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L'ombelico di Svesda

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1930

Fuga Nelle Tenebre | Arthur Schnitzler

Fuga Nelle Tenebre
E’ facile pensare a una lettura ancora più ferale di ‘Fuga nelle tenebre’, se a questo breve romanzo di Arthur Schnitzler, pubblicato nel 1931, si paragona uno qualsiasi dei tanti fatti di cronaca nera discussi nelle pagine dei quotidiani.
Quello che però manca di essere riportato in un articolo di cronaca nera e con dovizia di particolari, è il retroscena introspettivo che vale a caratterizzare la psiche dei protagonisti citati in causa nelle vicende; da questo punto di vista Schnitzler non solo ci tiene al corrente delle inquietudini del protagonista, Robert, un uomo sulla quarantina provato da un crollo di nervi, ma ci costringe soprattutto a guardare in faccia e affrontare paure che in uno sforzo di lucida autoanalisi siamo soliti razionalizzare e reprimere.
E’ così che di fronte a circostanze più o meno fortuite quali un abbandono, un tradimento, un licenziamento, un lutto, in preda a sentimenti quali ira, frustrazione, dolore, ognuno di noi ha talora modo di sperimentare tanto l’istinto dell’omicida quanto la vulnerabilità della vittima; ignorare o negare l’impatto che simili sentimenti hanno sulla nostra sensibilità significa forse sfuggire alle tenebre, ma forse anche piombare nell’inconsistente materia grigia del tormento che anticipa la follia.

Dice Adelphi nella quarta di copertina a presentazione del romanzo:

‘Nella Fuga nelle tenebre, che fu pubblicata nel 1931, poco prima della morte dell’autore (ma la stesura originaria è degli anni 1912-1917), Schnitzler raggiunge la massima intensità di narratore. La storia è quella della graduale, consequenziale germinazione di un delirio. Qui il racconto non è, come sempre in Schnitzler, cosparso di accenni al fondo oscuro della psiche, ma in certo modo costringe quel fondo ad apparire in primo piano, sotto una luce fredda e limpida. Insediati all’interno della psiche del protagonista, assistiamo al primo infiltrarsi in essa di una serie di presentimenti e ammonimenti, che subito fanno oscillare tutta la realtà, gettandola in un’incertezza simile a quella dei sogni. Poi, in una progressione sempre più angosciosa, ci accorgiamo che ormai una rete di ossessioni si è posata sul mondo. A poco a poco, le sue maglie si stringono crudelmente e tutto ciò che avviene converge verso un unico punto di fuga: le tenebre. Come i cinque casi clinici di Freud appartengono, oltre che ai testi classici della psicoanalisi, alla grande letteratura del nostro secolo – sicché Dora e l’Uomo dei lupi e il piccolo Hans si sono ormai allineati accanto ai personaggi di Balzac e di Dostoevskij – così questo stupendo racconto di Schnitzler va anche letto come un’analisi dell’insorgere di un delirio ossessivo, sbalorditiva per la sua nettezza, illuminante in ogni particolare, avvicinabile solo ai grandi testi di Freud. E la figura di Freud stesso sembrerebbe qui adombrata in uno dei personaggi: il dottor Leinbach, «spettatore molesto e filosofo’.
Adelphi – Fuga nelle tenebre – Arthur Schnitzler

‘Preso da improvvisa agitazione Robert accese la luce, saltò giù dal letto e andò davanti allo specchio. Il volto che lo fissò – le guance smorte, gli occhi sbarrati, i capelli sconvolti, uno strano ghigno sulle labbra – lo spaventò profondamente. Era davvero il suo viso quello? Si, certo che lo era, ma così doveva apparire soltanto a coloro cui fosse concesso di scoprire dietro la curata maschera quotidiana il suo vero e reale volto, quello in cui erano incise le tracce di tutte le angosce che per gran parte della sua vita lo avevano perseguitato, spingendolo infine a vagare nel mondo. Anche se a lui sembrava che la potenza delle sue angosce si fosse attenuata nelle ultime settimane, ciò non doveva tuttavia apparire altrettanto evidente a coloro che gli erano vicini, e ritenne perciò abbastanza ovvio che Otto (n.b. il fratello medico di Robert), il quale da anni temeva che si manifestasse in lui una seria malattia nervosa, e forse l’insorgere di un disturbo mentale, lo osservasse e lo facesse osservare di continuo’.

