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L'ombelico di Svesda

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America

The Amerikan Dream

Ho deciso, parto. Di tutti i viaggi a ritroso nel tempo ho scelto quello più lungo e romantico, saturo d’attese e vane aspettative, lontano un secolo e destinato a condurmi oltreoceano in meno di 350 pagine. Vado in America, vado a New York. L’occasione è un pretesto, il centoventinovesimo compleanno di Kafka, che per festeggiare l’evento ha organizzato un’adunata di soli cancerini alienati, Karl Rossmann in testa, cacciato via di casa dai genitori per aver ingravidato la cameriera. Tratterebbesi di un’allegra brigata di scalmanati ansiosi, disoccupati, lunatici e disillusi, con in mano una valigia di cartone e in testa la chiara idea di sparire tra le pagine di un romanzo. Si parte

Statue of Liberty, New York, 1930, photographed by Margaret Bourke-White

Capitolo I
Il Fochista

Quando il sedicenne Karl Rossmann, che era stato mandato in America dai suoi poveri genitori, perchè una serva lo aveva sedotto ed aveva avuto un bambino da lui, entrò nel porto di New York sulla nave che aveva già rallentato, scorse la Statua della Libertà che aveva avvistato da tempo, come in una luce solare divenuta improvvisamente più intensa. Il braccio con la spada sembrava ergersi come in quel momento, e le libere auree spiravano intorno alla sua figura.
‘Com’è alta!’ si disse, e non pensando affatto ad andarsene, fu spinto a poco a poco fino al parapetto della folla sempre più numerosa dei facchini che gli sfilavano davanti.
Un giovanotto che aveva conosciuto superficialmente durante la traversata, passando gli chiese: ‘Così non ha ancora voglia di scendere?”Sono già pronto’disse Karl e rideva guardandolo, quindi con prepotenza, poichè era un giovane robusto, si sollevò la valigia sulla spalla. Ma guardando il suo conoscente, il quale facendo oscillare un po’ il bastone si allontanava con gli altri, si accorse costernato di aver dimenticato il proprio ombrello di sotto nella nave. Pregò il conoscente, che non sembrò esserne così contento, di essere tanto gentile da aspettare un momento accanto alla sua valigia, si guardò in giro per poter ritrovare la strada al ritorno, e si allontanò in fretta. Di sotto con suo grande rammarico, trovò chiuso per la prima volta un passaggio che avrebbe accorciato molto la sua strada, cosa questa che probabilmente si spiegava con lo sbarco di tutti i passeggeri, e dovette con fatica cercare le scale, che si susseguivano sempre l’una all’altra, attraverso corridoi che svoltavano in continuazione, per una cabina vuota con una scrivania abbandonata, fino a che si ritrovò oggettivamente e del tutto perduto, perchè aveva percorso quella strada una volta soltanto o forse due e sempre accompagnato da qualcun’ altro.
Nella sua perplessità e non incontrando nessuno, poichè sentiva sempre di continuo sopra di sè lo scalpiccio di migliaia di piedi, e avvertiva da lontano come un rantolo, gli ultimi rumori delle macchine che già sospendevano i lavori, cominciò senza pensarci su, a battere contro una porticina a caso, accanto alla quale si era fermato nel suo girovagare.
‘E’ aperto’ sentì urlare all’interno, e Karl aprì la porta con un sincero sospiro di sollievo.’Perchè batte così forte alla porta? chiese un uomo enorme, guardando appena verso Karl. Attraverso una qualche apertura situata in alto, si versava nella misera cabina una luce offuscata, come se si fosse a lungo consumata di sopra sulla nave, e in questa cabina c’erano un letto, un armadio, una sedia e l’uomo stretti, come stivati, l’uno accanto all’altro. ‘Mi sono perso’disse Karl,’durante il viaggio non avevo affatto notato che questa nave fosse così spaventosamente grande.’ ‘Si, ha ragione’, disse l’uomo con un certo orgoglio e non smetteva di armeggiare intorno alla serratura di una piccola valigia, che teneva sempre pigiata con entrambe le mani per sentire lo scatto della molla. ‘Ma venga dentro!’ disse ancora l’uomo, ‘Non vorrà rimanere di fuori!’ ‘Non disturbo?’, chiese Karl. ‘Ma come potrebbe disturbare?’ ‘Lei è tedesco?’ cercò di rassicurarsi Karl, poichè aveva sentito molte cose sui pericoli che minacciavano quelli che erano appena arrivati in America, specialmente da parte degli Irlandesi. ‘Lo sono, lo sono’, rispose l’uomo. Karl non era ancora sicuro. Allora improvvisamente l’uomo afferrò la maniglia e si tirò dentro Karl insieme alla porta che richiuse rapidamente. ‘Non sopporto che mi si guardi dal corridoio’ disse l’uomo e armeggiò ancora con la valigia. ‘Ognuno cammina qui davanti e guarda dentro, non so chi potrebbe soffrirlo!’ ‘ Ma il corridoio è del tutto vuoto’, disse Karl che stava in piedi in una scomoda posizione, schiacciato contro il letto. ‘Sicuro, adesso’ disse l’uomo. ‘Si tratta proprio di adesso infatti’, pensò Karl, ‘è duro parlare con quest’uomo.’ ‘Si stenda pure sul letto, così avrà più spazio’ disse l’uomo. Come meglio potè, Karl si arrampicò dentro e rise forte del suo primo tentativo di saltar su. Appena però fu sul letto, escalmò:’Per l’amor del cielo, ho dimenticato la mia valigia’ ‘E dove sta?’ ‘Di sopra in coperta, un conoscente me la guarda. Già come si chiama?’. E tirò fuori dalla sua tasca segreta, che sua madre gli aveva cucita all’interno della giacca, un biglietto da visita. ‘Buttermann, Franz Buttermann’. ‘Ha proprio bisogno della valigia?’ ‘Si capisce’ ‘Già, perchè allora l’ha affidata ad un estraneo?’ ‘Avevo dimenticato di sotto il mio ombrello e sono corso a prenderlo, ma non volevo trascinarmi dietro anche la valigia. Poi per giunta mi sono anche perduto.’ ‘E’ solo? Senza compagnia?’ ‘Si, solo’ ‘Forse dovrei rimanere accanto a quest’uomo’ passò per la testa di Karl, ‘dove lo trovo adesso un amico migliore.’ ‘E adesso ha perduto anche la valigia. Per non parlare dell’ombrello.’ E l’uomo si sedette sulla sedia, come se per lui gli interessi di Karl avessero acquistato un certo interesse. ‘Veramente credo che la valigia non sia ancora perduta’ ‘Credere fa bene’, disse l’uomo e si grattò vigorosamente tra i suoi capelli scuri, corti e fitti, ‘su di una nave, a seconda dei porti, cambiano anche le abitudini. Il suo Buttermann ad Amburgo avrebbe forse guardato la sua valigia, qui è molto probabile che non ci sia più traccia di entrambi.’ ‘Allora dovrei subito andare a vedere di sopra’, disse Karl e si guardò intorno per capire come poteva scendere giù. ‘Rimanga lì’, disse l’uomo e con la mano sul suo petto lo spinse sul letto piuttosto rudemente. ‘perchè poi?’ domandò Karl arrabbiato. ‘Perchè non ha alcun senso’ rispose l’uomo, ‘se aspetta un momento vengo anch’io, così andiamo insieme. Nel caso che la valigia sia stata rubata, allora non ci si può far niente, ma se quell’uomo l’ha lasciata stare, allora potremmo trovarla meglio quando la nave sarà del tutto vuota. E così anche il suo ombrello.’ ‘Si sa orientare su questa nave?’ domandò Karl piuttosto scettico, e gli sembrava che quel pensiero abbastanza persuasivo, che le sue cose si sarebbero trovate meglio sulla nave vuota, nascondesse qualcosa di poco chiaro. ‘Io sono fochista’, disse l’uomo. ‘Lei è fochista!’ si rallegrò Karl, come se questo superasse tutte le sue aspettative, e poggiandosi sul gomito, osservò l’uomo più da vicino. ‘Proprio dalla cabina nella quale dormivo con lo slovacco, c’era un boccaporto dal quale si poteva vedere nelle sale macchine. ‘Si, lavoravo proprio lì’ disse il fochista. ‘Mi sono sempre interessato alla tecnica,’ disse Karl, che rimaneva fisso ad un preciso pensiero, ‘ e in seguito sarei diventato ingegnere, se non fossi dovuto partire per l’America’ ‘Ma perchè è dovuto partire?’ ‘Ah, macchè!’ disse Karl e con la mano gettò via l’intera storia. Frattanto guardava sorridendo il fochista, come per pregarlo di essere indulgente per quello che non poteva dire. ‘Avrà pure un motivo’, disse il fochista e non si sapeva bene, se con questo volesse chiedere o rifiutasse il racconto di questo motivo. ‘Adesso potrei anche diventare fochista’, disse Karl, ‘per i miei genitori adesso è del tutto indifferente, quello che diventerò.’ ‘Il mio posto si libera’ disse il fochista, e in questa piena consapevolezza, si mise le mani nelle tasche dei calzoni, e gettò sul letto le gambe, coperte da pantaloni a pieghe, simili a cuoio, di color grigioferro, e si distese. Karl dovette farsi indietro fino alla parete. ‘Lascia la nave?’ ‘ Certo, siamo in congedo da oggi.’ ‘Ma perchè, non le piaceva?’ ‘Si, ma dipende dai rapporti, non è sempre determinante quello che piace o che non piace. Del resto ha ragione, non mi piace. Lei non pensa seriamente a diventare fochista, ma proprio per questo lo si può diventare facilmente. Ma io glielo sconsiglio. Se in Europa lei voleva studiare, perchè non vuole farlo qui? Le università americane sono incomparabilmente migliori delle europee.’ ‘E’ possibile’ disse Karl, ‘ma io non ho abbastanza denaro per studiare. Ho letto però di qualcuno, che di giorno lavorava in un negozio, e di notte studiava, finchè è diventato dottore e credo anche sindaco, ma questo è proprio di una grande costanza, non è vero? Temo di non averne. Inoltre non ero uno scolaro particolarmente brillante, non è stato affatto duro per me lasciare la scuola. E le scuole qui sono anche più severe. L’inglese lo so quasi per niente. Soprattutto credo che qui si sia prevenuti contro gli stranieri.’ ‘L’ha già notato? Allora va bene. E l’uomo adatto a me, siamo su di una nave tedesca, appartiene alla ‘Hamburg – Amerika Linie’, perchè non ci sono solo tedeschi? Perchè il capo macchina è un romeno? Si chiama Schubal. E’ da non crederci. E questa canaglia scortica noi tedeschi su di una nave tedesca. Non creda che io mi lamenti tanto per lamentarmi – gli mancava l’aria e l’agitava con la mano -. So che lei non ha nessuna influenza e che è soltanto un povero ragazzo. Ma questo è troppo!’ E più volte battè il pugno sul tavolo, e mentre batteva non staccava gli occhi dalla mano. ‘Ho prestato servizio su tante navi’ – e nominò una ventina di nomi uno appresso all’altro, come una sola parola, Karl era del tutto confuso – ‘ e mi sono sempre comportato magnificamente, sono stato lodato, ero un lavoratore secondo il gusto dei capitani, e per parecchi anni sono stato sullo stesso mercantile a vela’ – e si alzò come se questo fosse stato il punto più alto della sua vita – ‘ e qui su questa bagnarola, dove tutto va secondo il suo filo, dove non si richiede nessuna intelligenza, qui non conto nulla, qui sto sempre tra i piedi a Schubal, sono un buono a nulla, mi merito di essere buttato fuori e ricevo il mio salario per grazia. Capisce? Io no.’ ‘Questo Lei non deve permetterlo’, disse Karl agitato. Aveva quasi perduta la sensazione di trovarsi sul pavimento insicuro di una nave, sulle coste di un continente sconosciuto, tanto a suo agio si trovava sul letto del fochista come a casa sua. ‘E’ stato già dal capitano? Ha cercato di far valere i suoi diritti con lui?’ ‘Ah, se ne vada, è meglio che se ne vada. Non voglio più averla qui. Lei non ascolta ciò che io dico e mi dà consigli. Come potrei andare dal capitano!’ e nascondendo il viso tra le mani, il fochista si mise di nuovo a sedere.
‘Non potevo dargli un consiglio migliore’ si disse Karl. E trovò che sarebbe molto meglio andare a riprendersi la valigia, piuttosto che restare lì a dare consigli, che erano per giunta ritenuti stupidi. Quando il padre gli aveva dato per sempre la valigia, aveva chiesto per scherzo: ‘Quanto ti durerà?’e adesso questa preziosa valigia era forse già perduta sul serio. L’unica consolazione era pur sempre che il padre non sarebbe stato informato dell’attuale situazione, neanche se avesse voluto prendere informazioni. La Società di Navigazione avrebbe potuto soltanto dire che egli era sbarcato a New York.

