of force of a sunflower seed. For many painters, however, the problem of capturing forces, no matter how conscious it may have been, was mixed with another problem, equally important but less pure. This other problem was the decomposition and recomposition of effects: for example, the decomposition and recomposition of depth in the Renaissance, the decomposition and recomposition of colors in impressionism, the decomposition and recomposition of movement in cubism. We can see how one problem leads to the other, since movement, for example, is an effect that refers both to a unique force that produces it, and to a multiplicity of decomposable and recomposable elements beneath this force.

Francis Bacon-Triptych,Three Studies for a Portrait of George Dyer (on Light Ground) 1964

Bacon’s Figures seem to be one of the most marvelous responses in the history of painting to the question, How can one make invisible forces visible? This is the primary function of the Figures. In this respect , we will see that Bacon remains relatively indifferent to the problem of effects. Not that he despises them, but he thinks that, in the whole history which is that of painters he admires, particularly the problem of movement, of “rending” movement. But if this is the case, it is reason enough to confront even more directly the problem of “rendering” invisible forces visible. This is true of all Bacon’s series of heads and the series of self-portraits, and it is even the reason he made these series: the extraordinary agitation of these heads is derived not from a movement that the series would supposedly reconstitute, but rather from the forces of pressure, dilatation, contraction, flattening, and elongation that are exerted on the immobile head. They are like the forces of the cosmos confronting an intergalactic traveler immobile in his capsule. It is as if invisible forces were striking the head from many different angles.

Francis-Bacon’s-“Three-Studies-for-Self-Portrait”-1976

The wiped and swept parts of the face here take on a new meaning, because they mark the zone where the force is in the process of striking. This is why the problems Bacon faces are indeed those of deformation, and not transformation. These are two very different categories. The transformation of form can be abstract or dynamic. But deformation is always bodily, and it is static, it happens at one place; it subordinates movement to force, but it also subordinates the abstract to the Figure. When a force is exerted on a scrubbed part, it does not give birth to an abstract form, nor does it combine sensible forms dynamically; on the contrary, it turns this zone into a zone of indiscernibility that is common to several forms, irreducible to any of them; and the lines of force that it creates escape every form through their very clarity, through their deforming precision (we saw this in the becoming-animal of the Figures).

Francis-Bacon-Four Studies For a Self Portrait,1967

Cézanne was perhaps the first to have made deformations without transformation, by making truth fall back on the body. Here again Bacon is Cézannean: for both Bacon and Cézanne , the deformation is obtained in the form at rest; and at the same time, the whole material environment, the structure, begins to stir: “walls twitch and slide, chairs bend or rear up a little, cloths curl like burning paper…” Everything is now related to forces, everything is force. It is force that constitutes deformation as an act of painting: it lends itself neither to a transformation of form, nor to a decomposition of elements. And Bacon’s deformations are rarely constrained or forced; they are not tortures, despite appearances. On the contrary, they are the most natural postures of a body that has been reorganized by the simple force being exerted upon it: the desire to sleep, to vomit, ti turn over, to remain seated as long as possible..
We must consider the special case of the scream. Why does Bacon think of the scream as one of the highest object of painting? “Paint the scream..” It is not at all a matter of giving color to a particularly intense sound. Music, for its part, is faced with the same task, which is certainly not to render the scream harmonious, but to establish a relationship between the sound of the scream and the forces that sustain it. In the same manner, painting will establish a relationship between these forces and the visible scream ( the mouth that screams).

Francis Bacon-Study for a Portrait 1952

But the forces that produce the scream, that convulse the bodyuntil they emerge at the mouth as a scrubbed zone, must not be confused with the visible spectacle before which one screams, nor even with the perceptible and sensible object whose action decomposes and recomposes our pain. If we scream, it is always as victims of invisible and insensible forces that scramble every spectacle , and that even lie beyond pain and feeling. This is what Bacon means when he says he wanted” to paint the scream more than the horror”. If we could express this as a dilemma, it would be: either I paint the horror and I do not paint the scream. Because I make a figuration of the horrible; or else I paint the scream , and I do not paint the visible horror, I will paint the visible horror less and less, since the scream captures or detects an invisible force. Alban Berg knew how to make music out of the scream in the scream of Marie, and then in the very different scream of Lulu. But in both cases, he established a relationship between the sound of the scream and inaudible forces: those of the earth in the horizontal scream of Marie, and those of heaven in the vertical scream of Lulu. Bacon creates the painting of the scream because he establishes a relationship between the visibility of the scream ( the open mouth as a shadowy abyss) and invisible forces, which are nothing other than the forces of the future. It was Kafka who spoke of detecting the diabolic power of the future knocking at the door. Every scream contains them potentially. Innocent X screams, but he screams behind the curtain, not only someone who can no longer be seen, but as someone who cannot see, who has nothing left to see, whose only remaining function is to render visible these invisible forces, that are making him scream, these powers of the future. This is expressed in the phrase” to scream at”- not to scream before or about, but to scream at death- which suggests this coupling of forces, the perceptible force of the scream and the imperceptible force that makes one scream.