tratto da Fuga nelle tenebre, Arthur Schnitzler, 1931

Antonio Donghi

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Antonio Donghi (March 16, 1897 – July 16, 1963) 

Nicolas Kalmakoff, The Forgotten Visionary

The apparition by Nikolai Konstantin Kalmakoff

In 1955, a Russian émigré died alone, unknown and in poverty at the hôpital de Lagny to the north of Paris. After leading a hermit’s existence in his small room at the hotel de la Rochefoucault in Paris, this former Russian aristocrat had created a fascinating body of work which, deemed eccentric and worthless, was locked away in storage and forgotten.
Throughout his solitary life, the artist had painted works that reflected his various obsessions with martyrdom, asceticism, decadence, spirituality and sexuality. Executed in a style marked by the Russian art nouveau, his imagery nevertheless transcended this movement, bearing undeniable traces of demented vision, indeed, genius.

Only in 1962 did some of his works come to light when Bertrand Collin du Bocage and Georges Martin du Nord discovered forty canvases in the Marché aux Puces, a large flea market to the north of Paris. All the works in this unusual collection were signed with a stylized ‘K’ monogram.
The Hungarian merchant who sold the lot to them included with it a poster of an exhibition held in Galerie Le Roy, Brussels, in 1924. Here, for the first time, the full name of the mysterious ‘K’ was revealed – Nicolas Kalmakoff.

After lying in darkness and obscurity for thirty-seven years, Kalmakoff’s works were finally exhibited at Galerie Motte Paris in February of 1964. This led to the discovery of twenty-four new works in Metz – including an entire series which once decorated a chapel dedicated (ironically) to the resurrected called Chapelle Fortin du Résurrectoire. Four years later, another exhibition followed at Galerie Jacques Henri Perrin.
Finally, in May of 1986, a large exhibition of his collected works was organized by Musée-galerie de la Seita, resulting in the colour monograph: KALMAKOFF, L’Ange de l’Abîme, 1873 – 1955. A documentary film by Annie Tresgot (also called L’Ange de l’Abîme) provided interviews with Kalmakoff’s contemporaries. Through these various sources (all in French), a shadowy and fragmented picture of the recluse emerges.
And yet, the works themselves – many of them self-portraits – invite a myriad of speculations onto the artist’s life and his very unique view onto the world. Did his spiritual ideals drive him towards an extreme asceticism, which then had the contrary effect of releasing onto his canvases a rich profusion of repressed eroticism, effeminism, misogyny and narcissism – culminating in delusions of Satanhood and even Godhood? The enigma of his life and works remains unsolved – a labyrinth into which the speculative writer (and curious reader) wanders at his own risk…

via VISIONARY REVUE.

Hysteria

George Brassaï, Paris, 1932

As she laughed I was aware of becoming involved in her laughter and being part of it, until her teeth were only accidental stars with a talent for squad-drill. I was drawn in by short gasps, inhaled at each momentary recovery, lost finally in the dark cavers of her throat, bruised by the ripple of unseen muscles. An elderly waiter with trembling hands was hurriedly spreading a pink and white cheeked cloth over the rusty green iron table, saying: ‘If the lady and gentleman wish to take their tea in the garden, if the lady and gentleman wish to take their tea in the garden..’ I decided that if the shaking of her breasts could be stopped, some of the fragments of the afternoon might be collected, and I concentrated my attention with careful subtlety to this end.
T.S.Eliot

Cagnaccio Di San Pietro

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Natale Bentivoglio Scarpa nasce a Desenzano il 14 gennaio 1897 e cresce nell’isola di San Pietro in Volta nella laguna veneta, luogo d’origine dei genitori, manifestando fin dall’infanzia una spiccata attitudine per le attività artistiche.

