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L'ombelico di Svesda

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A STATELESS PLAYLIST

Illustration by Cristiana Couceiro

Stateless è una band inglese di Leeds che suona electronic alternative rock e mi è stata presentata da mia sorella qualche tempo fa. La particolarità dei Stateless consiste nelle sonorità, piuttosto ricercate e di grande effetto, distinguibili specialmente per i frequenti contrasti, tonalità scure a suoni morbidi poi alterati.
Ho scelto alcuni dei loro brani che mi piacciono maggiormente e sono stati tratti dagli album The Bloodstream (2005), Stateless (2007) e Matilda (2011). Da ascoltarsi quando si è dell’umore giusto. Sceglierete voi quale.

Stateless – Blue Fire feat Amenta
Stateless – Ariel
Stateless – I shall Not Complain
Stateless – Prism #1
Stateless – Bloodstream
Stateless – Running Out
Stateless – Exit
Stateless – Ballad Of NGB
Stateless – Assassinations

Degli Abeti E Del Barone Rampante

Illustration by Terry Fan

La campagna, che meraviglia, secca, arsa dal sole, il frinire delle cicale, il gracidio dei corvi, le balle di fieno, onde alte, onde basse, onde alte, onde basse, che disegnano ricami di spuma dorata nei campi fiatati dallo scirocco, e il Mediterraneo, dietro i muretti a secco, a pennellate di cielo e nuvole oltre il limitare della terra cotta. I papaveri. I girasoli.
C’è una pineta vicino casa dove vado quasi tutti i giorni, a correre e passeggiare; qualche anno fa un incendio ha bruciato diversi ettari di terreno impoverendo di molto il paesaggio e privandolo del verde che prima ossigenava l’aria e offriva frescura nelle colline. Mi piacerebbe riconoscere la varietà di uccelli che mi capita di vedere, spesso piccoli come passerotti e con le ali sfumate di azzurro e giallo; un giorno mi è capitato incontrare un riccio, un altro un paio di volpi (sebbene potrebbe trattarsi delle guardie forestali che si aggirano tra i cespugli e a tarda sera spiano le coppiette appartate in macchina nelle aree di sosta).
Sapevate i celti usavano assegnare un albero ai giorni del caldendario, che si distingue dal nostro perchè inizia il primo giorno di novembre, e in base allo studio delle costellazioni minori associare un albero alla nascita di ciascun individuo. Secondo la tradizione celtica io sono un abete.
Tra gli alberi che punteggiano di verde le colline della pineta, ci sono molti cipressi, abeti, lecci e oleandri, che amo particolarmente per via del portamento arbustivo e i meravigliosi fiori. Pare il fusto e le foglie dell’oleandro particolarmente velenosi. Natura matrigna e ingannevole.
Stamattina, passeggiando tra i pini, mi è venuto in mente Il barone rampante, di Italo Calvino, che da ragazzino litiga col padre e sale su un albero per trascorrere tra i rami tutta la vita; il romanzo è ambientato nel settecento ed evoca molto il racconto filosofico di Diderot e Voltaire, le avventure di Crusoe disperso in un’isola deserta, le sfide di Fogg in giro per il mondo in ottanta giorni. Il giovane Cosimo si arrampica di ramo in ramo e di albero in albero supera confini, vive avventure, legge romanzi, conosce uomini (persino Napoleone, persino lo zar di Russia), fantastica di uno stato ideale alla maniera di Platone, si innamora. Sullo sfondo la campagna ligure e i botti della Rivoluzione Francese.
Ho ritrovato questo libro a casa dei miei, in soffitta, dentro una scatola ricoperta di polvere e sporcizia. La libreria del soggiorno di casa è già troppo piena di prestigiose bomboniere e cornici e fronzoli, perchè vi rimanga spazio libero da stanziare a carabattole inutili come i libri, per scrupolo meglio depositati nel garage.
Mi rendo conto non è carino, ma mi piace riportare appena le pagine conclusive del romanzo, che io amo molto, e  danno speranza. La speranza di salire su una mongolfiera e viaggiare lontano, almeno con l’immaginazione.
A parlare è il fratello di Cosimo, che scrive