Francis Bacon-Self Portrait,1972

This is all very curious, but it is a source of extraordinary vitality. When Bacon distinguishes between two violences , that of the spectacle and that of sensation, and declares that the first must be renounced to reach the second, it is kind of declaration of faith in life. The interviews contain many statements of this sort. Bacon says that he himself is cerebrally pessimistic; that is, he can scarcely see anything but horros to paint, the horrors of the world. But he is nervously optimistic, because visible figuration is secondary in painting, and will have less and less importance. Bacon will reproach himself for painting too much horror, as if that were enough to leave the figurative behind; he moves more and more toward a Figure without horror. But why is it an act of vital faith to choose “ the scream more than the horror” the violence of sensation more than the violence of the spectacle? The invisible forces , the powers of the future- are they not already upon us, and much more insurmountable than the worst spectacle and even the worst pain? Yes, in a certain sense,- every piece of meat testifies to this. But in another sense, no. When, like a wrestler, the visible body confronts the powers of the invisible , it gives them no other visibility that its own. It is within this visibility that the body actively struggles, affirming the possibility of triumphing, which was beyond its reach as long as these powers remained invisible, hidden in a spectacle that sapped our strength and diverted us. It is as if combat had now become possible. The struggle with the shadow is the only real struggle. When the visual sensation confronts the invisible force that conditions it, it releases a force that is capable of vanquishing the invisible force, or even befriending it. Like screams at death, but death is no longer this all-too-visible thing that makes us faint; it is this invisible force that life detects, flushes out, and makes visible through the scream. Death is judged from the point of view of life, and not the reverse, as we like to believe. Bacon, no less than Beckett, is one of those artists who, in the name of a very intense life, can call for an even more intense life. He is not a painter who “believes” in death. His is indeed a figurative miserabilisme, but one that serves an increasingly powerful Figure of life. The same homage should be paid to Bacon as can be paid to Beckett or kafka. In the very act of “representing”horror, mutilation, prosthesis, fall or failure, they have erected indomitable Figures, indomitable through both their insistence and their presence. They have given life a new and extremely direct power of laughter.
Since the visible movements of the Figures are subordinated to the invisible forces exerted upon them, we can go behind the movements to these forces, and make an empirical list of the forces Bacon detects and captures. Although Bacon likens himself to a “pulverizer” or a “grinder”, he is really more like a detective. The first invisible forces are those of isolation: they are supported by the fields, and become visible when they wrap themselves around the contour and wrap the fields around the Figure. The second are the forces of the deformation, which seize the Figure’s body and head, and become visible whenever the head shakes off its face, or the body its organism. (Bacon knows how to render intensely, for example, the flattening force of sleep. The third are the forces of dissipation, when then renders these forces visible is a strange smile. But there are still many other forces. What can be said, first of all, of that invisible force of coupling that sweeps over two bodies with an extraordinary energy, but which they render visible by extracting from it kind of polygon or diagram? And beyond that, what is the mysterious force that can only be captured or detected by triptychs? It is at the same time a force (characteristic of light) that unites the whole, but also a force that separates the Figures and panels, a luminous separation that should not the confused with the preceding isolation. Can life, can time, be rendered sensible, rendered visible? To render time visible, to render the force of time visible- Bacon seems to have done this twice. There is the force of changing time, through the allotropic variation of bodies, “down to the tenth of a second”, which involves deformation; and then there is the force of eternal time, the eternity of time, through the uniting- separating that reigns in the triptychs, a pure light. To render time sensible in itself is a task common to the painter, the musician, and sometimes the writer. It is a task beyond all measure or cadence.

Taken from “Francis Bacon-The Logic of Sensation” by Gilles Deleuze (Cap 8 of 17)

Francis Bacon-Study after Velazquez's Portrait of Pope Innocent X,1953

Clafoutis Grandmère à la Virginia Woolf

A proposito di cibo,l’altro giorno mi è capitato trovare un ricettario davvero speciale che ha la particolarità di riunire in un unico volumetto di appena 130 pagine la storia della letteratura contemporanea raccontata in 17 ricette.Il libro-Kafka’s Soup-mette ai fornelli 17 scrittori contemporanei ai quali Mark Crick,autore del libro,chiede di presentare e cucinare un piatto ciascuno.
Queste le ricette
-Lamb with Dill Sauce à la Raymond Chandler
-Tarragon Eggs à la Jane Austin
-Quick Miso Soup à la Franz Kafka
-Rich Chocolate Cake à la Irvine Welsh
Tiramisù à la Marcel Proust
-Coq Au Vin à la Gabriel Garcia Marquez
-Mushroom Risotto à la John Steinbeck
-Boned Stuffed Poussins à la Marquis de Sade
-Fenkata à la Homer
-Vietnamese Chicken à la Graham Greene
-Sole A La Dieppoise à la Jorge Luis Borges
Cheese On Toast à la Harold Pinter
-Onion Tart à la Geoffrey Chaucer
-Rosti à la Thomas Mann
-Moules Mariniere à la Italo Calvino
-Plum Pudding à la Charles Dickens

Questa la mia ricetta preferita
Clafoutis Grandmère à la Virginia Woolf

500 g cherries
3 eggs
150 g flour
150 g sugar
10 g yeast,prepared in warm water if necessary
100g butter
1 cup of milk