Il suo percorso parte da un’inclinazione e un interesse privilegiato per l’attività plastica, a Venezia segue i corsi di Ettore Tito all’Accademia di Belle Arti e, intorno al 1911, il futurismo allora nascente lo coinvolge con la sua portata innovativa e ricca di stimoli. La vicenda drammatica della guerra segna una profonda linea di demarcazione tra un prima e un poi modificando definitivamente la sua visione del mondo, un’esperienza estrema che investe tutto l’ambiente artistico di quel periodo. Nel 1919 partecipa insieme a Gino Rossi, Casorati, Garbari, Semeghini alla mostra di Cà Pesaro a Venezia, esponendo Cromografia musicale e Velocità di linee-forza di un paesaggio, due opere di impronta futurista. Intorno al 1920 comincia a firmare i suoi lavori con il nome di Cagnaccio con cui era conosciuto nella piccola isola di San Pietro. E del 1920 La tempesta, tema che verrà ripreso e variato nel suo ultimo dipinto, La furia, del 1945.

L’opera segna un momento importante nel percorso artistico di Cagnaccio che proprio in questi anni inizia a gettare le basi della propria originalità e impronta stilistica. La tempesta è il punto di partenza per l’evoluzione della sua ricerca che, ormai affrancatasi dall’esperienza futurista, si rivolge alla tradizione formale del Quattrocento, unendo all’attenzione per la realtà la forza trasfigurante dell’emozione. Nel 1922 espone alla Biennale di Venezia La tempesta, le sue opere, che vengono inoltre esposte alle mostre di Cà Pesaro di quegli anni, saranno presenti nelle successive edizioni della Biennale fino al 1944 e oltre.

Certamente a Cagnaccio interessa la realtà, ma sempre mediata, attraversata da quella portata emozionale che, attraverso l’arte può rivelarsi. Verso il 1925 l’artista inizia a firmarsi Cagnaccio di San Pietro. Suoi temi preferiti sono le nature morte, i bambini, il quotidiano, restituito però in chiave straniata e talvolta drammatica, con il rigore di una ricerca sempre estremamente tesa e una lucida, esasperata attenzione per il dettaglio.

È del 1928 il dipinto Dopo l’orgia, che venne rifiutato dalla commissione della Biennale probabilmente anche per la brutale chiarezza con cui veniva rivelata nei particolari dei polsini fregiati del fascio littorio, il potere corrotto del fascismo.

Cagnaccio di San Pietro un anarchico, un cane sciolto, dimostra di non voler rinunciare all’impegno morale, conditio sine qua non di tutto il suo lavoro, sostanzialmente autonomo e spesso eccentrico rispetto all’ambiente artistico del tempo segnato dalla presenza del Novecento.

Va sottolineato inoltre come Dopo l’orgia non sia formalmente troppo lontano dalle realizzazioni della Nuova Oggettività tedesca; in ogni caso Cagnaccio spinge il realismo fino alla sua dimensione più estrema e straniata, non di rado avvalendosi di tagli, rese cromatiche e punti di vista propri del mezzo fotografico. Nel corso degli anni Trenta Cagnaccio continua ad affinare gli strumenti della sua ricerca, sempre più orientata verso un misticismo e una crescente attenzione per il mondo spirituale.

Nel 1934 realizza / naufraghi, una grande tela che verrà esposta alla Biennale di Venezia nel 1935, in cui è presente una doppia componente: da una parte una presa diretta sulla realtà e dall’altra la rarefazione della realtà stessa, cifra originale che caratterizza lo stile dell’artista. Tra il 1937 e il 1938 soggiorna a Genova.

Tornato a Venezia viene ricoverato tra il 1940 e il 1941 all’ospedale del Mare del Lido: nascono così opere che affrontano direttamente e con lucidità il tema della sofferenza, sempre sottilmente sotteso al suo lavoro.

Il lavoro di Cagnaccio di San Pietro, infaticabile disegnatore e artista dalle molteplici suggestioni, viene regolarmente esposto nell’ambito di mostre personali e di rassegne pubbliche fino alla sua morte, sopraggiunta il 26 maggio 1946 a Venezia. In seguito verranno curate rassegne espositive che contribuiscono a restituire il giusto rilievo all’artista per un lungo periodo impropriamente confinato in un ruolo di secondaria importanza nel contesto culturale del suo tempo.

via Genius Galleria Roma.

John Heartfield And The Anti-Nazi Political Artivism


Of the Berlin group, John Heartfield remains the best known and revered as a result of his single-minded devotion to anti-Nazi political activism. However, his early montages were collaborative efforts that resemble the work of all the other Dadaists. He and George Grosz experimented with cut-up pieces of newspaper and photos of their fellow artists, and produced many of the early designs for Dada posters and manifestos.

