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L'ombelico di Svesda

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1700

Coupe de cerises, prunes et melon, 1633, Louise Moillon
Coupe de cerises, prunes et melon, 1633, Louise Moillon
Chinese Bowl with Flowers, 1640, Jacques Linard
Chinese Bowl with Flowers, 1640, Jacques Linard

 

Les cinq sens, 1643, Lubin Baugin
Les cinq sens, 1643, Lubin Baugin
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Edwaert Collier – Breda, active before 1663 – 1708 London

Questione Di Sguardi. Sette Inviti Al Vedere Fra Storia Dell’Arte E Quotidianità

‘E’ un errore credere che la pubblicità soppianti l’arte visiva dell’Europa postrinascimentale: essa è l’ultima, moribonda forma di quell’arte’

Questione di Sguardi, John BergerA iniziare da una breve analisi della pittura rinascimentale fino alla più moderna rappresentazione delle arti visive attraverso la pubblicità, questo breve saggio di John Berger, pubblicato nel 1972, offre suggestive chiavi di lettura e interpretazione dell’opera d’arte e del compiacente legame fra presunta arte, e spendibilità e commercializzazione della stessa. Chi è abituato alla critica marxista certo annuirà alle provocazioni di Berger senza tuttavia trovarvi alcunchè di originale e impressionante; buona parte del patrimonio artistico a noi presentato nei musei, esposto nelle piazze, conservato nelle chiese, nelle gallerie, è stato commissionato agli artisti da facoltosi possidenti e collezionisti privati che in qualche caso hanno limitato la libertà espressiva degli artisti stessi, e inevitabilmente hanno condizionato la rappresentazione di nozioni classiche quali la bellezza, la verità, il genio, la virtù, fino ad allora espresse nell’opera d’arte e dall’opera d’arte. Chi piuttosto si riserva di avere nei confronti dell’arte un atteggiamento meno critico e certamente più condiscendente, allora troverà questo di John Berger un saggio oltremodo inappropriato. Punti di vista. Questione di sguardi, appunto.
Fatto riferimento a Walter Benjamin e a un suo saggio del 1966 (del quale mi capitò parlare tempo fa), ‘L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica’, e chiarito l’uso e l’abuso del corpo femminile nella rappresentazione voyeristica del desiderio più prettamente maschile (nelle opere d’arte ‘gli uomini agiscono, le donne appaiono’), John Berger individua nella pubblicità lo stesso ‘valore tributario’ che influenzò e favorì la pittura a olio.

La tribuna degli Uffizi,1772-78, Johann Zoffany (1733–1810)
La tribuna degli Uffizi,1772-78, Johann Zoffany (1733–1810)

‘Spesso i dipinti a olio raffigurano cose. Cose che nella realtà si possono acquistare. Avere una cosa dipinta e messa su tela non è diverso dal comprarla e mettersela in casa. Se si compra un quadro si compra anche l’immagine della cosa che esso rappresenta. Questa analogia tra il possesso e il modo di vedere incorporato nei dipinti a olio è un fattore abitualmente ignorato dagli esperti d’arte e dagli storici. E’ significativo che a questa consapevolezza si sia avvicinato, più di chiunque altro, un antropologo.

Levi-Strauss scrive: (*)

‘Uno dei caratteri più originali della nostra civiltà sta proprio nell’avida esigenza, nell’ambizione di catturare l’oggetto a beneficio del proprietario o dello spettatore.’