She placed the cherries in a buttered dish and looked out of the window. The children were racing across the lawn,Nicholas already between the clumps of red-hot-pokers,turning to wait for the others.Looking back at the cherries,that would not be pitted,red polka dots on white,so bright and jolly,their little core of hardness invisible,in pity she thought of Mrs Sorley,that poor woman with no husband and so many mouths to feed,Mrs Sorley who knew the hard core but not the softness; and she placed the dish of cherries to one side.
Gently she melted the butter,transparent and smooth,oleaginous and clear,clarified and golden,and mixed it with the sugar in a large bowl.Should she have made something traditionally English?(Involuntarily,piles of cake rose before her eyes).Of course the recipe was French,from her grandmother.English cooking was an abomination: it was boiling cabbages in water until they were liquid; it was roasting meat until it was shrivelled; it was cutting out the flavours with a blunt knife.
She added an egg,pausing to look up at the jacmanna,its colour so vivid against the whitewashed wall. Would it not be wonderful if Nicholas became a great artist, all life stretching before him, a blank canvas,bright coloured shapes gradually becoming clearer? There would be lovers, triumphs, the colors darkening,work,loneliness,struggle.She wished he could stay as he was now, they were so happy; the sky was so clear,they would never be as happy again.With great serenity she added an egg, for was she not descended from that very noble,French house whose female progeny brought their arts and energy, their sense of colour and shape,wit and poise to the sluggish English? She added an egg, whose yellow sphere ,falling into the domed bowl,broke and poured,like Vesuvius erupting into the mixture, like the sun setting into a butter sea. Its broken shell left two uneven domes on the counter, and all the poverty and all the suffering of Mrs Sorley had turned to that,she thought.
When the flour came it was a delight, a touch left on her cheek as she brushed aside a wisp of hair, as if her beauty bored her and she wanted to be like other people, insignificant, sitting in a window’s house with her pen and paper, writing notes, understanding the poverty, revealing the social problems (she folded the flour into the mixture). She was so commanding (not tyrannical, not domineering; she should not have minded what people said), she was like an arrow set on a target. She would have liked to build a hospital, but how? For now, this clafoutis for Mrs Sorley and her children (she added the yeast, prepared in warm water).
The yeast would cause the mixture to rise up into the air like a column of energy, nurtured by the heat of the oven, until the arid kitchen knife of the male, cutting mercilessly, plunged itself into the dome, leaving it flat and exhausted.
Little by little she added the milk, stopping only when the mixture was fluid and even, smooth and homogenous, lumpless and liquid, pausing to recall her notes on the iniquity of the English diary system. She looked up: what demon possessed him, her youngest, playing on the lawn, demons and angels? Why should it change, why could they not stay as they were, never ageing? ( She poured the mixture over the cherries in the dish.) The dome was now become a circle, the cherries surrounded by the yeast mixture that would cradle and cushion them, the yeast mixture that surrounded them all, the house, the lawn, the asphodels, that devil Nicholas running past the window, and she put it in a hot oven. In thirty minutes it would be ready.

Recipe taken from “Kafka‘s Soup”-A complete History of Literature in 17 recipes
written and illustrated by Mark Crick

The Polaroid Book

Masahisa Fukase

Risale al 2004 una collezione di polaroid d’autore,The Polaroid Book,edita da Taschen (http://www.taschen.com/) e curata da Barbara Hitchcock,pomeriggio trovata da Foyle (http://www.foyles.co.uk/) in cambio di una manciata di pounds; sebbene le fotocamere digitali stiano di gran lunga soppiantando quelle a pellicola,trovo nostalgica la polaroid e niente in grado di eguagliare la spontaneità e il magico potere evocativo delle istantanee.
Interessante,a mio parere,la fotografia di Masahisa Fukase,fotografo giapponese cui prima pubblicazione-Kill the Pigs- risale al 1961; una successiva del 1986,Karasu( Corvo) verrà nominata dal British Journal of Photography (http://www.bjp-online.com/) come la migliore mai edita dal 1986 al 2009 (Nan Goldin seconda in classifica)
La carriera di Fukase verrà interrota nel 1992 a causa di un incidente che lo costringerà in coma fino al 2010.
Qui di seguito un articolo del The Guardian
Masahisa Fukase’s Ravens: the best photobook of the past 25 years? | Art and design | guardian.co.uk.
Sotto alcune delle polaroid,presentate nel libro,che mi hanno impressionato maggiormente