Ora io non so che cosa ci porterà questo secolo decimonono, cominciato male e che continua sempre peggio. Grava sull’Europa l’ombra della Restaurazione; tutti i novatori – giacobini o bonapartisti che fossero – sconfitti; gli ideali della giovinezza, i lumi, le speranze del nostro secolo decimottavo, tutto è cenere.
Io confido i miei pensieri a questo quaderno, nè saprei altrimenti esprimerli: sono stato sempre un uomo posato, senza grandi slanci o smanie, padre di famiglia, nobile di casato, illuminato di idee, ossequiente alle leggi. Gli eccessi della politica non m’hanno dato mai scrolloni troppo forti, e spero che così continui. Ma dentro, che tristezza!
Prima ero diverso, c’era mio fratello; mi dicevo: ‘c’è già lui che ci pensa’ e io badavo a vivere. Il segno delle cose cambiate per me non è stato nè l’arrivo degli Austrorussi nè l’annessione al Piemonte nè le nuove tasse o che so io, ma il non veder più lui, aprendo la finestra, lassù in bilico. Ora che lui non c’è, mi pare che dovrei pensare a tante cose, la filosofia, la politica, la storia, seguo le gazzette, leggo i libri, mi ci rompo la testa, ma le cose che voleva dire lui non sono lì, è altro che lui intendeva, qualcosa che abbracciasse tutto, e non poteva dirla con parole ma solo vivendo come visse. Solo essendo così spietatamente se stesso come fu fino alla morte, poteva dare qualcosa a tutti gli uomini.
Ricordo quando s’ammalò. Ce ne accorgemmo perchè portò il suo giaciglio sul grande noce là in mezzo alla piazza. Prima, i luoghi dove dormiva li aveva sempre tenuti nascosti, col suo istinto selvatico. Ora sentiva bisogno d’essere sempre in vista degli altri. A me si strinse il cuore: avevo sempre pensato che non gli sarebbe piaciuto di morire solo, e quello forse era già un segno. Gli mandammo un medico, su con una scala; quando scese fece una smorfia ed allargò le braccia.
Salii io sulla scala – Cosimo, – principia a dirgli, – hai settantacinque anni passati, come puoi continuare a star lì in cima? Ormai quello che volevi dire l’hai detto, abbiamo capito, è stata una gran forza d’animo la tua, ce l’hai fatta, ora puoi scendere. Anche per chi ha passato tutta la vita in mare c’è un’età in cui si sbarca.
Macchè. Fece di no con la mano. Non parlava quasi più. S’alzava, ogni tanto, avvolto in una coperta fin sul capo, e si sedeva su un ramo a godersi un po’ di sole. Più in là non si spostava. C’era una vecchia del popolo, una santa donna (forse una sua antica amante), che andava a fargli le pulizie, a portargli piatti caldi. Tenevamo la scala a pioli appoggiata contro il tronco, perchè c’era sempre bisogno d’andar su ad aiutarlo, e anche perchè si sperava che si decidesse da un momento all’altro a venir giù. (Lo speravano gli altri; io lo sapevo bene come lui era fatto). Intorno, sulla piazza c’era sempre un circolo di gente che gli teneva compagnia, discorrendo tra loro e talvolta anche rivolgendogli una battuta, sebbene si sapesse che non aveva più voglia di parlare.
S’aggravò. Issammo un letto sull’albero, riuscimmo sistemarlo in equilibrio; lui si coricò volentieri. Ci prese un po’ il rimorso di non averci pensato prima: a dire il vero lui le comodità non le rifiutava mica: pur che fosse sugli alberi, aveva sempre cercato di vivere meglio che poteva. Allora ci affrettammo a dargli altri conforti: delle stuoie per ripararlo dall’aria, un baldacchino, un braciere. Migliorò un poco, e gli portammo una poltrona, le assicurammo tra due rami; prese a passarci le giornate, avvolto nelle sue coperte.
Un mattino invece non lo vedemmo nè in letto nè in poltrona, alzammo lo sguardo, intimoriti: era salito in cima all’albero e se ne stava a cavalcioni d’un ramo altissimo, con indosso solo una camicia.
-Che fai lassù?
Non rispose. Era mezzo rigido. Sembrava stesse là in cima per miracolo. Preparammo un gran lenzuolo di quelli per raccogliere le olive, e ci mettemmo in una ventina a tenerlo teso, perchè ci s’aspettava che cascasse.
Intanto andò su un medico; fu una salita difficile, bisognò legare due scale una sull’altra. Scese e disse: -Vada il prete.
C’eravamo già accordati che provasse un certo Don Pericle, suo amico, prete costituzionale al tempo dei Francesi, iscritto alla Loggia quando ancora non era proibito al clero, e di recente riammesso ai suoi uffici dal Vescovado, dopo molte traversie. Salì coi paramenti e il ciborio, e dietro il chierico. Stette un po’lassù, pareva confabulassero, poi scese. – Li ha presi i sacramenti, allora, Don Pericle?
-No, no, ma dice che va bene, che per lui va bene -. Non si riuscì a cavargli di più.
Gli uomini che tenevano il lenzuolo erano stanchi. Cosimo stava lassù e non si muoveva. Si levò il vento, era libeccio, la vetta dell’albero ondeggiava, noi stavamo pronti. In quella in cielo apparve una mongolfiera.
Certi aeronauti inglesi facevano esperienze di volo in mongolfiera sulla costa. Era un bel pallone, ornato di frange e gale e fiocchi, con appesa una navicella di vimini: e dentro due ufficiali con le spalline d’oro e le aguzze feluche guardavano col cannocchiale il paesaggio sottostante. Puntarono i cannocchiali sulla piazza, osservando l’uomo sull’albero, il lenzuolo teso, la folla, aspetti strani del mondo. Anche Cosimo aveva alzato il capo, e guardava attento il pallone.
Quand’ecco la mongolfiera fu presa da una girata di libeccio; cominciò a correre nel vento vorticando come una trottola, e andava verso il mare. Gli aeronauti, senza perdersi d’animo, s’adoperavano a ridurre – credo – la pressione del pallone e nello stesso tempo srotolarono giù l’ancora per cercare d’afferrarsi a qualche appiglio. L’ancora volava argentea nel cielo appesa a una lunga fune, e seguendo obliqua la corsa del pallone ora passava sopra la piazza, ed era pressapoco all’altezza della cima del noce, tanto che temevamo colpisse Cosimo. Ma non potevamo supporre quello che dopo un attimo avrebbero visto i nostri occhi.
L’agonizzante Cosimo, nel momento in cui la fune dell’ancora gli passò vicino, spiccò un balzo di quelli che gli erano consueti nella sua gioventù, s’aggrappò alla corda, coi piedi sull’ancora e il corpo raggomitolato, e così lo vedemmo volar via, trascinato nel vento, frenando appena la corsa del pallone, e sparire verso il mare..
La mongolfiera, attraversato il golfo, riuscì ad atterrare poi sulla riva. Appesa alla corda c’era solo l’ancora. Gli aeronauti, troppo affannati a cercar di tenere la rotta, non s’erano accorti di nulla. Si suppose che il vecchio morente fosse sparito mentre volava in mezzo al golfo.
Così scomparse Cosimo, e non ci diede neppure la soddisfazione di vederlo tornare sulla terra da morto. Nella tomba di famiglia c’era una stele che lo ricorda con scritto: ‘Cosimo Piovasco di Rondò – Visse sugli alberi – Amò sempre la terra -Salì in cielo’.