Da Amerika, Franz Kafka, 1927

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SOFA’ SOGOOD # 4 DANGLING MAN BY SAUL BELLOW

Saul Leiter‘, ‘Phone Call’, NY, 1957

La mancata consegna di un premio Pulitzer alla letteratura per l’edizione di quest’anno ha lasciato tutti interdetti e aperto dibattiti circa la questione. Saul Bellow è l’unico scrittore americano ad essere stato insignito di 3 National book awards con i romanzi ‘The adventures of Augie March’, ‘Herzog’, e ‘Mr Sammler’s Planet‘; nel 1975 di un Pulitzer Prize per il romanzo Humboldt’s Gift; nel 1976 di un Nobel Prize in Literature ‘for the human understanding and subtle analysis of contemporary culture that are combined in his work’
Dangling man, primo dei suoi romanzi pubblicato nel 1944, anticipa l’intera produzione letteraria dello scrittore e sembra rispondere alle polemiche circa il futuro della letteratura. Bellow colloca l’uomo al centro dell’indagine letteraria e lo fa ponendo particolareggiata attenzione ai conflitti che derivano dal confronto con la società che lo circonda, lo opprime, lo ‘strania’ e verso cui prova un sentimento di alienazione. Il più della critica concerne stile della scrittura e gli elementi di cui Bellow si serve per configurare background e ragioni di un conflitto che rappresenta il teorema uomo – umanità – società moderna. E’ certo la sensibilità di Bellow nel trattare la materia umana deriva lui dall’essere figlio di mercanti ebrei emigrati in Canada e vissuti in Russia. Saul è ultimo di quattro figli cresciuti a Chicago e nati a Montreal. I genitori parlano fra loro ebraico e russo, i ragazzi inglese, yiddish e francese. L’identità culturale di Bellow attinge dalla ricca tradizione ebraica, francese e russa, e converge nella mistificazione e conseguente disillusione del sogno americano; sono gli anni della Grande Depressione, della grande immigrazione, del grande Gatsby, del quarto potere, della chiamata alle armi, del calypso e del rockabilly. Trovo il virtuosismo dell’America condensato tutto nell’intensità accelerata di quegli anni di grave crisi sociale che hanno piegato alle ginocchia milioni di persone e rimesso in discussione le sorti di una nazione intera. Io credo è stato soltanto allora che i bianchi si sono finalmente uniti ai neri, centinaia di lingue si sono mescolate alla lingua, decine di nazioni si sono strette in una, capace di risollevarsi dalle macerie attraverso duro lavoro, sacrifici e tanta immaginazione. Del virtuosismo americano amo il senso della possibilità, quel why not? che è ottimismo e apertura, un accogliere, uno sfidare la sorte, un giocare la partita, un pensare straordinario, immaginifico, lungimirante, in funzione del domani
Secondo il dizionario inglese che ho qui con me, to dangle ha due significati:
transitive and intransitive verb hang loosely: to swing or hang loosely, or cause something to swing or hang loosely
transitive verb offer something as inducement: to offer or display something as an enticement or inducement
Dangling man sembra appunto offrire an inducement, uno stimolo, un motivo, un incentivo a considerare la storia un punto d’arrivo e un’occasione di partenza, e l’uomo un ‘mezzo’, letteralmente un mezzo, a cui viene chiesto di attraversare il presente consapevolmente. In Dangling man Bellow attenta a descrivere da cosa deriva quella consapevolezza, che è coscienza individuale dunque esito sociale. Quella consapevolezza nasce da una colluttazione ideale di principi e forze opposte, ora l’esercizio di una volontà di potenza, il trionfo del Romanticismo, l’eroismo del Titano, ora l’assurdità delle guerre, un crollo di valori, l’oltre uomo in crisi esistenzialista, sviscerato dalla psicoanalisi e teso al  nichilismo e all’isolazione.
Il romanzo è una retrospettiva che procede per date e minuziose digressioni all’infanzia e alla giovinezza. Joseph, il protagonista, sembra guardarsi allo specchio e non riconoscersi nell’immagine che vede di sè; si agita, è nervoso, perde il senno, sembra non avere più il controllo della propria vita e sulle proprie emozioni
L’edizione che ho qui, della Penguin, è introdotta da J. M. Coetzee, che del romanzo dice nel finale
‘Dangling Man is long on reflection, short on action. It occupies the uneasy ground between the novella proper and the personal essay or confession. Various personages come onstage and exchange words with the protagonist, but beyond Joseph in his two sketchy manifestations there are no characters, properly speaking. Behind the figure of Joseph can be discerned the lonely, humiliated clerks of Gogol and Dostoevsky, brooding upon revenge; the Roquentin of Sartre’s Nausea, the scholar who undergoes a strange metaphysical experience that estranges him from the world; and the lonely young poet of Rilke’s Notebook of Malte Laurids Brigge. In this slim first book Bellow has not yet developed a vehicle adequate to the kind of novel he is feeling his way towards, one that will offer the customary novelistic satisfactions, including involvement in what feels like real- life conflict in a real-life world, and yet leave the author free to deploy his reading in European literature and thought in order to explore problems in contemporary life. For that step in Bellow’s evolution we will have to wait for Herzog (1964)
J. M. Coetzee
Ho amato questo libro dalla prima all’ultima pagina, e dalla prima all’ultima pagina questo libro ha lenito un po’ della mia solitudine e fatto stare bene, fossero state le parole un abbraccio, una mano che tiene la mano, una lettera che dà conforto.
Le parti del libro da citare sarebbero tantissime, ma ci sono due passi che fra tutti mi hanno colpita particolarmente