Il termine pittura a olio si riferisce a qualcosa di più di una semplice tecnica. Esso definisce una forma artistica. La tecnica di mescolare olio e pigmenti esisteva già nell’antichità. La pittura a olio come forma artistica nacque, tuttavia, soltanto quando non ci fu più bisogno di sviluppare e perfezionare tale tecnica (che ben presto comportò l’uso di tele al posto delle tavole di legno) per esprimere una particolare visione della vita per cui le tecniche della tempera e dell’affresco erano inadeguate. Quando, agli inizi del quindicesimo secolo, nell’Europa del Nord, si impiegò per la prima volta la pittura a olio, per realizzare dipinti di natura nuova, tale natura fu in qualche modo inibita dalla sopravvivenza di varie convenzioni artistiche medievali. La pittura a olio non istituì completamente le proprie norme, il proprio modo di vedere, fino al sedicesimo secolo.
Nè la fine del periodo della pittura a olio può essere fissata in una data precisa. Di dipinti a olio se ne realizzano anche oggi. La base del suo tradizionale modo di vedere fu, però, erosa dall’impressionismo e scardinata dal cubismo. Più o meno nello stesso momento la pittura a olio cedette il campo alla fotografia, che ne prese il posto di fonte primaria dell’immaginazione visiva. Per queste ragioni il periodo della pittura a olio classica può essere collocato a grandi linee tra il 1500 e il 1900.
La tradizione continua nondimeno a dare forma a molte delle nostre posizioni culturali. Essa stabilisce cosa si intenda per verosimiglianza pittorica. Le sue norme continuano a influenzare il nostro modo di vedere certi soggetti: paesaggi, donne, cibo, nobiltà, mitologia. Essa ci dota dei nostri archetipi di ‘genio artistico’. E la storia della tradizione, così come normalmente la si insegna, ci dice che l’arte prospera se nella società vi è un numero sufficiente di individui che amano l’arte.
Cos’è l’amore per l’arte?
Esaminiamo un dipinto che appartiene alla tradizione e che ha per soggetto un amante dell’arte.

L'arciduca Leopoldo Guglielmo nella sua galleria privata Teniers 1651 circa David Teniers il Giovane (1610–1690)
L’arciduca Leopoldo Guglielmo nella sua galleria privata, 1651 circa, David Teniers il Giovane (1610–1690)

Cosa ci mostra quest’opera?
Ci mostra il genere d’uomo per il quale, nel diciassettesimo secolo, i pittori realizzavano i loro dipinti.
Cosa sono questi dipinti?
Prima di tutto, sono oggetti che si possono acquistare e possedere. Oggetti unici. Un mecenate non può circondarsi di musica o poesie nello stesso modo in cui si circonda dei suoi quadri.
E’ come se il collezionista vivesse in una casa costruita di quadri. Che vantaggio offrono le pareti di quadri rispetto a quelle di pietra o di legno?
I quadri offrono al proprietario una vista: la vista di ciò che egli potrebbe possedere.
E’ ancora Levi-Strauss a spiegare in che modo una collezione di quadri possa confermare l’orgoglio e l’amor proprio del collezionista.

‘Per gli artisti del Rinascimento la pittura è stata forse un mezzo di conoscenza, ma anche uno strumento di possesso: non dobbiamo infatti dimenticare che la pittura del Rinascimento è stata possibile grazie alle immense fortune che esistevano a Firenze e altrove, e che i pittori rinascimentali rappresentavano per i ricchi mercanti italiani gli strumenti con i quali essi riuscivano a impossessarsi di tutto ciò che vi era di più bello e desiderabile nell’universo. I dipinti di un palazzo fiorentino evocano una specie di microcosmo in cui il proprietario, grazie ai suoi artisti, ricostituiva a sua misura, in una forma la più reale possibile, tutto ciò che nel mondo aveva per lui un valore.’

Galleria del cardinale Valenti Gonzaga, Pannini (1692-1765)
Galleria del cardinale Valenti Gonzaga, Giovanni Paolo Pannini (1692-1765)