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Мастер и Маргарита

Mikhail Bulgakov

Prodigio di Eclisse Lunare e le sfumature della notte diluite di rosso entro una cornice un poco torbida ed evocativa che rimanda alla magia di un romanzo per tutti,Il Maestro e Margherita,di Michail Bulgakov,nel quale Margherita impersonifica una strega a cavallo una scopa,in volo sui tetti e le strade di una Mosca di inizio novecento rischiarata dal sortilegio figurativo di una quantomai celebrativa Luna Piena.Questo romanzo,che io amo,inserito nel genere “realismo magico“,stile letterario che prevede un tocco di magia funzionale al realismo della narrazione,a mio parere,è quanto di più alto è possibile fare letteralmente di un’allegoria.Lo stesso Bulgakov si serve degli avvenimenti accaduti a Gerusalemme durante il periodo pasquale che videro il procuratore romano Ponzio Pilato assistere alla resurrezione di Gesù Cristo,da lui stesso condannato.Ed è sulla base di questa parabola che Bulgakov costruisce il romanzo,per sottolineare ingiustizia e abuso del potere nei confronti dell’allora società russa oppressa dalla dittatura staliniana.
Il romanzo,che Bulgakov inizierà a scrivere nel 1928,subirà diversi rimaneggiamenti fino alla stesura definitiva nel 1940,ultimata dalla moglie(Bulgakov morirà poco prima d’averlo concluso) e pubblicato soltanto nel 1967.
Il Maestro e Margherita si sviluppa su due piani narrativi;il primo di denuncia e funzionale a Bulgakov nel raccontare la venuta di Satana,Woland,stregone esperto di magia nera,il quale dice di avere assistito al processo di Gesù Cristo-condannato da Ponzio Pilato,e in visita a Mosca con una carovana di amici strambi(fra questi il gatto Behemot,personaggio principale del romanzo)che creeranno scompiglio nell’alta società aristocratica moscovita,invadendo la più importante delle associazioni letterarie a Mosca,la MASSOLIT(a indicare un circolo compiacente verso la letteratura di massa),in cui si riunisce la classe intellettuale moscovita.Bulgakov non si risparmierà dal puntare loro il dito denunciandone la corruzione e accusando la classe aristocratica di lascismo e inettitudine(cosa che per anni lo costringerà all’emarginazione)
Nel secondo libro,Bulgakov introdurrà Margherita,figura non centrale nel libro,ma d’aiuto a Bulgakov nel figurare il rapporto d’amore fra lei e il Maestro,personaggio chiave,uomo esiliato dal contesto intellettuale moscovita perchè detentore di una verità scomoda e malconciliante l’oscurantismo di propaganda,dunque un amore,il loro,simbolo di ritrovato rincongiungimento,rinascita e purificazione.
Il finale del romanzo vorrà la morte del Maestro e Margherita per mano di Woland,che conferirà loro il dono dell’immortalità,e l’assoluzione di Gesù Cristo risparmiato dalla morte.
Ribaltamento dei ruoli,egualitarismo sociale.
Il Maestro e Margherita rappresenta l’eterno conflitto tra bene e male,Dio Creatore- Dio Distruttore,il tutto narrato con incredibile ironia e sarcasmo; tante le trovate visionarie-uno spettacolo di magia,il gatto Behemot ubriacone e blasfemo.Tante le curiosità che riguardano questo romanzo anche;leggo su Wikipedia che il libro ha ispirato Salman Rushdie nella stesura dell’opera I versi satanici, e i Rolling Stones per la scrittura del pezzo Sympathy for the Devil.
Del 1972 il film omonimo diretto dal regista Aleksandar Petrovic.
Per una più attenta e dettagliata critica al romanzo,interessante questo articolo di Andrea Gussago
http://lafrusta.homestead.com/rec_bulgakov.html
Sotto la parte finale del libro e il link da cui è possibile accedere alla lettura,in inglese,dell’intero romanzo.

