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L'ombelico di Svesda

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Discorso Sui Massimi Sistemi

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Gualtiero Nativi

Esther Bubley

New York Harbor, Looking Toward Manhattan from the Footpath on Brooklyn Bridge, October, 1946
April 1943. Washington, D.C. ‘Girl sitting alone in the Sea Grill waiting for a pickup’
December 1943.15-cent photo booth in the lobby at the United Nations service center at Washington, D.C





Utata Sunday Salon » Esther Bubley

On Great Immaturity of Humanity and Pornografia by Witold Gombrowicz

‘All writers are vain, selfish and lazy, and at the very bottom of their motives there lies a mystery. Writing a book is a horrible, exhausting struggle, like a long bout of some painful illness. One would never undertake such a thing if one were not driven on by some demon which one can neither resist nor understand.’
George Orwell
Da adolescente avevo una cotta per Andrea De Carlo. Avevo una cotta per De Carlo perchè Andrea, a differenza degli altri scrittori italiani che leggevo, era l’unico ad ascoltare i Rolling Stones in macchina, a vivere in una casa sperduta in campagna, ad essere caduto da cavallo (rimanendovi paralizzato per metà del corpo), a suonare la chitarra, e teneva sempre a esibire quell’aria posticcia e cagionevole, romantica e decandente, che ai tempi deve aver esercitato su di me un forte appeal.
Mi ricordo com’è iniziata; avevo 15 anni, vivevo ancora a casa dei miei, lavoravo nel negozio di dischi in via Natoli e Irene, la proprietaria del negozio, usava tenere i libri di Andrea sotto la cassa, in uno scaffale. L’infatuazione è partita con ‘Treno di Panna’, è proseguita con ‘Due di Due’,‘Nel momento’,‘Di noi tre’, ha raggiunto il sublime, l’apice della parabola d’amore con ‘Arco d’Amore’, e si è esaurita con ‘Pura Vita’. Non ricordo più neanche perchè. Anzi me lo ricordo, a un certo punto mi sono accorta De Carlo è un uomo. E borghese. Delle volte inconcludente, polemico, vanitoso, pigro, egocentrico, bugiardo, noioso. Come tutti gli uomini, proletari e me compresa. Quello che voglio dire è che vedendo in De Carlo l’uomo, ho smitizzato l’eroe e un assoluto, la sua proiezione ideale, che ho ridotto a pura finzione. Imparando a distinguere l’eroe dall’uomo, e l’uomo dallo scrittore, avrei dovuto imparare anche a distinguere la realtà dalla finzione. Missione fallita, quello di idealizzare gli uomini e innamorarmi degli scrittori che leggo è un vizio che continuo ad avere e in parte è dovuto al fatto che sono un soggetto bipolare con tendenza al delirio d’amore e alla sindrome dell’amante immaginario di De Clérembault (erotomania di Esquirol inclusa); in parte perchè trascorro leggendo quasi tutto il tempo libero che mi rimane da lavoro (ragione per cui mi piace scegliere sempre con cura e attenzione gli scrittori che mi porto a letto); ma soprattutto perchè scrivendo uno scrittore dà il meglio di sè e io, che malamente resisto alla vanità del satiro, ne rimango lusingata, quite flattered indeed. C’è quel lato civettuolo di me che adora essere sedotto dalle parole, dalla loro disposizione, dalla logica che le tiene insieme e si sviluppa in concetti, non importa la materia del discorrere; io adoro l’idea di un uomo che pur di eccitare il mio interesse, la mia curiosità, la mia attenzione, trascorre ore, giorni, settimane, in alcuni casi anni, in posa creativa, sotto sforzo intellettuale, in piena tribolazione, pur di compiacere la mia immaginazione e farmi godere il libro. Fosse leggere un atto sessuale squisitamente intellettuale e il libro un oggetto del piacere oggettivamente.. scomodo, ne convengo. Non solo, credo un libro un atto d’amore. Tanto più bello il libro, tanto più significativa la generosità d’animo dello scrittore. La bellezza di un libro dipenderà dal grado di corrispondenza e impatto che questo avrà in oguno di noi, per questo trovo volgari certi ‘eliterismi’ di nicchia che tendono a classificare la qualità dei libri, dunque anche quella dei lettori.
Qualche tempo fa mi sono avvicinata alla lettura dello scrittore e drammaturgo polacco Witold Gombrowicz, di cui ho letto Cosmos; ieri ho ripreso il romanzo Pornografia, che trovo di difficile lettura in inglese ma interessante perchè scritto postumo agli anni di occupazione tedesca in Polonia, dunque in un clima di tensioni culturali che in seguito hanno compromesso la pubblicazione del romanzo e incoraggiato lo scrittore a emigrare in Argentina. Il romanzo sviluppa il concetto dell”immaturità’, tipica della giovinezza quanto dell’età adulta, nel primo caso una componente del carattere, socialmente condivisa, nel secondo rimproverata e resa oggetto di inevitabili finzioni e alterazioni della personalità; una delle ragioni che spinge alcune donne a chiedersi Ancora perchè l’uomo di una volta non esiste più; l’uomo di una volta non è mai esistito, è un mito, pura finzione letteraria, un’icona; secondo Gombrowicz, in età adulta quella immaturità verrebbe dall’uomo nascosta attraverso una maschera, che indossa e rappresenta un mito, il mito di sè stesso; quello del vincente, del temerario, dell’eroe, cui virtù, in verità, non lo rappresentano nella sostanza e infine rendono responsabile della propria infelicità.
La trama del romanzo vuole due anziani intellettuali di campagna sedotti dalla passionalità di una giovane coppia di amanti che inducono a commettere un crimine. Pulsioni di vita, pulsioni di morte, Eros, Thanatos
Dice Witold Gombrowicz nella prefazione al romanzo