He had never been afraid to express his views, even to the point of anglicising his German name in response to the horrors of the First World War. Heartfield and his brother Wieland Herzfelde founded a publishing house Malik-Verlag, which provided an outlet for his highly provocative propaganda. Much of Heartfield’s best work was for the front cover of the newspaper AIZ (Arbeiter-Illustrierte Zeitung) which continued to publish in Germany until 1933, when artist and newspaper moved to Prague to escape Nazi persecution.

Whereas all the other Dada exponents of montages produced art, for Heartfield the message was always primary, and most of his output has the appearance of newspaper photographs. He avidly collected thousands of photos of all the leading political figures of the age, and conveyed his messages with the minimum of artistry, but with great technical precision. In many ways he acted more as an originator of ideas, and as film director, since he employed professional photographers to carry out his detailed darkroom instructions.

For Heartfield the definition of “photomontage” was wider than for most, insisting that it should include the single photo with caption, since text and image interacted with each other in a similar way to multiple images. Heartfield’s use of captions was, and perhaps still is, unsurpassed. Many of his best works utilise famous quotes of leading Nazis, and subtly undermine the intended message by quite ingenious visual puns. So, when Hitler said, “millions stand behind me”, he was boasting of his popular support, whilst Heartfield used this to reveal the fact that the Nazis were being bankrolled by leading German industrialists.

via Cut And Paste: John Heartfield

The Amerikan Dream

Ho deciso, parto. Di tutti i viaggi a ritroso nel tempo ho scelto quello più lungo e romantico, saturo d’attese e vane aspettative, lontano un secolo e destinato a condurmi oltreoceano in meno di 350 pagine. Vado in America, vado a New York. L’occasione è un pretesto, il centoventinovesimo compleanno di Kafka, che per festeggiare l’evento ha organizzato un’adunata di soli cancerini alienati, Karl Rossmann in testa, cacciato via di casa dai genitori per aver ingravidato la cameriera. Tratterebbesi di un’allegra brigata di scalmanati ansiosi, disoccupati, lunatici e disillusi, con in mano una valigia di cartone e in testa la chiara idea di sparire tra le pagine di un romanzo. Si parte

