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L'ombelico di Svesda

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blues

Prima di quattro anni fa non volevo crederci, ma ho dovuto convincermene, il clima anglosassone rischia seriamente di minacciare gli equilibri del proprio sistema nervoso e immalinconire come niente, forse neanche un pezzo di Rory Gallagher o Nick Drake.
Riflettevo su cosa è rimasto di idealmente democratico fra gli uomini, intendo uguale per tutti, che vale per tutti, e ho considerato finora un paio di risposte, certo opinabili:
-la vita, la morte
-le malattie
-Il lunedì dopo la domenica (il calendario)
-gli agenti atmosferici
nel caso di Inghilterra, Scozia e Irlanda, la pioggia, che pioggia tutti, tutti i giorni, a giorni alterni, quando gli pare e senza distinzioni. Che tu abbia un ombrello o non ce l’abbia. Che tu sia ricco o tu sia povero, sposato o single, del cancro o dell’ariete, gallo, pollastrella o cinghiale, superstizioso, protestante, musulmano, un pusher giamaicano, una drag queen, un portinaio, una massaggiatrice tailandese, un giurato. Soprattutto unisce, la pioggia unisce e accomuna. Dentro casa, le caffetterie, gli hotel, le cabine telefoniche, i pub, i club. Sotto le tettorie, le portinerie, gli archi, le insegne, sotto le coperte. Certi giorni che prende a grandinare d’improvviso e d’improvviso pare gocciare in un formicaio è tutto un corri corri sotto la tettoia più vicina, un ammassarsi, accozzarsi, appallottolarsi di materiale umano fradicio di pioggia e col fiatone. Non parla nessuno, ma tutti sanno a cosa sta pensando ognuno, damned rain.

‘If I had to be called something it should have been a folk singer’

Nina Simone photographed by Robinson Jack, via theworldofphotographers

Di Nina Simone si dice essere stata una musicista molto severa, puntuale, bad tempered, e di poche moine. Qualche tempo fa mi capitò leggere la sua autobiografia, ‘I put a spell on you’, che prende il titolo da uno dei suoi meravigliosi brani. Nel libro la Simone racconta della propria carriera, iniziata da piccolissima, al pianoforte della Chiesa locale, e conclusasi negli anni ’90 con un successo che l’ha resa famosa in tutto il mondo. Giusto nelle ultime pagine del libro la Simone fa riferimento a un episodio accaduto proprio qui a Londra, che segna la rottura con l’agente Sannucci e la cancellazione di una settimana di concerti al Ronnie Scott’s, un jazz club in Soho, dove la Simone era solita esibirsi intorno agli anni ’80. A causa della lite l’agente rientra in America da solo, la Simone si trattiene ancora in Europa, tra Liberia e Francia, Svizzera e Olanda, intanto esibendosi in concerti.
Il libro è del 1991, ed è nel Gennaio del’91 che la Simone partecipa in America a una parata per celebrare il compleanno di Martin Luther King; appena negli anni ’60 il brano Mississippi Goddam, contenuto nell’album ‘Nina Simone In Concert’, ricorda l’omicidio di Medgar Evers e il borbardamento nei pressi di una chiesa in Alabama  che costa la morte a quattro bambini neri; il brano viene recepito come una chiara denuncia al razzismo e segna un inizio nella lotta ai diritti civili portata avanti dalla Simone, che diversamente da Martin Luther King, però, invita i fratelli a ribellarsi alle armi, con le armi; anche per questo la Simone viene più volte allontanata dalla scena pubblica, sebbene nel libro viene solo fatto riferimento a un trasferimento nelle Barbados utilizzato come escamotage per non pagare le tasse e non finanziare lo stato americano, che negli anni ’60 va in guerra nel Vietnam.
Nel libro ci sono molti ricordi legati all’infanzia e alla Grande Depressione, alle ristrettezze economiche in cui versava la famiglia (otto figli), al duro apprendistato a cui prima che l’insegnante di piano sè stessa ha sottoposto attraverso rigide e ferree sedute di studio e totale dedizione alla musica;  il primo amore, la scelta di abbandonare casa per trasferirisi da sola in città, dove approfondisce gli studi di pianoforte, inizia a suonare nei locali, fa carriera come musicista e vive l’età adulta, tra palcoscenici, viaggi, casinò, champagne, antidepressivi, due matrimoni, una figlia, un divorzio, un amante ammazzato, e un’etichetta, quella della musicista jazz, che non sopporta, le rode il fegato, a tutt’oggi sono sicura farebbe impazzire, e di proprio pugno, in prima persona, nella propria autobiografia, tiene a chiarire. Un poco stizzita