Ogni tanto scrivendo m’interrompo e vado alla finestra. Il cielo è vuoto, e a noi vecchi d’Ombrosa, abituati a vivere sotto quelle verdi cupole, fa male agli occhi guardarlo. Si direbbe che gli alberi non hanno retto, dopo che mio fratello se n’è andato, o che gli uomini sono stati presi dalla furia della scura. Poi, la vegetazione è cambiata:non più i lecci, gli olmi, le roveri: ora l’Africa, l’Australia, le Americhe, le Indie allungano fin qui rami e radici. Le piante antiche sono arretrate in alto: sopra le colline gli olivi e nei boschi dei monti pini e castagni; in giù la costa è un’Australia rossa d’eucalipti, elefantesca di ficus, piante da giardino enormi e solitarie, e tutto il resto è palme, coi loro ciuffi scarmigliati, alberi inospitali del deserto.
Ombrosa non c’è più. Guardando il cielo sgombro, mi domando se davvero è esistita. Quel frastaglio di rami e foglie, biforcazioni, lobi, spiumii, minuto e senza fine, e il cielo solo a sprazzi irregolarie e ritagli, forse c’era solo perchè ci passasse mio fratello col suo leggero passo di codibugnolo, era un ricamo fatto sul nulla che assomiglia a questo filo d’inchiostro, come l’ho lasciato correre per pagine e pagine, zeppo di cancellature, di rimandi, di sgorbi nervosi, di macchie, di lacune, che a momenti si sgrana in grossi acini chiari, a momenti si infittisce in segni minuscoli come semi puntiformi, ora si ritorce su se stesso, ora si biforca, ora collega grumi di frasi con contorni di foglie o di nuvole, e poi s’intoppa, e poi ripiglia a attorcigliarsi, e corre e corre e si sdipana e avvolge un ultimo grappolo insensato di parole idee sogni ed è finito.
(1957)

da Il Barone Rampante, Italo Calvino, 1957

Christian Northeast


via zema* my/kaleidoscope*.
christian northeast – journal.

– It’s Time to Write it Down

Adaptation (Fake Criterion) by Heath Killen

[good thursday resolutions]

I PLEDGE TO READ THE PRINTED WORD

Text Rain by Kyungduk Kim

Da quando A***** ha destinato al mercato mondiale la vendita dei K******, quell’affare sottiletta lanciato nel 2009, alternativa digitale al formato cartaceo di libri, riviste e giornali, è più che mai crisi nel settore dell’editoria.Leggevo.
E’ peste digitale. Di quegli affari ne vedo ovunque, in treno, in autobus, al bar, e gli ebooks vanno tanto di moda quanto l’ultimo smart phone o M** d’avanguardia; mai quanto adesso la gente si scopre, insospettabilmente, appassionata di lettura.
Che il settore dell’editoria sia in crisi,non è una novità. Ma che lo sia ulteriormente in conseguenza del digitale mi pare il paradosso più estremo e surreale al contempo.
Mi piace sostenere il diritto di continuare a leggere la carta stampata (qualcuno avanzerà il problema della deforestazione. stronzate. ci sarebbero quintali di carta riciclata da riciclare ulteriormente e a sufficienza per chissà quanti milioni ancora di libri e riviste stampate) soprattutto il piacere di poterlo continuare a fare.