In ogni epoca l’arte tende a servire gli interessi ideologici della classe dominante. Se stessimo semplicemente dicendo che l’arte europea tra il 1500 e il 1900 servì gli interessi delle classi dominanti che si susseguirono, tutte in vario modo dipendenti dal nuovo potere del capitale, non staremmo dicendo niente di nuovo. Ciò che stiamo proponendo è un po’ più specifico, stiamo dicendo che un modo di vedere il mondo, determinato in definitiva da nuovi atteggiamenti nei confronti della proprietà e dello scambio, trovò la sua espressione visiva nella pittura a olio e non avrebbe potuto trovarla che lì.
La pittura a olio fece alle immagini ciò che il capitale aveva fatto alle relazioni sociali. Le ridusse all’equivalenza di oggetti. Tutto divenne intercambiabile, poichè tutto si convertì in merce. L’intera realtà venne meccanicamente misurata dalla sua materialità. L’anima, grazie al sistema cartesiano, venne messa al sicuro in una categoria a parte. Un dipinto poteva parlare all’anima, per via di ciò a cui si riferiva, mai per come lo concepiva. La pittura a olio trasmetteva una visione di esteriorità totale.
Vengono immediatamente alla mente opere che contraddicono quest’affermazione. Lavori di Rembrandt, El Greco, Giorgione, Vermeer, Turner, ecc. Eppure, se li si studia in rapporto alla tradizione nel suo complesso, si scopre che questi dipinti sono eccezioni di un tipo molto particolare.
[..] Perchè la pubblicità dipende tanto pesantemente dal linguaggio visivo della pittura a olio?
La pubblicità è la cultura della società del consumo. Essa propaga per via di immagini ciò che tale società pensa di se stessa. Le ragioni per cui queste immagini usano il linguaggio della pittura a olio sono numerose.
La pittura a olio fu, innanzi tutto, una celebrazione della proprietà privata. Come forma d’arte derivava dal principio che noi siamo ciò che abbiamo.
[..] Uno sviluppo tecnico recente ha reso facile tradurre il linguaggio della pittura a olio in clichè pubblicitari. Ci riferiamo all’invenzione, risalente a circa quindici anni fa, della fotografia a colori a basso costo. Questa fotografia è in grado di riprodurre il colore, la matericità e la tattilità degli oggetti come, prima d’ora, solo la pittura a olio era riuscita a fare. La fotografia a colori è per lo spettatore-compratore ciò che la pittura a olio era stata per lo spettatore-proprietario. Entrambi i media si servono di mezzi simili altamente tattili per giocare sull’impressione dello spettatore di acquistare la cosa vera che l’immagine mostra. In entrambi i casi la sua sensazione di poter quasi toccare ciò che è contenuto nell’immagine gli ricorda che potrebbe possedere o di fatto possiede la cosa vera.
[..] Il fine della pubblicità è di rendere lo spettatore insoddisfatto del suo presente stile di vita. Non dello stile di vita della società, ma del suo personale stile di vita all’interno della società. Essa suggerisce che, se lo spettatore comprerà ciò che egli sta offrendo, la sua vita diventerà migliore. Gli offre un’alternativa vantaggiosa a ciò che è.
La pittura a olio si rivolgeva a chi accumulava denaro grazie al mercato. La pubblicità si rivolge a chi costituisce il mercato, allo spettatore-compratore che è anche il compratore-produttore che fa raddoppiare i profitti, prima come lavoratore e poi come compratore.
La pubblicità suscita ansia. La misura di tutto è il denaro, avere denaro significa vincere l’ansia.
Alternativamente l’ansia su cui la pubblicità gioca è la nostra paura di non essere niente, perchè non abbiamo niente.
Il denaro è vita. Non nel senso che senza denaro si muore di fame. Non nel senso che il capitale dà a una classe il potere di dominare l’intera vita di un’altra classe. Ma nel senso che il denaro è il simbolo e la chiave di ogni capacità umana. Il potere di spendere denaro è il potere di vivere. Secondo le leggende della pubblicità, coloro che non hanno il potere di spendere denaro perdono letteralmente la faccia. Coloro che hanno questo potere diventano desiderabili.
[..] L’immagine pubblicitaria, che è effimera, usa solo il tempo futuro. ‘Con questo voi diventerete desiderabili. In questo ambiente tutte le vostre relazioni diventeranno felici e radiosi’. La pubblicità che si rivolge principalmente alla classe operaia tende a promettere una trasformazione personale grazie all’impiego del prodotto particolare che sta vendendo (Cenerentola); la pubblicità destinata alla classe media promette una trasformazione dei rapporti attraverso l’atmosfera generale creata da un insieme di prodotti (Il castello incantato).
La pubblicità parla al futuro e tuttavia la realizzazione di questo futuro è infinitamente rinviata. Come riesce dunque la pubblicità a mantenersi credibile, o abbastanza credibile da esercitare l’influenza che di fatto esercita? Essa continua a essere credibile, perchè la sua veridicità non viene giudicata dalle promesse che realmente mantiene, ma dal significato delle sue fantasie per quelle dello spettatore-compratore. Sostanzialmente essa si applica non alla realtà, bensì ai sogni a occhi aperti.

da ‘Questione di sguardi. Sette inviti al vedere fra storia dell’arte e quotidianità’, John Berger, 1972

(*) Claude Levi-Strauss, Primitivi e civilizzati. Conversazioni con Charles Charbonnier, 1974