‘After Town Hall critics started to talk about what sort of music I was playing and tried to find a neat slot to file it away in. It was difficult for them because I was playing popular songs in a classical style with a classical piano technique influenced by cocktail jazz. On top of that I included spirituals and children’s songs in my performances, and those sort of songs were automatically identified with the folk movement. So saying what sort of music I played gave the critics problems because there was something from everything in there, but it also meant I was appreciated across the board – by jazz, folk, pop and blues fans as well as admirers of classical music.
They finally ended up describing me as a ‘jazz-and-something-else-singer’. To me ‘jazz’ meant a way of thinking, a way of being, and the black man in America was jazz in everything he did – in the way he walked, talked, thought and acted. Jazz music was just another aspect of the whole thing, so in that sense because I was black I was a jazz singer, but in every other way I most definitely wasn’t.
Because of ‘Porgy’ people often compared me to Billie Holiday, which I hated. That was just one song out of my repertoire, and anybody who saw me perform could see we were entirely different, What made me mad was that it meant people couldn’t get past the fact we were both black: if I had happened to be white nobody would have made the connection. And I didn’t like to be put in a box with other jazz singers because my musicianship was totally different, and in its own way superior. Calling me a jazz singer was a way of ignoring my musical background because I didn’t fit into white ideas of what a black performer should be. It was a racist thing; ‘If she’s black she must be a jazz singer’. It diminished me, exactly like Langston Hughes was diminished when people called him a ‘great black poet’. Langston was a great poet period, and it was up to him and him alone to say what part the colour of his skin had to do with that.
If I had to be called something it should have been a folk singer, because there was more folk and blues than jazz in my playing.

[Taken from I put a spell on you, the autobiography of Nina Simone, with Stephen Cleary, 1991]

Conoscendo la voce della Simone ho immaginato quella fra me e il libro una chiaccherata fra estranei che viaggiano nello stesso treno vuoto, scomparto fumatori, l’una seduta di fianco all’altra. Il tono di lei è severo, delle volte gentile, delle volte amichevole, quasi mai affettuoso; la Simone guarda fuori dal finestrino, lo sguardo fermo. Ogni tanto si interrompe, si schiarisce la voce, riprende a parlare. Delle volte polemizza, ci tiene a chiarire. Avverto è impacciata, preferirebbe starsene altrove.
Basterebbe interromperla un istante e chiederle di cantare per sapere cosa è davvero successo in tutti quegli anni di lunga carriera e fede incondizionata alla Musa. Sarebbe allora che la voce della Simone tradirebbe il mito e svelerebbe la donna, sola e vulnerabile, sincera finalmente e solo attraverso la musica.

whiskey, Please

Off Baby Breeze, Chet Baker, 1964
‘After a five year European sojourn (including time in an Italian jail) cool jazz trumpeter Chet Baker returned to the States in good form to record this unusual date for the Limelight label in 1964. For starters, he was playing flugelhorn, an instrument he’d recently acquired to replace a stolen trumpet in France. Secondly, the date was produced by Bobby Scott, the English composer of “A Taste Of Honey,” included here as a bonus track. Baker sings the folk-like melody with conviction, accompanied only by Scott himself on piano. In fact, Baker’s plaintive vocals on this tune and others like Mel Torme‘s “Born To be Blue” and Ray Noble‘s “The Touch Of Your Lips” represent his best singing on record in a decade.

The session is smartly divided between these minimally accompanied vocals–the understated guitarist Kenny Burrell makes a welcome appearance on some–and straight-ahead instrumentals with full combo including the fine altoist Frank Strozier. The rich-toned flugelhorn suits Baker’s characteristic lyricism and he negotiates pianist Hal Galper‘s originals with aplomb.

A reissue of the mid-’60s Verve album that featured Chet on flugelhorn in place of his recently stolen trumpet! Bob James and Kenny Burrell are on hand, as are five bonus tracks, two unissued. Includes Born to Be Blue; I Wish You Love; You’re Mine, You , and more.

via Chet Baker – Baby Breeze  Album.