Peter Pavlov, View of Red square, 1990.10

[…]
In the brilliant moonlight, brighter than an arc-light, Margarita could see the seemingly blind man wringing his hands and staring at the moon with unseeing eyes. Then she saw that beside the massive stone chair, which sparkled fitfully in the moonlight, there lay a huge, grey dog with pointed ears, gazing like his master, at the moon. At the man’s feet were the fragments of a jug and a reddish-black pool of liquid. The riders halted.’We have read your novel,’ said Woland, turning to the master,’ and we can only say that unfortunately it is not finished. I would like to show you your hero. He has been sitting here and sleeping for nearly two thousand years, but when the full moon comes he is tortured, as you see, with insomnia. It plagues not only him, but his faithful guardian, his dog. If it is true that cowardice is the worst sin of all, then the dog at least is not guilty of it. The only thing that frightened this brave animal was a thunderstorm. But one who loves must share the fate of his loved one.’ What is he saying?’ asked Margarita, and her calm face was veiled with compassion.’He always says ‘ said Woland, ‘ the same thing. He is saying that there is no peace for him by moonlight and that his duty is a hard one. He says it always, whether he is asleep or awake, and he always sees the same thing–a path of moonlight. He longs to walk along it and talk to his prisoner, Ha-Notsri, because he claims he had more to say to him on that distant fourteenth day of Nisan. But he never succeeds in reaching that path and no one ever comes near him. So it is not surprising that he talks to himself. For an occasional change he adds that most of all he detests his immortality and his incredible fame. He claims that he would gladly change places with that vagrant, Matthew the Levite.’ ‘Twenty-four thousand moons in penance for one moon long ago, isn’t that too much? ‘ asked Margarita. ‘Are you going to repeat the business with Frieda again?’ said Woland.’ But you needn’t distress yourself, Margarita. All will be as it should ;that is how the world is made.”Let him go! ‘ Margarita suddenly shouted in a piercing voice, as shehad shouted when she was a witch. Her cry shattered a rock in the mountainside, sending it bouncing down into the abyss with a deafening crash, but Margarita could not tell if it was the falling rock or the sound of satanic laughter. Whether it was or not, Woland laughed and said to Margarita:’Shouting at the mountains will do no good. Landslides are common here and he is used to them by now. There is no need for you to plead for him,Margarita, because his cause has already been pleaded by the man he longs to join.’ Woland turned round to the master and went on: ‘ Now is your chance to complete your novel with a single sentence.’The master seemed to be expecting this while he had been standing motionless, watching the seated Procurator. He cupped his hands to a trumpet and shouted with such force that the echo sprang back at him from the bare,treeless hills :’You are free! Free! He is waiting for you!’The mountains turned the master’s voice to thunder and the thunder destroyed them. The grim cliffsides crumbled and fell. Only the platform with the stone chair remained. Above the black abyss into which the mountains had vanished glowed a great city topped by glittering idols above a garden overgrown with the luxuriance of two thousand years. Into the garden stretched the Procurator’s long-awaited path of moonlight and the first to bound along it was the dog with pointed ears. The man in the white cloak with the blood-red lining rose from his chair and shouted something in a hoarse, uneven voice. It was impossible to tell if he was laughing or crying, or what he was shouting. He could only be seen hurrying along the moonlight path after his faithful watchdog.’Am I to follow him? ‘ the master enquired uneasily, with a touch on his reins.’No,’ answered Woland, ‘ why try to pursue what is completed? ”That way, then?’ asked the master, turning and pointing back to where rose the city they had just left, with its onion-domed monasteries,fragmented sunlight reflected in its windows.’No, not that way either,’ replied Woland, his voice rolling down the hillsides like a dense torrent. ‘ You are a romantic, master! Your novel has been read by the man that your hero Pilate, whom you have just released, so longs to see.’ Here Woland turned to Margarita : ‘ Margarita Nikolayevna! I am convinced that you have done your utmost to devise the best possible future for the master, but believe me, what I am offering you and what Yeshua has begged to be given to you is even better! Let us leave them alone with each other,’ said Woland, leaning out of his saddle towards the master and pointing to the departing Procurator.’Let’s not disturb them. Who knows, perhaps they may agree on something.’
At this Woland waved his hand towards Jerusalem, which vanished.’And there too,’ Woland pointed backwards. ‘ What good is your little basement now? ‘ The reflected sun faded from the windows. ‘ Why go back? ‘Woland continued, quietly and persuasively. ‘ 0 thrice romantic master,wouldn’t you like to stroll under the cherry blossom with your love in the daytime and listen to Schubert in the evening? Won’t you enjoy writing by candlelight with a goose quill? Don’t you want, like Faust, to sit over a retort in the hope of fashioning a new homunculus? That’s where you must go–where a house and an old servant are already waiting for you and the candle;s are lit–although they are soon to be put out because you will arrive at dawn. That is your way, master, that way! Farewell–I must go!’
‘Farewell! ‘ cried Margarita and the master together. Then the black Woland, taking none of the paths, dived into the abyss, followed with a roar by his retinue. The mountains, the platform, the moonbeam pathway,Jerusalem–all were gone. The black horses, too, had vanished. The master and Margarita saw the promised dawn, which rose in instant succession to the midnight moon. In the first rays of the morning the master and his beloved crossed a little moss-grown stone bridge. They left the stream behind them and followed a sandy path.’Listen to the silence,’ said Margarita to tlhe master, the sand rustling under her bare feet. ‘ Listen to the silence and enjoy it. Here is the peace that you never knew in your lifetime. Look, there is your home for eternity, which is your reward. I can already see a Venetian window and a cllimbing vine which grows right up to the roof. It’s your home, your home for ever. In the evenings people will come to see you–people who interest you, people who will never upset you. They will play to you and sing to you and you will see how beautiful the room is by candlelight. You shall go to sleep with your dirty old cap on, you shall go to sleep with a smile on your lips. Sleep will give you strength and make you wise. And you can never send me away– I shall watch over your sleep.’ So said Margarita as she walked with the master towards their everlasting home. Margarita’s words seemed to him to flow like the whispering stream behind them, and the master’s memory, his accursed,needling memory, began to fade. He had been freed, just as he had set free the character he had created. His hero had now vanished irretrievably into the abyss; on the night of Sunday, the day of the Resurrection, pardon had been granted to the astrologer’s son, fifth Procurator of Judaea, the cruel Pontius Pilate.

Mikhail Bulgakov. The Master and Margarita.