The Love Song of J. Alfred Prufrock

S’io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza più scosse.
Ma perciocché giammai di questa fondo
Non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
Senza tema d’infamia ti rispondo.

Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l’insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono…
Oh, non chiedere « Cosa? »
Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d’ottobre
S’arricciolò attorno alla casa, e si assopì.

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E di sicuro ci sarà tempo
Di chiedere, « Posso osare? » e, « Posso osare? »
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli –
(Diranno: « Come diventano radi i suoi capelli! »)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento,
Con la cravatta ricca e modesta, ma asseríta da un semplice spillo –
(Diranno: « Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia! »)
Oserò
Turbare l’universo?
In un attimo solo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà

Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: –
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?
E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti –
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? .
Come potrei rischiare?
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte –
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Potrei rischiare, allora?-
Come potrei cominciare?

. . . . . . . . . . . .

Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
D’uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?…

Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
Che corrono sul fondo di mari silenziosi

. . . . . . . . . . . . .

E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
Lisciata da lunghe dita,
Addormentata… stanca… o gioca a fare la malata,
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Potrei, dopo il tè e le paste e, i gelati,
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,
Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po’ a perdere i capelli)
Portato su un vassoio,
lo non sono un profeta – e non ha molta importanza;
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
E ho visto l’eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
E a farla breve, ne ho avuto paura.

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
E fra la porcellana e qualche chiacchiera
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
D’affrontare il problema sorridendo,
Di comprimere tutto l’universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » –
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
Dicesse: « Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente. »
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
E questo, e tante altre cose? –
E’ impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
E volgendosi verso la finestra, dicesse:
« Non è per niente questo,
Non è per niente questo che volevo dire. »

. . . . . . . . . . .

No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Io sono un cortigiano, sono uno
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
Deferente, felice di mostrarsi utile,
Prudente, cauto, meticoloso;
Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso;
Talvolta, in verità, quasi ridicolo –
E quasi, a volte, il Buffone.

Divento vecchio… divento vecchio…
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste al largo cavalcare l’onde
Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:
Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

Thomas Stearns “T. S.” Eliot (1915)

Rolf Armstrong

Rolf Armstrong pin-up girl images – The Pin-up Files.

A misunderstood genius

Catrin Welz-Stein-Unborn Ideas

“There is in every madman
a misunderstood genius
whose idea
shining in his head
frightened people
and for whom delirium was the only solution
to the strangulation
that life had prepared for him.”
Antonin Artaud
(September 4, 1896, in Marseille – March 4, 1948 in Paris)
French playwright, poet, actor and theatre director.

Édouard-Henri Avril

Illustrazione di Édouard-Henri Avril ai Sonetti Lussuriosi di Pietro Aretino (1892)