‘I do not believe in a nonerotic philosophy. I do not trust any desexualized idea. It’s hard to believe that Hegel’s Science of Logic or Kant’s Critique of Pure Reason could have been conceived if their authors had not kept a certain distance from their bodies. But pure conscience, when it is hardly realized, must be steeped again in the body, in sex, in Eros; the artist must plunge the philosopher in enchantment, charm, and grace’

e continua

‘A Polish author once wrote to me asking about the philosophical meaning of Pornografia.
I replied:
‘Let us try to express ourselves as simply as possible. Man, as we know, aims at the absolute. At fulfillment. At truth, at God, at total maturity.. To seize everything, to realize himself entirely – this is his imperative.
‘Now, in Pornografia it seems to me that another of man’s aims appears, a more secret one, undoubtedly, one which is in some way illegal: his need for the unfinished..for imperfection..for inferiority..for youth’

Gombrowicz è maggiormente conosciuto per il romanzo di debutto Ferdydurke, pubblicato nel 1937, di cui Pornografia è l’epilogo

‘Ferdydurke is undoubtedly my basic work, the best introduction to what I am and what I represent. Written twenty years later, Pornografia originates from Ferdydurke. I should therefore say a few words about this book.
It’s the grotesque story of a gentleman who becomes a child because other people treat him like one. Ferdydurke is intended to reveal the Great Immaturity of humanity. Man, as he is described in this book, is an opaque and neutral being who has to express himself by certain means of behavior and therefore becomes, from outside – for others – far more definite and precise than he is for himself.
Hence a tragic disproportion between his secret immaturity and the mask he assumes when he deals with other people. All he can do is to adapt himself internally to his mask, as though he really were what he appears to be.
It can therefore be said that the man of Ferdydurke is created by others, that men create each other by imposing forms on each other, or what we would call facons d’etre.
Ferdydurke was published in 1937 before Sartre formulated his theory of the regard d’autrui. But it is owing to the popularization of Sartrean concepts that this aspect of my book has been better understood and assimilated.
And yet Ferdydurke ventures on other, lesser known ground, the word ‘form’ is associated with the word ‘immaturity’. How can this Ferdydurkean man be described? Created by form he is created from outside, in other words unauthentic and deformed. To be a man means to be oneself.
He is also a constant producer of form: he secretes form tirelessly, just as the bee secretes honey.
But he is also at odds with his own form. Ferdydurke is the description of the struggle of man with his own expression, of the torture of humanity on the Procrustean bed of form.
Immaturity is not always innate or imposed by others. There is also an immaturity which culture betters us against when it submerges us and we do not manage to hoist ourselves up to its level. We are ‘infantilized’ by all ‘higher’ forms. Man, tortured by his mask, fabricated secretly, for his own usage, a sort of ‘subculture’ : a world made out of the refuse of a higher world of culture, a domain of trash, immature myths, inadmissible passions.. a second domain of compensation. That is where a certain shameful poetry is born, a certain compromising beauty..
Are we not close to Pornografia?
[..] And what if Pornografia were an attempt to renew Polish eroticism? .. An attempt to revive an eroticism which would bear a stronger relationship to our destiny and our recent history – composed of rape, slavery, and boyish squabbles- a descent to the dark limits of the conscience and the body?’
Text entirely taken from Cosmos and Pornografia, Two novels by Witold Gombrowicz, Preface, 1985

Blossom Restaurant, 103 Bowery by Berenice Abbott in 1935, NY

_________________________________________________________January 13
A DARK, burdensome day. I stormed up from sleep this morning, not knowing what to do first – whether to reach for my slippers or begin immediately to dress, turn on the radio for the news, comb my hair, prepare to shave.
I fell back into bed and spent an hour or so collecting myself, watching the dark beams from the slats of the blind wheeling on the upper wall. Then I rose. There were low clouds; the windows streamed. The surrounding roofs – green, raw red blackened brass – shone like potlids in a darkened kitchen.
At eleven I had a haircut. I went as far as Sixty-third Street for lunch and ate at a white counter amid smells of frying fish, looking out on the iron piers in the street and the huge paving bricks like the plates of the boiler- room floor in a huge liner. Above the restaurant, on the other corner, a hamburger with arms and legs balanced on a fiery wire, leaned toward a jar of mustard. I wiped up the sweet sediment in my cup with a piece of bread and went out to walk through large melting flakes. I wandered through a ten- cent store, examining the comic valentines, thought of buying envelopes, and bought instead a bag of chocolate creams. I ate them hungrily. Next, I was drawn into a shooting gallery. I paid for twenty shots and fired less than half, hitting none of the targets. Back in the street, I warmed myself at a salamander flaming in an oil drum near a newsstand with its wall of magazines erected under the shelter of the El. Scenes of love and horror. Afterward, I went into a Christian Science reading room and picked up the Monitor. I did not read it. I sat holding it, trying to think of the name of the company whose gas stoves used to be advertised on the front page of the Manchester Guardian. A little later I was in the street again, in front of Coulon’s gymnasium, looking at photographs of boxers. ‘Young Salemi, now with the Rangers in the South Pacific.’ What beautiful shoulders!
I started back, choosing unfamiliar streets. They turned out to be no different from the ones I knew. Two men were sawing a tree. A dog sprang from behind a fence without warning, yapping. I hate such dogs. A man in a mackinaw and red boots stood in the center of a lot, throwing boxes into a fire. At the high window of a stone house, a child, a blond boy, was playing king in a paper crown. He wore a blanket over his shoulders and, for a scepter, he held a thin green stick in his thin fingers. Catching sight of me, he suddenly converted his scepter into a rifle. He drew a bead on me and fired, his lips moving as he said, ‘Bang!’. He smiled when I took off my hat and pointed in dismay to an imaginary hole.
The book arrived in the noon mail. I will find it tonight. I hope that will be the last deception imposed to me.
Text entirely taken from Dangling Man, by Saul Bellow, 1944