quasi godo di un’aborrita salvezza

  1. Daphne

“Eppure m’inorgoglisco della mia umiliazione,e poichè a tal privilegio son condannato,quasi godo di un’aborrita salvezza:sono,credo,a memoria d’uomo,l’unico essere della nostra specie ad aver fatto naufragio su di una nave deserta.”
Così,con impenitente concettosità,Roberto de la Grive,presumibilmente tra il luglio e l’agosto del 1643.
Da quanti giorni vagava sulle onde,legato a una tavola,a faccia in giù di giorno per non essere accecato dal sole,il collo innaturalmente teso per evitare di bere,riarso dal salmastro,certamente febbricitante? Le lettere non lo dicono e lasciano pensare a un’eternità,ma si dev’essere trattato di due giorni al più,altrimenti non sarebbe sopravvissuto sotto la sferza di Febo(come immaginosamente lamenta) -lui così infermiccio quale si descrive,animale nottivago per naturale difetto.
Non era in grado di tenere il conto del tempo,ma credo che il mare si fosse calmato subito dopo il fortunale che l’aveva sbalzato da bordo dell’Amarilli,e quella sorta di zattera che il marinaio gli aveva disegnato su misura l’aveva condotto,spinta dagli alisei per un pelago sereno,in una stagione a cui a sud dell’equatore è un temperatissimo inverno,per non moltissime miglia,sino a che le correnti l’avevano fatto approdare nella baia.
Era notte,si era assopito,e non si era reso conto che si stava appressando alla nave fino a che,con un sussulto,la tavola aveva urtato contro la prua della Daphne.
E come-alla luce del plenilunio-s’era accorto di galleggiare sotto un bompresso,a filo di un castello di prora da cui pendeva una scaletta di corda non lontano dalla catena dell’ancora(la scala di Giacobbe,l’avrebbe chiamata padre Caspar!),gli erano tornati in un attimo tutti gli spiriti.Dev’essere stata la forza della disperazione:ha calcolato se aveva più fiato per gridare(ma la gola era un fuoco secco) o per liberarsi dalle corde che l’avevano rigato di solchi lividi e tentare l’ascesa. Credo che in questi istanti un morente diventi un Ercole che strozza i serpenti nella culla.Roberto è confuso nel registrare l’evento,ma bisogna accettare l’idea,se alla fine era un castello di prora,che in qualche modo a quella scala si fosse aggrappato.Forse è salito un poco alla volta,esausto a ogni tratto,si è rovesciato oltre la balaustra,ha strisciato sul cordame,ha trovato aperta la porta del castello…E l’istinto deve avergli fatto toccare al buio quel barile,al cui bordo si è issato per trovarvi una tazza legata a una catenella.E ha bevuto quanto poteva,crollando poi satollo,forse nel pieno senso del termine,poichè quell’acqua doveva trattenere tanti di quegli insetti annegati da fornirgli cibo e bevanda insieme.
Dovrebbe aver dormito ventiquattr’ore,è un calcolo appropriato se si è svegliato che era notte,ma come rinato.Dunque era notte di nuovo,e non ancora.
Lui ha pensato che fosse notte ancora,altrimenti dopo un giorno qualcuno avrebbe pur dovuto trovarlo,La luce della Luna,penetrando dal ponte,illuminava quel luogo,che si dava a dividere come il cucinotto di bordo,col suo paiolo pendulo sopra il forno.
L’ambiente aveva due porte,una verso il bompresso,l’altra sul ponte.E alla seconda si era affacciato,scorgendo come di giorno i sartiami bene accomodati,l’argano,gli alberi con le vele raccolte,pochi cannoni ai sabordi, e la sagoma del castello di poppa.Aveva fatto rumore,ma non rispondeva anima viva.Si era affacciato alle murate,e a dritta aveva scorto,a circa un miglio,il profilo dell’Isola,con le palme della riva agitate dalla brezza.
La terra formava come un’ansa bordata di sabbia che biancheggiava nella pallida oscurità,ma,come avviene a ogni naufrago,Roberto non poteva dire se isola fosse,o continente.
Aveva barcollato verso l’altro bordo e aveva intravisto-ma questa volta lontano,quasi a filo d’orizzonte-i picchi di un altro profilo,anche quello delimitato da due promontori.Il resto mare,come a dar l’impressione che la nave fosse attraccata in una rada in cui era entrata passando per un vasto canale che separava le due terre.Roberto aveva deciso che,se non si trattava di due isole,certo si trattava di un’isola prospiciente una terra più vasta.Non credo avesse tentato altre ipotesi,visto che non aveva mai saputo di baie così ampie da dar l’impressione,a chi vi si trovi in mezzo,di star di fronte a due terre gemelle.Così,per ignoranza di continenti smisurati,aveva colto nel segno.
Da”L’Isola del giorno prima,Cap 1
Umberto Eco

Il lenzuolo perforato

Io sono nato nella città di Bombay..tanto tempo fa.No,non va bene,impossibile sfuggire alla data: sono nato nella casa di cura del dottor Narlikar il 15 agosto 1947.E l’ora? Anche l’ora è importante.Bé,diciamo di notte.No,bisogna essere più precisi..Allo scoccare della mezzanotte,in effetti.Quando io arrivai le lancette dell’orologio congiunsero i palmi in un saluto rispettoso.Oh,diciamolo chiaro,diciamolo chiaro; nell’istante preciso in cui l’India pervenne all’indipendenza,io fui scaraventato nel mondo.Ci fu chi boccheggiò.E,fuori della finestra,folle e fuochi d’artificio.Pochi secondi dopo,mio padre si ruppe un alluce;ma questo incidente era una bazzecola se paragonato a quel che era accaduto a me in quel tenebroso momento:grazie infatti alle tirannie occulte di quelle lancette dolcemente ossequianti io ero stato misteriosamente ammanettato alla storia,e il mio destino indissolubilmente legato a quello del mio paese. Nei tre decenni successivi non avrei avuto scampo.
Indovini mi avevano profetizzato,giornali celebrarono il mio arrivo,politici ratificarono la mia autenticità.Non mi lasciarono la possibilità di dire la mia.Io Salem Sinai,in seguito di volta in volta chiamato Nasochecola, Facciamacchiata, Testapelata, Tirasucolnaso,Buddha e persino Quarto di Luna,mi trovai subito pesantemente impegolato nel Fato-che,nella migliore delle ipotesi,è sempre un coinvolgimento pericoloso.E allora non ero neanche in grado di asciugarmi il naso.
Ora,però,il tempo(non avendo più bisogno di me)si sta esaurendo.Tra poco avrò trentun anni.Forse.Se lo permetterà il mio corpo sgretolato,supersfruttato.Ma non ho nessuna speranza di salvarmi la vita,e non posso neanche contare su mille e una notte.Devo lavorare in fretta,ancor più in fretta di Shahrazad,se voglio chiudere significando-si,significando-qualcosa.Lo riconosco:più di tutto il resto,mi fa paura l’assurdo.
E ci sono tante tante storie da raccontare,troppe,un tale eccesso di linee eventi miracoli luoghi chiacchere intrecciati,una così fitta mescolanza d’improbabile e di mondano! Sono stato un inghiottitore di vite,e per conoscermi,dovrete anche voi inghiottire tutto quanto.Enormi moltitudini fanno a gomitate e a spintoni dentro di me;e con la sola guida del ricordo di un grande lenzuolo bianco,al centro del quale c’è un buco pressappoco circolare dal diametro di circa diciotto centimetri,aggrappandomi al sogno di quel quadrato di tela bucato e mutilato,che è il mio talismano,il mio apriti-sesamo,devo affrontare il compito di ricostruire la mia vita dal punto in cui è realmente cominciata,circa trentadue anni prima di un fatto ovvio,presente,quale la mia nascita,dominata dall’orologio,macchiata dal crimine.
(Anche il lenzuolo,a proposito,è macchiato,da tre gocce di un rosso vecchio e sbiadito.Come dice il Corano: “Racconta,in nome del Signore Creatore,che ha creato l’Uomo da grumi di sangue”).