Miss Fanny Hill

Risale al 1748 un romanzo di John Cleland (scrittore inglese nato nel 1709),stampato a Londra da Thomas Parker per volere dell’editore Ralph Griffiths(sotto lo pseudonimo di G. Fenton),che valse allo scrittore,allo stampatore e all’editore,un mandato d’arresto con l’accusa di oscenità.Il libro,”Memoirs of a Woman of Pleasure“,conosciuto anche come “Fanny Hill”,fece scalpore e scandalo per i contenuti espliciti in riferimento alla vita sessuale di Miss Fanny Hill,nobildonna londinese che racconta dei propri amanti e delle scorribande sessuali che vivacizzano lo scenario dell’allora società inglese,a quei tempi in pieno boom industriale.
John Cleland,figlio dello scrittore e ufficiale delle armi William Cleland,scrisse il romanzo durante un periodo di prigionia durato un anno e incorso per truffa.Una prima parte del romanzo venne pubblicata nel novembre del 1748,una seconda appena nel febbraio del 1749.
Accusato di oscenità,John Cleland smentì la paternità del romanzo e il libro venne ritirato;benchè ne fu vietata la pubblicazione,il romanzo venne comunque stampato in edizioni pirata e arricchito di nuovi e aggiuntivi episodi di richiamo all’omosessualità e alla sodomia.A seguito di questo,John Cleland scrisse una nuova versione del romanzo,nel marzo del 1750,omessa dei contenuti scandalistici,ma il libro venne comunque e nuovamente bannato e la vendita proibita.
Ciò nonostante,il libro continuò a essere pubblicato segretamente e arricchito di illustrazioni;la versione francese,contiene quelle del famoso pittore e illustratore Édouard-Henri Avril,meglio conosciuto come Paul Avril(1843-1928).
A seguire una parte del libro,la quinta
Part V
And why should I here suppress the delight I received from this amiable creature, in remarking each artless look, each motion of pure undissembled nature, betrayed by his wanton eyes; or shewing, transparently, the glow and suffusion of blood through his fresh, clear skin, whilst even his sturdy rustic pressures wanted not their peculiar charm? Oh! but, say you, this was a young fellow of too low a rank of life to deserve so great a display. May be so: but was my condition, strictly consider’d one jot more exalted? or, had I really been much above him, did not his capacity of giving such exquisite pleasure sufficiently raise and ennoble him, to me, at least? Let who would, for me, cherish, respect, and reward the painter’s, the statuary’s, the musician’s arts, in proportion to delight taken in them: but at my age, and with my taste for pleasure, a taste strongly constitutional to me, the talent of pleasing, with which nature has endowed a handsome person, form’d to me the greatest of all merits; compared to which, the vulgar prejudices in favor of titles, dignities, honors, and the like, held a very low rank indeed. Nor perhaps would the beauties of the body be so much affected to be held cheap, were they, in their nature, to be bought and delivered. But for me, whose natural philosophy all resided in the favorite center of sense, and who was rul’d by its powerful instinct in taking pleasure by its right handle, I could scarce have made a choice more to my purpose.
Mr. H . . .’s loftier qualifications of birth, fortune and sense laid me under a sort of subjection and constraint that were far from making harmony in the concert of love, nor had he, perhaps, thought me worth softening that superiority to; but, with this lad, I was more on that level which love delights in.
We may say what we please, but those we can be the easiest and freest with are ever those we like, not to say love, the best.
With this stripling, all whose art of love was the action of it, I could, without check of awe or restraint, give a loose to joy, and execute every scheme of dalliance my fond fancy might put me on, in which he was, in every sense, a most exquisite companion. And now my great pleasure lay in humoring all the petulances, all the wanton frolic of a raw novice just fleshed, and keen on the burning scent of his game, but unbroken to the sport: and, to carry on the figure, who could better TREAD THE WOOD than he, or stand fairer for the HEART OF THE HUNT?
He advanc’d then to my bed-side, and whilst he faltered out his message, I could observe his color rise, and his eyes lighten with joy, in seeing me in a situation as favorable to his loosest wishes as if he had bespoke the play.
I smiled, and put out my hand towards him, which he kneeled down to (a politeness taught him by love alone, that great master of it) and greedily kiss’d. After exchanging a few confused questions and answers, I ask’d him if he would come to bed to me, for the little time I could venture to detain him. This was just asking a person, dying with hunger, to feast upon the dish on earth the most to his palate. Accordingly, without further reflection, his cloaths were off in an instant; when, blushing still more at his new liberty, he got under the bed-cloaths I held up to receive him, and was now in bed with a woman for the first time in his life.
Here began the usual tender preliminaries, as delicious, perhaps, as the crowning act of enjoyment itself; which they often beget an impatience of, that makes pleasure destructive of itself, by hurrying on the final period, and closing that scene of bliss, in which the actors are generally too well pleas’d with their parts not to wish them an eternity of duration.
