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L'ombelico di Svesda

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letteratura

Monthly Reading: Teoria Degli Infiniti | John Banville | Estratto

john banville, teoria degli infiniti
PRIMA PARTE

Delle cose cui abbiamo dato forma affinchè ne avessero conforto, l’alba è quella che funziona. Quando le tenebre svaporano nell’aria come soffice fuliggine sottile e la luce si diffonde lentamente da oriente, tutti tranne i più disgraziati del genere umano si rianimano. E’ uno spettacolo che piace a noi immortali, questa piccola risurrezione quotidiana; spesso ci raduniamo sui bastioni delle nuvole e abbassiamo lo sguardo su di loro, i nostri piccoli, che si ridestano per dare il benvenuto al nuovo giorno. Che silenzio cala allora su di noi, il triste silenzio della nostra invidia. Molti continuano a dormire, certo, incuranti dell’incantevole espediente mattutino di nostra cugina Aurora, ma ci sono sempre gli insonni, i malati irrequieti , gli infelici che si struggono d’amore rigirandosi nei loro letti solitari o anche solo i mattinieri, gli indaffarati, con i loro piegamenti e le loro docce fredde e le loro elaborate tazzine di ambrosia nera. Si, tutti coloro che la contemplano salutano l’alba con gioia, chi più chi meno, eccetto il condannato, ovvio, per il quale la prima luce sarà l’ultima, sulla terra.
Eccone uno, in piedi alla finestra della casa di suo padre, che guarda il primo bagliore del giorno soffondere il cielo sopra la massa di alberi al di là della linea ferroviaria. E’ condannato non a morte, non ancora, ma a una vita cui non si sente del tutto adatto. E’ scalzo e indossa un pigiama che la sera prima, al suo arrivo, la madre ha scovato per lui da qualche parte in casa, di cotone liso, celeste con la riga blu: di chi è, di chi era? Potrebbe essere stato suo, molto tempo fa? In quel caso, dovrebbe trattarsi di moltissimo tempo fa, perchè adesso lui è grande e grosso e il pigiama è di gran lunga troppo piccolo e gli stringe sotto le ascelle e sul cavallo. Ma è così per tutto in questa casa, tutto gli stringe e lo irrita e lo fa sentire di nuovo bambino. Gli ricorda come, quand’era piccolo, sua nonna lo vestiva per Natale o per il suo compleanno o per qualche altra ricorrenza, strattonandolo di qua e di là e sputandosi sul dito per impomatargli un ricciolo ribelle, e come si sentiva esposto, peggio che nudo, in quei completi ruvidi di tweed color porridge già fuori moda con il pantalone corto che la vecchia gli faceva indossare, e le camicie bianche con il colletto inamidato e, peggio di tutto, il farfallino di tartan che gli dava un pallido gusto vendicativo tirare al limite dell’elastico e rilasciare con uno schiocco piacevolmente rumoroso quando qualcuno teneva un discorso o cantava una canzone o il prete reggeva in alto l’ostia della comunione allo stesso modo in cui, pensava sempre, l’infermiera brandiva il biglietto con il numero vincente della lotteria d’ospedale. E’ così: la vita, l’abbottonatura stretta della vita, gli si adatta male, rendendolo troppo consapevole di se stesso e di quella che cupamente prende come la propria inalterabile pochezza di spirito.
Sente da qualche parte invisibile il lieve scalpiccio smorzato di piccoli zoccoli; sarà il postino della mattina sul suo pony, in livrea Thurn and Taxis, con il cappello a tre punte e il corno postale agganciato alla spalla.
L’uomo alla finestra si chiama Adam. Non ha ancora trent’anni, figlio giovane di un genitore anziano, ‘prodotto’, come una volta sentì dire di sfuggita con una risata sardonica a quel padre sposato due volte, ‘della mia seconda venuta’. Ammira oziosamente le ombre dense, violacee, sotto gli alberi. Una specie di fumo si libra alto una spanna sull’erba che pare grigia. Tutto è diverso a quest’ora. Un merlo mattiniero vola inclinato da un punto a un altro, l’ala laccata cattura un barlume angolato di sole, e Adam non può non pensare con uno spasmo al verme mattiniero. S’immagina di sentire vagamente la penetrante nota lamentosa di quella creatura rapida d’ala.
Gradatamente si accorge di qualcosa che non da identificare, un tremore tutt’intorno, come se l’aria stessa fremesse. Cresce d’intensità. Allarmato, Adam fa un leggero passo indietro nella penombra protettiva della stanza. Sente chiaramente il battito indolente del suo cuore. Una parte di lui sa che cosa sta succedendo ma non è la parte pensante. Ora trema tutto. Qualche piccolo meccanismo alle sue spalle nella stanza – non guarda, ma dev’essere un orologio – fa salire dalle sue viscere un insistente tintinnio argentino. l’assito scricchiola trepidante.Poi da sinistra appare, enorme, muso smussato, si fa strada alla cieca e rotola fino a fermarsi vibrando e a rimanere immobile davanti agli alberi, sbuffando nuvole di vapore. Le luci sono ancora accese nelle carrozze; costringono l’alba a ritrarsi un po’. Ci sono teste chine nei lunghi finestrini, come teste di foca- stanno tutti dormendo? – e il controllore con la sua macchinetta dei biglietti risale un corridoio, arrampicandosi schienale dopo schienale una mano dopo l’altra, quasi stesse scalando un ripido pendio. Il silenzio tutt’intorno è vasto e in certo modo risentito. Il motore emette uno sbuffo stizzoso, come a dare una zampata alla terra. Perchè debba fermarsi in quel punto ogni mattina nessuno della casa sa dirlo. Non c’è nessun’altra abitazione per chilometri, la linea è sgombra in entrambe le direzioni, eppure è proprio qui che si ferma. Su madre ha protestato ripetutamente con l’azienda ferroviaria e una volta si è spinta persino a scrivere a qualcuno del governo, ma non ha ottenuto risposta, malgrado tutta la notorietà del nome del marito. ‘Non farei caso’ è solita dire in un tono di blando dispiacere ‘ al rumore che fa quando passa – dopotutto tuo padre nella sua saggezza ha insistito perchè ci stabilissimo praticamente sulla linea ferroviaria – ma è fermandosi che mi sveglia’.
Un sogno fatto nella notte gli ritorna, un frammento di sogno. Sfrecciava attraverso la polvere di una battaglia immemorabile reggendo tra le braccia qualcosa, grande ma non pesante, un carico prezioso ma opprimente – che cos’era? e tutt’intorno a lui la massa di guerrieri sbraitava e si sentiva il clangore squillante di spade e lance, il sibilo delle frecce, il cigolio e lo stridio delle ruote dei carri. Una località veneranda, una guerra antica.
Pensando a sua madre, tende l’orecchio per sentirne i passi sopra di lui, sapendo che è sveglia. Per quanto la casa sia grande e sconclusionata, i pavimenti perlopiù fatti di assi spoglie lucidate e i suoni si propagano senza difficoltà. non vuole interagire con sua madre, non adesso. In effetti ha sempre difficoltà a interagire con lei. Non che provi odio o anche solo risentimento nei suoi confronti, come molti figli maschi mortali si dice provino per le loro madri – dovrebbero provare ad avere a che fare con le nostre genitrici forsennate e vendicative quassù sul nebbioso monte Olimpo – solo che non gli sembra affatto una madre. E’ assurdamente giovane, ha a malapena vent’anni più di lui, e sembra ringiovanire costantemente, o perlomeno non invecchiare, sicchè lui la la preoccupante sensazione di rimontare costantemente rispetto a lei.Lei stessa pare consapevole di questo fenomeno e sembra non trovarlo affatto strano. In effetti, da quando è abbastanza grande per accorgersi di quanto lei sia giovane, Adam di tanto in tanto ha notato, o immagina di avere notato, una certa vivacità riservata quando lei tratta con lui, come fosse impaziente di vederlo raggiungere un’impossibile maggiore età in modo che, finalmente coetanei, possano prendersi a braccetto e prepararsi insieme a un futuro che sarebbe..come? Senza padre, adesso, per lui, e per lei senza marito. Perchè suo padre sta morendo. Per questo è qui, ridicolo in questo pigiama troppo piccolo, a guardare l’alba erompere in questo giorno di mezza estate.

 

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Perchè Si Scrive? Che Cos’è La Letteratura, di Jean-Paul Sartre

Tina Modotti, Mella's Typewriter, 1928
Tina Modotti, Mella’s Typewriter, 1928

C’è letteratura e letteratura, libro e libri. Certi libri te li tieni stretti e non li abbandoni perchè legata a essi da un sentimento di profonda ammirazione e amicizia. Nei confronti dello scrittore, nei confronti dei personaggi. Certi altri sei persino stata capace di strapparli, pagina per pagina, perchè colpevoli di averti rivelato quello che non avresti mai voluto sapere. Senza saresti stata certamente meglio, ignara di certe evidenze che prima non ti riusciva di realizzare, vuoi per miopia, ignoranza, o negligenza. E’ vero il proprio punto di vista circa le cose, la vita, cambia in relazione ai libri che via via si vanno leggendo, quanto è vero il lettore è un animale di una specie assai particolare, che si distingue dal branco perchè abbisogna di isolarsi dallo stesso se vuole godere della lettura. Certo si può partecipare a una lettura colletiva e godere della lettura insieme al branco, ma la lettura di un libro intero è un atto che implica una buona dose di solitudine e un rapporto privilegiato ed esclusivo fra il libro e il lettore, dunque fra lo scrittore e il suo destinatario, ora tenuto per mano, rapito dall’ambiente circostante, isolato dal branco, dunque condotto altrove. L’altrove è una dimensione parallela alla realtà in cui coesistono mondi del tutto inaspettati. In essi ci si può o meno sentire a proprio agio, ma una volta incappati dentro non si può negare d’esservi finiti, dunque d’avere avuto il privilegio di una dissociazione che vede il corpo collocato nel presente e lo spirito fluttuato per estensione in una dimensione spazio temporale contigua eppure lontana, remota o anteriore. Forse è questo quello che i buddisti intendono per reincarnazione. O almeno quello che, a mio parere, succede leggendo. Una sorta di teletrasporto. A buon ragione mi sento di definire i libri delle macchine del tempo. Una volta teletrasportati altrove, non è più possibile tornare indietro uguali a prima.
Questo di Sartre è un saggio che raccoglie parte di una serie di articoli di critica sulla letteratura pubblicati in riviste specializzate. Il tono, a volte, è pedante, ma l’autorità e l’eleganza di Sartre sono tali da ipnotizzare il lettore oppure annoiarlo, comunque impressionarlo in qualche maniera. Ho già letto questo libro in inglese parlandone in un post circa un anno fa, ma di recente l’ho trovato in biblioteca e non ho potuto fare a meno di prenderlo in prestito e leggerlo nuovamente. Già dalle prime pagine Sartre pone il lettore in posizione dialettica rispetto alla materia discussa e si chiede, e chiede: Perchè si scrive?

‘Ognuno ha i suoi motivi: per qualcuno l’arte è fuga; per qualcun altro un mezzo di conquista. Ma si può fuggire in un eremo, nella pazzia, nella morte; si può conquistare con le armi. Perchè proprio scrivere, effettuare per scritto le proprie evasioni e le proprie conquiste?
[..] Ogni nostra percezione si accompagna alla consapevolezza che la realtà umana è ‘rivelante’, cioè che, per mezzo suo, parte dell’essere ‘è’, oppure che l’uomo è il mezzo per cui le cose si manifestano; è la nostra presenza nel mondo che moltiplica le relazioni, siamo noi che mettiamo in rapporto quest’albero con quell’angolo di cielo; grazie a noi quella stella, morta da millenni, questo quarto di luna e questo fiume tetro, si svelano nell’unità d’un paesaggio; è la velocità della nostra auto, del nostro aereo che organizza le grandi masse terrestri; ad ognuno dei nostri atti il mondo ci rivela un volto nuovo. Siamo i rivelatori dell’essere, questo lo sappiamo, ma sappiamo anche che non ne siamo i produttori. Questo paesaggio, se gli voltiamo le spalle, marcirà senza testimoni nella sua permanenza oscura. Se non altro marcirà: nessuno è così pazzo da credere che sarà annientato. Noi saremo annientati, ma la terra rimarrà nel suo letargo finchè un’altra coscienza non verrà a risvegliarla. Così, alla nostra certezza intima di essere ‘rivelanti’ si aggiunge quella d’essere inessenziali nei confronti della cosa svelata.
Uno dei principali motivi della creazione artistica è certamente il bisogno di sentirsi essenziali nei confronti del mondo. Un aspetto dei campi o del mare, l’espressione di un viso che ho svelato, se le fisso su una tela, in uno scritto, stringendo i rapporti, introducendo ordine là dove non ce n’era, imponendo l’unità dello spirito alla diversità della cosa, ho coscienza di produrli io stesso, ossia mi sento essenziale rispetto alla mia creazione. Ma stavolta è l’oggetto creato che mi sfugge: non posso svelare e produrre al tempo stesso. La creazione diventa inessenziale rispetto all’attività creatrice. Anzitutto, anche se agli altri appare come definitivo, l’oggetto creato a noi sembra sempre incompiuto: perchè si può sempre cambiare una riga, una sfumatura, una parola; per cui l’oggetto non si impone mai. Un pittore apprendista chiedeva al suo maestro: ‘Quando devo considerare finito il mio quadro? ‘ E il maestro rispose: ‘Quando potrai guardarlo con sorpresa, e dire a te stesso: ‘Sono io che ho fatto questo!’
Che è come dire mai. Perchè sarebbe come considerare la propria opera con gli occhi d’un altro e svelare ciò che è creato. Ma è chiaro che la nostra consapevolezza della cosa prodotta è inversamente proporzionale alla consapevolezza che abbiamo della nostra attività produttrice. Se si tratta di vasellame o strutture da costruzione, che si si fabbricano secondo norme tradizionali con utensili dall’uso codificato, è il famoso ‘si’ di Heidegger che lavora per mezzo delle nostre mani. In tal caso il risultato può sembrarci abbastanza estraneo da conservare per noi la sua oggettività. Ma se produciamo noi stessi le regole di produzione, le misure e i criteri, e se il nostro slancio creatore sorge dal più profondo del nostro cuore, allora, nella nostra opera, troveremo sempre e solamente noi stessi: siamo noi che abbiamo inventato le leggi secondo cui giudicarla; e vi troviamo la nostra storia, il nostro amore, la nostra allegria; anche se la guardassimo senza più porvi mano, non ne riceveremmo mai la nostra allegria o il nostro amore: ce li mettiamo noi; i risultati che abbiamo ottenuto sulla tela o sulla carta non ci sembrano mai oggettivi; conosciamo fin troppo i procedimenti che hanno prodotto quegli effetti. I procedimenti restano una trovata soggettiva: noi siamo i procedimenti, la nostra ispirazione, la nostra abilità e quando cerchiamo di percepire la nostra opera, la creiamo un’altra volta, ripetiamo mentalmente le operazioni che l’hanno prodotta, ogni suo aspetto appare come un risultato. Così, nella percezione, l’oggetto si dà come essenziale e il soggetto come inessenziale; quest’ultimo cerca l’essenzialità nella creazione e l’ottiene, ma allora diventa inessenziale l’oggetto.
In nessun campo questa dialettica è tanto palese quanto nell’arte dello scrivere. L’oggetto letterario è infatti una strana trottola che esiste quando è in movimento. Per farla nascere occorre un atto concreto che si chiama lettura, e dura quanto la lettura può durare. Al di fuori di questo, rimangono solamente i segni neri sulla carta. Ora, lo scrittore non può leggere ciò che scrive, a differenza del calzolaio, il quale può calzare le scarpe che ha fatto, se sono della sua misura, e dell’architetto, che può abitare la casa che ha costruito. Leggendo si prevede, si attende. Si prevede la fine della frase, la frase seguente, la pagina successiva; si attende che confermino o infirmino le nostre previsioni; la lettura si compone di una moltitudine di ipotesi, di sogni seguiti da risvegli, di speranze e delusioni; i lettori sono sempre in anticipo sulla frase che leggono, in un futuro solamente probabile, che crolla in parte e si consolida in parte, via via che progrediscono, che indietreggia da una pagina all’altra e forma l’orizzonte mobile dell’oggetto. Senza attesa, senza avvenire, senza ignoranza, non esiste obiettività. Ora, l’operazione dello scrivere comporta una quasi-lettura implicita che rende la vera lettura impossibile Quando le parole gli si formano sotto la penna, l’autore le vede, certo, ma non le vede come il lettore, perchè le conosce prima di scriverle; il suo sguardo non ha la funzione di svegliare, sfiorandole, parole addormentate che attendono d’essere lette, ma di controllare il tracciato dei segni; la sua è una missione puramente regolatrice, insomma, e la vista in questo caso non rivela niente, tranne piccoli errori manuali. Lo scrittore non prevede nè fa congetture: progetta. Capita spesso che si aspetti, che aspetti, come si dice, l’ispirazione. Ma non si aspetta se stessi allo stesso modo che si aspettano gli altri; come se l’autore esista, sa che l’avvenire non è fatto, che lo farà lui, e se ignora ancora che cosa accadrà al suo eroe, vuol dire solamente che non ci ha pensato, che non ha ancora deciso; allora il futuro è una pagina bianca, mentre il futuro del lettore sono quelle duecento pagine bianche cariche di parole che lo separano dalla fine. Così lo scrittore, ovunque, non incontra che il suo sapere, la sua volontà, i suoi progetti, insomma se stesso; mette mano esclusivamente alla propria soggettività, l’oggetto che crea è fuori del suo raggio d’azione, non lo crea per sè. Se si rilegge, è già troppo tardi; la sua frase, per lui, non sarà del tutto una cosa. Può giungere fino ai limiti del soggettivo, ma senza varcarli, apprezza l’effetto d’un brano, di una massima, di un aggettivo ben scelto; ma si tratta dell’effetto che faranno sugli altri; lui può valutarlo, ma non sentirlo. Mai Proust ha scoperto l’omesessualità di Charlus, dato che l’aveva decisa ancora prima d’iniziare il suo libro. E se l’opera un giorno assumerà agli occhi del suo autore un’apparenza d’oggettività, vuol dire che sono passati gli anni, che se ne è dimenticato, che non è più sua e non sarebbe certamente più capace di scriverla. Come avvenne a Rousseau quando rilesse il Contrat social in età avanzata.
Dunque, non è vero che si scriva per sè; sarebbe il peggiore smacco;proiettando le proprie emozioni sulla carta, si riuscirebbe appena a prolungarle di poco. L’atto creatore è un momento incompleto e atratto nella produzione di un’opera; se l’autore fosse solo, potrebbe scrivere finchè vuole, ma l’opera come oggetto non verrebbe mai alla luce, e lo scrittore dovrebbe abbandonare la penna e disperare. Ma l’operazione dello scrivere implica quella di leggere come proprio correlativo dialettico, e questi due atti distinti comportano due agenti distinti. Solo lo sforzo congiunto dell’autore e del lettore farà nascere quell’oggetto concreto e immaginario che è l’opera dello spirito. L’arte esiste per gli altri e per mezzo degli altri.
[..] Poichè la creazione trova il suo compimento nella lettura, poichè l’artista deve affidare ad altri la cura di compiere quanto lui ha iniziato, poichè può cogliersi come essenziale alla propria opera solo attraverso la coscienza del lettore, ogni opera letteraria è un appello. Scrivere è fare appello al lettore perchè conferisca un’esistenza obiettiva alla rivelazione che io ho iniziato per mezzo del linguaggio.
[..] Scrivere è dunque svelare il mondo e al tempo stesso proporlo come un compito alla generosità del lettore. E’ricorrere alla coscienza altrui per farsi riconoscere come essenziale alla totalità dell’essere; è voler vivere questa essenzialità per interposta persona; ma poichè, d’altra parte, il mondo reale non si rivela che nell’azione, poichè non ci può sentire dentro , se non superandolo per mutarlo, l’universo del romanziere mancherebbe di spessore se non lo si scoprisse nel corso di un movimento fatto per trascenderlo. Si è spesso notato che un oggetto, in un racconto, non trae la propria densità esistenziale dalla quantità e lunghezza delle descrizioni che gli sono destinate, ma dalla complessità dei suoi vincoli con i diversi personaggi; apparirà tanto più reale quanto più verrà manipolato, preso e deposto, in una parola superato, dai personaggi rivolti ai propri fini Lo stesso accade nel mondo romazesco, cioè nella totalità delle cose e degli uomini: perchè offra il massimo di densità bisogna che la rivelazione-creazione per la quale il lettore lo scopre sia anche impegno immaginario nell’azione; in altri termini, quanto più si prenderà gusto a cambiarlo e tanto più risulterà vivo.
Da Che cos’è la letteratura? Jean-Paul Sartre, 1947

La Noia, Lo Spazialismo

Lucio Fontana. Concetto spaziale, Attese.

tratto dal Prologo

Ricordo benissimo come fu che cessai di dipingere. Una sera, dopo essere stato otto ore di seguito nel mio studio, quando dipingendo per cinque, dieci minuti e quando gettandomi sul divano e restandoci disteso, con gli occhi al soffitto, una o due ore; tutto a un tratto, come per un’ispirazione finalmente autentica dopo tanti fiacchi conati, schiacciai l’ultima sigaretta nel portacenere colmo di mozziconi spenti, spiccai un salto felino dalla poltrona nella quale mi ero accasciato, afferrai un coltellino radente di cui mi servivo qualche volta per raschiare i colori e, a colpi ripetuti, trinciai la tela che stavo dipingendo e non fui contento finchè non l’ebbi ridotta a brandelli. Poi tolsi da un angolo una tela pulita della stessa grandezza, gettai via la tela lacerata e misi quella nuova sul cavalletto. Subito dopo, però, mi accorsi che tutta la mia energia, come dire? creatrice, si era completamente scaricata in quel furioso e, in fondo, razionale gesto di distruzione. Avevo lavorato a quella tela durante gli ultimi due mesi, senza tregua, con accanimento; lacerarla a colpi di coltello equivaleva, in fondo, ad averla compiuta, forse in maniera negativa, quanto ai risultati esteriori che del resto mi interessavano poco, ma positivamente per quanto ruguardava la mia ispirazione. Infatti: distruggere la tela voleva dire essere arrivato alla conclusione di un lungo discorso che tenevo con me stesso da chissà quanto tempo. Voleva dire aver messo finalmente il piede sul terreno solido. Così, la tela pulita che stava adesso sul cavalletto, non era semplicemente una qualsiasi tela non ancora adoperata, bensì proprio quella particolare tela che avevo messo sul cavalletto al termine di un lungo travaglio. Insomma, come pensai cercando di consolarmi del senso di catastrofe che mi stringeva alla gola, a partire da quella tela, simile, apparentemente, a tante altre tele ma per me carica di significati e di risultati, adesso potevo ricominciare daccapo, liberarmene; quasi che quei dieci anni di pittura non fossero passati ed io avessi ancora venticinque anni, come quando avevo lasciato la casa di mia madre ed ero andato a vivere nello studio di via Margutta, per dedicarmi appunto, a tutto mio agio, alla pittura. D’altra parte, però, poteva darsi, anzi era molto probabile che la tela pulita che adesso campeggiava sul cavalletto, stesse a significare uno sviluppo non meno intimo e necessario ma del tutto negativo, il quale, per trapassi insensibili, mi aveva portato all’impotenza completa. E che questa seconda ipotesi potesse essere quella vera, sembrava dimostrarlo il fatto che la noia aveva lentamente ma sicuramente accompagnato il mio lavoro durante gli ultimi sei mesi, fino a farlo cessare del tutto in quel pomeriggio in cui avevo lacerato la tela; un po’ come il deposito calcareo di certe sorgenti finisce per ostruire un tubo e far cessare completamente il flusso dell’acqua.
Penso che, a questo punto, sarà forse opportuno che io spenda qualche parola sulla noia, un sentimento di cui mi accadrà di parlare spesso in queste pagine. Dunque, per quanto io mi spinga indietro negli anni con la memoria, ricordo di avere sempre sofferto della noia. Ma bisogna intendersi su questa parola. Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà. Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente. Oppure, altro paragone, la mia noia rassomiglia all’interruzione frequente e misteriosa della corrente elettrica in una casa: un momento tutto è chiaro ed evidente, qui sono le poltrone, lì i divani, più in là gli armadi, le consolle, i quadri, i tendaggi, i tappeti, le finestre, le porte; un momento dopo non c’è più che buio e vuoto. Oppure, terzo paragone, la mia noia potrebbe essere definita una malattia degli oggetti, consistente in un avvizzimento o perdita di vitalità quasi repentina; come a vedere in pochi secondi, per trasformazioni successive e rapidissime, un fiore passare dal boccio all’appassimento e alla polvere.
Il sentimento della noia nasce in me da quello dell’assurdità di una realtà, come ho detto, insufficiente ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza. Per esempio, può accadermi di guardare con una certa attenzione un bicchiere. Finchè mi dico che questo bicchiere è un recipiente di cristallo o metallo fabbricato per metterci un liquido e portarlo alle labbra senza che si spanda, finchè, cioè, sono in grado di rappresentarmi con convinzione il bicchiere, mi sembrerà di avere con esso un rapporto qualsiasi, sufficiente a farmi credere alla sua esistenza e, in linea subordinata, anche alla mia. Ma fate che il bicchiere avvizzisca e perda la sua vitalità al modo che ho detto, ossia che mi si palesi come qualche cosa di estraneo, col quale non ho alcun rapporto, cioè, in una parola, mi appaia come un oggetto assurdo, e allora da questa assurdità scaturirà la noia la quale, in fin dei conti, è giunto il momento di dirlo, non è che incomunicabilità e incapacità di uscirne. Ma questa noia, a sua volta, non mi farebbe soffrire tanto se non sapessi che, pur non avendo rapporti con il bicchiere, potrei forse averne, cioè che il bicchiere esiste in qualche paradiso sconosciuto nel quale gli oggetti non cessano un solo istante di essere oggetti. Dunque la noia, oltre alla incapacità di uscire da me stesso, è la consapevolezza teorica che potrei forse uscirne, grazie a non so quale miracolo.

da La Noia, Alberto Moravia, 1960
Manifesto Bianco, Lucio Fontana

‘E’ Facile Essere Indifferenti. L’ Interesse Richiede Coraggio, E Il Coraggio Richiede Carattere.’