SOFA’ SOGOOD # 4 DANGLING MAN BY SAUL BELLOW

Saul Leiter‘, ‘Phone Call’, NY, 1957

La mancata consegna di un premio Pulitzer alla letteratura per l’edizione di quest’anno ha lasciato tutti interdetti e aperto dibattiti circa la questione. Saul Bellow è l’unico scrittore americano ad essere stato insignito di 3 National book awards con i romanzi ‘The adventures of Augie March’, ‘Herzog’, e ‘Mr Sammler’s Planet‘; nel 1975 di un Pulitzer Prize per il romanzo Humboldt’s Gift; nel 1976 di un Nobel Prize in Literature ‘for the human understanding and subtle analysis of contemporary culture that are combined in his work’
Dangling man, primo dei suoi romanzi pubblicato nel 1944, anticipa l’intera produzione letteraria dello scrittore e sembra rispondere alle polemiche circa il futuro della letteratura. Bellow colloca l’uomo al centro dell’indagine letteraria e lo fa ponendo particolareggiata attenzione ai conflitti che derivano dal confronto con la società che lo circonda, lo opprime, lo ‘strania’ e verso cui prova un sentimento di alienazione. Il più della critica concerne stile della scrittura e gli elementi di cui Bellow si serve per configurare background e ragioni di un conflitto che rappresenta il teorema uomo – umanità – società moderna. E’ certo la sensibilità di Bellow nel trattare la materia umana deriva lui dall’essere figlio di mercanti ebrei emigrati in Canada e vissuti in Russia. Saul è ultimo di quattro figli cresciuti a Chicago e nati a Montreal. I genitori parlano fra loro ebraico e russo, i ragazzi inglese, yiddish e francese. L’identità culturale di Bellow attinge dalla ricca tradizione ebraica, francese e russa, e converge nella mistificazione e conseguente disillusione del sogno americano; sono gli anni della Grande Depressione, della grande immigrazione, del grande Gatsby, del quarto potere, della chiamata alle armi, del calypso e del rockabilly. Trovo il virtuosismo dell’America condensato tutto nell’intensità accelerata di quegli anni di grave crisi sociale che hanno piegato alle ginocchia milioni di persone e rimesso in discussione le sorti di una nazione intera. Io credo è stato soltanto allora che i bianchi si sono finalmente uniti ai neri, centinaia di lingue si sono mescolate alla lingua, decine di nazioni si sono strette in una, capace di risollevarsi dalle macerie attraverso duro lavoro, sacrifici e tanta immaginazione. Del virtuosismo americano amo il senso della possibilità, quel why not? che è ottimismo e apertura, un accogliere, uno sfidare la sorte, un giocare la partita, un pensare straordinario, immaginifico, lungimirante, in funzione del domani
Secondo il dizionario inglese che ho qui con me, to dangle ha due significati:
transitive and intransitive verb hang loosely: to swing or hang loosely, or cause something to swing or hang loosely
transitive verb offer something as inducement: to offer or display something as an enticement or inducement
Dangling man sembra appunto offrire an inducement, uno stimolo, un motivo, un incentivo a considerare la storia un punto d’arrivo e un’occasione di partenza, e l’uomo un ‘mezzo’, letteralmente un mezzo, a cui viene chiesto di attraversare il presente consapevolmente. In Dangling man Bellow attenta a descrivere da cosa deriva quella consapevolezza, che è coscienza individuale dunque esito sociale. Quella consapevolezza nasce da una colluttazione ideale di principi e forze opposte, ora l’esercizio di una volontà di potenza, il trionfo del Romanticismo, l’eroismo del Titano, ora l’assurdità delle guerre, un crollo di valori, l’oltre uomo in crisi esistenzialista, sviscerato dalla psicoanalisi e teso al  nichilismo e all’isolazione.
Il romanzo è una retrospettiva che procede per date e minuziose digressioni all’infanzia e alla giovinezza. Joseph, il protagonista, sembra guardarsi allo specchio e non riconoscersi nell’immagine che vede di sè; si agita, è nervoso, perde il senno, sembra non avere più il controllo della propria vita e sulle proprie emozioni
L’edizione che ho qui, della Penguin, è introdotta da J. M. Coetzee, che del romanzo dice nel finale
‘Dangling Man is long on reflection, short on action. It occupies the uneasy ground between the novella proper and the personal essay or confession. Various personages come onstage and exchange words with the protagonist, but beyond Joseph in his two sketchy manifestations there are no characters, properly speaking. Behind the figure of Joseph can be discerned the lonely, humiliated clerks of Gogol and Dostoevsky, brooding upon revenge; the Roquentin of Sartre’s Nausea, the scholar who undergoes a strange metaphysical experience that estranges him from the world; and the lonely young poet of Rilke’s Notebook of Malte Laurids Brigge. In this slim first book Bellow has not yet developed a vehicle adequate to the kind of novel he is feeling his way towards, one that will offer the customary novelistic satisfactions, including involvement in what feels like real- life conflict in a real-life world, and yet leave the author free to deploy his reading in European literature and thought in order to explore problems in contemporary life. For that step in Bellow’s evolution we will have to wait for Herzog (1964)
J. M. Coetzee
Ho amato questo libro dalla prima all’ultima pagina, e dalla prima all’ultima pagina questo libro ha lenito un po’ della mia solitudine e fatto stare bene, fossero state le parole un abbraccio, una mano che tiene la mano, una lettera che dà conforto.
Le parti del libro da citare sarebbero tantissime, ma ci sono due passi che fra tutti mi hanno colpita particolarmente

___________________________________________________________January 5

THIS AFTERNOON I emptied the closet of all its shoes and sat on the floor polishing them. Surrounded by rage, saddle soap, and brushes – the brown light of the street pressing in at the window, and the sparrows bickering in the dead twigs – I felt tranquil for a while and, as I set Iva’s shoes out in a row, I grew deeply satisfied. It was a borrowed satisfaction; it was doing something I had done as a child. In Montreal, on such afternoon as this, I often asked permission to spread a paper on the sitting- room floor and shine all the shoes in the house, including Aunt Dina’s with their long tongues and scores of eyelets. When I thrust my arm into one of her shoes it reached well above the elbow and I could feel the brush against my arm through the soft leather. The brow fog lay in St Dominique Street; in the sitting room, however, the stove shone on the devenport and on the oilcloth and on my forehead, drawing the skin pleasantly. I did not clean shoes because I was praised for it, but because of the work and the sensations of the room, closed off from the wet and the fog of the street, with its locked shutters and the faint green of the petal pipes along the copings of its houses. Nothing could have tempted me out of the house.
I have never found another street that resembled St Dominique. It was in a slum between a market and a hospital. I was generally intensely preoccupied with what went on in it and watched from the stairs and the windows. Little since then has worked upon me with such force as, say, the sight of a driver trying to raise his fallen horse, of a funeral passing through the snow, or of a cripple who taunted his brother. And the pungency and staleness of its stores and cellars, the dogs, the boys, the French and immigrant women, the beggars with sores and deformities whose like I was not to meet again until I was old enough to read of Villon’s Paris, the very breezes in the narrow course of that street, have remained so clear to me that I sometimes think it it the only place where i was ever allowed to encounter reality. My father blamed himself bitterly for the poverty that forced him to bring us up in a slum and worried lest I see too much. And I did see, in a curtainless room near the market, a man rearing over a blond woman on his lap. But less easily forgotten were a cage with a rat in it thrown on a bonfire, and two quarrelling drunkards, one of whom walked away bleeding, drops falling from his head like the first slow drops of a heavy rain in summer, a crooked line of drops left on the pavement as he walked.