When we had sufficiently graduated our advances towards the main point, by toying, kissing, clipping, feeling my breasts, now round and plump, feeling that part of me I might call a furnace-mouth, from the prodigious intense heat his fiery touches had rekindled there, my young sportsman, embolden’d by every freedom he could wish, wantonly takes my hand, and carries it to that enormous machine of his, that stood with a stiffness! a hardness! an upward bent of erection! and which, together with its bottom dependence, the inestimable bulge of lady’s jewels, formed a grand show out of goods indeed! Then its dimensions, mocking either grasp or span, almost renew’d my terrors.
I could not conceive how, or by what means I could take, or put such a bulk out of sight. I stroked it gently, on which the mutinous rogue seemed to swell, and gather a new degree of fierceness and insolence; so that finding it grew not to be trifled with any longer, I prepar’d for rubbers in good earnest.
Slipping then a pillow under me, that I might give him the fairest play, I guided officiously with my hand this furious battering ram, whose ruby head, presenting nearest the resemblance of a heart, I applied to its proper mark, which lay as finely elevated as we could wish; my hips being borne up, and my thighs at their utmost extension, the gleamy warmth that shot from it made him feel that he was at the mouth of the indraught, and driving foreright, the powerfully divided lips of that pleasure-thirsty channel receiv’d him. He hesitated a little; then, settled well in the passage, he makes his way up the straits of it, with a difficulty nothing more than pleasing, widening as he went, so as to distend and smooth each soft furrow: our pleasure increasing deliciously, in proportion as our points of mutual touch increas’d in that so vital part of me in which I had now taken him, all indriven, and completely sheathed; and which, crammed as it was, stretched, splitting ripe, gave it so gratefully strait an accommodation! so strict a fold! a suction so fierce! that gave and took unutterable delight. We had now reach’d the closest point of union; but when he backened to come on the fiercer, as if I had been actuated by a fear of losing him, in the height of my fury I twisted my legs round his naked loins, the flesh of which, so firm, so springy to the touch, quiver’d again under the pressure; and now I had him every way encircled and begirt; and having drawn him home to me, I kept him fast there, as if I had sought to unite bodies with him at that point. This bred a pause of action, a pleasure stop, whilst that delicate glutton, my nethermouth, as full as it could hold, kept palating, with exquisite relish, the morsel that so deliciously ingorged it. But nature could not long endure a pleasure that so highly provoked without satisfying it: pursuing then its darling end, the battery recommenc’d with redoubled exertion; nor lay I inactive on my side, but encountering him with all the impetuosity of motion but encountering him with all the impetuosity of motion I was mistress of. The downy cloth of our meeting mounts was now of real use to break the violence of the tilt; and soon, too soon indeed! the highwrought agitation, the sweet urgency of this to-and-fro friction, raised the titillation on me to its height; so that finding myself on the point of going, and loath to leave the tender partner of my joys behind me, I employed all the forwarding motions and arts my experience suggested to me, to promote his keeping me company to our journey’s end. I not only then tighten’d the pleasure-girth round my restless inmate by a secret spring of friction and compression that obeys the will in those parts, but stole my hand softly to that store bag of nature’s prime sweets, which is so pleasingly attach’d to its conduit pipe, from which we receive them; there feeling, and most gently indeed, squeezing those tender globular reservoirs; the magic touch took instant effect, quicken’d, and brought on upon the spur the symptoms of that sweet agony, the melting moment of dissolution, when pleasure dies by pleasure, and the mysterious engine of it overcomes the titillation it has rais’d in those parts, by plying them with the stream of a warm liquid that is itself the highest of all titillations, and which they thirstily express and draw in like the hotnatured leach, which to cool itself, tenaciously attracts all the moisture within its sphere of exsuction. Chiming then to me, with exquisite consent, as I melted away, his oily balsamic injection, mixing deliciously with the sluices in flow from me, sheath’d and blunted all the stings of pleasure, it flung us into an extasy that extended us fainting, breathless, entranced. Thus we lay, whilst a voluptuous languor possest, and still maintain’d us motionless and fast locked in one another’s arms. Alas! that these delights should be no longer-lived! for now the point of pleasure, unedged by enjoyment, and all the brisk sensations flatten’d upon us, resigned us up to the cool cares of insipid life. Disengaging myself then from his embrace, I made him sensible of the reasons there were for his present leaving me; on which, though reluctantly, he put on his cloaths with as little expedition, however, as he could help, wantonly interrupting himself, between whiles, with kisses, touches and embraces I could not refuse myself to. Yet he happily return’d to his master before he was missed; but, at taking leave, I forc’d him (for he had sentiments enough to refuse it) to receive money enough to buy a silver watch, that great article of subaltern finery, which he at length accepted of, as a remembrance he was carefully to preserve of my affections.