Non mi sono mai sentito allo stesso tempo cosí distaccato da me stesso e cosí presente nella realtá
Albert Camus

Stasera è stata la volta di Detachment, se è possibile il film più bello che mi è capitato vedere negli ultimi tempi, malinconicamente interpretato da Adrien Brody e diretto da Tony Kaye. La citazione di Camus a inizio riprese costituisce un’avvertenza, si tratta di un film drammatico molto drammatico, rigurgito post-modernista ed esistenzialista, con una buona dose di critica marxista e un finale ancora più amaro e irrimediabile. A buon ragione, un pugno allo stomaco e uno di quei post-it da tenere bene attaccato alla parete di camera come promemoria.
La trama racconta di un insegnante americano di letteratura alle prese con un sistema scolastico degradante, e il  film è un capolavoro di incredibile sensibilità e accortezza, la manifestazione di un disagio che tocca al cuore e rende ognuno impotente, un fallito, di fronte alla realtà.
Henry Barthes lavora come supplente precario in un liceo stereotipo che ha per alunni una generazione di ragazzi abbandonati dalla famiglia e strumentalizzati dalla società, robot da combattimento  educati alla violenza e all’idolatria mediatica di una realtà plastificata, dove tutto è apparire, denaro, successo, chirurgia estetica, videogiochi, televisione, stronzatelle multimediali, violenza gratuita, mercificazione, ignoranza, degrado morale, corruzione, mancanza di dialogo. Rubbish. Lavorare con gli studenti rievoca nell’insegnate il disagio della propria esistenza e l’occasione di riflettere sul proprio passato attraverso flashback e un continuo, denso, flusso di coscienza misto a poesia di toccante gentilezza.
Nel film convergono molti temi, ma è l’arte, la letteratura, la filosofia, a fare da perno e paragone di misura. Mi piacerebbe parlare della trama, ma ho deciso non farlo. Sarebbe bello ognuno di voi lo guardasse – se non lo ha ancora fatto – e se ne facesse un’idea per conto proprio. Sarebbe bello il film venisse proposto al parlamento e discusso nelle aule delle scuole.
Le citazioni da ricordare sarebbero tante, ma ho pensato trasciverne una su tutte che conclude il film e rende omaggio allo scrittore degli scrittori americani, Edgar Allan Poe. Il brano è tratto dal racconto ‘Il crollo della casa degli Usher’, che io ho qui e ho piacere a condividere. Perdonerete il sentimentalismo di questo post, ho pianto lacrime amare per tutta la durata del film. In compenso mi sono sentita meno sola.

_________IL CROLLO DELLA CASA DEGLI USHER____________

Son coeur est un luth suspendu;
sitot qu’on le touche il resonne (*)
De Beranger

Durante una malinconica, buia, sorda giornata d’autunno, con le nubi che gravavano opprimenti e basse nel cielo, avevo attraversato da solo, a cavallo, un tratto di campagna singolarmente deserto e, alla fine, mi ero ritrovato, al cadere delle ombre notturne, in vista della tetra Casa degli Usher. Non so come accadde ma, al primo sguardo verso la costruzione, un senso di tristezza insopportabile invase il mio spirito. Dico insopportabile perchè questa sensazione non era per niente alleviata da quella sensazione semi-piacevole, perchè poetica, con cui la mente di solito accoglie anche le più lugubri immagini naturali della desolazione e del terrore. Guardavo la scena dinanzi a me, la nuda casa, il semplice aspetto della proprietà, i muri smorti, le finestre simili a occhiaie vuote, i pochi cespugli fradici, qualche tronco bianco d’albero ammuffito; guardavo ogni cosa con una estrema depressione dell’animo, che non posso paragonare a nessun’altra sensazione terrestre, se non al risveglio del fumatore d’oppio, l’amaro scivolare della vita d’ogni giorno, l’orribile squarciarsi del velo. Vi erano un gelo, una prostrazione, un disgusto del cuore, una desolazione non riscattata del pensiero che nessuno stimolo dell’immaginazione avrebbe saputo volgere in qualche cosa di sublime. Che cos’era, mi fermai a riflettere, che cos’era che tanto mi snervava nella contemplazione della Casa degli Usher? Era un mistero del tutto insolubile; nè avrei potuto afferrare le chimere che si affollavano come ombre attorno a me, mentre fantasticavo. Fui costretto ad arrendermi di fronte alla conclusione, del tutto insoddisfacente, che mentre, senza alcun dubbio, vi sono combinazioni di oggetti che hanno il potere di influire così su di noi, l’analisi di questo potere è basata su considerazioni che sono al di là della nostra comprensione. Era possibile, pensai, che una piccola differenza nell’aspetto dei particolari della scena e dei dettagli del quadro sarebbe stata sufficiente a modificare, o forse ad annullare, la sua capacità di impressionarmi spiacevolmente; e, agendo sotto l’influenza di questo pensiero, condussi il cavallo sul dirupo scosceso di un buio e spettrale laghetto che si stendeva con la sua liscia lucentezza vicino alla casa, e guardai giù, rabbrividendo anche più di prima, verso le immagini rimodellate e capovolte dei cespugli grigi dei tronchi d’albero simili a fantasmi, delle finestre che sembravano occhi vuoti.
Eppure mi proponevo di abitare per qualche settimana in questa casa di tenebra.

Da Il Crollo della Casa degli Usher, Racconti, Edgar Allan Poe
(*)Il suo cuore è un liuto sospeso; non appena lo si tocca, risuona.

Dell’ Amore E Di Altri Demoni. Reati Compresi.

Photography By Tamara Dean

M’ero scordata del bene che mi procura leggere Gabriel Garcia Marquez e di quanto è ricca, densa e immaginifica la prosa dei suoi romanzi. Lo scorso maggio mi è capitato leggere nel The Guardian dell’hoax tweet lanciato dall’alter ego (?) di Umberto Eco, che in meno di dodici parole lo dava per morto. Immagino la notizia esorcizzata dallo stesso scrittore con un bel paio di corna e un tiè di cortesia che non solo la smentiscono, ma confermano il realismo magico che permea di mistero e superstizione oltre che l’opera letteraria anche la vita dello stesso.
Quest’estate ammetto mi sarebbe piaciuto molto leggere la sfilza di autori che avevo scelto e molti di voi mi hanno generosamente consigliato, ma perchè ho rimediato appena un lavoro saltuario e mi trovo in difficoltà economiche, dovrò fare a meno di acquistare nuovi libri. Poco male. Quello che ho pensato di fare, allora, è approfittare di quest’occasione per riprendere in mano i libri che già posseggo. Fra quelli degli autori già citati in precedenza, ho trovato anche una vecchia grammatica di lingua spagnola, che ho ripreso a studiare, e un manuale di cucina vegetariana, anzi la Bibbia della Cucina Vegetariana, regalatami anni fa da mia sorella. Ebbene si, prima del mio sfacciato cannibalismo e reazionario sovversismo di maniera, io ero una brava e buona donna pacifica e pacifista, dedita alla pratica dello yoga e della meditazione, vegetariana. Vegetariana per oltre cinque anni. Già. A vent’anni amavo Il meraviglioso mondo di Amelie, oggi Taxi Driver e A qualcuno piace caldo. Un tempo amavo scrivere poesie, oggi avvisi di garanzia.  I tempi cambiano e con essi non solo il bugiardino ma la posologia e gli effetti collaterali. Mi mantengo fedele all’originale ma non manco di fare una brutta copia di me stessa.
Gabriel Garcia Marquez continua a piacermi anche oggi e forse più di ieri; la settimana scorsa ho riletto ‘Memorie delle mie puttane tristi’, qualche giorno fa ho ripreso ‘Dell’amore e di altri demoni’, un balsamo per l’immaginazione e un eccitante per l’intelletto. Il romanzo è ambientato nella Colombia del diciottesimo secolo, in piena Inquisizione Spagnola. Già nel primo capitolo Garcia Marquez ci informa gli schiavi africani usavano masticare impiastri di resina di manajù e cibarsi di iguane marinate e stufati di armadilli, mentre le ricche signore amavano trovare sollievo nelle orge con gli schiavi, nei bagni caldi profumati, nel miele fermentato, nel cacao, nelle purghe di antimonio e nei clisteri.
Protagonista del romanzo è Sierva Maria de Todos Los Angeles, che ancora bambina viene morsa alla caviglia da un cane rabbioso a causa del quale rischia morire. A quei tempi si credevano le pestilenze una punizione e un castigo di Dio, eventi preannunciati dall’avviso delle comete e in coincidenza delle eclissi, facilmente curabili con ‘l’epatica terrestre, il cinabro, l’essenza muschiata, il mercurio argentino, l’anagallis flore purpureo.’ O almeno così secondo il dottore Abrenuncio, chiamato a intervenire sul caso

‘Non erano pochi nè banali i casi di mal di rabbia nella storia della città. Gran rumore aveva sollevato quello di un merciaiolo da fiera che girava per le strade con un micco ammaestrato i cui modi si differenziavano poco da quelli umani. L’animale aveva contratto la rabbia durante l’assedio navale degli inglesi, aveva morso il padrone in faccia ed era scappato sui colli vicini. Lo sventurato saltimbanco era stato ucciso a suon di randellate in mezzo a certe allucinazioni spaventose che le madri continuavano a cantare molti anni dopo in strofe popolari per spaventare i bambini. Prima di due settimane un’onda di macachi luciferini era scesa dalle colline in pieno giorno. Avevano fatto stragi in porcili, pollai, per poi irrompere nella cattedrale ululando e strozzandosi in schiumate di sangue, mentre si celebrava il tedeum per la sconfitta della squadra inglese. Tuttavia, i drammi più terribili non passavano alla storia, perchè si verificavano fra la popolazione negra, dove nascondevano le persone morse per curarle con magie africane nei reciti degli schiavi selvaggi.’

Sierva Maria de Todos Los Angeles viene già dalle prime pagine descritta come una bambina cattiva, bugiarda, ostinatamente silenziosa, cresciuta con gli schiavi ed educata alle loro maniere

‘Dominga de Adviento, una negra verace che aveva governato la casa con polso di ferro fino alla vigilia della sua madre, era il vincolo fra questi due mondi [quello del marchese e della propria compagna, genitori della bimba]. Alta e ossuta, di un’intelligenza quasi chiaroveggente, era lei che aveva allevato Sierva Maria. Si era fatta cattolica senza rinunciare alla sua fede di negra yoruba, e praticava entrambe al contempo, senza ordine nè concerto. La sua anima era in santa pace, diceva, perchè quel che le mancava in una lo trovava nell’altra. Era pure l’unica creatura umana che avesse autorità per intervenire fra il marchese e la moglie, ed entrambi l’accontentavano. Solo lei scacciava a colpi di ramazza gli schiavi quando li trovava in abomini di sodomia o a fornicare con donne scambiate nelle stanze vuote. Ma dopo la sua morte scappavano dalle baracche per sottrarsi ai calori del mezzogiorno, e andavano a stendersi per terra in qualsiasi angolo, grattando i residui in fondo ai pentoloni di riso per mangiarselo, o giocando a macuco e a tarabilla nella frescura dei corridoi. In quel mondo opprimente dove nessuno era libero, Sierva Maria lo era: solo lei e solo lì. Sicchè era lì che si celebrava la festa, nella sua vera casa e con la sua vera famiglia.
Non era possibile immaginare balli più taciturni in mezzo a tanta musica, con i propri schiavi e alcuni di altre case di rango che portavano quel che potevano. La ragazzina si mostrava così com’era. Ballava con più grazia e più brio degli africani autentici, cantava con voci diverse dalla sua nelle svariate lingue dell’Africa, o con voci di uccelli e animali, che sconcertavano gli stessi schiavi. Per ordine di Dominga de Adviento le negre più giovani le dipingevano il viso nerofumo, le appendevano collane stregonesche sopra lo scapolare del battesimo e si occupava dei suoi capelli che non le avevano mai tagliato e che l’avrebbero impacciata nel camminare se non fosse stato per la treccia a numerosi giri che le facevano ogni giorno.’

Succede che a causa dell’irrequietezza della bambina, il padre decide di chiudere Sierva Maria de Todos Los Angeles in un convento perchè venga esorcizzata attraverso l’aiuto del bibliotecario Cayetano Delaura. Fra i due nasce una torbida storia d’amore e il resto del romanzo costituisce un omaggio a una cultura ricchissima e fortemente permeata nel sacro che degenera nel profano e ammanta la quotidianità di passioni ora spregiudicate, ora sensuali.
Appena un paio di giorni fa mi è capitato sentire per strada una madre che minacciava il figlioletto di finire dalle suore se non avesse fatto il bravo. Mi chiedo se sporcarsi di gelato vale a essere ‘cattivi’ e se esiste una legge, terrena, che condanna il reato di ‘traumatizzazione’. Mio padre, che per punizione da bambino è stato chiuso da mia nonna in un convento, sembrerebbe confermare il demonio si mangia a messa e prega tra le mura di casa. Beata ignoranza.
Noi che si ha a che fare con l’acqua santa tutti i giorni, ci si aspetta dio faccia il proprio dovere almeno tra le lenzuola. Checchè ne dica Garcia Marquez.

The Amerikan Dream

Ho deciso, parto. Di tutti i viaggi a ritroso nel tempo ho scelto quello più lungo e romantico, saturo d’attese e vane aspettative, lontano un secolo e destinato a condurmi oltreoceano in meno di 350 pagine. Vado in America, vado a New York. L’occasione è un pretesto, il centoventinovesimo compleanno di Kafka, che per festeggiare l’evento ha organizzato un’adunata di soli cancerini alienati, Karl Rossmann in testa, cacciato via di casa dai genitori per aver ingravidato la cameriera. Tratterebbesi di un’allegra brigata di scalmanati ansiosi, disoccupati, lunatici e disillusi, con in mano una valigia di cartone e in testa la chiara idea di sparire tra le pagine di un romanzo. Si parte

Statue of Liberty, New York, 1930, photographed by Margaret Bourke-White

Capitolo I
Il Fochista

Quando il sedicenne Karl Rossmann, che era stato mandato in America dai suoi poveri genitori, perchè una serva lo aveva sedotto ed aveva avuto un bambino da lui, entrò nel porto di New York sulla nave che aveva già rallentato, scorse la Statua della Libertà che aveva avvistato da tempo, come in una luce solare divenuta improvvisamente più intensa. Il braccio con la spada sembrava ergersi come in quel momento, e le libere auree spiravano intorno alla sua figura.
‘Com’è alta!’ si disse, e non pensando affatto ad andarsene, fu spinto a poco a poco fino al parapetto della folla sempre più numerosa dei facchini che gli sfilavano davanti.
Un giovanotto che aveva conosciuto superficialmente durante la traversata, passando gli chiese: ‘Così non ha ancora voglia di scendere?”Sono già pronto’disse Karl e rideva guardandolo, quindi con prepotenza, poichè era un giovane robusto, si sollevò la valigia sulla spalla. Ma guardando il suo conoscente, il quale facendo oscillare un po’ il bastone si allontanava con gli altri, si accorse costernato di aver dimenticato il proprio ombrello di sotto nella nave. Pregò il conoscente, che non sembrò esserne così contento, di essere tanto gentile da aspettare un momento accanto alla sua valigia, si guardò in giro per poter ritrovare la strada al ritorno, e si allontanò in fretta. Di sotto con suo grande rammarico, trovò chiuso per la prima volta un passaggio che avrebbe accorciato molto la sua strada, cosa questa che probabilmente si spiegava con lo sbarco di tutti i passeggeri, e dovette con fatica cercare le scale, che si susseguivano sempre l’una all’altra, attraverso corridoi che svoltavano in continuazione, per una cabina vuota con una scrivania abbandonata, fino a che si ritrovò oggettivamente e del tutto perduto, perchè aveva percorso quella strada una volta soltanto o forse due e sempre accompagnato da qualcun’ altro.
Nella sua perplessità e non incontrando nessuno, poichè sentiva sempre di continuo sopra di sè lo scalpiccio di migliaia di piedi, e avvertiva da lontano come un rantolo, gli ultimi rumori delle macchine che già sospendevano i lavori, cominciò senza pensarci su, a battere contro una porticina a caso, accanto alla quale si era fermato nel suo girovagare.
‘E’ aperto’ sentì urlare all’interno, e Karl aprì la porta con un sincero sospiro di sollievo.’Perchè batte così forte alla porta? chiese un uomo enorme, guardando appena verso Karl. Attraverso una qualche apertura situata in alto, si versava nella misera cabina una luce offuscata, come se si fosse a lungo consumata di sopra sulla nave, e in questa cabina c’erano un letto, un armadio, una sedia e l’uomo stretti, come stivati, l’uno accanto all’altro. ‘Mi sono perso’disse Karl,’durante il viaggio non avevo affatto notato che questa nave fosse così spaventosamente grande.’ ‘Si, ha ragione’, disse l’uomo con un certo orgoglio e non smetteva di armeggiare intorno alla serratura di una piccola valigia, che teneva sempre pigiata con entrambe le mani per sentire lo scatto della molla. ‘Ma venga dentro!’ disse ancora l’uomo, ‘Non vorrà rimanere di fuori!’ ‘Non disturbo?’, chiese Karl. ‘Ma come potrebbe disturbare?’ ‘Lei è tedesco?’ cercò di rassicurarsi Karl, poichè aveva sentito molte cose sui pericoli che minacciavano quelli che erano appena arrivati in America, specialmente da parte degli Irlandesi. ‘Lo sono, lo sono’, rispose l’uomo. Karl non era ancora sicuro. Allora improvvisamente l’uomo afferrò la maniglia e si tirò dentro Karl insieme alla porta che richiuse rapidamente. ‘Non sopporto che mi si guardi dal corridoio’ disse l’uomo e armeggiò ancora con la valigia. ‘Ognuno cammina qui davanti e guarda dentro, non so chi potrebbe soffrirlo!’ ‘ Ma il corridoio è del tutto vuoto’, disse Karl che stava in piedi in una scomoda posizione, schiacciato contro il letto. ‘Sicuro, adesso’ disse l’uomo. ‘Si tratta proprio di adesso infatti’, pensò Karl, ‘è duro parlare con quest’uomo.’ ‘Si stenda pure sul letto, così avrà più spazio’ disse l’uomo. Come meglio potè, Karl si arrampicò dentro e rise forte del suo primo tentativo di saltar su. Appena però fu sul letto, escalmò:’Per l’amor del cielo, ho dimenticato la mia valigia’ ‘E dove sta?’ ‘Di sopra in coperta, un conoscente me la guarda. Già come si chiama?’. E tirò fuori dalla sua tasca segreta, che sua madre gli aveva cucita all’interno della giacca, un biglietto da visita. ‘Buttermann, Franz Buttermann’. ‘Ha proprio bisogno della valigia?’ ‘Si capisce’ ‘Già, perchè allora l’ha affidata ad un estraneo?’ ‘Avevo dimenticato di sotto il mio ombrello e sono corso a prenderlo, ma non volevo trascinarmi dietro anche la valigia. Poi per giunta mi sono anche perduto.’ ‘E’ solo? Senza compagnia?’ ‘Si, solo’ ‘Forse dovrei rimanere accanto a quest’uomo’ passò per la testa di Karl, ‘dove lo trovo adesso un amico migliore.’ ‘E adesso ha perduto anche la valigia. Per non parlare dell’ombrello.’ E l’uomo si sedette sulla sedia, come se per lui gli interessi di Karl avessero acquistato un certo interesse. ‘Veramente credo che la valigia non sia ancora perduta’ ‘Credere fa bene’, disse l’uomo e si grattò vigorosamente tra i suoi capelli scuri, corti e fitti, ‘su di una nave, a seconda dei porti, cambiano anche le abitudini. Il suo Buttermann ad Amburgo avrebbe forse guardato la sua valigia, qui è molto probabile che non ci sia più traccia di entrambi.’ ‘Allora dovrei subito andare a vedere di sopra’, disse Karl e si guardò intorno per capire come poteva scendere giù. ‘Rimanga lì’, disse l’uomo e con la mano sul suo petto lo spinse sul letto piuttosto rudemente. ‘perchè poi?’ domandò Karl arrabbiato. ‘Perchè non ha alcun senso’ rispose l’uomo, ‘se aspetta un momento vengo anch’io, così andiamo insieme. Nel caso che la valigia sia stata rubata, allora non ci si può far niente, ma se quell’uomo l’ha lasciata stare, allora potremmo trovarla meglio quando la nave sarà del tutto vuota. E così anche il suo ombrello.’ ‘Si sa orientare su questa nave?’ domandò Karl piuttosto scettico, e gli sembrava che quel pensiero abbastanza persuasivo, che le sue cose si sarebbero trovate meglio sulla nave vuota, nascondesse qualcosa di poco chiaro. ‘Io sono fochista’, disse l’uomo. ‘Lei è fochista!’ si rallegrò Karl, come se questo superasse tutte le sue aspettative, e poggiandosi sul gomito, osservò l’uomo più da vicino. ‘Proprio dalla cabina nella quale dormivo con lo slovacco, c’era un boccaporto dal quale si poteva vedere nelle sale macchine. ‘Si, lavoravo proprio lì’ disse il fochista. ‘Mi sono sempre interessato alla tecnica,’ disse Karl, che rimaneva fisso ad un preciso pensiero, ‘ e in seguito sarei diventato ingegnere, se non fossi dovuto partire per l’America’ ‘Ma perchè è dovuto partire?’ ‘Ah, macchè!’ disse Karl e con la mano gettò via l’intera storia. Frattanto guardava sorridendo il fochista, come per pregarlo di essere indulgente per quello che non poteva dire. ‘Avrà pure un motivo’, disse il fochista e non si sapeva bene, se con questo volesse chiedere o rifiutasse il racconto di questo motivo. ‘Adesso potrei anche diventare fochista’, disse Karl, ‘per i miei genitori adesso è del tutto indifferente, quello che diventerò.’ ‘Il mio posto si libera’ disse il fochista, e in questa piena consapevolezza, si mise le mani nelle tasche dei calzoni, e gettò sul letto le gambe, coperte da pantaloni a pieghe, simili a cuoio, di color grigioferro, e si distese. Karl dovette farsi indietro fino alla parete. ‘Lascia la nave?’ ‘ Certo, siamo in congedo da oggi.’ ‘Ma perchè, non le piaceva?’ ‘Si, ma dipende dai rapporti, non è sempre determinante quello che piace o che non piace. Del resto ha ragione, non mi piace. Lei non pensa seriamente a diventare fochista, ma proprio per questo lo si può diventare facilmente. Ma io glielo sconsiglio. Se in Europa lei voleva studiare, perchè non vuole farlo qui? Le università americane sono incomparabilmente migliori delle europee.’ ‘E’ possibile’ disse Karl, ‘ma io non ho abbastanza denaro per studiare. Ho letto però di qualcuno, che di giorno lavorava in un negozio, e di notte studiava, finchè è diventato dottore e credo anche sindaco, ma questo è proprio di una grande costanza, non è vero? Temo di non averne. Inoltre non ero uno scolaro particolarmente brillante, non è stato affatto duro per me lasciare la scuola. E le scuole qui sono anche più severe. L’inglese lo so quasi per niente. Soprattutto credo che qui si sia prevenuti contro gli stranieri.’ ‘L’ha già notato? Allora va bene. E l’uomo adatto a me, siamo su di una nave tedesca, appartiene alla ‘Hamburg – Amerika Linie’, perchè non ci sono solo tedeschi? Perchè il capo macchina è un romeno? Si chiama Schubal. E’ da non crederci. E questa canaglia scortica noi tedeschi su di una nave tedesca. Non creda che io mi lamenti tanto per lamentarmi – gli mancava l’aria e l’agitava con la mano -. So che lei non ha nessuna influenza e che è soltanto un povero ragazzo. Ma questo è troppo!’ E più volte battè il pugno sul tavolo, e mentre batteva non staccava gli occhi dalla mano. ‘Ho prestato servizio su tante navi’ – e nominò una ventina di nomi uno appresso all’altro, come una sola parola, Karl era del tutto confuso – ‘ e mi sono sempre comportato magnificamente, sono stato lodato, ero un lavoratore secondo il gusto dei capitani, e per parecchi anni sono stato sullo stesso mercantile a vela’ – e si alzò come se questo fosse stato il punto più alto della sua vita – ‘ e qui su questa bagnarola, dove tutto va secondo il suo filo, dove non si richiede nessuna intelligenza, qui non conto nulla, qui sto sempre tra i piedi a Schubal, sono un buono a nulla, mi merito di essere buttato fuori e ricevo il mio salario per grazia. Capisce? Io no.’ ‘Questo Lei non deve permetterlo’, disse Karl agitato. Aveva quasi perduta la sensazione di trovarsi sul pavimento insicuro di una nave, sulle coste di un continente sconosciuto, tanto a suo agio si trovava sul letto del fochista come a casa sua. ‘E’ stato già dal capitano? Ha cercato di far valere i suoi diritti con lui?’ ‘Ah, se ne vada, è meglio che se ne vada. Non voglio più averla qui. Lei non ascolta ciò che io dico e mi dà consigli. Come potrei andare dal capitano!’ e nascondendo il viso tra le mani, il fochista si mise di nuovo a sedere.
‘Non potevo dargli un consiglio migliore’ si disse Karl. E trovò che sarebbe molto meglio andare a riprendersi la valigia, piuttosto che restare lì a dare consigli, che erano per giunta ritenuti stupidi. Quando il padre gli aveva dato per sempre la valigia, aveva chiesto per scherzo: ‘Quanto ti durerà?’e adesso questa preziosa valigia era forse già perduta sul serio. L’unica consolazione era pur sempre che il padre non sarebbe stato informato dell’attuale situazione, neanche se avesse voluto prendere informazioni. La Società di Navigazione avrebbe potuto soltanto dire che egli era sbarcato a New York.