da I figli della mezzanotte,Libro Primo-Incipit
Salman Rushdie

al rogo maledetti

Per molto tempo ho creduto la conoscenza libertà.E io avevo voglia di conoscere,desideravo essere libera.Credo ancora la conoscenza libertà,ma credo anche quella libertà insopportabile e il prezzo da pagare per essere liberi,una discriminante e,paradossalmente,la più dolorosa delle schiavitù intellettuali.
Leggere libri è un reato.E Fahrenheit 451,romanzo di Ray Bradbury(nel 1966 adattato per il cinema da Francois Truffaut),ne spiega le ragioni.Per questo,chiunque deve essere perseguito(perseguitato? persequitato? perseguto? )dall’ignoranza e i libri bruciati.Vorrà la televisione educarci tutti e renderci tutti individui migliori.
Qualche tempo fa facevo riferimento,soltanto riferimento,a dei libri in potere di cambiare la vita e condizionarne le scelte.Quei libri sono tanti,tantissimi,e la cosa più vergognosa di loro è la copertina.L’ingenuità,la neutralità,l’essenzialità,il minimalismo, della copertina.Non c’è niente di più indecoroso della sobrietà,della semplicità.E non c’è niente di più indecente e presuntuoso di un libro.Ho così deciso di iniziare a raccogliere i titoli da inscrivere nella lista nera di libri da evitare assolutamente.Questa lista ne prevede ventuno-più uno(da tenersi in caso  s’abbisogni di carta straccia),tanto per iniziare.I primi che mi sono venuti in mente.Vedrò di aggiungerne di altri, più in là.Per il momento una indesiderabile minoranza di libri che gridano nel deserto(cit) e l’obbligo di non leggerli assolutamente.Pena la libertà.Pena la schiavitù.
Al rogo i seguenti

di Platone il Fedro
di Aristotele l’Etica
di Immanuel Kant la Critica della ragion pura
di Nikolaj Vasil’evič Gogol,Anime Morte
di Karl Marx,L’ideologia tedesca
di Ivan Sergeevič Turgenev ,Padri e Figli
di Lev Tolstoj,Resurrezione
di George Orwell,1984
di Michail Bulgakov,Il Maestro e Margherita
di Fëdor Michailovič Dostoevskij,L’Idiota
di Friedrich Wilhelm Nietzsche,Così parlò Zarathustra
di Lou Andreas-Salomé,Anal und sexual, E altri scritti di psicoanalisi
di Emma Goldman,Anarchia, femminismo e altri saggi
di Arthur Schopenhauer,Il mondo come volontà e rappresentazione
di Sigmund Freud,Dalla storia di una nevrosi infantile
di Georg Wilhelm Friedrich Hegel,Fenomenologia dello spirito
di Carl Gustav Jung,Ricordi, sogni, riflessioni
di Thomas Stearns Eliot,La terra desolata
di Marcel Proust,Alla ricerca del tempo perduto
di Jean Paul Sartre,La Nausea
di Albert Camus,Il mito di Sisifo
di Ivan Aleksandrovič Gončarov, Oblomov