And here, Madam, I ought, perhaps, to make you an apology for this minute detail of things, that dwelt so strongly upon my memory, after so deep an impression: but, besides that this intrigue bred one great revolution in my life, which historical truth requires I should not sink from you, may I not presume that so exalted a pleasure ought not to be ungratefully forgotten, or suppress’d by me, because I found it in a character in low life; where, by the bye, it is oftener met with, purer, and more unsophisticate, that among the false, ridiculous refinements with which the great suffer themselves to be so grossly cheated by their pride: the great! than whom there exist few amongst those they call the vulgar, who are more ignorant of, or who cultivate less, the art of living than they do; they, I say, who for ever mistake things the most foreign of the nature of pleasure itself; whose capital favourite object is enjoyment of beauty, wherever that rare invaluable gift is found, without distinction of birth, or station.
As love never had, so now revenge had no longer any share in my commerce with this handsome youth. The sole pleasures of enjoyment were now the link I held to him by: for though nature had done such great matters for him in his outward form, and especially in that superb piece of furniture she had so liberally enrich’d him with; though he was thus qualify’d to give the senses their richest feast, still there was something more wanting to create in me, and constitute the passion of love. Yet Will had very good qualities too; gentle, tractable, and, above all, grateful; close, and secret, even to a fault: he spoke, at any time, very little, but made it up emphatically with action; and, to do him justice, he never gave me the least reason to complain, either of any tendency to encroach upon me for the liberties I allow’d him, or of his indiscretion in blabbing them. There is, then, a fatality in love, or have loved him I must; for he was really a treasure, a bit for the BONNE BOUCHE of a duchess; and, to say the truth, my liking for him was so extreme, that it was distinguishing very nicely to deny that I loved him.
My happiness, however, with him did not last long, but found an end from my own imprudent neglect. After having taken even superfluous precautions against a discovery, our success in repeated meetings embolden’d me to omit the barely necessary ones. About a month after our first intercourse, one fatal morning (the season Mr. H . . . rarely or never visited me in) I was in my closet, where my toilet stood, in nothing but my shift, a bed gown and under-petticoat. Will was with me, and both ever too well disposed to baulk an opportunity. For my part, a warm whim, a wanton toy had just taken me, and I had challeng’d my man to execute it on the spot, who hesitated not to comply with my humour: I was set in the arm-chair, my shift and petticoat up, my thighs wide spread and mounted over the arms of the chair, presenting the fairest mark to Will’s drawn weapon, which he stood in act to plunge into me; when, having neglected to secure the chamber door, and that of the closet standing a-jar, Mr. H . . . stole in upon us before either of us was aware, and saw us precisely in these convicting attitudes.
I gave a great scream, and drop’d my petticoat: the thunder-struck lad stood trembling and pale, waiting his sentence of death. Mr. H . . . looked sometimes at one, sometimes at the other, with a mixture of indignation and scorn; and, without saying a word, turn’d upon his heel and went out.
As confused as I was, I heard him very distinctly turn the key, and lock the chamber-door upon us, so that there was no escape but through the dining-room, where he himself was walking about with distempered strides, stamping in a great chafe, and doubtless debating what he would do with us.
In the mean time, poor William was frightened out of his senses, and, as much need as I had of spirits to support myself, I was obliged to employ them all to keep his a little up. The misfortune I had now brought upon him, endear’d him the more to me, and I could have joyfully suffered any punishment he had not shared in. I water’d, plentifully, with my tears, the face of the frightened youth, who sat, not having strength to stand, as cold and as lifeless as a statue.
Presently Mr. H . . . comes in to us again, and made us go before him into the dining-room, trembling and dreading the issue. Mr. H . . . sat down on a chair whilst we stood like criminals under examination; and beginning with me, ask’d me, with an even firm tone of voice, neither soft nor severe, but cruelly indifferent, what I could say for myself, for having abused him in so unworthy a manner, with his own servant too, and how he had deserv’d this of me?
Without adding to the guilt of my infidelity that of an audacious defence of it, in the old style of a common kept Miss, my answer was modest, and often interrupted by my tears, in substance as follows: that I never had a single thought of wronging him (which was true), till I had seen him taking the last liberties with my servant-wench (here he colour’d prodigiously), and that my resentment at that, which I was over-awed from giving vent to by complaints, or explanations with him, had driven me to a course that I did not pretend to justify; but that as to the young man, he was entirely faultless; for that, in the view of making him the instrument of my revenge, I had down-right seduced him to what he had done; and therefore hoped, whatever he determined about me, he would distinguish between the guilty and the innocent; and that, for the rest, I was entirely at his mercy.
Mr. H . . ., on hearing what I said, hung his head a little; but instantly recovering himself, he said to me, as near as I can retain, to the following purpose:
“Madam, I owe shame to myself, and confess you have fairly turn’d the tables upon me. It is not with one of your cast of breeding and sentiments that I should enter into a discussion of the very great difference of the provocations: be it sufficient that I allow you so much reason on your side, as to have changed my resolutions, in consideration of what you reproach me with; and I own, too, that your clearing that rascal there, is fair and honest in you. Renew with you I cannot: the affront is too gross. I give you a week’s warning to go out of these lodgings; whatever I have given you, remains to you; and as I never intend to see you more, the landlord will pay you fifty pieces on my account, with which, and every debt paid, I hope you will own I do not leave you in a worse condition than what I took you up in, or than you deserve of me. Blame yourself only that it is no better.” Then, without giving me time to reply, he address’d himself to the young fellow:
“For you, spark, I shall, for your father’s sake, take care of you: the town is no place for such an easy fool as thou art; and to-morrow you shall set out, under the charge of one of my men, well recommended, in my name, to your father, not to let you return and be spoil’d here.”
At these words he went out, after my vainly attempting to stop him by throwing myself at his feet. He shook me off, though he seemed greatly mov’d too, and took Will away with him, who, I dare swear, thought himself very cheaply off.