Settidì Messidoro I

‘La Convenzione sopravvisse a Robespierre quindici mesi. In apparenza nulla è cambiato: l’Assemblea è sempre la stessa, e sempre è la stessa contro l’Europa dei re e degli aristocratici. In realtà è cambiato tutto: dal 10 termidoro Parigi danza, Parigi canta, Parigi respira tutta un’altr’aria. Per mesi e mesi, attraverso mille difficoltà e mille scossoni, la Convenzione tenterà di realizzare il suo ideale, il governo dei notabili.
da La Rivoluzione Francese, Tomo Secondo, Francois Furet Denis Richet

Il 9 luglio 1789 nasce a Parigi la prima Assemblea Nazionale Costituente. Il Terzo Stato chiede una costituzione e si prepara a scendere in campo per la rivoluzione delle rivoluzioni. Luigi XVI viene fatto ghigliottinare il 15 luglio; a lui seguirà un paniere di molte altre teste ancora, finchè cinque anni dopo, il 10 termidoro anno II (27 luglio 1794), salta quella di Robespierre, che pone fine al Terrore giacobino e segna l’inizio del Terrore bianco e del governo dei Termidoriani.
La rivoluzione francese porta con sè tante innovazioni, fra queste non solo l’invenzione di un sistema metrico decimale, ma anche, e più sorprendentemente, quella di un calendario, il Calendrier Révolutionnaire Français o Calendrier Républicain Français, messo a punto da un gruppo di studiosi con a capo Gilbert Romme, professore di matematica e fisica.
Ancora una volta mi viene in soccorso Wikipedia, che mi rendo conto non vale quanto le fonti, ma aiuta e in questo caso schematizza e parla del calendario molto bene

Il calendario fu integralmente riformato soprattutto in contrapposizione con il Cristianesimo, nel tentativo di produrre la scristianizzazione della nazione; quello gregoriano, infatti, ruotava intorno alla suddivisione e alla scansione del tempo basato su cicli settimanali, in uso nella Religione Ebraica e nel Cristianesimo in tutte le sue confessioni. Infatti i rivoluzionari francesi ritenevano la religione cattolica superstiziosa, tirannica, tanto che il deputato Boissy d’Anglais alla Costituente arrivò ad affermare: «Il cattolicesimo è servile per sua natura, al dispotismo per essenza, intollerante e dominatore, abbruttente per la specie umana, complice di tutti i crimini del re». Con queste premesse il calendario rivoluzionario avrebbe nelle intenzioni voluto esaltare invece quei valori cui ogni essere umano avrebbe dovuto aspirare, come la natura e la libertà. Nella realtà seguì il periodo del Terrore, di cui per ironia della sorte rimase vittima lo stesso ideatore dei nomi dei mesi e dei giorni del nuovo calendario, il letterato Fabre d’Églantine. Il calendario stesso non sopravvisse neanche fino alla Restaurazione del 1815; infatti all’inizio del 1806 venne soppresso da Napoleone, che ripristinò il Calendario Gregoriano tuttora in uso. Durante la Comune di Parigi i decreti furono datati, a partire dal 5 maggio/15 florile, secondo il Calendario rivoluzionario.

Un anno del Calendario Rivoluzionario era diviso in 12 mesi di 30 giorni ciascuno (360 giorni) più 5 (6 negli anni bisestili) aggiunti alla fine dell’anno per pareggiare il conto con l’anno tropico (365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi). Ciascun mese era diviso in tre decadi; in ciascuna decade vi erano 9 giorni di lavoro e uno solo di riposo. Il passaggio da un sistema settimanale ad uno decadico aveva come conseguenza negativa per i lavoratori la riduzione da 52 a 36 dei giorni di riposo, senza contare che la soppressione delle feste religiose portava ad un’ulteriore significativa riduzione dei giorni di riposo annuale.

Ogni nome di mese richiama un aspetto del clima francese (dicembre, “nevoso”, la neve) o di momenti importanti della vita contadina francese (settembre, “vendemmiaio”, vendemmia). Di fatto il Calendario, che nel progetto dei suoi creatori doveva essere universale, era invece fortemente legato al suo Paese d’origine.

La corrispondenza di date è appresso riportata a titolo indicativo. In effetti varia leggermente da un anno all’altro, a causa della mancata coincidenza del giorno in più nell’anno bisestile.