The Bi-Play List


Sapete la Musica è una di quelle a cui non dovete dire nulla che ha già rollato una manciata buona d’erba e creato l’atmosfera. La musica è un amore sempre leale, di quelli sinceri e schietti. Bara mai e sa sempre cosa vi ci vuole
Siete in fase Petra Von Kant e sul punto di sbroccare? Desert Sessions, Volume 1. A voi la scelta dello strumento da suonare
Siete dell’umore ‘ti ricordi quella volta che mi hai bucato l’orecchio con la sigaretta mentre mi baciavi’? Speak Love, Ella Fitzgerald and Joe Pass
Vi sentite che ‘quasi quasi glie la do, ma anche no’? He was a big freak, Betty Davis
Vi sentite dell’umore di Miles quando ha saputo che Betty lo ha tradito con Jimi? Bank Robbery, John Lee Hooker & Miles Davis
Siete bipolari? Vi beccate questa

AC/DC – Baby Please Don’t Go
George Gershwin – Rhapsody in Blue
The Slits – Ping Pong Affair
Miles Davis & John Coltrane – Kind of blue
Betty Davis – Anti Love Song

In a Tuesday Mood PlayList


Ron Holloway & Gil Scott-Heron – Is That Jazz
Gil Scott Heron – Inner city blues
Shuggie Otis– Island Letter
Quincy JonesBody Heat
Tony Allen – Calling
Terry Callier – Ordinary Joe
Marlena ShawCalifornia Soul
Curtis MayfieldSuperfly
Maxayn- Check Out Your Mind
Betty Davis- Your Mama Wants Ya Back
Betty Davis – They say I am different
Funkadelic – Can You Get To That

Life can sound particularly good certain times

Getting High and Blues PlayList

Nate Williams - "Chasing The Blues with Hand Drawn Lettering"
  1. Jeff Healey – Nice Problem To Have
  2. John Lee Hooker and Miles Davis – Bank Robbery
  3. Nina Simone – Blues for Mama
  4. The Apryl Fool – Another Time
  5. Humble Pie-I Can’t Stand The Rain
  6. Mike Bloomfield-Season of the Witch
  7. Rory Gallagher – Lonesome Highway
  8. John Mayall and The Blues Breakers- All Your Love
  9. Robin Trower – Day Dream
  10. Savoy Brown – I’m Tired

Sostantivo femminile.Singolare.

Dice Svesda non è felice. Io le chiedo perchè non è felice, lei mi risponde perchè Laura non è felice.Andiamo bene.Le faccio allora-‘E che sarà mai sta felicità! Starete pretendendo troppo voi due? Domenica che siamo libere vi porto a fare un giro fuori; si va prima a fare colazione in quella caffetteria francese,ad Islington-che vi piace tanto,e già che siamo nei dintorni,a vedere un’esposizione alla Estorick.Si,mi piace-deciso.Passami le cartine'(l’idea è quella di sdrammatizzare perchè si tolga di faccia quell’espressione piovana da mareggiata d’inverno che tu sei seduta sugli scogli tanto terrorizzata dalla furia delle onde quanto eccitata dall’euforia del mare.Qualcuno deve pur farlo,deve pur sdrammatizzare.O qui se n’esce o ci si tuffa). Lei allora mi risponde tacendo,allunga lo sguardo perpendicolare una linea invisibile di sottile perplessità,dunque cala il sipario delle palpebre appena un bis d’occhiate furtive,si morde il labbro un istante,inala un respiro profondo,tossisce roca(non è convinta dell’offerta.So le farebbe piacere,anzi so l’idea le piace e mi direbbe volentieri di si ma teme cambiare idea appena prima di uscire di casa, dunque tace per non confermarsi inaffidabile come da trent’anni a questa parte,convinta io non sappia già potrebbe darmi buca-la fessa).Conoscendola,a questo punto, avrebbe voglia di ciancicare un’altra delle sue solite filippiche di resoconto la giornata di oggi,ma proprio perchè la conosco so già mi dirà nulla di quello che le passa per la mente-così sorride storto,si guarda le mani,gratta il gomito,raccoglie i capelli di fianco la spalla,ride,fissa il muro,e come parlasse al fantasma di Charlie Chaplin appeso alla parete,cambia argomento e avanza un-‘fammi ascoltare qualcosa di buono stasera,che ho voglia di godermela’.E io l’accontento.
Shuggie c’accontenta tutte,noi donne.

From the 1971 soul and blues third album ‘Freedom Flight’

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