_____________________________________________________________January 6

ABT HAS sent me a copy of a pamphlet he wrote on the government of the Territories. Expects a flattering comment, no doubt, and I shall have to rig one up. He will want me to tell him that no one else could have written such a pampleth. Suppose I were try to tell him what I thought of him. He would reply coldly, ‘I don’t know what you’re talking about.’ He has a way of turning aside everything he has no desire to understand.
Abt, more than anyone I have known, has lived continually in need of being consequential. Early in life he discovered that he was quicker, abler, than the rest of us, and that he could easily outstrip us in learning and in skills. He felt he could be great in anything he chose. We roomed together in Madison as freshmen. He was very busy that first year keeping us all his accomplishments, his music, his politics, his class work. Living with him had a bag effect on me, for I withdrew from any field he entered. People came from other campuses to consult him on doctrinal matters; no one had as much out-of-the-way information as he; he read foreign political journals the rest of us had never heard of, and reports of party congresses, those dun, mimeographed sheets on international decisions in France and Spain. No one was so subtle with opponents. Nor did many students get as much attention as he got from his teachers. A few were afraid of him and learned to avoid challenging him publicly. late afternoons, he played the piano. I would often stop by for him at the music building on the way to dinner and spend half an hour listening. He did not waste time maturing, he did not make any of the obvious mistakes. His hold was too good. That winter he was Lenin, Mozard, and Locke all rolled into one. But there was unfortunately not enough time to be all three. And so, in the spring, he passed through a crisis. It was necessary to make a choice. But, whatever it was he chose, that would be the most important. How could it be otherwise? He gave up attending meetings and practising the piano, he banished the party reports as trash, and decided to become a political philosopher. There was a general purge. Everything else went.
Anti-Duhring and The Critique of the Gotha Program sank to the rear of the bottom shelf of his bookcase and were supplanted at the top by Bentham and Locke. Now he had decided, and in dead earnestness the followed greatness. Inevitably, he fell short of his models. He would never admit that he wanted to become another Locke, but there was, wearing himself thin with the effort of the emulation, increasingly angry at himself, and unable to admit that the scale of his ambition was defeating him.
He is stubborn. Just as, in the old days, it disgraced him to confess that he was not familiar with a book or a statement that came under his jurisdiction, he now cannot acknowledge that his plan has miscarried. But then, it bothers him to be found guilty even of small errors. He does not like to forget a date or a name or the proper form of a foreign verb. He cannot be wrong, that is his difficulty. If you warn him that there is a fissure at his feet, he answers, ‘ no, you must be mistaken.’ But when it can no longer be ignored he says, ‘Do you see it?’ as though he has discovered it.
Of course, we suffer from bottomless avidity. Our lives are so precious to us, we are so watchful of waste. Or perhaps a better name for it would be the Sense of Personal Destiny. Tes, I think that is better than avidity. Shall my life one-thousandth of an inch fall short of its ultimate possibility? It is a different thing to value oneself, and to prize oneself crazily. And then there are our plants, idealizations. These are dangerous, too. They can consume us like parasites, eat us, drink us, and leave us lifelessly prostrate. And yet we are always inviting the parasite, as if we were eager to be drained and eaten.
It is because we have been taught there is no limit to what a man can be. Six hundred years ago, a man was what he was born to be. Satan and Church, representing God, did battle over him. He, by reason of his choice, partially decided the outcome. But whether, after life, he went to hell or to heaven, his place among other men was given. It could be contested. But, since, the stage has been reset and human being only walk on it, and, under this revision, we have, instead, history to answer to. We were important enough then for our souls to be fought over. Now, each of us is responsible for his own salvation, which is in his greatness. And that, that greatness, is the rock our hearts are abraded on. Great minds, great beauties, great lovers and criminals surround us. from the great sadness and desperation of Werthers and Don Juans we went to the great ruling images of Napoleons; from these to murderers who had that right over victims because they were greater than the victims; to men who felt privileged to approach others with a whip; to schoolboys and clerks who roared like revolutionary lions; to those pimps and subway creatures, debaters in midnight cafeterias who believed they could be great in treachery and catch the throats of those they felt were sound and well in the lassos of their morbidity; to dreams of greatly beautiful shadows embracing on a flawless screen. because of these things we hate immoderately and punish ourselves and one another immoderately. The fear of lagging pursues and maddens us. The fear lies in us like a cloud. It makes an inner climate of darkness. And occasionally there is a storm and hate and wounding rain out of us.