Statue of Liberty, New York, 1930, photographed by Margaret Bourke-White

Capitolo I
Il Fochista

Quando il sedicenne Karl Rossmann, che era stato mandato in America dai suoi poveri genitori, perchè una serva lo aveva sedotto ed aveva avuto un bambino da lui, entrò nel porto di New York sulla nave che aveva già rallentato, scorse la Statua della Libertà che aveva avvistato da tempo, come in una luce solare divenuta improvvisamente più intensa. Il braccio con la spada sembrava ergersi come in quel momento, e le libere auree spiravano intorno alla sua figura.
‘Com’è alta!’ si disse, e non pensando affatto ad andarsene, fu spinto a poco a poco fino al parapetto della folla sempre più numerosa dei facchini che gli sfilavano davanti.
Un giovanotto che aveva conosciuto superficialmente durante la traversata, passando gli chiese: ‘Così non ha ancora voglia di scendere?”Sono già pronto’disse Karl e rideva guardandolo, quindi con prepotenza, poichè era un giovane robusto, si sollevò la valigia sulla spalla. Ma guardando il suo conoscente, il quale facendo oscillare un po’ il bastone si allontanava con gli altri, si accorse costernato di aver dimenticato il proprio ombrello di sotto nella nave. Pregò il conoscente, che non sembrò esserne così contento, di essere tanto gentile da aspettare un momento accanto alla sua valigia, si guardò in giro per poter ritrovare la strada al ritorno, e si allontanò in fretta. Di sotto con suo grande rammarico, trovò chiuso per la prima volta un passaggio che avrebbe accorciato molto la sua strada, cosa questa che probabilmente si spiegava con lo sbarco di tutti i passeggeri, e dovette con fatica cercare le scale, che si susseguivano sempre l’una all’altra, attraverso corridoi che svoltavano in continuazione, per una cabina vuota con una scrivania abbandonata, fino a che si ritrovò oggettivamente e del tutto perduto, perchè aveva percorso quella strada una volta soltanto o forse due e sempre accompagnato da qualcun’ altro.
Nella sua perplessità e non incontrando nessuno, poichè sentiva sempre di continuo sopra di sè lo scalpiccio di migliaia di piedi, e avvertiva da lontano come un rantolo, gli ultimi rumori delle macchine che già sospendevano i lavori, cominciò senza pensarci su, a battere contro una porticina a caso, accanto alla quale si era fermato nel suo girovagare.
‘E’ aperto’ sentì urlare all’interno, e Karl aprì la porta con un sincero sospiro di sollievo.’Perchè batte così forte alla porta? chiese un uomo enorme, guardando appena verso Karl. Attraverso una qualche apertura situata in alto, si versava nella misera cabina una luce offuscata, come se si fosse a lungo consumata di sopra sulla nave, e in questa cabina c’erano un letto, un armadio, una sedia e l’uomo stretti, come stivati, l’uno accanto all’altro. ‘Mi sono perso’disse Karl,’durante il viaggio non avevo affatto notato che questa nave fosse così spaventosamente grande.’ ‘Si, ha ragione’, disse l’uomo con un certo orgoglio e non smetteva di armeggiare intorno alla serratura di una piccola valigia, che teneva sempre pigiata con entrambe le mani per sentire lo scatto della molla. ‘Ma venga dentro!’ disse ancora l’uomo, ‘Non vorrà rimanere di fuori!’ ‘Non disturbo?’, chiese Karl. ‘Ma come potrebbe disturbare?’ ‘Lei è tedesco?’ cercò di rassicurarsi Karl, poichè aveva sentito molte cose sui pericoli che minacciavano quelli che erano appena arrivati in America, specialmente da parte degli Irlandesi. ‘Lo sono, lo sono’, rispose l’uomo. Karl non era ancora sicuro. Allora improvvisamente l’uomo afferrò la maniglia e si tirò dentro Karl insieme alla porta che richiuse rapidamente. ‘Non sopporto che mi si guardi dal corridoio’ disse l’uomo e armeggiò ancora con la valigia. ‘Ognuno cammina qui davanti e guarda dentro, non so chi potrebbe soffrirlo!’ ‘ Ma il corridoio è del tutto vuoto’, disse Karl che stava in piedi in una scomoda posizione, schiacciato contro il letto. ‘Sicuro, adesso’ disse l’uomo. ‘Si tratta proprio di adesso infatti’, pensò Karl, ‘è duro parlare con quest’uomo.’ ‘Si stenda pure sul letto, così avrà più spazio’ disse l’uomo. Come meglio potè, Karl si arrampicò dentro e rise forte del suo primo tentativo di saltar su. Appena però fu sul letto, escalmò:’Per l’amor del cielo, ho dimenticato la mia valigia’ ‘E dove sta?’ ‘Di sopra in coperta, un conoscente me la guarda. Già come si chiama?’. E tirò fuori dalla sua tasca segreta, che sua madre gli aveva cucita all’interno della giacca, un biglietto da visita. ‘Buttermann, Franz Buttermann’. ‘Ha proprio bisogno della valigia?’ ‘Si capisce’ ‘Già, perchè allora l’ha affidata ad un estraneo?’ ‘Avevo dimenticato di sotto il mio ombrello e sono corso a prenderlo, ma non volevo trascinarmi dietro anche la valigia. Poi per giunta mi sono anche perduto.’ ‘E’ solo? Senza compagnia?’ ‘Si, solo’ ‘Forse dovrei rimanere accanto a quest’uomo’ passò per la testa di Karl, ‘dove lo trovo adesso un amico migliore.’ ‘E adesso ha perduto anche la valigia. Per non parlare dell’ombrello.’ E l’uomo si sedette sulla sedia, come se per lui gli interessi di Karl avessero acquistato un certo interesse. ‘Veramente credo che la valigia non sia ancora perduta’ ‘Credere fa bene’, disse l’uomo e si grattò vigorosamente tra i suoi capelli scuri, corti e fitti, ‘su di una nave, a seconda dei porti, cambiano anche le abitudini. Il suo Buttermann ad Amburgo avrebbe forse guardato la sua valigia, qui è molto probabile che non ci sia più traccia di entrambi.’ ‘Allora dovrei subito andare a vedere di sopra’, disse Karl e si guardò intorno per capire come poteva scendere giù. ‘Rimanga lì’, disse l’uomo e con la mano sul suo petto lo spinse sul letto piuttosto rudemente. ‘perchè poi?’ domandò Karl arrabbiato. ‘Perchè non ha alcun senso’ rispose l’uomo, ‘se aspetta un momento vengo anch’io, così andiamo insieme. Nel caso che la valigia sia stata rubata, allora non ci si può far niente, ma se quell’uomo l’ha lasciata stare, allora potremmo trovarla meglio quando la nave sarà del tutto vuota. E così anche il suo ombrello.’ ‘Si sa orientare su questa nave?’ domandò Karl piuttosto scettico, e gli sembrava che quel pensiero abbastanza persuasivo, che le sue cose si sarebbero trovate meglio sulla nave vuota, nascondesse qualcosa di poco chiaro. ‘Io sono fochista’, disse l’uomo. ‘Lei è fochista!’ si rallegrò Karl, come se questo superasse tutte le sue aspettative, e poggiandosi sul gomito, osservò l’uomo più da vicino. ‘Proprio dalla cabina nella quale dormivo con lo slovacco, c’era un boccaporto dal quale si poteva vedere nelle sale macchine. ‘Si, lavoravo proprio lì’ disse il fochista. ‘Mi sono sempre interessato alla tecnica,’ disse Karl, che rimaneva fisso ad un preciso pensiero, ‘ e in seguito sarei diventato ingegnere, se non fossi dovuto partire per l’America’ ‘Ma perchè è dovuto partire?’ ‘Ah, macchè!’ disse Karl e con la mano gettò via l’intera storia. Frattanto guardava sorridendo il fochista, come per pregarlo di essere indulgente per quello che non poteva dire. ‘Avrà pure un motivo’, disse il fochista e non si sapeva bene, se con questo volesse chiedere o rifiutasse il racconto di questo motivo. ‘Adesso potrei anche diventare fochista’, disse Karl, ‘per i miei genitori adesso è del tutto indifferente, quello che diventerò.’ ‘Il mio posto si libera’ disse il fochista, e in questa piena consapevolezza, si mise le mani nelle tasche dei calzoni, e gettò sul letto le gambe, coperte da pantaloni a pieghe, simili a cuoio, di color grigioferro, e si distese. Karl dovette farsi indietro fino alla parete. ‘Lascia la nave?’ ‘ Certo, siamo in congedo da oggi.’ ‘Ma perchè, non le piaceva?’ ‘Si, ma dipende dai rapporti, non è sempre determinante quello che piace o che non piace. Del resto ha ragione, non mi piace. Lei non pensa seriamente a diventare fochista, ma proprio per questo lo si può diventare facilmente. Ma io glielo sconsiglio. Se in Europa lei voleva studiare, perchè non vuole farlo qui? Le università americane sono incomparabilmente migliori delle europee.’ ‘E’ possibile’ disse Karl, ‘ma io non ho abbastanza denaro per studiare. Ho letto però di qualcuno, che di giorno lavorava in un negozio, e di notte studiava, finchè è diventato dottore e credo anche sindaco, ma questo è proprio di una grande costanza, non è vero? Temo di non averne. Inoltre non ero uno scolaro particolarmente brillante, non è stato affatto duro per me lasciare la scuola. E le scuole qui sono anche più severe. L’inglese lo so quasi per niente. Soprattutto credo che qui si sia prevenuti contro gli stranieri.’ ‘L’ha già notato? Allora va bene. E l’uomo adatto a me, siamo su di una nave tedesca, appartiene alla ‘Hamburg – Amerika Linie’, perchè non ci sono solo tedeschi? Perchè il capo macchina è un romeno? Si chiama Schubal. E’ da non crederci. E questa canaglia scortica noi tedeschi su di una nave tedesca. Non creda che io mi lamenti tanto per lamentarmi – gli mancava l’aria e l’agitava con la mano -. So che lei non ha nessuna influenza e che è soltanto un povero ragazzo. Ma questo è troppo!’ E più volte battè il pugno sul tavolo, e mentre batteva non staccava gli occhi dalla mano. ‘Ho prestato servizio su tante navi’ – e nominò una ventina di nomi uno appresso all’altro, come una sola parola, Karl era del tutto confuso – ‘ e mi sono sempre comportato magnificamente, sono stato lodato, ero un lavoratore secondo il gusto dei capitani, e per parecchi anni sono stato sullo stesso mercantile a vela’ – e si alzò come se questo fosse stato il punto più alto della sua vita – ‘ e qui su questa bagnarola, dove tutto va secondo il suo filo, dove non si richiede nessuna intelligenza, qui non conto nulla, qui sto sempre tra i piedi a Schubal, sono un buono a nulla, mi merito di essere buttato fuori e ricevo il mio salario per grazia. Capisce? Io no.’ ‘Questo Lei non deve permetterlo’, disse Karl agitato. Aveva quasi perduta la sensazione di trovarsi sul pavimento insicuro di una nave, sulle coste di un continente sconosciuto, tanto a suo agio si trovava sul letto del fochista come a casa sua. ‘E’ stato già dal capitano? Ha cercato di far valere i suoi diritti con lui?’ ‘Ah, se ne vada, è meglio che se ne vada. Non voglio più averla qui. Lei non ascolta ciò che io dico e mi dà consigli. Come potrei andare dal capitano!’ e nascondendo il viso tra le mani, il fochista si mise di nuovo a sedere.
‘Non potevo dargli un consiglio migliore’ si disse Karl. E trovò che sarebbe molto meglio andare a riprendersi la valigia, piuttosto che restare lì a dare consigli, che erano per giunta ritenuti stupidi. Quando il padre gli aveva dato per sempre la valigia, aveva chiesto per scherzo: ‘Quanto ti durerà?’e adesso questa preziosa valigia era forse già perduta sul serio. L’unica consolazione era pur sempre che il padre non sarebbe stato informato dell’attuale situazione, neanche se avesse voluto prendere informazioni. La Società di Navigazione avrebbe potuto soltanto dire che egli era sbarcato a New York.