Da Amerika, Franz Kafka, 1927

A Caccia Del Tesoro Il Marinaio

Antonello da Messina, Ignoto Marinaio, c.ca 1465

Diversi mesi fa lessi di un’iniziativa promossa dalla Società Dante Alighieri (www.ladante.it) che invitava i lettori ad adottare una parola e diventare così custode della stessa per un anno. Bastava allora sceglierne una per aggiudicarsene l’affido e il compito di diffonderla, in modo da affermarne il significato, delle volte sconosciuto o frainteso, nel linguaggio colloquiale, informale, scritto e verbale. L’iniziativa mi piacque molto così decisi anch’io di adottare, indovinate, la parola ipnagogico, aggettivo, secondo il mio dizionario Encarta: Detto di immagini visive che si formano mentre ci si addormenta o mentre ci si sveglia.
L’idea era quella di citarla spesso nei miei post, mentre io mi sono limitata appena a confermarla tutte le volte che ho postato, e di riflesso anche voi tutte le volte che siete venuti a trovarmi.
Qualche ora fa ho ripreso in mano un romanzo di Vincenzo Consolo, un autore siciliano, di difficile lettura ma interessante. Il romanzo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, è ambientato in Sicilia – tra Cefalù, Messina, le Isole Eolie – in pieno Risorgimento, e racconta di un quadro dipinto da Antonello da Messina , noto come l’ignoto marinaio, ritrovato dal barone Enrico Pirajno di Mandralisca nella bottega di uno speziale di Lipari.
Ora, stavo leggendo una pagina quando tra le righe, e senza pudore, è saltata fuori la parola ‘sticchio’, una parola che davvero non sentivo da quando ero bambina e mi ha letteralmente fatta tossire di risate. Sticchio, i siciliani lo sapranno bene, significa vagina, e non so se viene usata ancora (pronunciarla sarebbe volgare quasi quanto parlare il dialetto, di cui tanti si vergognano, storpiando l’italiano), ma a me ricorda i cori dei bambini che la canzonavano a noi femminucce misericordiose, ancora vergini e immacolate, per farci arrossire di vergogna e scappare via, a gonne strette tra le gambe. Beata fanciullezza.
Sticchio sticchio sticchio
Io ho un debole per le parole. Quanto più inusitate, tanto più mi piacciono. Trovo certe parole hanno davvero il potere di fare il solletico, l’occhiolino, dare buffetti, provocare. Non è facile trovarne leggendo, ma quando le trovo, io mi entusiasmo, e di allegria. Per via del suono, che trovo buffo. Per via del significato, che delle volte sembra stridere rispetto al suono. Sarei capace di trascorre ore a sfogliare un vocabolario pur di rintracciarle e bearmene. Questo romanzo di Consolo ne offre parecchie, così ho pensato di raccogliere in questo post quelle che mi sono capitate sott’occhio finora, e aggiungerne di altre, le mie preferite. Inviterei ognuno di voi a suggerirmi quelle che più vi piacciono e a cui siete affezionati, sarebbe divertente condividerle

Le parole apriti-sesamo di questa notte:

-agave: s. f. Pianta rizomatosa delle Liliflore con foglie carnose radicali disposte a rosetta, scapo alto simile a un candelabro e infiorescenze a pannocchia
-busillis: s. m. inv. Difficoltà, punto difficile, nelle locuz. : qui sta il –b; questo è il –b.
-burnus: s. m. inv. Ampio mantello tagliato in un solo pezzo, gener. con cappuccio, usato dalle popolazioni arabo-berbere.
-maroso: s. m. Grossa onda di mare in burrasca.
-verone: s. m. (lett.) Terrazzo scoperto, balcone.
-arpagone: s. m. Persona estremamente avara. ETIMOLOGIA: dal nome del protagonista di una commedia di Molière del 1668, già in Plauto (tratto dal lat. harpago, harpagonis ‘uncino’).
-misirizzi: s. m. inv. Giocattolo a forma di pupazzo, imbottito di piombo alla base in modo che tende sempre a drizzarsi.
-austro: s. m. 1 Vento umido e caldo che soffia da mezzogiorno; SIN. Ostro. 2 (lett.) Mezzogiorno.
-uzza: s. f. (pop., tosc.) Aria pungente, della sera o del primo mattino.
-wapiti: Mammifero ruminante degli Ungulati dell’America del Nord, con pelame bruno e corna assai sviluppate, simile al cervo.
-soling: s. m. Grande imbarcazione a vela da regata, a scafo tondo e deriva fissa.
-soirèe: s. f. inv. (pl. franc. soirees) Festa mondana, elegante che ha luogo la tarda sera.
-musmè: s. f. inv. Giovane donna giapponese.
-murice: s. m. Mollusco marino dei Gasteropodi con conchiglia robusta, rugosa, fornita di spine.
-inopia: s. f. (lett.) Povertà assoluta.
-fonovaligia: s. f. (pl. -gie ) Giradischi portatile munito di apparecchiatura amplificatrice e altoparlante, contenuto in apposita valigia.
-edredone: s. m. Anatra marina delle zone nordiche dal bel piumaggio nero e bianco.
-briccica: s. f. (tosc.) Oggetto, lavoro, di poca importanza | Inezia, minuzia.
-eccì: interiez. riproduce il suono di uno starnuto.
e.e

Degli Abeti E Del Barone Rampante

Illustration by Terry Fan

La campagna, che meraviglia, secca, arsa dal sole, il frinire delle cicale, il gracidio dei corvi, le balle di fieno, onde alte, onde basse, onde alte, onde basse, che disegnano ricami di spuma dorata nei campi fiatati dallo scirocco, e il Mediterraneo, dietro i muretti a secco, a pennellate di cielo e nuvole oltre il limitare della terra cotta. I papaveri. I girasoli.
C’è una pineta vicino casa dove vado quasi tutti i giorni, a correre e passeggiare; qualche anno fa un incendio ha bruciato diversi ettari di terreno impoverendo di molto il paesaggio e privandolo del verde che prima ossigenava l’aria e offriva frescura nelle colline. Mi piacerebbe riconoscere la varietà di uccelli che mi capita di vedere, spesso piccoli come passerotti e con le ali sfumate di azzurro e giallo; un giorno mi è capitato incontrare un riccio, un altro un paio di volpi (sebbene potrebbe trattarsi delle guardie forestali che si aggirano tra i cespugli e a tarda sera spiano le coppiette appartate in macchina nelle aree di sosta).
Sapevate i celti usavano assegnare un albero ai giorni del caldendario, che si distingue dal nostro perchè inizia il primo giorno di novembre, e in base allo studio delle costellazioni minori associare un albero alla nascita di ciascun individuo. Secondo la tradizione celtica io sono un abete.
Tra gli alberi che punteggiano di verde le colline della pineta, ci sono molti cipressi, abeti, lecci e oleandri, che amo particolarmente per via del portamento arbustivo e i meravigliosi fiori. Pare il fusto e le foglie dell’oleandro particolarmente velenosi. Natura matrigna e ingannevole.
Stamattina, passeggiando tra i pini, mi è venuto in mente Il barone rampante, di Italo Calvino, che da ragazzino litiga col padre e sale su un albero per trascorrere tra i rami tutta la vita; il romanzo è ambientato nel settecento ed evoca molto il racconto filosofico di Diderot e Voltaire, le avventure di Crusoe disperso in un’isola deserta, le sfide di Fogg in giro per il mondo in ottanta giorni. Il giovane Cosimo si arrampica di ramo in ramo e di albero in albero supera confini, vive avventure, legge romanzi, conosce uomini (persino Napoleone, persino lo zar di Russia), fantastica di uno stato ideale alla maniera di Platone, si innamora. Sullo sfondo la campagna ligure e i botti della Rivoluzione Francese.
Ho ritrovato questo libro a casa dei miei, in soffitta, dentro una scatola ricoperta di polvere e sporcizia. La libreria del soggiorno di casa è già troppo piena di prestigiose bomboniere e cornici e fronzoli, perchè vi rimanga spazio libero da stanziare a carabattole inutili come i libri, per scrupolo meglio depositati nel garage.
Mi rendo conto non è carino, ma mi piace riportare appena le pagine conclusive del romanzo, che io amo molto, e  danno speranza. La speranza di salire su una mongolfiera e viaggiare lontano, almeno con l’immaginazione.
A parlare è il fratello di Cosimo, che scrive

Ora io non so che cosa ci porterà questo secolo decimonono, cominciato male e che continua sempre peggio. Grava sull’Europa l’ombra della Restaurazione; tutti i novatori – giacobini o bonapartisti che fossero – sconfitti; gli ideali della giovinezza, i lumi, le speranze del nostro secolo decimottavo, tutto è cenere.
Io confido i miei pensieri a questo quaderno, nè saprei altrimenti esprimerli: sono stato sempre un uomo posato, senza grandi slanci o smanie, padre di famiglia, nobile di casato, illuminato di idee, ossequiente alle leggi. Gli eccessi della politica non m’hanno dato mai scrolloni troppo forti, e spero che così continui. Ma dentro, che tristezza!
Prima ero diverso, c’era mio fratello; mi dicevo: ‘c’è già lui che ci pensa’ e io badavo a vivere. Il segno delle cose cambiate per me non è stato nè l’arrivo degli Austrorussi nè l’annessione al Piemonte nè le nuove tasse o che so io, ma il non veder più lui, aprendo la finestra, lassù in bilico. Ora che lui non c’è, mi pare che dovrei pensare a tante cose, la filosofia, la politica, la storia, seguo le gazzette, leggo i libri, mi ci rompo la testa, ma le cose che voleva dire lui non sono lì, è altro che lui intendeva, qualcosa che abbracciasse tutto, e non poteva dirla con parole ma solo vivendo come visse. Solo essendo così spietatamente se stesso come fu fino alla morte, poteva dare qualcosa a tutti gli uomini.
Ricordo quando s’ammalò. Ce ne accorgemmo perchè portò il suo giaciglio sul grande noce là in mezzo alla piazza. Prima, i luoghi dove dormiva li aveva sempre tenuti nascosti, col suo istinto selvatico. Ora sentiva bisogno d’essere sempre in vista degli altri. A me si strinse il cuore: avevo sempre pensato che non gli sarebbe piaciuto di morire solo, e quello forse era già un segno. Gli mandammo un medico, su con una scala; quando scese fece una smorfia ed allargò le braccia.
Salii io sulla scala – Cosimo, – principia a dirgli, – hai settantacinque anni passati, come puoi continuare a star lì in cima? Ormai quello che volevi dire l’hai detto, abbiamo capito, è stata una gran forza d’animo la tua, ce l’hai fatta, ora puoi scendere. Anche per chi ha passato tutta la vita in mare c’è un’età in cui si sbarca.
Macchè. Fece di no con la mano. Non parlava quasi più. S’alzava, ogni tanto, avvolto in una coperta fin sul capo, e si sedeva su un ramo a godersi un po’ di sole. Più in là non si spostava. C’era una vecchia del popolo, una santa donna (forse una sua antica amante), che andava a fargli le pulizie, a portargli piatti caldi. Tenevamo la scala a pioli appoggiata contro il tronco, perchè c’era sempre bisogno d’andar su ad aiutarlo, e anche perchè si sperava che si decidesse da un momento all’altro a venir giù. (Lo speravano gli altri; io lo sapevo bene come lui era fatto). Intorno, sulla piazza c’era sempre un circolo di gente che gli teneva compagnia, discorrendo tra loro e talvolta anche rivolgendogli una battuta, sebbene si sapesse che non aveva più voglia di parlare.
S’aggravò. Issammo un letto sull’albero, riuscimmo sistemarlo in equilibrio; lui si coricò volentieri. Ci prese un po’ il rimorso di non averci pensato prima: a dire il vero lui le comodità non le rifiutava mica: pur che fosse sugli alberi, aveva sempre cercato di vivere meglio che poteva. Allora ci affrettammo a dargli altri conforti: delle stuoie per ripararlo dall’aria, un baldacchino, un braciere. Migliorò un poco, e gli portammo una poltrona, le assicurammo tra due rami; prese a passarci le giornate, avvolto nelle sue coperte.
Un mattino invece non lo vedemmo nè in letto nè in poltrona, alzammo lo sguardo, intimoriti: era salito in cima all’albero e se ne stava a cavalcioni d’un ramo altissimo, con indosso solo una camicia.
-Che fai lassù?
Non rispose. Era mezzo rigido. Sembrava stesse là in cima per miracolo. Preparammo un gran lenzuolo di quelli per raccogliere le olive, e ci mettemmo in una ventina a tenerlo teso, perchè ci s’aspettava che cascasse.
Intanto andò su un medico; fu una salita difficile, bisognò legare due scale una sull’altra. Scese e disse: -Vada il prete.
C’eravamo già accordati che provasse un certo Don Pericle, suo amico, prete costituzionale al tempo dei Francesi, iscritto alla Loggia quando ancora non era proibito al clero, e di recente riammesso ai suoi uffici dal Vescovado, dopo molte traversie. Salì coi paramenti e il ciborio, e dietro il chierico. Stette un po’lassù, pareva confabulassero, poi scese. – Li ha presi i sacramenti, allora, Don Pericle?
-No, no, ma dice che va bene, che per lui va bene -. Non si riuscì a cavargli di più.
Gli uomini che tenevano il lenzuolo erano stanchi. Cosimo stava lassù e non si muoveva. Si levò il vento, era libeccio, la vetta dell’albero ondeggiava, noi stavamo pronti. In quella in cielo apparve una mongolfiera.
Certi aeronauti inglesi facevano esperienze di volo in mongolfiera sulla costa. Era un bel pallone, ornato di frange e gale e fiocchi, con appesa una navicella di vimini: e dentro due ufficiali con le spalline d’oro e le aguzze feluche guardavano col cannocchiale il paesaggio sottostante. Puntarono i cannocchiali sulla piazza, osservando l’uomo sull’albero, il lenzuolo teso, la folla, aspetti strani del mondo. Anche Cosimo aveva alzato il capo, e guardava attento il pallone.
Quand’ecco la mongolfiera fu presa da una girata di libeccio; cominciò a correre nel vento vorticando come una trottola, e andava verso il mare. Gli aeronauti, senza perdersi d’animo, s’adoperavano a ridurre – credo – la pressione del pallone e nello stesso tempo srotolarono giù l’ancora per cercare d’afferrarsi a qualche appiglio. L’ancora volava argentea nel cielo appesa a una lunga fune, e seguendo obliqua la corsa del pallone ora passava sopra la piazza, ed era pressapoco all’altezza della cima del noce, tanto che temevamo colpisse Cosimo. Ma non potevamo supporre quello che dopo un attimo avrebbero visto i nostri occhi.
L’agonizzante Cosimo, nel momento in cui la fune dell’ancora gli passò vicino, spiccò un balzo di quelli che gli erano consueti nella sua gioventù, s’aggrappò alla corda, coi piedi sull’ancora e il corpo raggomitolato, e così lo vedemmo volar via, trascinato nel vento, frenando appena la corsa del pallone, e sparire verso il mare..
La mongolfiera, attraversato il golfo, riuscì ad atterrare poi sulla riva. Appesa alla corda c’era solo l’ancora. Gli aeronauti, troppo affannati a cercar di tenere la rotta, non s’erano accorti di nulla. Si suppose che il vecchio morente fosse sparito mentre volava in mezzo al golfo.
Così scomparse Cosimo, e non ci diede neppure la soddisfazione di vederlo tornare sulla terra da morto. Nella tomba di famiglia c’era una stele che lo ricorda con scritto: ‘Cosimo Piovasco di Rondò – Visse sugli alberi – Amò sempre la terra -Salì in cielo’.

Ogni tanto scrivendo m’interrompo e vado alla finestra. Il cielo è vuoto, e a noi vecchi d’Ombrosa, abituati a vivere sotto quelle verdi cupole, fa male agli occhi guardarlo. Si direbbe che gli alberi non hanno retto, dopo che mio fratello se n’è andato, o che gli uomini sono stati presi dalla furia della scura. Poi, la vegetazione è cambiata:non più i lecci, gli olmi, le roveri: ora l’Africa, l’Australia, le Americhe, le Indie allungano fin qui rami e radici. Le piante antiche sono arretrate in alto: sopra le colline gli olivi e nei boschi dei monti pini e castagni; in giù la costa è un’Australia rossa d’eucalipti, elefantesca di ficus, piante da giardino enormi e solitarie, e tutto il resto è palme, coi loro ciuffi scarmigliati, alberi inospitali del deserto.
Ombrosa non c’è più. Guardando il cielo sgombro, mi domando se davvero è esistita. Quel frastaglio di rami e foglie, biforcazioni, lobi, spiumii, minuto e senza fine, e il cielo solo a sprazzi irregolarie e ritagli, forse c’era solo perchè ci passasse mio fratello col suo leggero passo di codibugnolo, era un ricamo fatto sul nulla che assomiglia a questo filo d’inchiostro, come l’ho lasciato correre per pagine e pagine, zeppo di cancellature, di rimandi, di sgorbi nervosi, di macchie, di lacune, che a momenti si sgrana in grossi acini chiari, a momenti si infittisce in segni minuscoli come semi puntiformi, ora si ritorce su se stesso, ora si biforca, ora collega grumi di frasi con contorni di foglie o di nuvole, e poi s’intoppa, e poi ripiglia a attorcigliarsi, e corre e corre e si sdipana e avvolge un ultimo grappolo insensato di parole idee sogni ed è finito.
(1957)

da Il Barone Rampante, Italo Calvino, 1957

Circa Padri e Figli di Ivan Sergeevič Turgenev

Leggevo un articolo molto spassoso su Russia Oggi, il corrispondente italiano di Russia Beyond the Headlines, che ha attirato la mia attenzione specialmente per il titolo
Come piagnucolare in russo | Russia Oggi.
L’allusione è provocatoria e si riferisce al vizietto di lamentarsi, che è tipico dei russi e rappresenta uno stereotipo del folclore slavo; lamentarsi molto, per tutto, di tutto, quindi rimediare sdrammatizzando, con molta ironia, e a seconda delle trattative, invitando a mangiare e mangiando. Bevendo, giocando a scacchi, mangiando, dissertando, borbottando, mangiando, sparandola a casaccio, contro lo zar, il padrone, il vicino di casa, l’amante, la moglie, il marito, l’ispettore, i figli, i servi, Dio.
Una delle difficoltà maggiori nello studio della lingua russa consiste anche e specialmente nella quantità/varietà di verbi che in russo si coniugano soltanto al presente e all’imperativo, ma variano a seconda del tempo. Ci saranno dei verbi per parlare al presente, degli altri per parlare al passato, e degli altri ancora per parlare al futuro; ognuno di questi verbi dipenderà dall’aspetto, imperfettivo e perfettivo, e dall’azione, da quando l’azione avviene, è avvenuta, avverrà. Da quando l’azione si esprime attraverso il verbo (quindi parte), a quando il verbo la conferma attraverso l’azione compiuta (quindi arriva), c’è una gamma pressochè incredibile di verbi in cui questa può esprimersi nel tempo, e attraverso il tempo. E voi capite certe peripezie funambolesce fatte a pancia piena e un tanto brilli, richiedono tempo perchè avvengano in fatti e all’ora conveniente.
L’articolo che ho letto propone un elenco dei verbi più utilizzati in russo per piagnucolare

Жаловаться (lamentarsi). E’ un termine neutrale per lamentele di ogni tipo. Un dottore ad esempio potrebbe chiedervi: На что жалуетесь? (“Qual è il problema?” oppure “Dove le fa male?”). Oppure la vostra dolce metà potrebbe chiedervi: На что ты жалуешься? (letteralmente “Di cosa ti lamenti?”). Che in realtà significa: “Mi sto consumando le dita per te facendo un lavoro che odio e cercando di sopportare tuo nonno che vive insieme a noi, e pensi di avere qualcosa di cui lamentarti?”. Unica risposta possibile: Да нет, милый. Ешь (“Ma no, tesoro. Mangia qualcosa”).

via Come piagnucolare in russo | Russia Oggi.