Text entirely taken from ‘Dangling Man’, by Saul Bellow, 1944

The work of Art in the Age of Mechanical Reproduction by Walter Benjamin

sculpture by Brian Dettmer

Sto leggendo un saggio profezia del filosofo tedesco Walter Benjamin,’The work of Art in the Age of Mechanical Reproduction, scritto al tempo in cui Hitler era stato già elevato Chancellor of Germany e l’Europa si ripreparava alle armi. In questo Benjamin spiega le ragioni del postmodernismo a partire da un’indagine all’avanguardia marxista d’esito nella produzione delle arti e della riproduzione delle arti, l’impatto delle arti nella sfera politica e sociale. Meglio questo saggio delinea una teoria
[..]a theory of art that would be “useful for the formulation of revolutionary demands in the politics of art.In the absence of any traditional, ritualistic value, art in the age of mechanical reproduction would inherently be based on the practice of politics. L’arte come atto di ribellione.
Ho trovato un articolo di Claudio Bianco (FILOSOFICO.NET – La filosofia e i suoi eroi) che ne fa una critica molto interessante
Dice
Il saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica viene scritto da Walter Benjamin (1892-1940) nel 1935 subito dopo aver partecipato come uditore al I Congresso internazionale degli scrittori, organizzato a Parigi al fine di dar vita a un’ampia mobilitazione intellettuale contro la diffusione del fascismo . Nel 1936 il saggio è pubblicato, nella traduzione francese di Pierre Klossowski , sulla celebre rivista Zeitschrift fur Sozialforschung , che in quel periodo si stampava a Parigi e il cui gruppo dirigente era costituito da Theodor Wiesengrund Adorno (1903-1969) , Max Horkheimer (1895-1973) e Herbert Marcuse (1898-1979) , fondatori dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte. In una lettera del 16 ottobre 1935 a Horkheimer, Benjamin descrive il saggio come “una puntata in direzione di una teoria materialistica dell’arte”; in effetti la sua problematica adesione al marxismo e i rapporti con il gruppo di Adorno e con Bertolt Brecht costituiscono un quadro di riferimento imprescindibile per comprendere un testo che lega il problema del mutato statuto dell’opera d’arte – a seguito della diffusione di nuove tecniche di riproduzione- a considerazioni di carattere politico e sociale.

L’adesione di Benjamin al “materialismo storico”, ossia alla dottrina associata principalmente alle figure di Karl Marx (1818 – 1883) e Friedrich Engels (1820-1895) , secondo cui le produzioni cosiddette “spirituali” degli uomini – arte, religione e filosofia – sarebbero determinate, in quanto “sovrastruttura” , dalle strutture economiche soggiacenti delle diverse relazioni sociali e dei diversi modi di produzione, è sin dall’inizio assai problematica e originale. Nel saggio Eduard Fuchs, il collezionista e lo storico, Benjamin individua come compito del materialismo storico il superamento dell’atteggiamento “contemplativo” e neutrale assunto dallo storicismo per introdurre una visione dialettica della storia. Il passato non deve essere considerato come inserito in un ordine lineare e progressivo, bensì come qualcosa di unico, un’”esperienza originaria” in cui il presente si incontra con il passato in una “costellazione critica” che “fa deflagrare la continuità della storia”. L’idea di un presente nel quale si incontrano i diversi registri temporali dell’eternità e dell’istante era probabilmente maturata in Benjamin attraverso la lettura di Baudelaire, il quale, come abbiamo visto, nei saggi de Il pittore della vita moderna aveva definito la modernità come coesistenza, nel presente, del transitorio e dell’effimero con l’eterno e l’immutabile.

La critica della concezione della storia come progresso lineare e ascendente ritorna nelle tesi Sul concetto di storia (1940) , dove il compito del materialista storico è descritto come quello di “scardinare il continuum della storia”, a partire da “un presente che non è passaggio, ma nel quale il tempo è in equilibrio ed è giunto a un arresto (…) quel presente in cui egli, per quanto lo riguarda, scrive storia”. Il presente non è un istante astratto e anonimo dell’omogeneo fluire del tempo, né un’agostiniana distensio animi tutta racchiusa nell’interiorità della coscienza: esso è,invece, istanza originaria generatrice del tempo storico, luogo della sospensione e della critica in cui la storia è narrata e costruita guardando al futuro, a partire dalle urgenze dell’attualità (Jetztzeit). Questa costellazione di presente, passato e futuro, implicante al tempo stesso critica dell’esistenze e apertura verso il futuro, si rivela allo sguardo dello storico purificato dalle pecche dello storicismo sotto le sembianze di quella che Benjamin chiama un’”immagine dialettica”: un’immagine improvvisa, balenante, nella quale passato e futuro si illuminano a vicenda a partire dal presente.

E’nella sezione N del libro incompiuto dedicato ai passages di Parigi, intitolata “Elementi di teoria della conoscenza, teoria del progresso” che Benjamin sviluppa questo concetto, sostenendo che è solo attraverso le immagini dialettiche che la storia giunge alla leggibilità in una determinata epoca, là dove improvvisamente il passato subisce una sorta di “teléscopage” attraverso il presente: “Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora (Jetzt) in una costellazione. In altre parole: immagine è la dialettica nell’immobilità . Poiché, mentre la relazione del presente con il passato è puramente temporale,continua, la relazione tra ciò che è stato e l’ora è dialettica: non è un decorso, ma un’immagine discontinua, a salti. Solo le immagini dialettiche sono autentiche immagini (cioè non arcaiche); e il luogo, in cui le si incontra, è il linguaggio”. L’immagine dialettica appare là dove il pensiero si arresta in una costellazione, dove passato, presente e futuro si manifestano improvvisamente alla luce di una “vera sintesi” in cui appare ciò che Benjamin , riprendendo un termine fondamentale della morfologia goethiana , chiama un “fenomeno originario della storia”.

La riflessione benjaminiana su cosa significhi un approccio materialistico e dialettico alla storia e all’arte sta sullo sfondo del saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica , che nella “premessa” è presentato come una raccolta di “tesi sopra le tendenze dello sviluppo dell’arte nelle attuali condizioni di produzione”. In apertura del saggio Benjamin cita un passo di un breve testo di Paul Valéry (1871-1945) , “La conquete de l’ubiquité”, pubblicato nel 1931 nella raccolta Pièce sur l’art. In questo testo Valéry si interroga sui mutamenti in atto nella nozione stessa di arte – nelle tecniche artistiche, nella concezione della creazione, nella riproduzione e trasmissione delle opere – in seguito all’incremento stupefacente del nostro “potere di azione sulle cose”. La futura diffusione di nuovi mezzi di comunicazione analoghi alla radio e al telefono avrebbe presto consentito, secondo Valéry, di “trasportare o ricostituire in ogni luogo il sistema di sensazioni – o più esattamente, il sistema di eccitazioni – provocato in un luogo qualsiasi da un oggetto o da un evento qualsiasi”. Nel caso dell’arte, ciò avrebbe significato la possibilità per le opere di avere una sorta di “ubiquità” , ossia di divenire delle “fonti” o “origini” i cui effetti potrebbero essere avvertiti ovunque. Su un piano più generale, lo scenario evocato da Valéry è quello di una società futura in cui sarebbe possibile suscitare un flusso di immagini visive o di sensazioni uditive con un semplice gesto, una società caratterizzata dalla possibilità di una “distribuzione della Realtà Sensibile a domicilio”. In questo aumentato potere di riprodurre e diffondere le opere, che Valéry vede già compiersi nel caso della musica, risiederebbe la “condizione essenziale della resa estetica più elevata”, ossia la possibilità di sganciare la fruizione dell’opera d’arte dall’hic et nunc della sua collocazione materiale o della sua esecuzione per renderla accessibile nel momento spirituale più favorevole e fecondo.