___________________________________________________________January 5

THIS AFTERNOON I emptied the closet of all its shoes and sat on the floor polishing them. Surrounded by rage, saddle soap, and brushes – the brown light of the street pressing in at the window, and the sparrows bickering in the dead twigs – I felt tranquil for a while and, as I set Iva’s shoes out in a row, I grew deeply satisfied. It was a borrowed satisfaction; it was doing something I had done as a child. In Montreal, on such afternoon as this, I often asked permission to spread a paper on the sitting- room floor and shine all the shoes in the house, including Aunt Dina’s with their long tongues and scores of eyelets. When I thrust my arm into one of her shoes it reached well above the elbow and I could feel the brush against my arm through the soft leather. The brow fog lay in St Dominique Street; in the sitting room, however, the stove shone on the devenport and on the oilcloth and on my forehead, drawing the skin pleasantly. I did not clean shoes because I was praised for it, but because of the work and the sensations of the room, closed off from the wet and the fog of the street, with its locked shutters and the faint green of the petal pipes along the copings of its houses. Nothing could have tempted me out of the house.
I have never found another street that resembled St Dominique. It was in a slum between a market and a hospital. I was generally intensely preoccupied with what went on in it and watched from the stairs and the windows. Little since then has worked upon me with such force as, say, the sight of a driver trying to raise his fallen horse, of a funeral passing through the snow, or of a cripple who taunted his brother. And the pungency and staleness of its stores and cellars, the dogs, the boys, the French and immigrant women, the beggars with sores and deformities whose like I was not to meet again until I was old enough to read of Villon’s Paris, the very breezes in the narrow course of that street, have remained so clear to me that I sometimes think it it the only place where i was ever allowed to encounter reality. My father blamed himself bitterly for the poverty that forced him to bring us up in a slum and worried lest I see too much. And I did see, in a curtainless room near the market, a man rearing over a blond woman on his lap. But less easily forgotten were a cage with a rat in it thrown on a bonfire, and two quarrelling drunkards, one of whom walked away bleeding, drops falling from his head like the first slow drops of a heavy rain in summer, a crooked line of drops left on the pavement as he walked.