Se guardo alla letteratura russa dell’800 c’è uno stereotipo ideale che si ripete in molti autori, e conferma nella figura di un uomo, pressochè trentenne, di origine borghese, cresciuto in un ambiente familiare stimolante dal punto di vista culturale, e accomodante, dal punto di vista economico, educato nei migliori istituti locali e all’estero, quindi riconciliato al ruolo di ammistratore dell’azienda familiare. Ci sono in lui molte tensioni ideali e molte sono le occasioni di conflitto, che a seconda dell’autore, portano a esiti differenti. Per esempio in Padri e Figli di Turgenev, il figlio trentenne di un modesto proprietario terriero, ritorna alla tenuta del padre da San Pietroburgo, dove ha studiato, e porta con sè un caro compagno di studi, Bazarov, che per la prima volta appare nella scena letteraria come il Nichilista, colui che esaspera accesi dibattiti, ora uno scontro tra ferreo materialismo e appasionato idealismo, ora uno smacco al conservatorismo e uno schiaffo antitradizionalista, il richiamo a un certo progressismo.
Se volessimo attualizzare questo romanzo, questo romanzo offrirebbe noi molti spunti di riflessione.
Per esempio, tema elezioni, mi chiedo quali sono le ragioni che spingono un popolo a dover scegliere, passivamente, fra A, B, C, e non creare, attivamente, tutto un alfabeto di possibilità e di alternative alla storia. Io credo il principio prima che di fatto, ideale. Perchè da Creato l’Individuo non evolve a Creatore. Perchè l’Individuo si limita a scegliere e non a creare e a operare una scelta. Perchè c’è sempre e solo una minoranza che decide, e una maggioranza che sceglie.

Ho trovato sulla Repubblica un vecchio articolo che riguarda il romanzo e ne fa una critica molto interessante

Il nichilismo si intitolava la prima traduzione italiana di Padri e figli, pubblicata nel 1879, quando l’autore aveva da tempo lasciato la Russia, dove il libro era divenuto un caso politico prima ancora che letterario, e viveva in Francia, godendo del pieno riconoscimento e dall’amicizia di altri grandi narratori, come Flaubert e Henry James. Il titolo italiano identificava il romanzo di Turgenev con il tema che più aveva fatto scalpore sia in patria che all’estero: la comparsa sulla scena russa di personaggi nuovi e ancora da interpretare, cui l’autore – grande creatore di figure paradigmatiche – aveva dato un nome dal sapore ambiguo (“nichilisti”), ma destinato a grande fortuna; anche in Occidente la letteratura e la pubblicistica di terzo e quart’ordine ne avrebbero fatto un uso ampio e indiscriminato, attribuendolo a improbabili, ma molto esotiche figure di rivoluzionari e terroristi russi. E, a proposito di personaggi letterari, la diffusione delle opere di Turgenev in Europa non fu estranea al fortunato cliché che voleva le donne russe energiche e pronte al sacrificio, a differenza dei loro compagni, i cui nobili ideali non riuscivano a tradursi in azioni positive. A quest’ultimo tipo letterario, familiare ai lettori russi dell’Ottocento, che ne riconoscevano le motivazioni non solo psicologiche, ma anche sociali e politiche, fu dato un nome, “uomini superflui”, entrato nell’uso comune proprio quando Turgenev diede alle stampe nel 1850 il suo Dnevnik lisnego celoveka (Diario di un uomo superfluo).

L’aderenza alla realtà è spesso ancorata nei romanzi di Turgenev a una cornice temporale non del tutto coincidente con la contemporaneità; per i lettori attenti alla rapida evoluzione della situazione politica e sociale era dunque naturale considerare il racconto in prospettiva storica, associandovi una precisa temperie culturale e ideologica. In Padri e figli questa cronologia fortemente evocativa caratterizza le biografie di Nikolaj e Pavel Kirsanov, ed è esplicita fin dalla prima pagina, in cui il ritorno dagli studi del giovane Arkadij, accompagnato dall’amico Bazarov, è datato 20 maggio 1859, dunque entro un contesto di attese e discussioni che all’epoca della pubblicazione del romanzo apparteneva ormai al passato. Nel 1861, infatti, era stata proclamata l’emancipazione dei servi della gleba, che aveva segnato uno spartiacque nella storia dell’Ottocento russo, polarizzando ulteriormente le divisioni in seno all’intelligencija, che già si erano delineate nel periodo precedente; e Bazarov, con la sua negazione radicale che non implica ancora un chiaro progetto per il futuro (non a caso l’opera si conclude con la sua morte), era l’eroe di questa fase di transizione, dopo la quale gli “uomini nuovi” degli anni Sessanta avrebbero imboccato vie diverse: dall’”andata al popolo”, al terrorismo, all’adesione al programma socialista.

I segni della transizione si riconoscono nel paesaggio che si stende davanti agli occhi di Arkadij al suo arrivo a Mar’ino: la campagna impoverita, come i suoi proprietari, cui i contadini non pagano il tributo, il bestiame affamato, il bosco venduto per far fronte ai debiti: lo spettacolo strappa al giovane una sconsolata conclusione: “[il paese] non può rimanere così, non può, sono necessarie delle riforme… ma come attuarle, da cosa iniziare?” (pp. 11-12 ). L’amministrazione dei beni e le difficoltà economiche sono una preocupazione costante per i fratelli Kirsanov (padre e zio di Arkadij), il primo pacioso e sostanzialmente inoffensivo proprietario terriero, il secondo alquanto caricaturale per la sua anglofilia trapiantata nella provincia russa. Nei “padri”, spesso di idee liberali, ma deboli e inconsistenti, Turgenev riconosceva caratteristiche sue e dei suoi coetanei; egli evitò a ragion veduta di attribuire loro tratti smaccatamente negativi (crudeltà, corruzione, sfruttamento dei contadini), affinché la ribellione dei “figli” non sembrasse nata da motivazioni psicologiche individuali, ma ne emergesse il valore storico, generazionale. Come scrisse poco dopo l’uscita del romanzo in una lettera a K.K. Slucevskij (14/26 aprile 1862), “Tutti i veri contestatori che ho conosciuto […] provenivano da genitori relativamente buoni e onesti. E in questo c’è un senso molto grande […]. Essi seguono la propria strada per il semplice fatto che sono più ricettivi rispetto alle esigenze della vita del popolo”.

Bazarov è figlio di un medico, e dunque appartiene al ceto dei raznocincy, i non nobili che si stavano facendo strada nella società russa con idee nuove e radicali, estranee ai valori dell’aristocrazia e dell’intelligencija liberale. Egli fa professione di scientismo e utilitarismo, non ha interesse per l’arte, definisce “romanticismo” l’esibizione di nobili sentimenti e i compiacimenti estetici dei suoi ospiti, ma non idealizza neppure i contadini e le loro tradizionali forme associative: il suo atteggiamento è sarcastico o indifferente non solo ai temi filosofici su cui si erano arrovellati nei decenni precedenti slavofili e occidentalisti, ma anche ai problemi che negli ultimi tempi appassionavano gli intellettuali, dalla questione femminile al futuro delle comunità contadine di villaggio. Bazarov rappresenta dunque un fenomeno inedito, non inquadrabile in categorie note, come pretenderebbe di fare Pavel Petrovic (nel contrasto che li oppone nel cap. X); non cerca di fare proseliti ed è così consapevole della propria incompatibilità con il mondo dei Kirsanov, da lasciarsi trascinare nella discussione solo controvoglia. Il suo aspetto esteriore, la palandrana con le nappe, la scarsa cura dell’igiene personale e i modi rudi, senza cerimonie, suscitano la diffidenza di quanti (padroni o servitori) sono ligi alle convenzioni sociali, ma gli consentono di essere più facilmente accettato dagli umili e, non a caso, dal piccolo Mitja.

L’uscita del romanzo fu seguita da una lunga catena di polemiche, incomprensioni e accuse, al fondo delle quali vi era l’idea, largamente predominante in questo periodo, che, in assenza di un libero dibattito di idee, la letteratura in Russia avesse un ruolo sussidiario rispetto al discorso politico, e che compito della critica fosse di renderne esplicito il significato. Il giudizio estetico sull’opera richiedeva dunque in primo luogo che se ne valutasse l’aderenza alla realtà, in particolare per quanto concerneva la figura di Bazarov. A quali distorsioni potesse dar luogo l’equazione fra letteratura e vita lo dimostra il fatto che nel 1862, quando si sviluppò nella capitale un’ondata di incendi dolosi, allo scrittore si imputò da una parte di aver creato col suo libro un clima sovversivo, mentre dal fronte opposto lo si considerava quasi un delatore, corresponsabile dell’arresto e poi della deportazione di Cernysevskij. Con maggiore equilibrio, N. Strachov osservò che Turgenev aveva delineato un tipo la cui esistenza non era stata notata quasi da nessuno, e di cui solo in seguito tutti si erano accorti; ma l’interazione fra letteratura e vita divenne ancora più stretta quando il personaggio letterario fu di nuovo restituito alla realtà come modello di costume, generando fenomeni di imitazione e identificazione.

Il secondo punto in discussione riguardava il modo in cui Turgenev aveva rappresentato la figura di Bazarov e il fenomeno nichilista. Lo scrittore non negò la propria estraneità alle idee del suo personaggio, ma ammise anche di aver provato per lui un’”involontaria attrazione” durante la gestazione del romanzo. Spiegò inoltre che i tratti sgradevoli del protagonista erano dovuti alle circostanze della sua vita e non a un arbitrio dell’autore, ed aggiunse un’interessante notazione sul proprio metodo: le interpretazioni discordanti dei lettori erano dovute, a suo modo di vedere, alla novità del personaggio e al fatto che Bazarov non aveva goduto, come altri tipi letterari (e citava ad esempio il puskiniano Onegin e il lermontoviano Pecorin), di un periodo iniziale di idealizzazione e di esaltazione, ma era stato subito proposto in modo critico, senza indicazioni univoche per la lettura.

Le dispute sull’orientamento ideologico di Padri e figli hanno a lungo oscurato la parziale identificazione di Turgenev col suo protagonista, al quale prestò qualcosa del proprio pessimismo schopenhaueriano; pochi colsero (e non a caso, fra di essi, Dostoevskij) il significato non solo contingente della figura di Bazarov e la tragicità che, nelle intenzioni del suo autore, doveva esserne un elemento costitutivo. Alla richiesta di dare finalmente alla letteratura russa un eroe attivo, Turgenev rispondeva creando non una figura idealizzata, ma “un lupo”, un personaggio enigmatico che egli stesso non sapeva se amare o no; ma non perdeva occasione per sottolinearne la superiorità rispetto all’ambiente che lo circondava e la propria assenza di tendenziosità nel raffigurarlo.

Il nichilismo di Bazarov è frutto della visione pessimista dell’autore, testimone di una frattura profonda nella società russa fra gli “uomini superflui” della sua generazione e quanto di nuovo si stava delineando: selvaggio, forte e onesto, “e tuttavia condannato a soccombere, perché resta ancora sulla soglia del futuro”, come scrisse nella lettera già citata a K. Slucevskij. Lo vedeva come una creatura che si potrebbe definire michelangiolesca, “a metà emersa dal terreno”, nobile, eppure solitaria nella sua negazione radicale e nella superbia intellettuale, di cui non può sfuggire la parentela con tanti personaggi dostoevskijani (Delitto e castigo apparve quattro anni dopo): la sua ulteriore evoluzione è la “distruzione della fede in regole valide per tutti, il ‘non c’è nulla di sacro’” che è all’origine del mondo del sottosuolo.

Introduzione a “Padri e figli” di Ivan Turgenev via Repubblica.it/SPECIALE- La biblioteca di Repubblica.

On Great Immaturity of Humanity and Pornografia by Witold Gombrowicz

‘All writers are vain, selfish and lazy, and at the very bottom of their motives there lies a mystery. Writing a book is a horrible, exhausting struggle, like a long bout of some painful illness. One would never undertake such a thing if one were not driven on by some demon which one can neither resist nor understand.’
George Orwell
Da adolescente avevo una cotta per Andrea De Carlo. Avevo una cotta per De Carlo perchè Andrea, a differenza degli altri scrittori italiani che leggevo, era l’unico ad ascoltare i Rolling Stones in macchina, a vivere in una casa sperduta in campagna, ad essere caduto da cavallo (rimanendovi paralizzato per metà del corpo), a suonare la chitarra, e teneva sempre a esibire quell’aria posticcia e cagionevole, romantica e decandente, che ai tempi deve aver esercitato su di me un forte appeal.
Mi ricordo com’è iniziata; avevo 15 anni, vivevo ancora a casa dei miei, lavoravo nel negozio di dischi in via Natoli e Irene, la proprietaria del negozio, usava tenere i libri di Andrea sotto la cassa, in uno scaffale. L’infatuazione è partita con ‘Treno di Panna’, è proseguita con ‘Due di Due’,‘Nel momento’,‘Di noi tre’, ha raggiunto il sublime, l’apice della parabola d’amore con ‘Arco d’Amore’, e si è esaurita con ‘Pura Vita’. Non ricordo più neanche perchè. Anzi me lo ricordo, a un certo punto mi sono accorta De Carlo è un uomo. E borghese. Delle volte inconcludente, polemico, vanitoso, pigro, egocentrico, bugiardo, noioso. Come tutti gli uomini, proletari e me compresa. Quello che voglio dire è che vedendo in De Carlo l’uomo, ho smitizzato l’eroe e un assoluto, la sua proiezione ideale, che ho ridotto a pura finzione. Imparando a distinguere l’eroe dall’uomo, e l’uomo dallo scrittore, avrei dovuto imparare anche a distinguere la realtà dalla finzione. Missione fallita, quello di idealizzare gli uomini e innamorarmi degli scrittori che leggo è un vizio che continuo ad avere e in parte è dovuto al fatto che sono un soggetto bipolare con tendenza al delirio d’amore e alla sindrome dell’amante immaginario di De Clérembault (erotomania di Esquirol inclusa); in parte perchè trascorro leggendo quasi tutto il tempo libero che mi rimane da lavoro (ragione per cui mi piace scegliere sempre con cura e attenzione gli scrittori che mi porto a letto); ma soprattutto perchè scrivendo uno scrittore dà il meglio di sè e io, che malamente resisto alla vanità del satiro, ne rimango lusingata, quite flattered indeed. C’è quel lato civettuolo di me che adora essere sedotto dalle parole, dalla loro disposizione, dalla logica che le tiene insieme e si sviluppa in concetti, non importa la materia del discorrere; io adoro l’idea di un uomo che pur di eccitare il mio interesse, la mia curiosità, la mia attenzione, trascorre ore, giorni, settimane, in alcuni casi anni, in posa creativa, sotto sforzo intellettuale, in piena tribolazione, pur di compiacere la mia immaginazione e farmi godere il libro. Fosse leggere un atto sessuale squisitamente intellettuale e il libro un oggetto del piacere oggettivamente.. scomodo, ne convengo. Non solo, credo un libro un atto d’amore. Tanto più bello il libro, tanto più significativa la generosità d’animo dello scrittore. La bellezza di un libro dipenderà dal grado di corrispondenza e impatto che questo avrà in oguno di noi, per questo trovo volgari certi ‘eliterismi’ di nicchia che tendono a classificare la qualità dei libri, dunque anche quella dei lettori.
Qualche tempo fa mi sono avvicinata alla lettura dello scrittore e drammaturgo polacco Witold Gombrowicz, di cui ho letto Cosmos; ieri ho ripreso il romanzo Pornografia, che trovo di difficile lettura in inglese ma interessante perchè scritto postumo agli anni di occupazione tedesca in Polonia, dunque in un clima di tensioni culturali che in seguito hanno compromesso la pubblicazione del romanzo e incoraggiato lo scrittore a emigrare in Argentina. Il romanzo sviluppa il concetto dell”immaturità’, tipica della giovinezza quanto dell’età adulta, nel primo caso una componente del carattere, socialmente condivisa, nel secondo rimproverata e resa oggetto di inevitabili finzioni e alterazioni della personalità; una delle ragioni che spinge alcune donne a chiedersi Ancora perchè l’uomo di una volta non esiste più; l’uomo di una volta non è mai esistito, è un mito, pura finzione letteraria, un’icona; secondo Gombrowicz, in età adulta quella immaturità verrebbe dall’uomo nascosta attraverso una maschera, che indossa e rappresenta un mito, il mito di sè stesso; quello del vincente, del temerario, dell’eroe, cui virtù, in verità, non lo rappresentano nella sostanza e infine rendono responsabile della propria infelicità.
La trama del romanzo vuole due anziani intellettuali di campagna sedotti dalla passionalità di una giovane coppia di amanti che inducono a commettere un crimine. Pulsioni di vita, pulsioni di morte, Eros, Thanatos
Dice Witold Gombrowicz nella prefazione al romanzo

‘I do not believe in a nonerotic philosophy. I do not trust any desexualized idea. It’s hard to believe that Hegel’s Science of Logic or Kant’s Critique of Pure Reason could have been conceived if their authors had not kept a certain distance from their bodies. But pure conscience, when it is hardly realized, must be steeped again in the body, in sex, in Eros; the artist must plunge the philosopher in enchantment, charm, and grace’

e continua

‘A Polish author once wrote to me asking about the philosophical meaning of Pornografia.
I replied:
‘Let us try to express ourselves as simply as possible. Man, as we know, aims at the absolute. At fulfillment. At truth, at God, at total maturity.. To seize everything, to realize himself entirely – this is his imperative.
‘Now, in Pornografia it seems to me that another of man’s aims appears, a more secret one, undoubtedly, one which is in some way illegal: his need for the unfinished..for imperfection..for inferiority..for youth’

Gombrowicz è maggiormente conosciuto per il romanzo di debutto Ferdydurke, pubblicato nel 1937, di cui Pornografia è l’epilogo

‘Ferdydurke is undoubtedly my basic work, the best introduction to what I am and what I represent. Written twenty years later, Pornografia originates from Ferdydurke. I should therefore say a few words about this book.
It’s the grotesque story of a gentleman who becomes a child because other people treat him like one. Ferdydurke is intended to reveal the Great Immaturity of humanity. Man, as he is described in this book, is an opaque and neutral being who has to express himself by certain means of behavior and therefore becomes, from outside – for others – far more definite and precise than he is for himself.
Hence a tragic disproportion between his secret immaturity and the mask he assumes when he deals with other people. All he can do is to adapt himself internally to his mask, as though he really were what he appears to be.
It can therefore be said that the man of Ferdydurke is created by others, that men create each other by imposing forms on each other, or what we would call facons d’etre.
Ferdydurke was published in 1937 before Sartre formulated his theory of the regard d’autrui. But it is owing to the popularization of Sartrean concepts that this aspect of my book has been better understood and assimilated.
And yet Ferdydurke ventures on other, lesser known ground, the word ‘form’ is associated with the word ‘immaturity’. How can this Ferdydurkean man be described? Created by form he is created from outside, in other words unauthentic and deformed. To be a man means to be oneself.
He is also a constant producer of form: he secretes form tirelessly, just as the bee secretes honey.
But he is also at odds with his own form. Ferdydurke is the description of the struggle of man with his own expression, of the torture of humanity on the Procrustean bed of form.
Immaturity is not always innate or imposed by others. There is also an immaturity which culture betters us against when it submerges us and we do not manage to hoist ourselves up to its level. We are ‘infantilized’ by all ‘higher’ forms. Man, tortured by his mask, fabricated secretly, for his own usage, a sort of ‘subculture’ : a world made out of the refuse of a higher world of culture, a domain of trash, immature myths, inadmissible passions.. a second domain of compensation. That is where a certain shameful poetry is born, a certain compromising beauty..
Are we not close to Pornografia?
[..] And what if Pornografia were an attempt to renew Polish eroticism? .. An attempt to revive an eroticism which would bear a stronger relationship to our destiny and our recent history – composed of rape, slavery, and boyish squabbles- a descent to the dark limits of the conscience and the body?’
Text entirely taken from Cosmos and Pornografia, Two novels by Witold Gombrowicz, Preface, 1985