La stessa riflessione sui mutamenti in atto nello statuto e nella fruizione dell’arte in seguito all’elaborazione di nuove tecniche di riproduzione e trasmissione delle opere che anima il breve testo di Valéry è al centro del saggio di Benjamin, che ha come presupposto la grande diffusione della fotografia e del cinema nei primi decenni del secolo e il lavoro di sperimentazione condotto su queste due forme espressive da avanguardie artistiche come il dadaismo, il surrealismo o il costruttivismo. A differenza di Valéry, Benjamin conferisce però alla propria analisi una valenza esplicitamente politica, in quanto nelle nuove forme di produzione e trasmissione dell’arte messe in atto da cinema e fotografia vede la possibilità di liberare l’esperienza estetica dal sostrato religioso-sacrale che ne accompagnava la fruizione da parte della borghesia, impedendo l’instaurazione di un nuovo rapporto tra l’arte e le masse. Quelle proposte da Benjamin, secondo le sue stesse parole, sono tesi “che eliminano un certo numero di concetti tradizionali – quali i concetti di creatività e di genialità, di valore eterno e di mistero -, concetti la cui applicazione incontrollata (…) induce a un’elaborazione in senso fascista del materiale concreto”. Scopo dell’analisi deve essere elaborare concetti “del tutto inutilizzabili ai fini del fascismo”, concetti che consentano, al contrario, “la formulazione di esigenze rivoluzionarie nella politica culturale”.

Una riflessione sulla riproducibilità dell’opera d’arte non può non partire dalla constatazione che, “in linea di principio”, l’opera d’arte è sempre stata riproducibile”. La riproduzione intesa come imitazione manuale di disegni, quadri o sculture è sempre stata parte integrante della pratica artistica, dell’apprendimento e della messa in circolazione delle opere. Nel caso della musica,poi, l’opera stessa esiste innanzitutto come ri-esecuzione . Ciò che interessa a Benjamin , però, non è la riproduzione intesa in questo senso bensì la riproduzione tecnica delle opere d’arte, qualcosa che nella storia si è manifestato progressivamente nelle pratiche della fusione del bronzo, del conio delle monete, della silografia e della litografia come riproduzione della grafica e, soprattutto, della stampa come riproducibilità tecnica della scrittura. Con l’invenzione della fotografia e del cinema, la riproducibilità del visibile attinge a una dimensione nuova, sganciandosi ulteriormente dal condizionamento della manualità e velocizzandosi enormemente. Di fronte a una tale rivoluzione tecnica, il compito del critico, secondo Benjamin, consiste nel riflettere sul modo in cui questo tipo di riproducibilità dell’opera d’arte finisce per imporre una ridefinizione dello statuto stesso dell’arte nella sua forma tradizionale.

La tesi centrale del saggio di Benjamin risiede nell’affermazione che nella riproduzione fotografica di un’opera viene a mancare un elemento fondamentale : “l’hic et nunc dell’opera d’arte, la sua esistenza unica e irripetibile nel luogo in cui si trova”. Nell’unicità della collocazione spazio-temporale dell’opera risiede il fondamento della sua autenticità e della sua autorità come “originale”, ossia la sua capacità di assumere il ruolo di testimonianza storica. La trasmissione di un’eredità culturale poggia infatti sul permanere nel tempo dell’unicità e dell’autorità delle opere e sulla loro conservazione e celebrazione in spazi dedicati, come i musei, o nei quali esse si radicano nella loro unicità (una chiesa, un palazzo). Benjamin riassume i valori di unicità,autenticità e autorità dell’opera d’arte nella nozione di “aura” , un termine ricorrente nel lessico storico-artistico ed esoterico di inizio secolo nell’accezione di “aureola” (come quella che circonda le immagini dei santi) o in quella, assai più ambigua, di “alone” che circonda e avvolge ogni individuo, come negli scritti di carattere misterico o teosofico.

Il “declino”, il “venir meno” dell’aura (Verfall der Aura) determinato dall’avvento dei mezzi di riproduzione tecnica delle opere, sarebbe il sintomo, secondo Benjamin , di un più vasto mutamento “nei modi e nei generi della percezione sensoriale”: a ogni periodo storico corrispondono infatti determinate forme artistiche ed espressive correlate a determinate modalità della percezione, e la storia dell’arte deve essere accompagnata da una storia dello sguardo. Proseguendo la riflessione sul progressivo impoverirsi dell’esperienza avviata nel saggio Il Narratore. Considerazioni sull’opera di Nicola Leskov, in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica Benjamin constata come nella società a lui contemporanea, mediante la diffusione dell’informazione e delle immagini, tenda ad affermarsi sempre più un’esigenza di avvicinamento, alle cose e alle opere.

Ciò che però viene meno, in un’epoca caratterizzata dal bisogno di “rendere le cose, spazialmente e umanamente, più vicine” e in cui “ si fa valere in modo sempre più incontestabile l’esigenza di impossessarsi dell’oggetto da una distanza il più possibile ravvicinata nell’immagine, o meglio nell’effigie, nella riproduzione”, è quel peculiare intreccio di vicinanza e lontananza nel quale risiede, secondo Benjamin, l’essenza dell’aura: “Cade qui opportuno illustrare il concetto, sopra proposto, di aura a proposito degli oggetti storici mediante quello applicabile agli oggetti naturali. Noi definiamo questi ultimi apparizioni uniche di una lontananza, per quanto questa possa essere vicina. Seguire, in un pomeriggio d’estate, una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sopra colui che si riposa – ciò significa respirare l’aura di quelle montagne, di quel ramo”. Fine dell’aura significa fine di quell’intreccio tra lontananza, irripetibilità e durata che caratterizzava il nostro rapporto con le opere d’arte tradizionali, e avvento di una fruizione dell’arte basata sull’osservazione fugace e ripetibile di riproduzioni.