_____________________________________________________________January 6

ABT HAS sent me a copy of a pamphlet he wrote on the government of the Territories. Expects a flattering comment, no doubt, and I shall have to rig one up. He will want me to tell him that no one else could have written such a pampleth. Suppose I were try to tell him what I thought of him. He would reply coldly, ‘I don’t know what you’re talking about.’ He has a way of turning aside everything he has no desire to understand.
Abt, more than anyone I have known, has lived continually in need of being consequential. Early in life he discovered that he was quicker, abler, than the rest of us, and that he could easily outstrip us in learning and in skills. He felt he could be great in anything he chose. We roomed together in Madison as freshmen. He was very busy that first year keeping us all his accomplishments, his music, his politics, his class work. Living with him had a bag effect on me, for I withdrew from any field he entered. People came from other campuses to consult him on doctrinal matters; no one had as much out-of-the-way information as he; he read foreign political journals the rest of us had never heard of, and reports of party congresses, those dun, mimeographed sheets on international decisions in France and Spain. No one was so subtle with opponents. Nor did many students get as much attention as he got from his teachers. A few were afraid of him and learned to avoid challenging him publicly. late afternoons, he played the piano. I would often stop by for him at the music building on the way to dinner and spend half an hour listening. He did not waste time maturing, he did not make any of the obvious mistakes. His hold was too good. That winter he was Lenin, Mozard, and Locke all rolled into one. But there was unfortunately not enough time to be all three. And so, in the spring, he passed through a crisis. It was necessary to make a choice. But, whatever it was he chose, that would be the most important. How could it be otherwise? He gave up attending meetings and practising the piano, he banished the party reports as trash, and decided to become a political philosopher. There was a general purge. Everything else went.
Anti-Duhring and The Critique of the Gotha Program sank to the rear of the bottom shelf of his bookcase and were supplanted at the top by Bentham and Locke. Now he had decided, and in dead earnestness the followed greatness. Inevitably, he fell short of his models. He would never admit that he wanted to become another Locke, but there was, wearing himself thin with the effort of the emulation, increasingly angry at himself, and unable to admit that the scale of his ambition was defeating him.
He is stubborn. Just as, in the old days, it disgraced him to confess that he was not familiar with a book or a statement that came under his jurisdiction, he now cannot acknowledge that his plan has miscarried. But then, it bothers him to be found guilty even of small errors. He does not like to forget a date or a name or the proper form of a foreign verb. He cannot be wrong, that is his difficulty. If you warn him that there is a fissure at his feet, he answers, ‘ no, you must be mistaken.’ But when it can no longer be ignored he says, ‘Do you see it?’ as though he has discovered it.
Of course, we suffer from bottomless avidity. Our lives are so precious to us, we are so watchful of waste. Or perhaps a better name for it would be the Sense of Personal Destiny. Tes, I think that is better than avidity. Shall my life one-thousandth of an inch fall short of its ultimate possibility? It is a different thing to value oneself, and to prize oneself crazily. And then there are our plants, idealizations. These are dangerous, too. They can consume us like parasites, eat us, drink us, and leave us lifelessly prostrate. And yet we are always inviting the parasite, as if we were eager to be drained and eaten.
It is because we have been taught there is no limit to what a man can be. Six hundred years ago, a man was what he was born to be. Satan and Church, representing God, did battle over him. He, by reason of his choice, partially decided the outcome. But whether, after life, he went to hell or to heaven, his place among other men was given. It could be contested. But, since, the stage has been reset and human being only walk on it, and, under this revision, we have, instead, history to answer to. We were important enough then for our souls to be fought over. Now, each of us is responsible for his own salvation, which is in his greatness. And that, that greatness, is the rock our hearts are abraded on. Great minds, great beauties, great lovers and criminals surround us. from the great sadness and desperation of Werthers and Don Juans we went to the great ruling images of Napoleons; from these to murderers who had that right over victims because they were greater than the victims; to men who felt privileged to approach others with a whip; to schoolboys and clerks who roared like revolutionary lions; to those pimps and subway creatures, debaters in midnight cafeterias who believed they could be great in treachery and catch the throats of those they felt were sound and well in the lassos of their morbidity; to dreams of greatly beautiful shadows embracing on a flawless screen. because of these things we hate immoderately and punish ourselves and one another immoderately. The fear of lagging pursues and maddens us. The fear lies in us like a cloud. It makes an inner climate of darkness. And occasionally there is a storm and hate and wounding rain out of us.

Text entirely taken from ‘Dangling Man’, by Saul Bellow, 1944

Framework

March 31 is Cesar Chavez’s birthday and a holiday in California, Colorado and Texas.

When Chavez died on April 23, 1993,  staff writer George Ramos wrote The Times obituary published the next morning. He wrote:

Cesar Chavez, who organized the United Farm Workers union, staged a massive grape boycott in the late 1960s to dramatize the plight of America’s poor farmhands, and later became a Gandhi-like leader to urban Mexican-Americans, was found dead Friday in San Luis, Ariz., police said. He was 66.

Authorities in San Luis, a small farming town on the Mexican border about 25 miles south of Chavez’s native Yuma, said the legendary farm workers’ leader apparently died in his sleep at the home of a family friend.

“He was our Gandhi,” said Democratic state Sen. Art Torres, a prominent Chicano politician from Los Angeles’ Eastside, upon hearing news of Chavez’s death. “He was our Dr. Martin…

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Cronaca Annunciata Di Un’Epifania D’Amore # 4 The Twilight Zone, The Lonely

Off The Twilight Zone, an American anthology television series created by Rod Serling and running  on CBS from 1959 to 1964.
Cronaca Annunciata Di Un’Epifania D’Amore # 3 Lulu – Il vaso di Pandora
Cronaca Annunciata Di Un’ Epifania D’Amore # 2 La Ragazza con la pistola
Cronaca Annunciata Di Un’ Epifania D’ Amore # 1 Thriller

ERNST HAAS

Albuquerque, New Mexico, 1969
Guerrero Province, Mexico, 1963
Western Skies Motel, Colorado, 1978
America, 1956
Utah, 1960
Reflection - 42nd Street, NY, 1952
New York, 1962
Billboard Painter, NY, 1952
Reflection, 3rd Avenue, 1952
New York, 1972
Bridge Reflection, Venice, 1955
Doge's Palace, Venice, 1955
Mandala Mudra Prayer Beads, India, 1974
Autumn Maple Leaves, Kyoto, Japan, 1981
Kumano Waterfall, Japan, 1983
Japan, 1983