SOFA’ SOGOOD # 4 DANGLING MAN BY SAUL BELLOW

Saul Leiter‘, ‘Phone Call’, NY, 1957

La mancata consegna di un premio Pulitzer alla letteratura per l’edizione di quest’anno ha lasciato tutti interdetti e aperto dibattiti circa la questione. Saul Bellow è l’unico scrittore americano ad essere stato insignito di 3 National book awards con i romanzi ‘The adventures of Augie March’, ‘Herzog’, e ‘Mr Sammler’s Planet‘; nel 1975 di un Pulitzer Prize per il romanzo Humboldt’s Gift; nel 1976 di un Nobel Prize in Literature ‘for the human understanding and subtle analysis of contemporary culture that are combined in his work’
Dangling man, primo dei suoi romanzi pubblicato nel 1944, anticipa l’intera produzione letteraria dello scrittore e sembra rispondere alle polemiche circa il futuro della letteratura. Bellow colloca l’uomo al centro dell’indagine letteraria e lo fa ponendo particolareggiata attenzione ai conflitti che derivano dal confronto con la società che lo circonda, lo opprime, lo ‘strania’ e verso cui prova un sentimento di alienazione. Il più della critica concerne stile della scrittura e gli elementi di cui Bellow si serve per configurare background e ragioni di un conflitto che rappresenta il teorema uomo – umanità – società moderna. E’ certo la sensibilità di Bellow nel trattare la materia umana deriva lui dall’essere figlio di mercanti ebrei emigrati in Canada e vissuti in Russia. Saul è ultimo di quattro figli cresciuti a Chicago e nati a Montreal. I genitori parlano fra loro ebraico e russo, i ragazzi inglese, yiddish e francese. L’identità culturale di Bellow attinge dalla ricca tradizione ebraica, francese e russa, e converge nella mistificazione e conseguente disillusione del sogno americano; sono gli anni della Grande Depressione, della grande immigrazione, del grande Gatsby, del quarto potere, della chiamata alle armi, del calypso e del rockabilly. Trovo il virtuosismo dell’America condensato tutto nell’intensità accelerata di quegli anni di grave crisi sociale che hanno piegato alle ginocchia milioni di persone e rimesso in discussione le sorti di una nazione intera. Io credo è stato soltanto allora che i bianchi si sono finalmente uniti ai neri, centinaia di lingue si sono mescolate alla lingua, decine di nazioni si sono strette in una, capace di risollevarsi dalle macerie attraverso duro lavoro, sacrifici e tanta immaginazione. Del virtuosismo americano amo il senso della possibilità, quel why not? che è ottimismo e apertura, un accogliere, uno sfidare la sorte, un giocare la partita, un pensare straordinario, immaginifico, lungimirante, in funzione del domani
Secondo il dizionario inglese che ho qui con me, to dangle ha due significati:
transitive and intransitive verb hang loosely: to swing or hang loosely, or cause something to swing or hang loosely
transitive verb offer something as inducement: to offer or display something as an enticement or inducement
Dangling man sembra appunto offrire an inducement, uno stimolo, un motivo, un incentivo a considerare la storia un punto d’arrivo e un’occasione di partenza, e l’uomo un ‘mezzo’, letteralmente un mezzo, a cui viene chiesto di attraversare il presente consapevolmente. In Dangling man Bellow attenta a descrivere da cosa deriva quella consapevolezza, che è coscienza individuale dunque esito sociale. Quella consapevolezza nasce da una colluttazione ideale di principi e forze opposte, ora l’esercizio di una volontà di potenza, il trionfo del Romanticismo, l’eroismo del Titano, ora l’assurdità delle guerre, un crollo di valori, l’oltre uomo in crisi esistenzialista, sviscerato dalla psicoanalisi e teso al  nichilismo e all’isolazione.
Il romanzo è una retrospettiva che procede per date e minuziose digressioni all’infanzia e alla giovinezza. Joseph, il protagonista, sembra guardarsi allo specchio e non riconoscersi nell’immagine che vede di sè; si agita, è nervoso, perde il senno, sembra non avere più il controllo della propria vita e sulle proprie emozioni
L’edizione che ho qui, della Penguin, è introdotta da J. M. Coetzee, che del romanzo dice nel finale
‘Dangling Man is long on reflection, short on action. It occupies the uneasy ground between the novella proper and the personal essay or confession. Various personages come onstage and exchange words with the protagonist, but beyond Joseph in his two sketchy manifestations there are no characters, properly speaking. Behind the figure of Joseph can be discerned the lonely, humiliated clerks of Gogol and Dostoevsky, brooding upon revenge; the Roquentin of Sartre’s Nausea, the scholar who undergoes a strange metaphysical experience that estranges him from the world; and the lonely young poet of Rilke’s Notebook of Malte Laurids Brigge. In this slim first book Bellow has not yet developed a vehicle adequate to the kind of novel he is feeling his way towards, one that will offer the customary novelistic satisfactions, including involvement in what feels like real- life conflict in a real-life world, and yet leave the author free to deploy his reading in European literature and thought in order to explore problems in contemporary life. For that step in Bellow’s evolution we will have to wait for Herzog (1964)
J. M. Coetzee
Ho amato questo libro dalla prima all’ultima pagina, e dalla prima all’ultima pagina questo libro ha lenito un po’ della mia solitudine e fatto stare bene, fossero state le parole un abbraccio, una mano che tiene la mano, una lettera che dà conforto.
Le parti del libro da citare sarebbero tantissime, ma ci sono due passi che fra tutti mi hanno colpita particolarmente

___________________________________________________________January 5

THIS AFTERNOON I emptied the closet of all its shoes and sat on the floor polishing them. Surrounded by rage, saddle soap, and brushes – the brown light of the street pressing in at the window, and the sparrows bickering in the dead twigs – I felt tranquil for a while and, as I set Iva’s shoes out in a row, I grew deeply satisfied. It was a borrowed satisfaction; it was doing something I had done as a child. In Montreal, on such afternoon as this, I often asked permission to spread a paper on the sitting- room floor and shine all the shoes in the house, including Aunt Dina’s with their long tongues and scores of eyelets. When I thrust my arm into one of her shoes it reached well above the elbow and I could feel the brush against my arm through the soft leather. The brow fog lay in St Dominique Street; in the sitting room, however, the stove shone on the devenport and on the oilcloth and on my forehead, drawing the skin pleasantly. I did not clean shoes because I was praised for it, but because of the work and the sensations of the room, closed off from the wet and the fog of the street, with its locked shutters and the faint green of the petal pipes along the copings of its houses. Nothing could have tempted me out of the house.
I have never found another street that resembled St Dominique. It was in a slum between a market and a hospital. I was generally intensely preoccupied with what went on in it and watched from the stairs and the windows. Little since then has worked upon me with such force as, say, the sight of a driver trying to raise his fallen horse, of a funeral passing through the snow, or of a cripple who taunted his brother. And the pungency and staleness of its stores and cellars, the dogs, the boys, the French and immigrant women, the beggars with sores and deformities whose like I was not to meet again until I was old enough to read of Villon’s Paris, the very breezes in the narrow course of that street, have remained so clear to me that I sometimes think it it the only place where i was ever allowed to encounter reality. My father blamed himself bitterly for the poverty that forced him to bring us up in a slum and worried lest I see too much. And I did see, in a curtainless room near the market, a man rearing over a blond woman on his lap. But less easily forgotten were a cage with a rat in it thrown on a bonfire, and two quarrelling drunkards, one of whom walked away bleeding, drops falling from his head like the first slow drops of a heavy rain in summer, a crooked line of drops left on the pavement as he walked.

_____________________________________________________________January 6

ABT HAS sent me a copy of a pamphlet he wrote on the government of the Territories. Expects a flattering comment, no doubt, and I shall have to rig one up. He will want me to tell him that no one else could have written such a pampleth. Suppose I were try to tell him what I thought of him. He would reply coldly, ‘I don’t know what you’re talking about.’ He has a way of turning aside everything he has no desire to understand.
Abt, more than anyone I have known, has lived continually in need of being consequential. Early in life he discovered that he was quicker, abler, than the rest of us, and that he could easily outstrip us in learning and in skills. He felt he could be great in anything he chose. We roomed together in Madison as freshmen. He was very busy that first year keeping us all his accomplishments, his music, his politics, his class work. Living with him had a bag effect on me, for I withdrew from any field he entered. People came from other campuses to consult him on doctrinal matters; no one had as much out-of-the-way information as he; he read foreign political journals the rest of us had never heard of, and reports of party congresses, those dun, mimeographed sheets on international decisions in France and Spain. No one was so subtle with opponents. Nor did many students get as much attention as he got from his teachers. A few were afraid of him and learned to avoid challenging him publicly. late afternoons, he played the piano. I would often stop by for him at the music building on the way to dinner and spend half an hour listening. He did not waste time maturing, he did not make any of the obvious mistakes. His hold was too good. That winter he was Lenin, Mozard, and Locke all rolled into one. But there was unfortunately not enough time to be all three. And so, in the spring, he passed through a crisis. It was necessary to make a choice. But, whatever it was he chose, that would be the most important. How could it be otherwise? He gave up attending meetings and practising the piano, he banished the party reports as trash, and decided to become a political philosopher. There was a general purge. Everything else went.
Anti-Duhring and The Critique of the Gotha Program sank to the rear of the bottom shelf of his bookcase and were supplanted at the top by Bentham and Locke. Now he had decided, and in dead earnestness the followed greatness. Inevitably, he fell short of his models. He would never admit that he wanted to become another Locke, but there was, wearing himself thin with the effort of the emulation, increasingly angry at himself, and unable to admit that the scale of his ambition was defeating him.
He is stubborn. Just as, in the old days, it disgraced him to confess that he was not familiar with a book or a statement that came under his jurisdiction, he now cannot acknowledge that his plan has miscarried. But then, it bothers him to be found guilty even of small errors. He does not like to forget a date or a name or the proper form of a foreign verb. He cannot be wrong, that is his difficulty. If you warn him that there is a fissure at his feet, he answers, ‘ no, you must be mistaken.’ But when it can no longer be ignored he says, ‘Do you see it?’ as though he has discovered it.
Of course, we suffer from bottomless avidity. Our lives are so precious to us, we are so watchful of waste. Or perhaps a better name for it would be the Sense of Personal Destiny. Tes, I think that is better than avidity. Shall my life one-thousandth of an inch fall short of its ultimate possibility? It is a different thing to value oneself, and to prize oneself crazily. And then there are our plants, idealizations. These are dangerous, too. They can consume us like parasites, eat us, drink us, and leave us lifelessly prostrate. And yet we are always inviting the parasite, as if we were eager to be drained and eaten.
It is because we have been taught there is no limit to what a man can be. Six hundred years ago, a man was what he was born to be. Satan and Church, representing God, did battle over him. He, by reason of his choice, partially decided the outcome. But whether, after life, he went to hell or to heaven, his place among other men was given. It could be contested. But, since, the stage has been reset and human being only walk on it, and, under this revision, we have, instead, history to answer to. We were important enough then for our souls to be fought over. Now, each of us is responsible for his own salvation, which is in his greatness. And that, that greatness, is the rock our hearts are abraded on. Great minds, great beauties, great lovers and criminals surround us. from the great sadness and desperation of Werthers and Don Juans we went to the great ruling images of Napoleons; from these to murderers who had that right over victims because they were greater than the victims; to men who felt privileged to approach others with a whip; to schoolboys and clerks who roared like revolutionary lions; to those pimps and subway creatures, debaters in midnight cafeterias who believed they could be great in treachery and catch the throats of those they felt were sound and well in the lassos of their morbidity; to dreams of greatly beautiful shadows embracing on a flawless screen. because of these things we hate immoderately and punish ourselves and one another immoderately. The fear of lagging pursues and maddens us. The fear lies in us like a cloud. It makes an inner climate of darkness. And occasionally there is a storm and hate and wounding rain out of us.

Text entirely taken from ‘Dangling Man’, by Saul Bellow, 1944

The Experimental Plagiarism. A Fake Novel Of Real Novels


Charles Earland – Intergalactic Love Song, off l’album Odyssey, del 1976. Ho impiegato settimane a ricordare titolo e autore di questo brano che, finalmente, ieri notte mi è venuto in mente e sembra confermare un sospetto di plagio. Il brano originale che me lo ricorda è di Donald Byrd, Flight time, del 1973. Il pezzo di Earland ne è forse il rifacimento? Gli accordi iniziali di Intergalactic Love song sembrano ricordare quelli di Flight time e confermare il sospetto.
Ancora, qualche mese fa mi è capitato leggere un post su ‘You are not so smart‘, comparso poi in un altro blog, di un altro blogger americano, che si è indebitamente impossessato dell’articolo postandolo nel proprio blog e spacciandolo per proprio (il pezzo originale:The Overjustification Effect « You Are Not So Smart).
Il plagio, è il caso di dirlo, non è una novità; quell’articolo comparso a pagina 52 del New Yorker di febbraio,’The Plagiarist’s Tale‘ (Quentin Rowan, a.k.a. Q. R. Markham, Plagiarism Addict : The New Yorker, da me citato nel pezzo su Beckett della settimana scorsa), racconta appunto di questo scrittore esordiente americano, Quentin Rowan, cui romanzo ‘Assassin of Secrets’ è stato ritirato dal mercato perchè contenente una copiosa riproduzione di paragrafi ‘ritagliati’ da altri romanzi e indebitamente ‘incollati’ nel proprio. Non conoscessimo certe dinamiche che ruotano intorno al settore editoriale, verrebbe da chiedersi com’è possibile nessuno, prima di pubblicarlo, si sia accorto del plagio; persino la critica aveva annunciato il romanzo come un ‘debutto sfavillante’ nel genere noir. Un classico delle bufale, in poche parole. Che si sia trattato di una trovata pubblicitaria soltanto?
‘Originality is a relative concept in literature. As writers from T. S. Eliot to Harold Bloom have pointed out, ideas are doomed to be rehashed. This wasn’t always regarded as a problem. Roman writers subscribed to the idea of imitatio: they viewed their role as emulating and reworking earlier masterpieces. It wasn’t until the Romantic era, which introduced the notion of the author as solitary genius, that originality came to be viewed as the paramount literary virtue. Plagiarism was and remains a murky offense, ‘best understood not as a sharply defined operation, like beheading, but as a whole range of activities, more like cooking,’ the English professor James R. Kincaid wrote in this magazine in 1977. Imagine a scale on one end of which are authors who poach plot ideas (Shakespeare stealing from Plutarch) and on the other are those who copy passages word for word: Jacob Epstein, who cribbed parts of his novel ‘Wild Oats’ from Martin Amis’s ‘The Rachel Papers“; the Harvard sophomore Kaavya Viswanathan, whose novel plagiarized chick lit.
Roman’s method, though- constructing his work almost entirely from other people’s sentence and paragraphs- makes his book a singular literary artifact, a ‘literal mashup’.
(The New Yorker, Feb.12 & 20, 2012)
Questa del literal mashup, però, mi è sembrata un’idea niente male che mi ha dato modo di riflettere e ingegnarmi in un esperimento concettuale, un ‘finto romanzo’ dei romanzi, che ho intenzione di ricavare, quindi ‘scrivere’, facendo esattamente copia e incolla dai classici della letteratura internazionale. Niente di originale, mi rendo conto. Quello che però potrebbe risultare interessante, è l’esito. Voglio vedere dove porta, e a che porta. E’ chiaro sarà difficile far coincidere tutti i pezzi insieme secondo un principio di armonia e fluidità del testo, ma ho pensato interessante sovvertire le trame dei romanzi, ri-adattare gli spazi, scombinare le strutture, scardinare esiti e fini, smantellare interi impianti narrativi, per crearne uno ‘nuovo’, un fake, che ricicla, contiene, si riproduce all’infinito, offre infinite possibilità di trama, ed ha forma e specificità propria; un ‘romanzo’ che ha un inizio, una continuità, ma non una fine. Fosse questo fake sperimentale una torre e un puzzle, per ricordare Perec, e i tasselli di questo immenso puzzle i classici della letteratura, che via via andrò ad aggiungere come mattoni perchè la storia prenda vita e presenti un senso ragionevolmente compiuto (delle volte astratto, surreale, assurdo).
Non sono sicura di poter utilizzare il materiale di cui avrò bisogno, è probabile l’iniziativa viola certi diritti d’autore, tuttavia mi sono detta questo fake è solo un esperimento e un passatempo, che non verrà pubblicato e potrebbe offrire tanti spunti di riflessione oltre che di approfondimento alle letture citate. Tengo a ribadire quest’idea non ha nessun fine ma quello di distrarre, divertire, e in qualche modo permettermi di sperimentare, esplorare, e giocare con la letteratura, perchè non rimanga ‘muta’ e scritta soltanto ma venga condivisa in maniera attiva. Se tuttavia qualcuno di voi ritenesse ‘illegale’, ‘immorale’ o ‘offensivo’ quanto creato, si senta libero di farmelo presente e discuterne.
Mi rendo conto sarebbe bello citare i romanzi in italiano, ma ho qui soltanto libri in inglese, dunque non posso che utilizzare quelli.
Ho pensato intitolare il ‘romanzo’: ‘The Experimental Plagiarism. A fake novel of real novels’, e di iniziarlo con una prima sentenza tratta dal Romanzo dei Romanzi, Anna Karenina, di Tolstoj. Ho poi ritagliato una parte tratta da un racconto breve, [2], ‘The third son’, di Andrey Platonovich Platonov (contenuto in Russian Short Stories from Pushkin to Buida, che sto leggendo), e continuato il capitolo aggiungendo:
[3] una parte tratta da ‘Sinbad the Sailor‘, di Yuri Vasilyevich Buida (che è vero, non è un classico, ma da cui ho ritagliato appena tre linee soltanto)
[4] la parte introduttiva di ‘Life A User’s manual’, di Georges Perec, e infine [5] un’ultima parte tratta dall’inizio de ‘The Secret House’, di Edgar Wallace.
Questo quello che ne è venuto fuori.

____THE EXPERIMENTAL PLAGIARISM. A FAKE NOVEL OF REAL NOVELS___

PREFACE
‘The Experimental Plagiarism. A fake novel of real novels’, is an experimental and conceptual literary mess which aims to create a fake novel of real novels collected in one and kept together by a more or less cohesive -sometimes senseless, surreal, absurd – plot created by cutting and pasting paragraphs, short sentences, quotes, taken from classics of world literature and redirected into a text that contains them all but develops in its own way and direction. In a few words, ‘The Experimental Plagiarism. A fake novel of real novels’, is a killtime (and well, a killnovels as well) especially created for amusement only whom contents will not be published and aims are to cite, share and enjoy literature in a ‘creative’ and ‘experimental’ way.
Each paragraph, short sentence, quote, taken from a novel won’t be manipulated in any way and I’ll make sure to report name of the author, title of the book and date of publishing (when known).
To create the first chapter, I used:
[1] the first sentence taken from ‘Anna Karenina‘, by Lev Tolstoy, 1877
[2] a part taken from ‘The third son‘, by Andrey Platonovich Platonov
[3] a part taken from ‘Sinbad the Sailor’, by Yuri Vasilyevich Buida (I know, that’s not a classic, but it made sense and took 3 lines only)
[4] a part taken from ‘Life A User’s manual’, by Georges Perec, 1978
[5] a part taken from ‘The Secret House’, by Edgar Wallace, 1917
So here it goes, hope you enjoy it

__________________________CHAPTER 1_________________________________

Happy families are all alike; every unhappy family is unhappy in its own way
Anna Karenina, Lev Tolstoy

[2] An old woman died in a provincial town. Her husband, a seventy-year-old retired worker, went to the telegraph office and handed in six telegrams for different regions and republics, with the unvarying words: MOTHER DEAD COME HOME FATHER.
The elderly clerk took a long time doing the sums, kept makin mistakes, and wrote out the receipts and stamped them with trembling hands. The old man looked meekly at her through the wooden hatch; his eyes were red and he was absent- mindedly thinking something, trying to distract grief from his heart. It seemed to him that the woman, also had a broken heart and a soul now confused for ever- perhaps she was a widow or a wife who had been cruelly abandoned.
And so here she was, muddling money, losing her memory and attentiveness; even for ordinary, straightforward labour, people need to have inner happiness.
After sending off the telegrams, the old father went back home; he sat on a stool by a long table, at the cold feet oh his dead wife, smoked, whispered sad words, watched the solitary life of a grey bird hopping from perch to perch in its cage, sometimes cried quietly to himself and then calmed down, wound up his pocket watch, glanced now and again through the window, beyond which, out in nature, the weather kept changing- leaves were falling, along with flakes of wet tired snow, then there was rain, then a late sun shone, with no warmth, like a star – and the old man waited for his sons.
The eldest son arrived by plane the very next day. The other five sons all gathered within two more days.
One of them, the third son, came with his daughter, a six year old who had never seen her grandmother.
The mother had been waiting on the table for more than three days, but her body did not smell of death, so neat and clean had it been rendered by illness and dry exhaustion; after giving plentiful and healthy life to her sons, the old woman had kept a small, miserly body for herself and had tried for a long time to preserve it, if only in the most pitiful state, so that she could love her children and be proud of them- until she died.
The huge men, aged from twenty to forty, stood in silence round the coffin of the table. There were six of them – seven including the father, who was smaller than even his very youngest son, and weaker too. In his arms he held his granddaughter, who was screeming up her eyes from fear of a dead old woman she had never met and whose white unblinking eyes could just see her from beneath their half- closed lids.
The sons silently wept occasional slow tears, twisting their faces in order to bear grief without a sound. The father was no longer crying; he had cried himself out alone, before the others, and now, with secret excitement and an out-of-place joy, he was looking at his sturdy band of sons. Two of them were sailors – captain of ships; one was an actor from Moscow; the one with the daughter was a physicist and a Party member; the youngest was studying to be an agronomist; and the oldest was a head engineer in an aeroplane factory and wore on his chest a medal for honourable labour. All six of them – seven including the father- were silent around the dead mother and mourned her without a word, hiding from one another their despair, their memories of childhood and of love’s departed happiness, which had sprung up continually, making no demands, in their mother’s heart and which had always found them – even across thousands of miles- and they had sensed it constantly and instinctively and this had made them stronger and they had been successful in life more boldly. Now their mother had turned into a corpse; she could no longer love anyone and was lying there like an indifferent stranger, an old woman who had nothing to do with them.
Each of her sons felt lonely and frightened now, as if somewhere in the darkness a lamp had been burning on the windowsill of an old house far from anywhere, and the lamp had lit up the night, the flying beetles, the blue grass, the swarms of midges in the air- an entire childhood world abandoned by those who had been born there; the doors of that house had never locked, so that those who went out could always go back, but no one had gone back. And now it was as of the light had been extinguished in that night window, and reality had turned into memory.
[3] Before dying, Katerina Ivanovna Momotova sent for Doctor Sheberstov, who’d treated her all her life and had been pensioned off a long ago. She handed him the key to her little house and a scrap of paper folded in four, asking him to burn it along with all the others.
‘They are at home’, she explained in embarrassment.’But please don’t tell anyone. I’d have done it myself, only you see how it’s all turned out…’
[4] Yes, it could begin this way, right here, just like that, in a rather slow and ponderous way, in this neutral place that belongs to all and to none, where people pass by almost without seeing each other, where the life of the building regularly and distantly resounds. What happens behind the flats’ heavy doors can most often be perceived only through those fragmented echoes, those splinters, remnants, shadows, those first moves or incidents or accidents that happen in what are called the ‘common areas’, soft little sounds damped by the red woollen carpet, embryos of communal life which never go further than the landing.The inhabitants of a single building live a few inches from each other, they are separated by a mere partition wall, they share the same spaces repeated along corridor, they perform the same movements at the same times, turning on a tap, flushing the water closet, switching on a light, laying the table, a few dozen simultaneous existences repeated from storey to storey, from building to building, from street to street. They entrench themselves in their domestic dwelling space- since that is what it is called – and they would prefer nothing to emerge from it; but the little they do let out – the dog on a lead, the child off to fetch the bread, someone brought back, someone sent away- comes out by way of the landing.
For all that passes, passes by the stairs, and all that comes, comes by the stairs: letters, announcements of births, marriages, and deaths, forniture brought in or taken out by removers, the doctor called in an emergency, the traveler returning from a long voyage. It’s because of that that the staircase remains an anonymous, cold, and almost hostile place. In old buildings there used to be stone steps, wrought – iron handrails, sculptures, lamp- holders, sometimes a bench to allow old folk to rest between floors. In modern buildings there are lifts with walls covered in would- be obscene graffiti, and so- called ‘emergency’ staircases in unrendered concrete, dirty and echoing. In this block of flats, where there is an old lift almost always out of order, the staircase is an old-fashioned place of questionable cleanliness, which declines in terms of middle-class respectability as it rises from floor to floor: two thickness of carpet as far as the third floor, thereafter only one, and none at all for the two attic floors.
[5] A man stood irresolutely before the imposing portals of Cainbury House, a large office building let out to numerous small tenants, and harbouring, as the indicator on the tiled wall of the vestibule testified, some thirty different professions. The man was evidently poor, for his clothes were shabby and his boots were down at heel. He was as evidently a foreigner. His clean-shaven eagle face was sallow, his eyes were dark, his eyebrows black and straight.
He passed up the few steps into the hall and stood thoughtfully before the indicator. Presently he found what he wanted. At the very top of the list and amongst the crowded denizens of the fifth floor was a slip inscribed:
“THE GOSSIP’S CORNER”
He took from his waistcoat pocket a newspaper cutting and compared the two then stepped briskly, almost jauntily, into the hall, as though all his doubts and uncertainties had vanished, and waited for the elevator. His coat was buttoned tightly, his collar was frayed, his shirt had seen the greater part of a week’s service, the Derby hat on his head had undergone extensive renovations, and a close observer would have noticed that his gloves were odd ones.
He walked into the lift and said, “Fifth floor,” with a slight foreign accent.
He was whirled up, the lift doors clanged open and the grimy finger of the elevator boy indicated the office. Again the man hesitated, examining the door carefully. The upper half was of toughened glass and bore the simple inscription:
“THE GOSSIP’S CORNER.
KNOCK.”
Obediently the stranger knocked and the door opened through an invisible agent, much to the man’s surprise, though there was nothing more magical about the phenomenon than there is about any electrically controlled office door.
He found himself in a room sparsely furnished with a table, a chair and a few copies of papers. An old school map of England hung on one wall and a Landseer engraving on the other. At the farthermost end of the room was another door, and to this he gravitated and again, after a moment’s hesitation, he knocked.
“Come in,” said a voice.
He entered cautiously.
The room was larger and was comfortably furnished. There were shaded electric lamps on either side of the big carved oak writing-table. One of the walls was covered with books, and the litter of proofs upon the table suggested that this was the sanctorum.
But the most remarkable feature of the room was the man who sat at the desk. He was a man solidly built and, by his voice, of middle age. His face the new-comer could not see and for excellent reason. It was hidden behind a veil of fine silk net which had been adjusted over the head like a loose bag and tightened under the chin.
The man at the table chuckled when he saw the other’s surprise.
“Sit down,” he said–he spoke in French–“and don’t, I beg of you, be alarmed.”
“Monsieur,” said the new-comer easily, “be assured that I am not alarmed. In this world nothing has ever alarmed me except my own distressing poverty and the prospect of dying poor.”
The veiled figure said nothing for a while.
“You have come in answer to my advertisement,” he said after a long pause.
The other bowed.
“You require an assistant, Monsieur,” said the new-comer, “discreet, with a knowledge of foreign languages and poor. I fulfill all those requirements,” he went on calmly; “had you also added, of an adventurous disposition, with few if any scruples, it would have been equally descriptive.”
The stranger felt that the man at the desk was looking at him, though he could not see his eyes. It must have been a long and careful scrutiny, for presently the advertiser said gruffly:
“I think you’ll do.”
“Exactly,” said the new-comer with cool assurance; “and now it is for you, dear Monsieur, to satisfy me that you also will do. You will have observed that there are two parties to every bargain. First of all, my duties?”
The man in the chair leant back and thrust his hands into his pockets.
“I am the editor of a little paper which circulates exclusively amongst the servants of the upper classes,” he said. “I receive from time to time interesting communications concerning the aristocracy and gentry of this country, written by hysterical French maids and revengeful Italian valets. I am not a good linguist, and I feel that there is much in these epistles which I miss and which I should not miss.”
The new-comer nodded.
“I therefore want somebody of discretion who will deal with my foreign correspondence, make a fair copy in English and summarize the complaints which these good people make. You quite understand,” he said with a shrug of his shoulders, “that mankind is not perfect, less perfect is womankind, and least perfect is that section of mankind which employs servants. They usually have stories to tell not greatly to their masters’ credit, not nice stories, you understand, my dear friend. By the way, what is your name?”
The stranger hesitated.