Originariamente, le opere d’arte erano parte inscindibile di un contesto rituale, prima magico e poi religioso; la loro autorità e autenticità, la loro aura, era determinata proprio da questa appartenenza al mondo del culto. In forme secolarizzate, l’atteggiamento rituale e culturale nei confronti dell’arte sarebbe poi trapassato nelle forme profane del culto della bellezza, che nasce nel Rinascimento e dura fino alle ultime derive del Romanticismo. L’avvento della riproducibilità tecnica e la sua diffusione mediante la fotografia segnano per la prima volta la possibilità di emancipare l’arte rispetto all’ambito del rituale: venendo meno i valori dell’unicità e dell’autenticità, si apre la possibilità di conferire all’arte una nuova valenza politica, al valore cultuale (Kultwert) dell’opera si sostituisce progressivamente il valore espositivo (Ausstellungswert).

Il discorso benjaminiano sulla fine dell’aura non è quindi riconducibile a una forma di nostalgia, bensì è un tentativo di individuare le potenzialità ancora non del tutto esplicitate della riproducibilità. Nella fotografia la dissoluzione del valore cultuale in favore del valore di esponibilità non è ancora completa, in quanto l’aura mantiene una sua ultima forma di sopravvivenza nel “volto dell’uomo”. Non è un caso che le prime fotografie siano state soprattutto dei ritratti, miranti a fissare e a tramandare nel tempo l’identità e lo sguardo dei soggetti fotografati:”Nell’espressione fuggevole di un volto umano, dalla prime fotografie, emana per l’ultima volta l’aura. E’ questo che ne costituisce la malinconica e incomparabile bellezza”. Il profondo legame tra l’immagine fotografica e l’unicità del soggetto rappresentato nell’hic et nunc del suo essere rappresentato, e quindi il legame tra immagine, temporalità e morte- che Roland Barthes (1915-1980avrebbe successivamente tematizzato tramite il concetto di punctum nel celebre saggio La chambre claire – viene meno con il cinema. La rappresentazione cinematografica, a differenza di quella teatrale, è fatta di mediazione , differimento, scomposizione: le azioni che ci si presentano nella loro sequenzialità sono girate in momenti diversi, e ciò che vediamo è il risultato di una serie di scelte legate all’inquadratura e al montaggio. A differenza del pittore – che è come un mago nel mantenere la distanza tra sé e ciò che è oggetto della rappresentazione e nel conferire un’autorità auratica alla rappresentazione stessa- l’operatore cinematografico è come un chirurgo ; penetra nelle immagini, le frammenta, le scompone, ne ridefinisce la sequenza, finendo però per eliminarne l’aura.

Lungi dal condividere il senso di disagio provato da Pirandello nei confronti della presenza del mezzo tecnico nella realizzazione dell’immagine cinematografica, come testimonia il romanzo Si gira del 1915, Benjamin afferma che proprio questa mediatezza consente al cinema di determinare un significativo approfondimento delle nostre capacità percettive. La possibilità di moltiplicare i punti di vista e le inquadrature mediante quella che Benjamin chiama “la dinamite dei decimi di secondo” rende infatti più libero e indipendente il nostro sguardo sulle cose. Lo spazio che si rivela alla cinepresa è, inoltre, profondamente diverso da quello che si rivela allo sguardo empirico: “ al posto di uno spazio elaborato dalla coscienza dell’uomo interviene uno spazio elaborato inconsciamente”. Quello rivelato dall’istantaneità dell’immagine fotografica e dalla sequenzialità dell’immagine in movimento è dunque un “inconscio ottico” che si rivela soltanto attraverso di esse, così come l’inconscio istintivo viene portato alla luce nella psicoanalisi.

La portata “rivoluzionaria” che Benjamin attribuisce alla fotografia come tecnica della riproduzione e,in maggior misura, al cinema, si esplica dunque su diversi piani: dissoluzione dell’aura attraverso riproduzioni che sottraggono l’opera d’arte all’hit et nunc della sua esistenza materiale e della sua fruizione, rivelazione di una visibilità che rimane inaccessibile all’occhio empirico e diventa invece accessibile grazie alla mediazione del dispositivo, contestazione di ogni atteggiamento cultuale e “feticistico”, tipicamente borghese, nei confronti dell’autenticità e dell’autorità dell’opera. Riguardo a quest’ultimo punto, Benjamin sottolinea come il cinema, a differenza della pittura, non consenta un atteggiamento puramente contemplativo, fatto di esaltazione e rapimento. Quella del cinema non è una fruizione fatta di raccoglimento ma una fruizione “distratta” in cui lo spettatore non si perde nell’opera, ma si mantiene in un atteggiamento nel quale piacere e giudizio critico coesistono senza limitarsi a vicenda. Il cinema, in altre parole, si allontana dal naturalismo e dall’illusionismo teatrale e consente di conservare la “distanza” e lo “straniamento” che erano al centro, negli stessi anni, della riflessione sul teatro di Brecht.