Da Amerika, Franz Kafka, 1927

Hell yeah
that’s refreshing

To Be or Not To Be? The Invisibile Man

Da un po’che m’ingegno e spremo le meningi a capire il trucchetto per essere invisibile e scomparire. Come si fa, ci voglio riuscire.
C’ho pensato a lungo, e ho finalmente trovato la soluzione. Perch’io possa scomparire, meglio essere invisibile, devo mimetizzarmi. Ma come? Ho pensato attraverso un processo di mimetismo, incorporazione, e all’occorrenza camaleontismo. Si tratterebbe quindi di indossare una maschera e un mito. E’un lavoro duro, che richiede una buona preparazione, nervi saldi e improvvisazione. Si tratterebbe di recitare come attori nell’improvvisato devising theatre del caso. E’ interessante.
Essere invisibile offre tanti vantaggi, per esempio quello di conquistare il mondo, come in questo vecchio film fantascientifico americano, di James Whale, tratto dal romanzo di H. G. Wells. Inoltre, essere invisibili implica la volontà di non essere, dunque il diritto ad astenersi.
In altri tempi astenersi non mi pareva una scelta, che ritenevo facile e comoda, dunque rifiutavo di considerare come tale; ultimamente invece, sto riconsiderando la faccenda da un punto di vista diverso. Cerco di ribaltare una prospettiva. E se il trucchetto consistesse piuttosto nel mimetizzarsi e astenersi? Essere implica il diritto di esistere? E qualora venisse meno questo diritto?

The Man With The Movie Camera

The movie, Dziga Vertov, by David Abelevich Kaufman, 1929
The tune, The Man With The Movie Camera, by Cinematic Orchestra, off Man with a Movie Camera (album), 2003

Cronaca Annunciata di Un’Epifania D’Amore # 3 Lulu – Il vaso di Pandora

visione sconsigliata alle donne in sindrome pre-mestruale
Pandora’s Box, by Georg Wilhelm Pabst, with Louise Brooks, 1929
Cronaca Annunciata Di Un’ Epifania D’Amore #2 La Ragazza con la pistola
Cronaca Annunciata Di Un’ Epifania D’ Amore #1 Thriller

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