SOFA’ SOGOOD # 3 WAITING FOR GODOT by SAMUEL BECKETT

A occhio e croce direi questo di Samuel Beckett, Waiting for Godot, un libro non superiore ai 200 grammi di peso, di seconda mano, invecchiato a secco, una tacca su dieci di umidità, retro-sentore di scantinato, nessuna illustrazione, stampato per la prima volta a Londra nel 1956. La copertina, nera, titolata di bianco e verde, presenta uno strappo al margine superiore, lungo appena un centimetro, e una chiazza scura, nel retro, ampia tre millimetri almeno. E’probabile chi lo ha letto stesse intanto bevendo caffè, ma potrebbe trattarsi di tea, forse un black russian, forse Jameson whiskey e cranberry juice. Non lo saprò mai. In compenso so chi me l’ha venduto è americano, e vive a Glasgow, il che presuppone potrebbe piuttosto trattarsi di scotch. Altrimenti, non si spiegherebbe il tremore nervoso della calligrafia, schizzata a inchiostro nero nel pacchetto. Mr Jenet deve certamente essere un uomo irritabile, ma scrupoloso; tutte le ‘i’ della lettera di commissione non mancano di un solo puntino. In compenso un triangolo edipico, ma la lettiera del gatto sempre pulita. Le ciabatte disposte in ordine sotto il letto; But not for me di Chet Baker nel giradischi, una copia di PlayBoy sotto le coperte, una del New Yorker sopra il cuscino, aperta a pagina 52
___________________THE PLAGIARIST’S TALE_____________________
The author of ‘Assassin of Secrets’ had a secret of his own
by Lizzie Widdicombe

Spy novels embrace clichés- the double agent, the bomb-rigged briefcase- and ‘Assassin of Secrets,’ published last fall, made a virtue of this tendency piling one trope onto another to create a story that rang with wry knowingness. The book is set in the midst of the Cold War. The protagonist is Jonathan Chase, a suave secret agent with a background in martial arts- part James Bond, part Jason Bourne. In the first chapter, Chase meets Frankie Farmer, a sexy former field agent who presents him with ‘personalized matching luggage’ loaded with surveillance gear. They head back to her place, where Chase eyes the water bed while Farmer slips into something more comfortable:
The he saw her.. a small light dim but growing to illuminate her as she stood naked but for a thin, translucent nightdress; her hair undone and falling to her waist- hair and the thin material moving and blowing as thought caught in a silent zephyr.
Chase caught hold of her, pulled her close. She slid her hands to his shoulders, gently pushing him away.
‘What’s it like to kill somebody? They say you’ve had to kill a lot of people during your time in the Division.’
‘Then they shouldn’t talk so much.’
Ho aspettato trent’anni, prima di ricevere il libro. E quando è arrivato, ho tardato due settimane ancora prima di andare all’ufficio postale. Quando sono arrivata all’ufficio postale, due tizi, a dire dei badge Pozzo e Lucky, mi hanno detto di ripassare un altro giorno, Godot non era arrivato. Ai due ho fatto presente l’errore, ma questi hanno scartato l’errore, e detto di aspettare ancora. Godot sarebbe arrivato da lì a qualche giorno, impacchettato e infiocchettato per benino.
Da lì a qualche giorno sono andata all’ufficio postale, e quando sono arrivata ho trovato due che litigavano davanti allo sportello reclami. Vladimiro sei un idiota! Estragone sei un imbecille! e cicicì e chachachà, tutto un gran parlare e darsi creduloni! fanatici! Io, sono arrivato prima io! Tu, togliti di mezzo tu! e sgambettate a destra  e balzi a sinistra, un due tre chachacha un due tre chachacha un due tre quaquaqua.
S’è capito Nulla.

Fatto sta, di Godot avete notizie, sapete è arrivato? dico ai tizi dell’ufficio postale.
Manco per sogno, mi fanno loro.
“We wait. We are bored. (He throws up his hand.) No, don’t protest, we are bored to death, there’s no denying it. Good. A diversion comes along and what do we do? We let it go to waste… In an instant all will vanish and we’ll be alone once more, in the midst of nothingness!”
– Samuel Beckett, Waiting for Godot

Circa la Patafisica e la Scienza delle Soluzioni Immaginarie


Credevate. E invece no,
la Patafisica non è la scienza che studia la patata; e gli studiosi non sono dei pervertiti, ma un collegio di filosofi e matematici della parola. In altre parole, si, dei pervertiti intellettuali
« Non ci si inganni: non si tratta, come credono quegli svampiti che prendono Jarry(*) per un satirico, di denunciare le attività umane e la realtà cosmica; non si tratta di ostentare un pessimismo beffardo e un nichilismo al vetriolo. Al contrario, si tratta di scoprire l’armonia perfetta… »
La patata del cuore

Nicola Gaiarin interviene su patafisica, letteratura potenziale e invenzione letteraria.
(*) Alfred Jarry, scrittore e drammaturgo francese

Il Budda delle Periferie, Hanif Kureishi

Questo di Kureishi è un libro che mi porto dietro da quasi dieci anni e a cui sono molto affezionata. Per diverse ragioni. Perch’è ambientato a Londra negli anni ’70, racconta bene la periferia e le difficoltà di chi vive a casa propria ma è ospite di un paese altrui, è divertente, creativo, c’è dentro tanta musica e mi è sempre stato vicino. Ogni tanto mi piace aprirlo e leggerne una pagina a caso.

A differenza di loro, papà era stato mandato in Inghilterra dai suoi genitori per studiare. La madre aveva sferruzzato, per lui e per Anwar, parecchie maglie di lana terribilmente ispide e li aveva salutati a Bombay raccomandando loro di non diventare, per nessun motivo, dei consumatori di carne di maiale. Come Gandhi e Jinnah prima di lui, mio padre era destinato a ritornare in India trasformato in un distinto avvocato inglese e in un capace ballerino. Quello che papà non sapeva, partendo, era che non avrebbe più rivisto il volto di sua madre. Questo era indiscutibilmente il grande dolore della sua vita, e credo fosse la ragione per cui si sentiva irrimediabilmente attratto da donne che si prendevano cura di lui, donne che poteva amare come avrebbe dovuto amare la madre a cui non aveva mai scritto una sola riga.
Londra, la Old Kent Road, fu uno shock culturale per entrambi. La città era umida e piovosa, la gente li chiamava ‘Sunny Jim‘, non c’era mai abbastanza cibo e papà non riuscì mai ad abituarsi ai toast unti. “Assomigliano al muco del naso,” diceva rifiutando la principale base di sostentamento della classe lavoratrice. “Pensavo che avremmo mangiato roast beef e Yorkshire pudding tutti i giorni”, si lamentava. Ma c’era ancora il razionamento, e l’area era disastrata per i bombardamenti subiti durante la seconda. Mio padre rimase stupito e rincuorato alla vista degli inglesi in Inghilterra. Non aveva mai incontrato un inglese povero – uno spazzino, un commesso, un barista. Non aveva neanche mai visto un inglese che si ficcasse il pane in bocca con le mani, e nessuno gli aveva mai detto che gli inglesi non si lavano regolarmente perchè l’acqua era fredda, quando non mancava del tutto. E quando cercò di parlare di Byron nei pub locali nessuno lo avvisò che non tutti gli inglesi sapevano leggere, e che non tutti erano necessariamente pronti ad ascoltare da un indiano lezioni sulla poesia di un pazzo pervertito.
Fortunatamente Anwar e papà avevano un posto in cui stare, dal dottor Lal, un amico del nonno. Il dottor Lal era un orrendo dentista indiano che sosteneva di essere amico di Bertrand Russell. Pare che a Combridge, durante la guerra, un solitario Bertrand Russell avesse confidato al dottor Lal che la mesturbazione rappresentava la risposta alla frustrazione sessuale. La grande scoperta di Russell era stata una rivelazione per Lal, che sosteneva di avere trovato la felicità da allora in poi. Bisognava iscrivere questo risultato tra i grandi successi di Russell? Forse se il dottore fosse stato meno diretto nel parlare di sesso ai suoi due giovani e sessualmente attivi ospiti, papà probabilmente non avrebbe mai incontrato mia madre e io non mi sarei innamorato di Charlie.

Goodbye To Berlin

Berlin, Unter den Linden, Victoria Hotel zwischen 1890 und 1900 (wiki)

Quella notte che dormii per strada, a Berlino, fu la notte seguente al primo giorno che vi arrivai, un mattino di sette anni fa. Faceva febbraio fuori. Avevo viaggiato in treno tutta la notte, da Hauptbahnhof Station (Monaco), attraverso la Bavaria, la Turingia, Brandeburgo, fino a Zoologischer Garten, la stazione a ovest di Berlino in cui mi fermai. Non conoscevo nessuno, non avevo un posto dove dormire, appena 250 euro dentro la tasca dei jeans.
Di Zoologischer Garten avevo letto da ragazzina in quel romanzo di Christiane F., poi diventato un film nell’81.
C’è una cosa che caratterizza e distingue i luoghi, e questa è la luce. Berlino è una città di ombre. Profuma di sporco e graffiato. E’ una scheggia tra le costole degli edifici monumentali, le costruzioni moderne, tracce di guerra, avanzi di storia nelle rovine. Il Funkturm, la Neue Synagoge, il Muro, Christopher Street Day, il Checkpoint Charlie, Good Bye Lenin. Ogni angolo di Berlino è rottura e giunzione. Il tempo è una fotografia sgualcita e accartocciata negli angoli.
Qualche settimana fa ho trovato un romanzo che ho pensato sarebbe stato bello leggere a quei tempi, Goodbye to Berlin, dello scrittore inglese Christopher Isherwood. ‘Brilliant skretches of a society in decay’, avrebbe detto George Orwell
Christopher Isherwood nasce nel 1904 a Wyberslegh Hall, High Lane, Cheshire, in North West England, da padre tenente colonnello delle armi inglesi, morto durante la prima guerra mondiale. Dopo la morte del padre, Christopher la madre e il fratello minore si trasferiscono a Londra, dove lo scrittore intraprende un corso di medicina. Isherwood inizia a scrivere da ragazzino, dapprima poesie, poi un primo romanzo, All the Conspirators, del 1928, che non riscuote grande fortuna.
In quegli anni conosce W. H. Auden, di cui si innamora e per il quale abbandona medicina e si trasferisce a Berlino, dove i due vivranno insieme, con spirito da kamikaze, fino al ’38. E’ durante gli anni trascorsi nella repubblica di Weimar che Isherwood concentra la propria produzione narrativa prima di un definitivo trasferimento in America, da dissidente, dove inizia ad occuparsi di cinema, teatro e commedia.
Qualche anno prima, al cugino francese Ferdinand Bardamu, protagonista del romanzo Viaggio al termine della notte, di Louis-Ferdinand Céline, sarebbe toccata ben altra sorte; partito per la guerra, la prima, e rientrato a Parigi dall’America, avvierà uno studio medico a La Garenne-Rancya, rinomato sobborgo parigino che farà da cornice agli sproloqui dello scrittore contenuti  in questo romanzo meraviglioso pubblicato a cavallo fra le due guerre.
Goodbye to Berlin, del 1939, è parte di una raccolta ‘The Berlin Stories’ che inquadra la società berlinese attraverso gli occhi e l’umore della gente che Isherwood incontra per strada, nei campi da golf, nei club, le sale da tea, i salotti. Quasi la guerra fosse appena un contrattempo e un fastidio, e a farla soltanto i soldati e la gente ammazzata oltre il confine. I campi di concentramento uno scherzo d’ebrei, l’omosessualità una malattia infettiva, il nazismo una preghiera, Hitler un messia.

A collection of six overlapping short stories set against the backdrop of the declining Weimar republic as Hitler rose to power. Isherwood, appearing himself as a fictional narrator, lives as a struggling author in the German capital, describing his meetings with the decadent, often doomed eccentrics, bohemians, and showgirls around him. The sense of oblivious naivety to the gathering storm around them gives his characters tremendous pathos and tragedy. The title refers not just to Isherwood’s departure from a city he clearly loved, but also to the sense that the Berlin of the early thirties was irrecoverably destroyed by the rise of the Nazis, and the destruction of the Weimar State. Isherwood is evoking an age that will never be seen again. It’s not so much a story of sorrowful departure as an obituary.

via . BOOK REVIEW CHRISTOPHER ISHERWOOD GOODBYE TO BERLIN

The Berlin Stories ispirò il regista John Van Druten a dirigere il film ‘I am a Camera’, del 1951, una commedia ‘Cabaret’, del 1966, e l’omonimo film del 1972 che valse a Liza Minelli un Academy Award per aver interpretato Sally, una giovane flapper inglese in cerca di fortuna come attrice a Berlino
E’ giusto Sally Bowles il racconto più spassoso contenuto in Goodbye to Berlin, di cui vi propongo una parte
She lived a long way down the Kurfustendamm on the last dreary stretch which rises to Halensee. I was shown into a big gloomy half-furnished room by a fat untidy landlady with a pouchy sagging jowl like a toad. There was a broken-down sofa in one corner and a faded picture of an eighteenth-century battle, with the wounded reclining on their elbows in graceful attitudes, admiring the prancings of Frederick the Great’s horse.
‘Oh, hullo, Chris darling!’ cried Sally from the doorway. ‘How sweet of you to come! I was feeling most terribly lonely. I’ve been crying on Frau Karpf’s chest. Nicht wahr, Frau Karpf?’ She appealed to the toad landlady, ‘ich habe geweint auf Dein Brust.’ Frau Karpf shook her bosom in a toad-like chuckle.
‘Would you rather have coffee, Chris, or tea?’ Sally continued. ‘You can have either. Only I don’t recommend the tea much. I don’t know what Frau Karpf does to it; I think she empties all the kitchen slops together into a jug and boils them up with the tea-leaves.’
‘I’ll have coffee, then.’
‘Frau Karpf, Liebling, willst Du sein ein Engel und bring zwei Tassen von Koffee?’ Sally’s German was not merely incorrect; it was all her own. She pronounced every word in a mincing, specially ‘foreign’ manner. You could tell that she was speaking a foreign language from her expression alone. ‘Chris darling, will you be an angel and draw the curtains?’
I did so, although it was still quite light outside. Sally, meanwhile, had switched on the table-lamp. As I turned from the window, she curled herself up delicately on the sofa like a cat, and opening her bag, felt for a cigarette. But hardly was the pose complete before she’d jumped to her feet again:
‘Would you like a Prairie Oyster?’ She produced glasses, eggs and a bottle of Worcester sauce from the boot-cupboard under the dismantled washstand: ‘I practically live on them.’ Dexterously, she broke the eggs into the glasses, added the sauce and stirred up the mixture with the end of a fountain-pen: ‘They’re about all I can afford.’ She was back on the sofa again, daintily curled up.
She was wearing the same black dress today, but without the cape. Instead, she had a little white collar and white cuffs. They produced a kind of theatrically chaste effect, like a nun in grand opera. ‘What are you laughing at, Chris?’ she asked.
‘I don’t know, ‘I said. But still I couldn’t stop grinning. There was, at that moment, something so extraordinarily comic in Sally’s appearance. She was really beautiful, with her little dark head, big eyes, and finally arched nose- and so absurdly conscious of all these features. There she lay, as complacently feminine as a turtle-dove, with her poised self-conscious head, and daintily arranged hands.
‘Chris, you swine, do tell me why you’re laughing?’
‘I really haven’t the faintest idea.’
At this, she began to laugh too:’You are mad, you know!’
‘Have you been here long? I asked, looking round the large gloomy room.
‘Ever since I arrived in Berlin. Let’s see- that was about two months ago.’
Taken from ‘Goodbye to Berlin, by Christopher Isherwood, 1939

Penelope alla guerra

Questo di Oriana Fallaci, Penelope alla guerra, del 1960, non è solo il romanzo di debutto, ma un’ammissione. Oriana Fallaci ammette di essere stata anche lei una ragazzina, e di essersi innamorata, ingenuamente, di un uomo, un ex soldato, che non sta ad aspettare in casa, davanti alla tv e coi ferri della maglia in mano, ma va a cercare, fino in America, e con la scusa di dover girare un film.
La Fallaci sa essere molto presuntuosa e talvolta saccente, in quello che ha scritto, ma è in questo romanzo che secondo me rivela il lato più vulnerabile, sensibile e vanitoso di sè. C’è in lei quel disincanto, che la invecchia e indurisce, misto a stupore infantile, che a un tratto l’intenerisce e riporta a quand’ era bambina. Orgoglio e curiosità devono essere stati i suoi pregi migliori. Nell’edizione che ho qui, della Bur, la prefazione di Concita De Gregorio dice quanto segue
‘Da Oriana Fallaci, la più grande giornalista italiana del ‘900 (definizione che lei avrebbe trovato orrendamente riduttiva, sessista e provinciale, avrebbe chiamato infuriata per farla togliere da questa prefazione, avrebbe telefonato con la sua voce nera e arrochita dal fumo. “Oriana Fallaci. Scrittore”, ha fatto scrivere sulla sua lapide), da lei abbiamo tutti imparato in via definitiva e senza possibilità di equivoco nè di ripensamento che non esiste – in questo tempo saturo di immagini e di notizie, in questo tempo di fasulla correttezza ipocrita – un altro modo di raccontare che non sia quello che mette chi scrive alla guida del racconto. Non l’obiettività ma l’aperta soggettività. Non la neutralità ma la schietta e persino esibita parzialità: la narrazione dal proprio punto di vista, il proprio sguardo sulle cose. Una cifra, nel caso di Oriana un marchio. Il mondo secondo lei. Due righe e siete già sulle spalle di questa donna che vi conduce fuori dalle autostrade a otto corsie del sapere, vi porta lungo i sentieri, vi apre nuove piste nella foresta, vi guida lungo un tracciato solo a lei noto ma fidatevi perchè questa è la chiave dell’adorazione e del disprezzo che Fallaci suscita: fidarsi, lasciarsi portare dove solo lei potrà mostrarvi quel che vede, o non farlo, diffidarne. Girare le spalle e andarsene. Tornate pure ‘lungo la strada che credete più facile perchè è a senso unico e priva di curve’. Andate, illusi. Ecco: siamo alle ultime pagine di Penelope alla Guerra.
New York, 1957. Giò, la protagonista, ha ventisei anni. Oriana ne aveva ventotto, allora. “Strana ragazza, a suo modo incantevole. Parla poco ed ha bellissimi occhi. Diventa feroce quando si arrabbia.” Questo dice di sè. “Sei cinica e allo stesso tempo sei ingenua. Capisci tutto e allo stesso tempo non capisci nulla.” Questo dicono di lei. E’ la storia di una giovane scrittrice spedita in America dal suo produttore perchè trovi l’ispirazione per un soggetto ‘moderno e brillante’. Angelo Rizzoli, il produttore, Oriana la giovane scrittrice. Racconta dunque di sè. Del suo incontro con l’America e della sua idea di America: quella di prima, l’illusione, quella di dopo, la realtà.