E’ stato un attimo

[…]
Al chiarore delle alogene feci quello che avevo sempre evitato sino a quel momento:mi guardai. Vidi un ciccione infagottato in un pigiama del cazzo.Avevo pochissimi capelli corti e grigi sulle tempie,una barba appena accennata e quasi completamente bianca,le rughe profondamente scavate sulla fronte,le borse sotto gli occhi.Non portavo più l’orecchino a cerchio che mi ero messo a diciassette anni al lobo destro per imitare Corto Maltese,il buco era cicatrizzato e chiuso.Arrotolai la giacca del pigiama.La pancia era molle e gonfia,con i peli bianchi attorno all’ambelico.Ero grinzoso,floscio,brutto.
Monica mi guardò trionfante.”Te lo dico io quanti anni hai: quaranta.Qualsiasi cosa tu sia stato,non c’è più.E non tornerà.”
Distolsi gli occhi.Un altro punto per la stronza.E questo era bello grosso.Oh,si.
Ci misi una buona mezz’ora per levarmela dai pidi,con lei che girava attorno al divano cercando di usare il telefonino,mi aveva spiegato cos’era,per chiamare un’ambulanza.Alla fine si lasciò spingere fuori.”Finchè non guarisci,con te non ci esco più” disse sullo zerbino.
“Promesse,promesse”.Le sbattei la porta in faccia e rimasi da solo nella mia nuova casa da un milione di dollari.E crollai.Non fu una bella scena,quella che avvenne senza testimoni a parte il Gesù Cristo in croce.Mi rotolai per terra,mi presi a sberle,sbavai anche un pochino.La paura si era fatta insopportabile.Avevo il terrore di sparire.Di sciogliermi nel nulla.Di mostri fuori dalla finestra pronti ad azzannarmi.Quello non era il mio tempo,non era il mio corpo.Prima ero nel mio mondo e di colpo ero lì al posto di un altro.Se il pubblicitario fosse tornato io sarei sparito,sarei diventato un ricordo sbiadito,Sarei morto.Sentivo che stavo per morire,anzi mi sentivo già incorporeo come un fantasma.Dio Dio ti prego salvami.
Poi la crisi passò.Ero ancora lì,ero ancora Santo Trafficante.Ed ero sbronzo marcio.Strisciai in giro finchè trovai una camera da letto.Sembrava uscita dai Sette Samurai,mobili giapponesi in varie tonalità di bianco.Mi lasciai cadere sul futon.
Sei nel futuro,bello,mi dissi.Abituati perchè ci dovrai restare per il resto della tua vita.Adesso che mi stavo calmando,e l’alcol aiutava eccome,cercavo di guardare le cose da una nuova prospettiva.Va bene,ero invecchiato,e questo era terrificante.Ma sarebbe stato peggio se mi fossi risvegliato giovane e povero,in qualche dormitorio pubblico o in una cella.Cosa avevo da rimpiangere,in fondo? La mia casa non di certo,il mio vecchio neanche.Le volte che andavo a trovarlo dovevo sempre stare a distanza per evitare che mi prendesse a cinghiate.Probabilmente c’era rimasto secco guardando Colpo Grosso alla televisione.
Poi…Le tipe che vedevo non si meritavano un pensiero di troppo.Chissà com’erano adesso? Ingrassate,con figli,magari morte stecchite.Pace all’anima loro,non sarei andato di certo a cercarle.
Altro?I quattro o cinque con cui tiravo tardi al bar di Oreste o al Pois delle Colonne,il vicino con cui mi scambiavo i fumetti dell’Uomo Ragno,i concerti di Elio e le Storie Tese.Le repliche di Magnum P.I.Le vittorie dell’Inter.Tutto sommato, c’era poco da avere nostalgia.E avevo un sacco di soldi.Il pubblicitario si era fatto il culo,io mi sarei goduto i risultati.Quanto costava una puttana di lusso? Ne avrei noleggiate tre alla volta fino a quando mi avesse fatto male l’uccello.Avrei fatto il bagno nello champagne,girato i sette mari.E se i soldi del pubblicitario non fossero bastati potevo vendere un paio di mobili e rimettermi in attività.Anche nel mondo del futuro ero sicuro che il solito mercato funzionasse ancora.Potevo battere i vecchi posti fino a quando non trovavo qualcuno con la faccia giusta.Magari uno dei miei vecchi colleghi.
I miei occhi incrociarono quelli di Padre Pio,enorme sul muro,che mi benediceva con la sua manina fasciata e sanguinolenta.Ero sempre stato un fan di quel grande imbroglione,ma averlo come compagno di stanza era troppo.Mi alzai a staccarlo,pesava un casino e rischiai di rompermi la testa con la cornice, e lo appoggiai nel salone.Quando tornai a sdraiarmi,i miei pensieri cominciarono a rosicare attorno a un problema nuovo,Che cazzo avevo combinato prima di trasformarmi nel signor Bravo Ragazzo? Se il pubblicitario fosse tornato tornato a prendere possesso della sua testa,chissenefrega.Ma se rimanevo io a gestire la situazione,avrei dovuto saperlo.Non avevo idea di chi frequentasse ancora dei vecchi giri,e decisi che avrei dovuto fare al volo una visita all’unica persona (a parte Max) che una volta sapeva tutto di me: Ines.Suo marito doveva farsi vent’anni per rapina aggravata,e lei si arrangiava come poteva.Battendo,per lo più.La beccavo sempre con dei completini impressionanti di plastica rosa sopra la ciccia.E casa sua era sempre un casino,con il pavimento coperto di pezzi di cibo,biancheria sporca e le riviste che Ines leggeva aspettando i clienti,quasi tutti pensionati del quartiere.Speravo si fosse tenuta aggiornata.
Ondeggiando tra terrore ed euforia mi addormentai,cullato dal mio letto extralarge.Più o meno nello stesso momento,uno sbirro della Scientifica stava studiando un cadavere che galleggiava a faccia in giù in una piscina.Non potevo saperlo,ma quel tizio morto avrebbe cambiato non di poco i miei programmi.
da E’ stato un attimo (cap 3)
Sandrone Dazieri

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La copertina non fa il libro,è detto,sebbene il fascino di alcune copertine è indiscutibile e molto spesso vale ad acquistare un libro indipendentemente dalla qualità dello stesso.Perchè è vero che un buon libro accompagnato da una bella copertina acquista valore aggiuntivo,
sebbene non necessariamente una bella copertina basta a rivalutare la qualità di un libro-se mediocre.Ammesso ce ne siano,di libri mediocri.Quello della qualità di qualcosa,qualsiasi,rimane pur sempre un dato opinabile e soggettivo.
Credo la Penguin(http://www.penguin.co.uk/) tra le più fantasiose case editrici attente come poche al design delle proprie copertine,tanto da averne pubblicato,diversi anni fa,una collezione redatta dal designer Phil Baines e intitolata Penguin by Design-A cover story 1935-2005.
Sono riuscita a trovare questo sito,a mio avviso di grande interesse:
-An archive of book cover designs and designers (http://bookcoverarchive.com/)
Casomai poi foste riusciuti a scrivere un Pulitzer e aveste bisogno di una copertina di tutto rispetto,potete dare un’occhiata qui:
-Covers (http://covers.fwis.com/)
e qui una galleria di alcune delle copertine più curiose che ho trovato

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