In every artist there is poetry. In every human being there is the poetic element. We know, we feel, we believe. As knowers we are like the scientist relating through logical determination. As feelers, we are like poets relating the unrelated through intuition. As believers, we are only accepting our human limitations. The artist must express the summation of his feeling, knowing, believing through the unit of his life and work. One cannot photograph art. One can only live in the unity of his vision, as well as in the breadth of his humanity, vitality and understanding.
There is no formula – only man with his conscience speaking, writing and singing in the new hieroglyphic language of light and time.
via E r n s t H a a s | philosophy
ERNST HAAS

Penelope alla guerra

Questo di Oriana Fallaci, Penelope alla guerra, del 1960, non è solo il romanzo di debutto, ma un’ammissione. Oriana Fallaci ammette di essere stata anche lei una ragazzina, e di essersi innamorata, ingenuamente, di un uomo, un ex soldato, che non sta ad aspettare in casa, davanti alla tv e coi ferri della maglia in mano, ma va a cercare, fino in America, e con la scusa di dover girare un film.
La Fallaci sa essere molto presuntuosa e talvolta saccente, in quello che ha scritto, ma è in questo romanzo che secondo me rivela il lato più vulnerabile, sensibile e vanitoso di sè. C’è in lei quel disincanto, che la invecchia e indurisce, misto a stupore infantile, che a un tratto l’intenerisce e riporta a quand’ era bambina. Orgoglio e curiosità devono essere stati i suoi pregi migliori. Nell’edizione che ho qui, della Bur, la prefazione di Concita De Gregorio dice quanto segue
‘Da Oriana Fallaci, la più grande giornalista italiana del ‘900 (definizione che lei avrebbe trovato orrendamente riduttiva, sessista e provinciale, avrebbe chiamato infuriata per farla togliere da questa prefazione, avrebbe telefonato con la sua voce nera e arrochita dal fumo. “Oriana Fallaci. Scrittore”, ha fatto scrivere sulla sua lapide), da lei abbiamo tutti imparato in via definitiva e senza possibilità di equivoco nè di ripensamento che non esiste – in questo tempo saturo di immagini e di notizie, in questo tempo di fasulla correttezza ipocrita – un altro modo di raccontare che non sia quello che mette chi scrive alla guida del racconto. Non l’obiettività ma l’aperta soggettività. Non la neutralità ma la schietta e persino esibita parzialità: la narrazione dal proprio punto di vista, il proprio sguardo sulle cose. Una cifra, nel caso di Oriana un marchio. Il mondo secondo lei. Due righe e siete già sulle spalle di questa donna che vi conduce fuori dalle autostrade a otto corsie del sapere, vi porta lungo i sentieri, vi apre nuove piste nella foresta, vi guida lungo un tracciato solo a lei noto ma fidatevi perchè questa è la chiave dell’adorazione e del disprezzo che Fallaci suscita: fidarsi, lasciarsi portare dove solo lei potrà mostrarvi quel che vede, o non farlo, diffidarne. Girare le spalle e andarsene. Tornate pure ‘lungo la strada che credete più facile perchè è a senso unico e priva di curve’. Andate, illusi. Ecco: siamo alle ultime pagine di Penelope alla Guerra.
New York, 1957. Giò, la protagonista, ha ventisei anni. Oriana ne aveva ventotto, allora. “Strana ragazza, a suo modo incantevole. Parla poco ed ha bellissimi occhi. Diventa feroce quando si arrabbia.” Questo dice di sè. “Sei cinica e allo stesso tempo sei ingenua. Capisci tutto e allo stesso tempo non capisci nulla.” Questo dicono di lei. E’ la storia di una giovane scrittrice spedita in America dal suo produttore perchè trovi l’ispirazione per un soggetto ‘moderno e brillante’. Angelo Rizzoli, il produttore, Oriana la giovane scrittrice. Racconta dunque di sè. Del suo incontro con l’America e della sua idea di America: quella di prima, l’illusione, quella di dopo, la realtà.