Oriana Fallaci.com

About the Art Of The Novel


Invito Milan Kundera a uno shisha hour in una coffeehouse in Nowhere Street. L’appuntamento è alle diciotto, ma io mi presento in anticipo di mezz’ora; al mio arrivo, Kundera siede già al tavolo che ho riservato per noi, fuori in un Vasto Giardino, come piace a lui . Sorseggia maroccam mint tea, gioca a scacchi contro Il Turco. Un vecchio grammofono polveroso suona un pezzo di Lady Gogo.
Perchè so Kundera un appassionato di jazz, mi presento all’appuntamento con in mano un vecchio vinile dei Soft Machine. Seven, del 1974. Mi dico sorpresa di essere arrivata in ritardo, pur essendo in anticipo. Kundera sorride, si compiace della mia apprensione, e invita a sedere di fianco al Turco.
Chiedo a Kundera se al momento sta leggendo niente di interessante, e questi mi risponde ‘Smatrex M-788NK, Il manuale delle istruzioni’ (per chi non lo sapesse ancora, lo Smatrex M-788NK è un androide di ultima generazione, CGV di precisione, FVB 77 a raggi UV, KMb1 ad alta risoluzione, NGU2 termoregolabile, connessione YVeta a FGH78 e 678 uscite BX, che oltre a funzionare da apparecchio telefonico, stira, cucina, lava, e si ricarica nel microonde in appena un nano-secondo)
La provocazione è sottile e allude al catastrofismo teoretico mosso da Husserls e posto a dibattito da Kundera nel primo capitolo del saggio ‘The Art Of The Novel’ , del 1988.
In una celebre lettura del 1935, Edmund Husserl parla di una crisi dell’umanità europea che ha influenzato negativamente le arti. Secondo il padre della fenomenologia, questa crisi è iniziata nell’Età Moderna, con Galileo e Descartes, e l’acquisizione, da parte dell’uomo, di un primato sulla natura
“Once elevated by Descartes to ‘master and proprietor of nature’, man has now become a mere thing to the forces (of technology, of politics, of history) that bypass him, surpass him, possess him. To those forces, man’s concrete being, his ‘world of life’ (die Lebenswelt), has neither value nor interest: it is eclipsed, forgotten from the start.”
“The rise of the sciences propelled man into the tunnels of specialized disciplines. The more he advanced in knowledge, the less clearly could he see either the world as a whole or his own self, and he plunged further into what Husserl’s pupil Heidegger called, in a beautiful and almost magical phrase, ‘the forgetting of being’.
“Indeed, all the great existential themes Heidegger analyzes in Being and Time- considering them to have been neglected by all earlier European philosophy– had been unveiled, displayed, illuminated by four centuries of the novel (four centuries of European reincarnation of the novel). In its own way, throught its own logic, the novel discovered the various dimension of existence one by one: with Cervantes and his contemporaries, it inquires into the nature of adventure; with Richardson, it begins to examine “what happens inside”, to unmask the secret life of the feelings; with Balzac, it discovers man’s rootedness in history; with Flaubert, it explores the terra previously incognita of the everyday; with Tolstoy, it focuses on decisions. It probes time: the elusive past with Proust, the elusive present with Joyce. With Thomas Mann, it examines the role of the myths from the remote past that control our present actions. Et cetera, et cetera.’
Secondo Kundera, anticipatore dell’Età Moderna non è solo Descartes, ma anche Cervantes
‘Perhaps it is Cervantes whom the two phenomenologists neglected to take into consideration in their judgment of the Modern Era. By that I mean: if it is true that philosophy and science have forgotten about man’s being, it emerges all the more plainly that with Cervantes a great European art took shape that is nothing other than the investigation of this forgotten being.’
[3.]’As God slowly departed from the seat whence he had directed the universe and its order of value, distinguished good from evil, and endowed each thing with meaning, Don Quixote set forth from his house into a world he could no longer recognize. In the absence of the Supreme Judge, the world suddenly appeared in its fearsome ambiguity; the single divine Truth decomposed into myriad relative truths parceled out by men. Thus was born the world of the Modern Era, and with it the novel, the image and model of that world.
To take, with Descartes, the thinking self as the basis of everything, and thus to face the universe alone, is to adopt an attitude that Hegel was right to call heroic. To take, with Cervantes, the world as ambiguity, to be obliged to face not a single absolute truth but a welter of contradictory truths (truths embodied in imaginary selves called characters), to have as one’s only certainty the wisdom of uncertainty, requires no less courage.
What does Cervantes’ great novel mean? Much has been written on the question. Some see in it a rationalist critique of Don Quixote’ s hazy idealism. Others see it as a celebration of that same idealism. Both interpretations are mistaken because they both seek at the novel’s core not an inquiry but a moral position.
Man desires a world where good and evil can be clearly distinguished, for he has an innate and irrepressible desire to judge before he understands. Religions and ideologies are founded on this desire. They can cope with the novel only by translating its language of relativity and ambiguity into their own apodictic and dogmatic discourse. They require that someone be right: either Anna Karenina is the victim of a narrow- minded tyrant, or Karenin is the victim of an immoral woman; either K. is an innocent man crushed by an unjust Court, or the Court represents divine justice and K. is guilty.
This ‘either- or’ encapsulates an inability to tolerate the essential relativity of things human, an inability to look squarely at the absence of the Supreme Judge. This inability makes the novel’s wisdom ( the wisdom of uncertainty) hard to accept and understand.
[4.]’Don Quixote set off into a world that opened wide before him. He could go out freely and come home as he pleased. The early European novels are journeys through an apparently unlimited world. The opening of Jacques le Fataliste comes upon the two heroes in mid- journey; we don’t know where they’ve come from or where they’re going. They exist in a time without beginning or end, in a space without frontiers, in the midst of a Europe whose future will never end.
Half a century after Diderot, in Balzac, the distant horizon has disappeared like a landscape behind those modern structures, the social institutions: the police, the law, the world of money and crime, the army, the State. In Balzac’s world, time no longer idles happily by as it does for Cervantes and Diderot. It has set forth on the train called History. The train is easy to board, hard to leave. But it isn’t at all fearsome yet, it even has its appeal; it promises adventure to every passenger, and with it fame and fortune.
Later still, for Emma Bovary, the horizon shrinks to the point of seeming a barrier. Adventure lies beyond it, and the longing becomes intolerable. Within the monotony of the quotidian, dreams and daydreams take on importance. The lost infinity of the outside world is replaced by the infinity of the soul. The great illusion of the irreplaceable uniqueness of the individual- one of the Europe’s finest illusion- blossoms forth.
But the dream of the soul’s infinity loses its magic when History (or what remains of it: the suprahuman force of an omnipotent society) takes hold of man. History no longer promises him fame and fortune; it barely promises him a land- surveyor’s job. In the face of the Court or the Castle, what can K.do? Not much. Can’t he at least dream as Emma Bovary used to do? No, the situation’s trap is too terrible, and like a vacuum cleaner it sucks up all his thoughts and feelings: all he can think of is his trial, his surveying job. The infinity of the soul- if it ever existed- has become a nearly useless appendage.’
Non c’è grandezza nelle miserie della vita, nè possibilità di fuga dal mondo. La realtà manca di poesia, gli uomini di coraggio. Don Chisciotte è stato arrestato alla frontiera, K. processato in televisione, Winston Smith ingaggiato alla conduzione di un nuovo reality show. ‘How to make money’ figura ancora al primo posto nella classifica dei libri più letti in formato digitale.
Chiedo a Kundera che ruolo avrebbe la letteratura in tutto questo, quale sarebbe la ragione d’essere di un romanzo
‘The sole raison d’etre of a novel is to discover what only the novel can discover. A novel that does not discover a hitherto unknown segment of existence is immoral. Knowledge is the novel’s only morality.’
Kundera si prende sul serio.
Delle volte mi chiedo come sarà la letteratura del futuro ( non intendo la sci-fiction). Il linguaggio di ciascuno di noi si evolve ogni giorno arricchito di parole nuove, un vocabolario criptato a noi fino a prima di adesso del tutto sconosciuto e in alcuni casi ancora incomprensibile. La realtà muta di forma e sostanza, e noi con essa, in un processo di metamorfosi sociale e culturale, perpetua e incoercibile. Ci si incontra e innamora su internet, si comunica by email, si viene assunti su Skype, licenziati su Facebook, mollati su Twitter. Chiedo a Kundera come immagina la letteratura del futuro, quali i conflitti, le tensioni ideali rispetto al contesto storico, i dialoghi, l’atmosfera, i luoghi. Ma Kundera non mi ascolta neanche più, ha appena scoperto di avere Hungry Bird nel telefonino.
Quanto al Turco, sparito. Con la gynoid seduta al tavolo di fianco al nostro.

Texts entirely taken from ‘The Art of the Novel’, Milan Kundera, 1988
Paris Review – The Art of Fiction No. 81, Milan Kundera.

Block, off Seven, Soft Machine, 1974

On Literature and other Visionary Speculations

Jean-Paul Sartre by Russ Cook
'Yeah cherie, I know what ya mean. All that I know about my life, it seems, I have learned in books.'

Quelle volte che penso agli anni del liceo, ho come la sensazione di essermi persa qualcosa; non solo scuola (che marinavo d’abitudine, 3 volte a settimana- almeno), ma forse quel sentimento di partecipazione collettiva, le gite fuori-porta, i bigliettini sotto-banco, i pomeriggi a studiare con le amichette, il tormento delle interrogazioni. Cose così.
Il fatto è che io trovavo noioso andare a scuola, e di gran lunga più divertente trascorrere, da sola, una mattinata al parco, a piedi nudi sull’erba. O al mare, sugli scogli, a leggere dei dolori del giovane Werther, delle bravate di Holden, dei tormenti di madame Bovary, del lupo nella steppa, dei padri e dei figli della rivoluzione russa.
M’è sempre parso una perdita di tempo, andare a scuola.
E poi avevo la pessima abitudine di litigare coi professori. E di starmene in disparte dalla classe. Meglio ancora se fuori, a fumare nei giardinetti del cortiletto vicino la palestra.
Che poi in fondo, ai professori, devo aver fatto pure un favore. Io marinavo scuola, loro non dovevano preoccuparsi di redimermi, o punirmi. Il direttore di sospendermi. E tutti eravamo felici.
C’è un libro, che conservo nella memoria come il ricordo di quegli anni, a cui sono molto affezionata e che se mai mi fosse stato suggerito dalla mia insegnante di italiano (probabilmente) sarebbe valso a farmi amare almeno l’ora di letteratura; l’ho trovato l’altro giorno in libreria e rileggerlo, sebbene in inglese, ha lo stesso potere, come allora anche oggi, di affascinarmi, emozionarmi.
Sapete ci sono scrittori che amano scopare con le parole. Te ne accorgi dalla passione esagerata, quell’orgia sentimentale d’inchiostro nero schizzato sulla carta di getto, al climax del piacere intellettuale.
What is literature è un libro sensuale. E, a mio parere, un capolavoro della critica e della prosa letteraria.La ragione per cui amo leggere Sartre consiste appunto nello stile, elegante, netto, attento, acuto, della scrittura.
In What is Literature, Sartre s’interroga circa il ruolo dello scrittore, impegnato, e della letteratura.
Questo un meraviglioso articolo, estratto dal Corriere della Sera
SARTRE Quel che resta dell’ intellettuale impegnato
Questa, una meravigliosa critica del libro, di Morgan Palmas
1libro1giorno: “Che cos’è la letteratura?” di Jean-Paul Sartre.
Sotto, l’introduzione e una parte del libro, tratta dal capitolo primo
A fine testo, il link tramite cui accedere alla lettura dell’intero volume, e ancora una critica, in inglese, taken from Philosophy Now | a magazine of ideas.

                                                          FOREWORD
“If you want to engage yourself,” writes a young imbecile, “what are you waiting for? Join the Communist Party.” A great writer who engaged himself often and disengaged himself still more often, but who has forgotten, said to me, “The worst artists are the most engaged. Look at the Soviet painters” An old critic gently complained,”You want to murder literature. Contempt for belles-lettres is spread out insolently all through your review.” A petty mind calls me pigheaded, which for him is evidently the highest insult. An author who barely crawled from one war to the other and whose name sometimes awakens languishing memories in old men accuses me of not being concerned with immortality; he knows, thank God, any number of people whose chief hope it is. In the eyes of an American hack-journalist the trouble with me is that I have not read Bergson or Freud; as for Flaubert, who did not engage himself, it seems that he haunts me like
remorse. Smart-alecks wink at me, “And poetry? And painting? And music? You want to engage them, too?”
And some martial spirits demand, “What’s it all about? Engaged literature? Well, it’s the old socialist realism, unless it’s a revival of populism, only more aggressive.” What nonsense. They read quickly,badly, and pass judgment before they have understood. So let’s begin all over. This doesn’t amuse anyone, neither you nor me. But we have to hit the nail on the head. And since critics condemn me in the name of literature without ever saying what they mean by that, the best answer to give them is to examine the art of writing without prejudice. What is writing? Why does one write? For whom? The fact is, it seems that nobody has ever asked himself these questions.
WHAT IS WRITING?
No, we do not want to “engage” painting, sculpture, and music too, or at least not in the same way. And why would we want to? When a writer of past centuries expressed an opinion about his craft, was his immediately asked to apply it to the other arts? But today it’s the thing to do to “talk painting” in the argot of the musician or the literary man and to “talk literature” in the argot of the painter, as if at bottom there were only one art which expressed itself indifferently in one or the other of these languages, like the Spinozistic substance which is adequately reflected by each of its attributes.
Doubtless, one could find at the origin of every artistic calling a certain undifferentiated choice which circumstances, education, and contact with the world particularized only later. Besides, there is no doubt that the arts of a period mutually influence each other and are conditioned by the same social factors. But those who want to expose the absurdity of a literary theory by showing that it is inapplicable to music must first prove that the arts are parallel.
Now, there is no such parallelism. Here, as everywhere, it is not only the form which differentiates, but the matter as well. And it is one thing to work with color and sound, and another to express oneself by means of words. Notes, colors, and forms are not signs. They refer to nothing exterior to themselves. To be sure, it is quite impossible to reduce them strictly to themselves, and the idea of a pure sound, for example, is an abstraction. As Merleau- Ponty has pointed out in The Phenomenology of Perception, there is no quality of sensation so bare that it is not penetrated with signification. But the dim little meaning which dwells within it, a light joy, a timid sadness, remains immanent or trembles about it like a heat mist; it is color or sound. Who can distinguish the green apple from its tart gaiety? And aren’t we already saying too much in naming “the tart gaiety of the green apple?” There is green, there is red, and that is all. They are things, they exist by themselves.
It is true that one might, by convention, confer the value of signs upon them. Thus, we talk of the language of flowers. But if, after the agreement, white roses signify “fidelity” to me, the fact is that I have stopped seeing them as roses. My attention cuts through them to aim beyond them at this abstract virtue. I forget them. I no longer pay attention to their mossy abundance, to their sweet stagnant odor. I have not even perceived them. That means that I have not behaved like an artist. For the artist, the color, the bouquet, the tinkling of the spoon on the saucer, are things, in the highest degree. He stops
at the quality of the sound or the form. He returns to it constantly and is enchanted with it. It is this color-object that he is going to transfer to his canvas, and the only modification he will make it undergo is that he will transform it into an imaginary object. He is therefore as far as he can be from considering colors and signs as a language.
What is valid for the elements of artistic creation is also valid for their combinations. The painter does not want to create a thing. And if he puts together red, yellow, and green, there is no reason for the ensemble to have a definable signification, that is, to refer particularly to another object. Doubtless this ensemble is also inhabited by a soul, and since there must have been motives, even hidden ones, for the painter to have chosen yellow rather than violet, it may be asserted that the objects thus created reflect his deepest tendencies. However, they never express his anger, his anguish, or his joy as do words or the expression of the face; they are impregnated with these emotions; and in order for them to have crept into these colors, which by themselves already had something like a meaning, his emotions get mixed up and grow obscure. Nobody can quite recognize them there.
Tintoretto did not choose that yellow rift in the sky above Golgotha to signify anguish or to provoke it. It is anguish and yellow sky at the same time. Not sky of anguish or anguished sky; it is an anguish become thing, an anguish which has turned into yellow rift of sky, and which thereby is submerged and impasted by the proper qualities of things, by their impermeability, their extension, their blindpermanence, their externality, and that infinity of relations which they maintain with other things.
That is, it is no longer readable. It is like an immense and vain effort, forever arrested half-way between sky and earth, to express what their nature keeps them from expressing.
Similarly, the signification of a melody if one can still speak of signification is nothing outside of the melody itself, unlike ideas, which can be adequately rendered in several ways. Call it joyous or somber.
It will always be over and above anything you can say about it. Not because its passions, which are perhaps at the origin of the invented theme, have, by being incorporated into notes, undergone a transubstantiation and a transmutation. A cry of grief is a sign of the grief which provokes it, but a song of grief is both grief itself and something other than grief. Or, if one wishes to adopt the existentialist vocabulary, it is a grief which does not exist any more, which is. But, you will say, suppose the painter does houses? That’s just it. He makes them, that is, he creates an imaginary house on the canvas and not a sign of a house. And the house which thus appears preserves all the ambiguity of real houses.
The writer can guide you and, if he describes a hovel, make it seem the symbol of social injustice and provoke your indignation. The painter is mute. He presents you with a hovel, that’s all. You are free to see in it what you like. That attic window will never be the symbol of misery; for that, it would have to be a sign, whereas it is a thing. The bad painter looks for the type. He paints the Arab, the Child, the Woman; the good one knows that neither the Arab nor the proletarian exists either in reality or on his canvas. He offers a workman, a certain workman. And what are we to think about a workman? An infinity of contradictory things. All thoughts and all feelings are there, adhering to the canvas in a state of
profound undifferentiation. It is up to you to choose. Sometimes, high-minded artists try to move us. They paint long lines of workmen waiting in the snow to be hired, the emaciated faces of the unemployed, battle fields. They affect us no more than does Greuze with his “Prodigal Son. 53 And that masterpiece, “The Massacre of Guernica, ‘does any one think that it won over a single heart to the Spanish cause?’ And yet something is said that can never quite be heard and that would take an infinity of words to express. And Picasso’s long harlequins, ambiguous and eternal, haunted with inexplicable meaning, inseparable from their stooping leanness and their pale diamond-shaped tights, are emotion become flesh, emotion which the flesh has absorbed as the blotter absorbs ink, and emotion which is unrecognizable, lost, strange to itself, scattered to the four corners of space and yet present to itself.
I have no doubt that charity or anger can produce other objects, but they will likewise be swallowed up; they will lose their name; there will remain only things haunted by a mysterious soul. One does not paint significations; one does not put them to music. Under these conditions, who would dare require that the painter or musician engage himself?
On the other hand, the writer deals with significations. Still, a distinction must be made. The empire of signs is prose; poetry is on the side of painting, sculpture, and music. I am accused of detesting it; the proof, so they say, is that Les Temps Modernes publishes very few poems.
On the contrary, this is proof that we like it. To be convinced, all one need do is take a look at contemporary production. “At least,critics say triumphantly, “you can’t even dream of engaging it.” Indeed. But why should I want to? Because it uses words as does prose? But it does not use them in the same way, and it does not even use them at all, I should rather say that it serves them. Poets are men who refuse to utilize language. Now, since the quest for truth takes place in and by language conceived as a certain kind of instrument, it is unnecessary to imagine that they aim to discern or expound the true. Nor do they dream of naming the world, and, this being the case, they name nothing at all, for naming implies a perpetual sacrifice of the name to the object named, or, as Hegel would say, the name is revealed as the inessential in the face of the thing which is essential. They do
not speak, neither do they keep still; it is something different. It has been said that they wanted to destroy the “word” by monstrous couplings, but this is false. For then they would have to be thrown into the midst of utilitarian language and would have had to try to retrieve words from it in odd little groups, as for example “horse” and “butter” by writing “horses of butter.”
Besides the fact that such an enterprise would require infinite time, it is not conceivable that one can keep one- self on the plane of the utilitarian project, consider words as instruments, and at the same contemplate taking their instrumentality away from them. In fact, the poet has withdrawn from language-instrument in a single movement. Once and for all he has chosen the poetic attitude which considers words as things and not as signs. For the ambiguity of the sign implies that one can penetrate it at will like a pane of glass and pursue the thing signified, or turn his gaze toward its reality and consider it as an object. The man who talks is beyond words and near the object, whereas the poet is on this side of them. For the former, they are domesticated; for the latter they are in the wild state. For the former, they are useful conventions, tools which gradually wear out and which one throws away when they are no longer serviceable; for the latter, they are natural things which sprout naturally upon the earth like grass and trees.
But if he dwells upon words, as does the painter with colors and the musician with sounds, that does not mean that they have lost all signification in his eyes. Indeed, it is signification alone which can give words their verbal unity. Without it they are frittered away into sounds and strokes of the pen. Only, it too becomes natural. It is no longer the goal which is always out of reach and which human transcendence is always aiming at, but a property of each term, analogous to the expression of a face, to the little sad or gay meaning of sounds and colors. Having flowed into the word, having been absorbed by its sonority
or visual aspect, having been thickened and defaced, it too is a thing, increate and eternal.
For the poet, language is a structure of the external world. The speaker is in a situation in language; he is invested with words. They are prolongations of his meanings, his pincers, his antennae, his eyeglasses. He maneuvers them from within; he feels them as if they were his body; he is surrounded by a verbal body which he is hardly aware of and which extends his action upon the world. The poet is outside of language. He sees words inside out as if he did not share the human condition, and as if he were first meeting the word as a barrier as he comes toward men. Instead of first knowing things by their name, it seems that first he has a silent contact with them, since, turning toward that other species of thing which for him is the word, touching them, testing them, palping them, he discovers in them a slight luminosity of their own and particular affinities with the earth, the sky, the water, and all created things.
Not knowing how to use them as a sign of an aspect of the world, he sees in the word the image of one of these aspects. And the verbal image he chooses for its resemblance to the willow tree or the ash tree is not necessarily the word which we use to designate these objects. As he is already on the outside, he considers words as a trap to catch a fleeing reality rather than as indicators which throw him out of himself into the midst of things. In short, all language is for him the mirror of the world. As a result, important changes take place in the internal economy of the word. Its sonority, its length, its masculine
or feminine endings, its visual aspect, compose for him a face of flesh which represents rather than expresses signification. Inversely, as the signification is realized, the physical aspect of the word is reflected within it, and it, in its turn, functions as an image of the verbal body. Like its sign, too, for it has lost its pre-eminence; since words, like things, are increate, the poet does not decide whether the former exist for the latter or vice-versa.
Taken from ‘What is Literature’, by Jean-Paul Sartre, 1949.
Translated from the French by Bernard Frechtman
via What Is Literature.
Sartre on Literature | Philosophy Now.

NightWood

Au Café by Maurice Brange, Solita Solano and Djuna Barnes in Paris, 1922

“The unendurable is the beginning of the curve of joy.”

Djuna Barnes (12 June 1892 – 18 June 1982)

Questo di Djuna Barnes,Nightwood,pubblicato per la prima volta a Londra nel 1936,è considerato essere un romanzo cult non solo per il sensazionalismo della trama,contorta e con espliciti riferimenti all’omosessualità di Robin Vote,la protagonista,donna inquieta e alla tormentata ricerca di avventure,dapprima divenuta moglie di un barone “immaginario”,Felix Volkbein,investito del titolo nobiliare per vocazione al bello e romantico,amante del circo e del teatro,al quale darà un figlio,Guido,erede del presunto titolo di fantasia,poi,amante di una donna,Nora Flood,con la quale si trasferirà dagli Stati Uniti a Parigi,lasciando marito e figlio,quindi travolta da un turbinio bohemien di relazioni nella relazione,tra le braccia di Jenny Petherbridge,una 4 volte vedova che la terrà lontana da Nora e sarà all’origine della sua solitudine.
Quello a risaltare nel romanzo è lo stile gotico della prosa,il lirismo poetico e l’intricata trama rococò delle parafrasi,per questo,di difficile lettura-a volte comprensione,in inglese.
Centrale,nel romanzo, la figura del Dr. Matthew O’Connor,che si finge nel ruolo di dottore,in realtà un travestito,scampato alla Prima Guerra Mondiale,cui fantasia è quella di essere l’amante donna di un soldato,per buona parte del romanzo voce narrante,puntiglioso in cinismo,ironia e autocommiserazione.
Secondo la critica meno indulgente,il romanzo avrebbe avuto fortuna grazie all’entusiastica prefazione,del 1957,di T.S.Eliot,mentre proprio Eliot si fa scrupolo di sottolineare l’entusiasmo deriva tutto da spettacolarità,magnificenza,musicalità e ritmo della prosa
‘To say that NightWood will appeal primarily to readers of poetry does not mean that it is not a novel, but that it is so good a novel that only sensibilities trained on poetry can wholly appreciate it.
T.S.Eliot
Di seguito una parte del libro tratta dal quinto capitolo-‘Watchman,what of the night?’