I was now once more a-drift, and left upon my own hands, by a gentleman whom I certainly did not deserve. And all the letters, arts, friends’ entreaties that I employed within the week of grace in my lodging, could never win on him so much as to see me again. He had irrevocably pornounc’d my doom, and submission to it was my only part. Soon after he married a lady of birth and fortune, to whom, I have heard, he prov’d an irreproachable husband.
As for poor Will, he was immediately sent down to the country to his father, who was an easy farmer, where he was not four months before and inn-keeper’s buxom young widow, with a very good stock, both in money and trade, fancy’d, and perhaps pre-acquainted with his secret excellencies, marry’d him: and I am sure there was, at least, one good foundation for their living happily together.
Though I should have been charm’d to see him before he went, such measures were taken, by Mr. H . . .’s orders, that it was impossible; otherwise I should certainly have endeavour’d to detain him in town, and would have spared neither offers nor expence to have procured myself the satisfaction of keeping him with me. He had such powerful holds upon my inclinations as were not easily to be shaken off, or replaced; as to my heart, it was quite out of the question: glad, however, I was from my soul, that nothing worse, and as things turn’d out, probably nothing better could have happened to him.
As to Mr. H . . ., though views of conveniency made me, at first, exert myself to regain his affection, I was giddy and thoughtless enough to be much easier reconcil’d to my failure than I ought to have been; but as I never had lov’d him, and his leaving me gave me a sort of liberty that I had often long’d for, I was soon comforted; and flattering myself that the stock of youth and beauty I was going into trade with could hardly fail of procuring me a maintenance, I saw myself under a necessity of trying my fortune with them, rather, with pleasure and gaiety, than with the least idea of despondency.
In the mean time, several of my acquaintances among the sisterhood, who had soon got wind of my misfortune, flocked to insult me with their malicious consolations. Most of them had long envied me the affluence and splendour I had been maintain’d in; and though there was scarce one of them that did not at least deserve to be in my case, and would probably, sooner or later, come to it, it was equally easy to remark, even in their affected pity, their secret pleasure at seeing me thus disgrac’d and discarded, and their secret grief that it was no worse with me. Unaccountable malice of the human heart! and which is not confin’d to the class of life they were of.
But as the time approached for me to come to some resolution how to dispose of myself, and I was considering round where to shift my quarters to, Mrs. Cole, a middleaged discreet sort of woman, who had been brought into my acquaintance by one at the Misses that visited me, upon learning my situation, came to offer her cordial advice and service to me; and as I had always taken to her more than to any of my female acquaintances, I listened the easier to her proposals. And, as it happened, I could not have put myself into worse, or into better hands in all London: into worse, because keeping a house of conveniency, there were no lengths in lewdness she would not advise me to go, in compliance with her customers; no schemes of pleasure, or even unbounded debauchery, she did not take even a delight in promoting: into a better, because nobody having had more experience of the wicked part of the town than she had, was fitter to advise and guard one against the worst dangers of our profession; and what was rare to be met with in those of her’s, she contented herself with a moderate living profit upon her industry and good offices, and had nothing of their greedy rapacious turn. She was really too a gentlewoman born and bred, but through a train of accidents reduc’d to this course, which she pursued, partly through necessity, partly through choice, as never woman delighted more in encouraging a brisk circulation of trade for the sake of the trade itself, or better understood all the mysteries and refinements of it, than she did; so that she was consummately at the top of her profession, and dealt only with customers of distinction: to answer the demands of whom she kept a competent number of her daughters in constant recruit (so she call’d those whom by her means, and through her tuition and instructions, succeeded very well in the world).
This useful gentlewoman upon whose protection I now threw myself, having her reasons of state, respecting Mr. H . . ., for not appearing too much in the thing herself, sent a friend of her’s, on the day appointed for my removal, to conduct me to my new lodgings at a brushmaker’s in R*** street, Covent Garden, the very next door to her own house, where she had no conveniences to lodge me herself: lodgings that, by having been for several successions tenanted by ladies of pleasure, the landlord of them was familiarized to their ways; and provided the rent was duly paid, every thing else was as easy and commodious as one could desire.
The fifty guineas promis’d me by Mr. H . . ., at his parting with me, having been duly paid me, all my cloaths and moveables chested up, which were at least of two hundred pound’s value, I had them convey’d into a coach, where I soon followed them, after taking a civil leave of the landlord and his family, with whom I had never liv’d in a degree of familiarity enough to regret the removal; but still, the very circumstance of its being a removal drew tears from me. I left, too, a letter of thanks for Mr. H . . ., from whom I concluded myself, as I really was, irretrievably separated.
My maid I had discharged the day before, not only because I had her of Mr. H . . ., but that I suspected her of having some how or other been the occasion of his discovering me, in revenge, perhaps, for my not having trusted her with him.
We soon got to my lodgings, which, though not so handsomely furnish’d nor so showy as those I left, were to the full as convenient, and at half price, though on the first floor. My trunks were safely landed, and stow’d in my apartments, where my neighbour, and now gouvernante, Mrs. Cole, was ready with my landlord to receive me, to whom she took care to set me out in the most favourable light, that of one from whom there was the clearest reason to expect the regular payment of his rent: all the cardinal virtues attributed to me would not have had half the weight of that recommendation alone.
I was now settled in lodgings of my own, abandon’d to my own conduct, and turned loose upon the town, to sink or swim, as I could manage with the current of it; and what were the consequences, together with the number of adventures which befell me in the exercise of my new profession, will compose the matter of another letter: for surely it is high time to put a period to this.
I am,
MADAM
Yours
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