La capacità di ridefinire il rapporto tra l’arte e le masse aperta dal cinema, dunque, risiede per Benjamin nella possibilità di una fruizione collettiva nella quale la critica non è soffocata da una forma di devozione cultuale nei confronti dell’immagine. Certo, anche nel cinema è presente un residuo di aura, in particolare nel culto della personality che trasforma gli attori in divi, e del resto è chiaro che l’”industria cinematografica ha tutto l’interesse a imbrigliare, mediante rappresentazioni illusionistiche e mediante ambigue speculazioni, la partecipazione delle masse”. Alla ricognizione delle possibilità espressive del mezzo cinematografico operata da registi come Ejzenstejn si contrapponeva, in quegli stessi anni, l’impiego dell’immagine cinematografica da parte dei regimi fascisti a fini propagandistici – basti pensare al contributo della regista Leni Riefenstahl nel definire l’iconografia del nazismo – , testimoniando così come questa forma espressiva avesse un potenziale ambiguo, , che sarà poi analizzato da Adorno e Horkehimer , in relazione all’industria culturale americana, in Dialettica dell’illuminismo (1946). Rispetto a questo testo, l’analisi di Benjamin mostra di condividere l’interesse e le aspettative nutrite da diversi movimenti degli anni Venti e Trenta (neoplasticismo, costruttivismo, Bauhaus), oltre che dai giovani Lukàcs e Brecht , nei confronti dei nuovi mezzi espressivi, pur riconducendo la riflessione sull’arte a una finalità prettamente politica: Benjamin risponde infatti all’estetizzazione della politica e della guerra proposte dal fascismo, e condivise da futuristi come Martinetti, sostenendo la necessità di una “politicizzazione dell’arte” proprio a partire dal potenziale rivoluzionario e democratico del cinema.
via WALTER BENJAMIN. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (a cura di Claudia Bianco).

Il saggio si compone di tre parti
The Work of Art of Mechanical Reproduction
Franz Kafka: On the Tenth Anniversary of His Death
Picturing Proust
E questa è l’introduzione e il primo capitolo

_________The Work of Art of Mechanical Reproduction_____________

The establishment of the fine arts and their division into various categories go back to a time that differed radically from ours and to people whose power over things and circumstances was minute in comparison with our own.
However, the astounding growth that our resources have undergone in terms of their precision and adaptability will in the near future confront us with very radical changes indeed in the ancient industry of the beautiful. In all arts there is a physical component that cannot continue to be considered and treated in the same way as before; no longer can it escape the effects of modern knowledge and modern practice. Neither matter nor space nor time is what, up until twenty years ago, it always was. We must be prepared for such profound changes to alter the entire technological aspect of the arts, influencing invention itself as a result, and eventually, it may be, contriving to alter the very concept of art in the most magical fashion.
Paul Valery, Pieces sur l’art
FOREWORD
When Marx set out to analyze the capitalist mode of production, that mode of production was in its infancy. Marx so ordered his endeavours that they acquired prognosticative value. Looking back at the basic circumstances of capitalist production, he presented them in such a way as to show what capitalism might be thought capable of years to come. What emerged was that it might not only be thought capable of increasingly severe exploitation of proletarians; ultimately, it may even bring about conditions in which it can itself be done away with.
The transformation of the superstructure, which proceeds far more slowly than that of the substructure, has taken more than half a century to bring out the change in the conditions of the production in all spheres of civilization. Only now can the form that this has assumed be revealed. Of those revelations, certain prognosticative demands need to be made. However, such demands will be met not so much by prepositions concerning the art of the proletariat after it has seized power, let alone that of the classless society, as by propositions concerning how art will tend to develop under current conditions of productions. The dialects of those propositions makes itself no less apparent in the superstructure than in the economy. It would be wrong, therefore, to underestimate the combative value of such propositions. They oust a number of traditional concepts – such as creativity and genius, everlasting value and secrecy- concepts whose uncontrolled (and at the moment scarcely controllable) application leads to a processing of the facts along the lines of Fascism. The following concepts, here introduced into art theory for the first time, differ from more familiar ones in that they are quite useless for the purpose of Fascism. They can, on the other hand, be used to formulate revolutionary demands in the politics of art.
____________________CHAPTER 1_____________________

In principle, the work of art has always been reproducible. What mas has made, mas has always been able to make again. Such copying was also done by pupils as an artistic exercise, by masters in order to give works wider circulation, ultimately by anyone seeking to make money. Technological reproduction of the work of art is something else, something that has been practiced intermittently throughout history, at widely separated intervals though with growing intensity. The Greeks had only two processes for reproducing works of art technologically: casting and embossing. Bronzes, terracottas and coins were the only artworks that they were able to manufacture in large numbers. All the rest were unique and not capable of being reproduced by technological means. It was wood engraving that made graphic art technologically reproducible for the first time; drawings could be reproduced long before printing did the same for the written word. The huge changes that printing (the technological reproducibility of writing) brought about in literature are well known. However, of the phenomenon that we are considering on the scale of history here they are merely a particular instance- though of course a particularly important one. Wood engraving is joined in the course of the Middle Age by copperplate engraving and etching, then in the early nineteenth century by lithography.
With lithography, reproductive technology reaches a radically new stage. The very much speeder process represented by applying a drawing to a stone as opposed to carving it into a block of wood or etching it onto a market its products not only in great numbers (as previously) but also in different designs daily. Lithography made it possible for graphics art to accompany everyday life with pictures. It started to keep pace with printing.
However, in these early days it was outstripped, mere decades after the invention of lithography, by photography. With photography, in the process of pictorial reproduction the hand was for the fist time relieved of the principal artistic responsibilities, which henceforth lay with the eye alone as it peered into the lens. Since the eye perceives faster than the hand can draw, the process of pictorial reproduction was so enormously speeded up that it was able to keep pace with speech. The film operator, turning the handle in the studio, captures the images as rapidly as the actor speaks. Whilst in lithography the illustrated magazine was present in essence, in photography it was the sound film. The technological reproduction of sound was tackled at the end of the last [nineteenth] century. These convergent endeavours rendered foreseeable a situation that Paul Valery described in the sentence: ‘Just as water, gas and electric power come to us from afar and enter our homes with almost no effort on our part, there serving our needs, so we shall be supplied with pictures or sound sequences, at the touch of a bottom, almost a wave of the end, arrive and likewise depart.’ Around 1900 technological reproduction had reached a standard at which at had not merely begun to take the totality of traditional artworks as its province, imposing the most profound changes on the impact of such works; it had even gained a place for itself among artistic modes of procedure. As regards studying that standard, nothing is more revealing than how its twin manifestations – reproduction of the work of art and the new art of cinematography – redound upon art in its traditional form.
Text entirely taken from ‘The Work of Art in the Age of Mechanical Reproduction’, by Walter Benjamin, 1936

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