Oriana Fallaci.com

Parola all’Opinionista Bohemien

L'Opinionista Bohemien

Intervistatore Anonimo: (^)Secondo un rapporto Eurostat, nel 2010 in Europa si sono persi 1200 posti di lavoro al giorno.L’UE ha concluso il 2010 con un tasso di disoccupazione pari al 9,6 % che, nella zona euro, ha raggiunto il 10 %.Nei 27 paesi che formano l’Unione europea si sono persi globalmente 434 000 posti di lavoro lo scorso anno, a una media di 1 189 posti al giorno.Ciò significa che oltre 23 milioni di cittadini europei sono privi di occupazione.I dati Eurostat mostrano inoltre notevoli asimmetrie all’interno della regione per quanto attiene alla disoccupazione. Nei Paesi Bassi vi è piena occupazione (4,3 % di disoccupati) mentre in Spagna un quinto della popolazione attiva non lavora (20,2 %).Tra i giovani la disoccupazione raggiunge il 21 % nell’UE-27. Solo in Germania e nei Paesi Bassi si registrano tassi a una cifra. In Spagna il 42,8 % dei giovani (di età inferiore ai 25 anni) è senza lavoro. In Slovenia il tasso è del 37,3 %.
L’Opinionista Bohemien:Vede,i dati da lei sopra-citati lasciano intendere una situazione drammatica che inevitabilmente mette in crisi l’individualità di ciascuno ;prevedo un ulteriore crollo dell’economia in corso al 2011 e la progressiva destrutturazione del genere sociale.Inverosimilmente,l’economia mondiale concorre al rischio di una “seconda depressione”,pari alla prima seguita al crollo di Wall Street quel giovedì nero del 1929.
(**)”La depressione ebbe effetti devastanti sia nei paesi industrializzati, sia in quelli esportatori di materie prime. Il commercio internazionale diminuì considerevolmente, così come i redditi dei lavoratori, il gettito fiscale, i prezzi e i profitti. Le maggiori città di tutto il mondo furono duramente colpite, in special modo quelle che basavano la loro economia sull’industria pesante. Il settore edilizio subì un brusco arresto in molti paesi. Le aree agricole e rurali soffrirono considerevolmente in conseguenza di un crollo dei prezzi fra il 40 e il 60%. Le zone minerarie e forestali furono tra le più colpite, a causa della forte diminuzione della domanda e delle ridotte alternative d’impiego.
L’economista John Kenneth Galbraith ha individuato almeno cinque fattori di debolezza nell’economia americana responsabili della crisi:
-cattiva distribuzione del reddito;
-cattiva struttura, o cattiva gestione delle aziende industriali e finanziarie;
-cattiva struttura del sistema bancario;
-eccesso di prestiti a carattere speculativo;
-errata scienza economica (perseguimento ossessivo del pareggio di bilancio e quindi assenza di intervento statale considerato un fattore penalizzante per l’economia).
La situazione era poi aggravata dalla stretta interconnessione che legava il settore industriale a quello bancario. Infatti, nel momento in cui la borsa crollò, si diffuse un’ondata di panico devastante tra i piccoli risparmiatori i quali si precipitarono nelle banche nel tentativo di salvare il proprio denaro. Il ritiro del denaro dal mercato provocò una crisi di liquidità di ampie dimensioni e il fallimento di molte banche che trascinarono nella crisi le industrie nelle quali avevano investito. Molte di queste furono costrette a chiudere i battenti o a ridimensionarsi. I licenziamenti, operati dalle aziende in crisi, portarono a una elevata diminuzione delle domande di lavoro, bloccando quasi completamente l’economia americana. La produzione industriale scese di quasi il 50% tra il 1929 e il 1932.”
Vede,questo è quello che potrebbe accadere ai giorni nostri.Molti attribuirono le cause della Grande Depressione a un’eccessiva liberalizzazione del mercato e non è un caso il livello di disoccupazione oggi coincide con un aumento sproporzionato dei beni di consumo immessi nel mercato.In situazioni di rottura e grande crisi come questa,è logico pensare ognuno a rischio emarginazione.Senza contare i disagi sociali che ne derivano:depressione,disturbi relazionali,annullamento del sè,nichilismo,apatia,inappetenza emozionale,decadenza morale,povertà,malessere,aumento della criminalità,neo-schiavitù.
Intervistatore Anonimo: Prevede una qualche soluzione?
L’Opinionista Bohemien:Non la fine del mondo,come prognosticato dal calendario Maya-in alternativa.No.Non credo possibile nessun cambiamento sociale se a questo non è corrisposto un cambiamento di tipo individuale e individualista.Subire passivamente il declino della società in cui viviamo,mi pare riduttivo quanto adattarvisi insano.Molti parlano di rivoluzione,mentre non credo possibile nessuna rivoluzione di massa senza un’ avvenuta rivoluzione individuale.Dunque speculo per l’affermazione dell’individuo sulla società,una sorta di individualismo cosciente,un approccio alla vita di tipo bohémien,la soppressione dei desideri materiali,la rivalutazione dei desideri puramente spirituali.Un ritorno consapevole alle origini,all’umano e primordiale.
Intervistatore Anonimo:Non le pare di esagerare con queste stronzate?
L’opinionista Bohemien:Non le pare una stronzata intervistare un pollo?

(^)da un’Interrogazione Parlamentare datata 11 Febbraio 2011(http://www.europarl.europa.eu)
(**)da Wikipedia

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