T. Renner, Improvisation for Djuna Barnes (Nightwood #3)

‘Have you ever thought of the night?’ the doctor inquired with a little irony; he was extremely put out, having expected someone else, though his favorite topic, and one which he talked on whenever he had a chance, was the night. ‘Yes,’ said Nora, and sat down on the only chair.’I’ve thought of it, but thinking about does not help.’
‘Have you’,said the doctor,’ever thought of the peculiar polarity of times and times; and of sleep? Sleep the slain white bull? Well,I, doctor Mathew-Mighty-grain-of-salt-Dante-O’Connor, will tell you how the day and the night are related by their division. The very constitution of twilight is a fabulous reconstruction of fear, fear bottom-out and wrong side up. Every day is thought upon and calculated, but the night is not premeditated. The Bible lies the one way, but the night gown the other. The Night, “Beware of that dark door!”‘
‘I used to think’, Nora said, ‘that people just went to sleep, or if they did not go to sleep, that they were themselves, but now,’ she lit the cigarette and her hands trembled,’ now I see that the night does something to a person’s identity, even when asleep.’
‘Ah!’ exclaimed the doctor. ‘Let a man lay himself down in the Great Bed and his “identity” is no longer his own, his “trust” is not with him, and his “willingness” is turned over and is of another permission. His distress is wild and anonymous. He sleeps in a Town of Darkness, member of a secret brotherhood. He neither knows himself nor his outriders, he berserks a fearful dimension and dismounts, miraculously, in bed!
‘His heart is tumbling in his chest, a dark place! Though some go into the night as a spoon breaks easy water, others go head foremost against a new connivance; their horns make a dry crying,like the wings of the locust,late come to their shedding.
‘Have you thought of the night, now, in other times,in foreign countries- in Paris? When the streets were gall high with things you wouldn’t have done for a dare’s sake, and the way it was then; with the pheasants’ necks and the goslings’ beaks dangling against the hocks of the gallants,and not a pavement in the place, and everything gutters for miles and miles, and a stench to it that plucked you by the nostrils and you were twenty leagues out! The cries telling the price of wine to such good effect that the dawn saw good clerks full of piss and vinegar, and blood-letting in side streets where some wild princess in a night shift of velvet howled under a leech; not to mention the palaces of Nymphenburg echoing back to Vienna with the night trip of late kings letting water into plush cans and fine woodwork, no, ‘he said looking at her sharply, ‘I can see you have not! You should, for the night has been going on for a long time.’
She said, ‘I’ve never known it before- I thought I did, but it was not knowing at all.’
‘Exactly,’ said the doctor,’ you think you knew, and you hadn’t even shuffled the cards- now the nights of the period are not the nights of another. Neither are the nights of one city the nights of another. Let us take Paris for an instance, and France for a fact. Ah,Mon Dieu! La nuit effroyable! La nuit, qui est une immense plaine, et le coeur qui est une petit extremite! Ah, good Mother mine, Notre Dame-de-bonne-garde! Intercede for me now, while yet I explain what I am coming to! French nights are those which all nations seek the world over- and have you noticed that? Ask Doctor Mighty O’Connor; the reason the doctor knows everything is because he’s been everywhere at the wrong time and has now become anonymous.’
‘But,’ Nora said,’I never thought of the night as a life at all- I’ve never lived it- why did she?’
‘I’m telling you of French nights at the moment,’the doctor went on,’and why we all go into them. The night and the day are two travels, and the French -gut-greedy and fist-tight though they often are- alone leave testimony of the two in the dawn, we tear up the one for the sake of the other, not so the Fremch.
‘And why is that, because they think of the two as one continually, and keep it before their mind as the monks who repeat,”Lord Jesus Christ, Son of God, have mercy upon me!” Some twelve thousand or more times a twenty-four hours, so that it is finally in the head, good or bad,without saying a word. Bowing down from the waist, the world over they go, that they may resolve about the Great Enigma- as a relative about a cradle- and the Great Enigma can’t be thought of unless you turn the head the other way, and come upon thinking with the eye that you fear, which is called the back of the head, it’s the one we use when looking at the beloved in a darl place, and she is long time coming from a great way. We swoon with the thickness of our own tongue when we say,” I Love You”, as in the eye of a child lost a long while will be found the contraction of that distance- a child going small in the claws of a beast, coming furiously up the furlongs of the iris.
We are but skin about a wind,with muscles clenched against mortality. We sleep in a long reproachful dust against ourselves. We are full to the gorge with our own names for misery. Life, the pasture in which the night feeds and prunes the cud that nourishes us to despair. Life, the permission to know death.We were created that the earth might be made sensible of her inhuman taste; and love that the body might be so dear that even the earth should roar with it. Yes, we who are full to the gorge with misery, should look well around, doubting everything seen, done, spoken, precisely because we have a word for it, and not its alchemy.
‘To think of the arcon it is necessary to become the tree, And the tree of night is the hardest tree to mount, the dourest tree to scale, the most difficult of branch, the most febrile to the touch, and sweats a resin and drips a pitch against the palm that computation has not gambled. Gurus, who, I trust you know, are Indian teachers, expect you to contemplate the acorn ten years at a stretch, and if, in that time, you no wiser about the nut, you are not very bright, and that may be the only certainty with which you will come away, which is a post-graduate melancholy- for no man can find a greater truth than his kidney will allow. So I, Doctor Matthew Mighty O’Connor, ask you to think of the night the day long, and of the day the night through, or at some reprieve of the brain it will come upon heavily- an engine stalling itself upon your chest, halting its wheels against your heart; unless you have made a roadway for it.
taken from Nightwood,by Djuna Barnes,1936
Tony Renner, Artist.

Lo.Lee.Ta

Gabriel Smy by flickr

“Lolita,light of my fire,fire of my loins. My sin,my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the plate to tap, at three,on the teeth.Lo.Lee.Ta.”

Ci sono libri dei quali si teme la lettura; le ragioni sono personali,i timori molto spesso infondati.Per molti anni ho voluto,intenzionalmente,tenermi alla larga dagli esistenzialisti per averne letto il manifesto di Sartre(motivo sufficiente a spiegare le ragioni di questa scelta),da Samuel Beckett, William Faulkner,Jorge Luis Borges-senza nessuna ragione in particolare(se non per il fatto di non ritenermi all’altezza della lettura e alla partecipazione critica ed empatica delle idee).
Ricordo di un libro,letto in adolescenza,di Luciano De Crescenzo-credo Panta Rei,nel quale lo scrittore racconta di una donna della quale si innamora perchè in grado di poter citare Finnegans Wake a memoria; inutile nascondere sono stata intrigata da questa sfida e ho desiderato potervi riuscire anch’io (sebbene consapevole quello di James Joyce un capolavoro della letteratura assai esclusivo,cui lettura è riservata a quei pochi in grado di smisurata conoscenza letteraria-che io non ho).
Forse un giorno.Il bello della letteratura sta proprio nel consentire a ciascuno,attraverso la lettura,di esplorare diversi,differenti,stati dell’essere a cavallo la pluralità di personaggi e storie,apparentemente diversi,fondamentalmente unici e peculiari l’uomo e la vita, i dubbi,le tensioni ideali, i moti dello spirito,le piccole battaglie interiori,gli armistizi dell’anima.Molti sottovalutano il potere indagativo,rivelativo,conoscitivo della letteratura,e riducono la lettura a perditempo,gli scrittori a giocolieri del verbo,mentre è alla letteratura e agli scrittori che bisogna riconoscere il merito d’avere esemplificato il temperamento di un’epoca,descritto l’umore della storia,ponderato patemi esistenziali,indugiato alternative,dal punto di vista intellettuale e sentimentale,emotivo e descrittivo,metafisico e reale.
Vorrà suonare strano,ma c’è un romanzo che,per qualche ragione,non ho mai avuto il coraggio leggere finora e questo romanzo è Lolita di Vladimir Nabokov.Probabilmente perchè suggestionata dalla critica sbrigativa e spicciola che se n’è sempre fatta per schedulare la trama entro uno steriotipo un po’accattivante/un po’ commiserativo-forse,o forse perchè insofferente all’idea di un uomo di mezza età attratto in maniera morbosa da una-appena dodicenne-ragazzina. In realtà,per comprendere le ragioni che fanno di Lolita un capolavoro meraviglioso della letteratura,e i motivi per cui lo stesso è considerato essere uno dei migliori classici del ventesimo secoli,è necessario leggerlo in inglese,perchè è soltanto in inglese, a mio parere, che questo romanzo si rivela in tutto il suo incredibile fascino narrativo; c’è niente di più misurato e sentimentale della prosa, del piglio visionario a contorno delle immagini a onore della ninfetta Lolita suggerite da Humbert.
Quello che secondo me è importante sottolineare per rendere onore al romanzo,non è tanto la trama( uomo attempato che si innamora di una dodicenne smaliziata,personificazione del Complesso di Elettra) quanto la psicologia di questo amore. Humbert si innamora di Lolita perchè è tramite Lolita che Humbert ritorna ragazzino; il richiamo,in questo romanzo,è a quell’amore smaliziato e puro della prima infanzia,poi dell’adolescenza,che poco ha a che fare con quello adulto,spesso controverso, difficoltoso, impegnativo, cerebrale,complesso. L’amore di Humbert per Lolita è un amore semplice,fatto ancora di sensazioni,di ricordi legati alla prima infanzia, al sapore, all’odore delle cose,alla primordialità degli istinti,d’amore,di passione,di pudore,di paure,di sussulti e nostalgie.
Lolita, rappresenta per Humbert l’incarnazione di Annabel,primo amore dell’uomo,morta in giovane età, e insieme,la possibilità di riamarla,averla vicina,rivivere quell’amore mancato.Il riferimento è spicciolo,palese,reso già al terzo capitolo,con naturalezza e quasi pudore,tatto e malinconia.
A mio avviso frainteso da Kubrick in una prima rappresentazione cinematogrfica del 1962, merita la seppure smielata e pietosa interpretazione di Adrianne Lyne,del 1992.
A seguire il terzo e quarto capitolo
Cap 3
Annabel was,like the writer, of mixed parentage: half English, half Dutch, in her case. I remember her features far less distinctly today that I did a few years ago, before I knew Lolita. There are two kinds of visual memory : one when you skillfully recreate an image in the laboratory of your mind, with your eyes open (and then I see Annabel in such general terms as: “honey-colored skin,””thin arms,””brown bobbed hair,””long lashes,””big bright mouth”); and the other when you instantly evoke,with shut eyes, on the darl innerside of your eyelids, the objective, absolutely optical replica of a beloved face, a little ghost in natural colors(and this is how I see Lolita).
Let me therefore primly limit myself, in describing Annabel, to saying she was a lovely child a few months my junior. Her parents were old friends of my aunt’s and, as stuff as she. They had rented a villa not far from Hotel Mirama. Bald brow Mr.Leight and fat, powdered Mrs.Leight (born Vanessa van Ness). How I loathed them! At first, Annabel and I talked of peripheral affairs. She kept lifting handfuls of fine sand and letting it pour through her fingers. Our brains were turned the way those of intelligent European preadolescents were in our day and set, and I doubt if much individual genius should be assigned to our interest in the plurality of inhabited worlds, competitive tennis,infinity,solipsism and so on. The softness and fragility of baby animals caused us the same intense pain. She wanted to be a nurse in some famished Asiatic country; I wanted to be a famous spy.
All at once we were madly,crumsily,shamelessly, agonizingly in love with each other; hopelessly, I should add,because that frenzy of mutual possession might have been assuaged only by our actually imbibing and assimilating every particle of each other’s soul and flesh; but there we were, unbale even to mate as slum children would have so easily found an opportunity to do. After one wild attempt we made to meet at night in her garden (of which more later), the only privacy we were allowed was to be out of earshot but not out of sight on the populous part of the plage. There, on the soft sand, a few feet away from our eleders, we would sprawl all morning, in a petrified paroxysm of desire,and take advantage of every blessed quirk in space and time to touch each other; her hand, half-hidden in the sand, would creep toward me, its slender brown fingers sleepwalking nearer and nearer; then, her opalescent knee would start on a long cautious journey; sometimes a chance rampart built by younger children granted us sufficient concealment to graze each other’s salty lips; these incomplete contacts drove our healthy and inexperienced young bodies to such a state of exasperation that not even the cold blue water, under which we still clawed at each other,could bring relief.
Among some treasures I lost during the wanderings of my adult years, there was a snapshot taken by my aunt which showed Annabel, her parents and the staid, elderly,lame gentleman, a Dr.Cooper, who that same summer courted my aunt, grouped around a table in a sidewalk café. Annabel did not come out well, caught as she was in the act of bending over her chocolat glacé, and her thin bare shoulders and the parting in the hair were about all that could be identified ( as I remember that picture) amid the sunny blur into which her lost loveliness graded; but I, sitting somewhat apart from the rest, came out with a kind of dramatic conspicuousness; a moody, beetle-browed boy in a dark sport hirt and well-tailored white shorts, his legs crossed, sitting in profile, looking away. That photograph was taken on the last day of our fatal summer and just a few minutes before we made our second and final attempt to thwart fate. Under the flimsiest of pretexts ( this was our very last chance, and nothing really mattered) we escaped from the café to the beach, and found a desolate stretch of sand, and there, in the violet shadow of some red rocks forming a kind of cave, had a brief session of avid caresses, with somebody’s lost pair of sunglasses for only witness. I was on my knees, and on the point of possessing my darling, when two bearded bathers, the old man of the sea and his brother, came out of the sea with exclamations of ribald encouragement, and four months later she died of typhus in Corfu.
                                                                         Cap 4
I leaf again and again through these miserable memories, and keep asking myself, was it then, in the glitter of that remote summer, that the rift in my life began; or was my excessive desire for that child only the first evidence of an inherent singularity? When I try to analyze my own cravings, motives, actions and so forth, I surrender to a sort of retrospective imagination which feeds the analytic faculty with boundless alternatives and which causes each visualized route to fork and re-fork without end in the maddeningly complex prospect of my past. I am convinced, however, that in a certain magic and fateful way Lolita began with Annabel.
I also know that the shock of Annabel’s death consolidated the frustration of that nightmare summer, made of it a permanent obstacle to any further romance throughout the cold years of my youth. The spiritual and the physical had been blended in us with a perfection that must remain incomprehensible to the matter-of-fact, crude,standard-brained youngsters of today. Long after her death I felt her thoughts floating through mine. Long before we met we had had the same dreams. We compared notes. We found strange affinities. The same June of the same year (1919) a stray canary had fluttered into her house and mine, in two widely separated countries. Oh, Lolita, had you loved me thus!
I have reserved for the conclusion of my “Annabel” phase the account of our unsuccessful first tryst. One night, she managed to deceive the vicious vigilance of her family. In a nervous and slender-leaved mimosa grove at the back of their villa we found a perch on the ruins of a low stone wall. Through the darkness and the tender trees we could see the arabesques of lighted windows which, touched up by the colored inks od sensitive memory, appear to me now like playing cards- presumably because a bridge game was keeping the enemy busy. She trembled and twitched as I kissed the corner of her parted lips and the hot lobe of her ear. A cluster of stars palely glowed above us, between the silhouettes of long thin leaves; that vibrant sky seemed as naked as she was under her light frock. I saw her face in the sky, strangely distinct, as if it emitted a faint radiance of its own. Her legs,her lovely live legs, were not too close together, and when my hand located what it sought, a dreamy and eerie expression, half-pleasure,half-pain, came over those childish features. She sat a little higher than I,and whenever in her solitary ecstasy she was led to kiss me, her head would bend with a sleepy, soft,drooping movement that was almost woeful, and her bare knees caught and compressed my wrist,and slackened again; and her quivering mouth, distorted by the acridity of some mysterious potion, with a sibilant intake of breath came near to my face. She would try to relieve the pain of love by first roughly rubbing her dry lips against mine; then my darling would draw away with a nervous toss of her hair, and then again come darkly near and let me feed on her open mouth, while with a generosity that was ready to offer her everything, my heart, my throat, my entrails,I gave her to hold in her awkward fist the scepter of my passion.
I recall the scent of some kind of toilet powder- I believe she stole it from her mother’s Spanish maid- a sweetish, lowly, musky perfume. It mingled with her own biscuity odor, and my senses were suddenly filled to the brim; a sudden commotion in a nearby bush prevented them from overflowing- and as we drew away from each other, and with aching veins attended to what was probably a prowling cat, there came from the house her mother’s voice calling her, with a rising frantic note- and Dr.Cooper ponderously limped out into the garden. But That mimosa grove-the haze of stars,the tingle,the flame,the honey-dew, and the ache remained with me,and that little girl with her seaside limbs and ardent tongue haunted me ever since- until at last,twenty-four years later, I broke her spell incarnating her in another.
Taken from Lolita,by Vladimir Nabokov,1955
The Reading Life: Lolita by Vladimir Nabokov.

Anaïs Nin

Qualche giorno fa pensavo sarebbe interessante leggere il blog di molti dei personaggi chiave della letteratura-casomai questi potessero materializzarsi e vivere i giorni nostri; immagino Ulisse scrivere di viaggi e tempo libero,Anna Karenina trattare di relazioni sentimentali controverse; il grande Gatsby di business e nightlife,Santiago di pesca e fauna marina, Arturo Baldini ed Henry Chinaski di vini,cibo e scorribande notturne, il giovane Holden di disagi giovanili-la lista è pressochè lunga e gli argomenti svariati.
Qualche tempo fa leggevo di una scrittrice cubana di origini francesi, Anaïs Nin(21 Febbraio 1903 – 14 Gennaio 1977),femminista,nota per aver redatto e pubblicato un giornale della propria vita iniziato a scrivere all’età di 11 anni fino alla morte,per un totale di 60 anni di vita stampata e raccolta in un diario(‘The Diary of Anaïs Nin‘-composto da più di 150 volumi,edito per la prima volta nel 1966,in forma ridotta e comprendente soltanto gli anni dal 1931 al 1934, di maggiore fermento creatvo e artistico). Quella che a ragione varrebbe definire la blogger per eccezione, è meglio conosciuta dagli amanti del genere erotico;Anaïs Nin,infatti,amava scrivere delle proprie relazioni sessuali,di incesti,relazioni ambigue,tradimenti,e degli innumerevoli uomini che si sono succeduti nel corso della sua vita (fra questi Henry Miller,che avrà grande influenza nella sua carriera di scrittrice,Antonin Artuad [commediografo,di cui mi capitò parlare qualche post fa],Otto Rank-psicanalista, collega illuminato di Freud); fra gli scrittori che l’hanno maggiormente ispirata, sono da ricordare Djuna Barnes (di cui parlerò prossimamente),scrittrice americana,personaggio di spicco nell’allora Parigi bohemien,cui va il merito di aver portato alla luce la comunità lesbica,D. H. Lawrence,Marcel Proust,Arthur Rimbaud.
L’attività letteraria di Anaïs Nin segue la pubblicazione di oltre venti libri,tra prosa e poesia;Delta of Venus, rappresenta il testo maggiormente conosciuto dalla critica letteraria.Il libro raccoglie una serie di brevi racconti erotici scritti originariamente nel 1940 ma pubblicati in volume unico soltanto nel 1977.

Il testo nasce per volontà di un anonimo “Collezionista”che,inizialmente,chiederà a Henry Miller di scrivere una serie di racconti erotici di netto espliciti e densi in particolari. Lo scrittore,che per qualche ragione si dirà non interessato alla commissione, proporrà l’affare alla Nin, disponibile al progetto. Sebbene The Collector renderà chiaro alla Nin di evitare romanticismi in favore di un linguaggio prosaico,questa conferirà ai racconti quel tocco intimistico che varrà a rendere l’opera intera un caposaldo della letteratura erotica.
Del 1995 una versione cinematografica del libro diretta dal regista Zalman King.
Questo il link da cui accedere alla lettura della prefazione e un primo racconto del libro,in inglese

nin-anais-delta-of-venus.pdf (application/pdf Object).

“I, with a deeper instinct, choose a man who compels my strength, who makes enormous demands on me, who does not doubt my courage or my toughness, who does not believe me naïve or innocent, who has the courage to treat me like a woman.”
Anaïs Nin

Play that book

Ieri sera leggevo un articolo sull’Independent redatto dalla novellista Jessica Duchen circa la musica nella letteratura.Fondamentalmente pretesto per pubblicizzare uno dei suoi libri ‘Rites of Spring’che prende il titolo dal balleto di Igor Stravinskij appunto. La Duchen,poi,approfitta dell’articolo per raccontare della musica nella letteratura a cui importanti scrittori hanno fatto riferimento per sottolineare ,attraverso il potente fascino evocativo che esprime,la drammaticità,lo spessore emotivo, delle loro opere.
Così la Duchen fa riferimento all’opera di Tolstoy,Sonata a Kreutzer,che prende il titolo dal componimento di Beethoven(e da cui è stato realizzato un film nel 2000,del regista Bernard Rose-The Kreutzer Sonata).”La canzone dell’amore trionfante”racconto breve di Turgenev che fa riferimento a un’aria cantanta dall’amante Valeria,personificazione romanzata della cantante Pauline Viardot,con la quale Turgenev ebbe un affair.”Dalla parte di Swann”,romanzo di Proust che trae ispirazione da una sonata del violinista Vinteuil.”Casa Howard”di Edward Morgan Forster,che trae ispirazione dalla Quinta Sinfonia di Beethoven
Potete leggere l’intero articolo a questo indirizzo
http://www.independent.co.uk/arts-entertainment/books/features/music-in-literature-408217.html
Mi è così venuta in mente più di una band che ha dedicato un brano se non l’intero album all’opera di uno scrittore.Fra tutti gli Alan Parsons Project,inglesi,conosciuti negli ambienti prog,cui idea alla base della produzione discografica era il concept album,un album cioè sviluppato sulla base di un filo conduttore da legamento ai brani.Celebre “Tales of Mystery and Imagination“ispirato da i “Racconti Straordinari “di E.A. Poe ,”I Robot” che prende spunto da un racconto di Isaac Asimov . Eumir Deodato,poliedrico musicista brasiliano(tendenzialmente jazz e fusion) con il singolo”Also Sprach Zarathustra” del 1972,Così parlò Zarathustra,componimento di Strauss e opera di Nietzsche.
“The old Man and The Sea”,credo danese,ripeto credo, prog rock danese anni’70 che trasse ispirazione per il nome della band dal romanzo “Il vecchio e il Mare” di Ernest Hemingway.Più di recente i Franz Ferdinand con Ulysses,contenuta nell’album Tonight, e Ulisse dei “Senza Nome”,prog psychedelic rock band italiana anni’70.
Sono sicura ci sono decine di altre bands e pezzi ispirati alla letteratura,soltanto non me ne vengono in mente altri al momento.
Chiunque ispirato,si senta libero di aggiungerli in commento,ne sarei felice  🙂