I dodici mesi del Calendario Repubblicano

Autunno (Rima in aire in francese, in aio in italiano)
Vendemmiaio (Vendémiaire) (22 settembre – 21 ottobre)
Brumaio (Brumaire) (22 ottobre – 20 novembre)
Frimaio (Frimaire) (21 novembre – 20 dicembre)

Inverno (Rima in ôse in francese, in oso in italiano)
Nevoso (Nivôse) (21 dicembre – 19 gennaio)
Piovoso (Pluviôse) (20 gennaio – 18 febbraio)
Ventoso (Ventôse) (19 febbraio – 20 marzo)

Primavera (Rima in al in francese, in ile in italiano)
Germile o Germinale (Germinal) (21 marzo – 19 aprile)
Fiorile (Floréal) (20 aprile – 19 maggio)
Pratile (Prairial) (20 maggio – 18 giugno)

Estate (Rima in idor in francese, in idoro in italiano)
Messidoro (Messidor) (19 giugno – 18 luglio)
Termidoro (Thermidor) (19 luglio – 17 agosto)
Fruttidoro (Fructidor) (18 agosto – 16 settembre)

I sei giorni supplementari di fine anno, i Giorni Sanculottidi:

Giorno della virtù (17 settembre)
Giorno del genio (18 settembre)
Giorno del lavoro (19 settembre)
Giorno dell’opinione (20 settembre)
Giorno delle ricompense (21 settembre)
Giorno della rivoluzione (solo negli anni bisestili)

I dieci giorni delle decadi:

Primidì
Duodì
Tridì
Quartidì
Quintidì
Sestidì
Settidì
Ottidì
Nonidì
Decadì

Gli anni bisestili del Calendario rivoluzionario sono un argomento di grande dibattito, a causa delle situazioni contraddittorie che nascono dal far partire l’anno dall’equinozio d’autunno aggiungendo invece un anno bisestile ogni quattro anni come nel calendario gregoriano. Mentre gli anni III, VII e XI furono osservati come bisestili, e gli anni XV e XX fossero stati programmati come tali, non fu mai sviluppato un algoritmo per la determinazione dei bisestili dopo il XX.

Sono ipotizzabili tre metodi di calcolo dei sestili. Il primo prevede l'”allineamento” al calendario gregoriano dal 1812 in poi. Il secondo ne recepisce i criteri (bisestili tutti gli anni divisibili per 4, ma non bisestili quelli divisibili per 100 e non per 400). L’ultimo ne formula di diversi (bisestili tutti gli anni divisibili per 4, ma non bisestili quelli divisibili per 128: un sistema lievemente più accurato del gregoriano).[3] L’abolizione del calendario repubblicano non permette di sapere quale metodo poteva venir preferito, e rende incerta la conversione fra le date gregoriane e le ipotetiche date repubblicane dopo l’anno XX.

Il Calendario rivoluzionario, nato con la proclamazione della repubblica in Francia, venne poi adottato anche in Italia negli Stati creati da Napoleone.
(via Wikipedia)

Secondo questo calendario, oggi sarebbe dunque, e se non sbaglio, settidì messidoro I. Concombre (Cetriolo), la pianta.

Il mese di messidoro (in francese: messidor) era il decimo mese del calendario rivoluzionario francese e corrispondeva (a seconda dell’anno) al periodo compreso tra il 19/20 giugno ed il 18/19 luglio nel calendario gregoriano. Era il primo dei mois d’été (mesi d’estate); seguiva pratile e precedeva termidoro.

Il messidoro deve la sua etimologia “all’aspetto delle spighe ondeggianti e delle mietiture dorate che coprono i campi da giugno a luglio”, secondo i termini del rapporto presentato alla Convenzione Nazionale il 3 brumaio anno II (24 ottobre 1793 da Fabre d’Églantine, in nome della “commissione incaricata della stesura del calendario”.

Come tutti i mesi del calendario repubblicano francese, il messidoro era composto da 30 giorni e suddiviso in tre decadi. Ogni giorno aveva un nome proprio, tratto dal nome di una pianta, tranne il quinto (quintidì) e decimo (decadì) giorno di ogni decade, che aveva rispettivamente il nome di un animale e quello di un oggetto per l’agricoltura.

1a Decade
Primidì 1. Seigle (Segale)
Duodì 2. Avoine (Avena)
Tridì 3. Oignon (Cipolla)
Quartidì 4. Véronique (Veronica)
Quintidì 5. Mulet (Mulo)
Sestidì 6. Romarin (Rosmarino)
Settidì 7. Concombre (Cetriolo)
Ottidì 8. Échalotte (Scalogno)
Nonidì 9. Absynthe (Assenzio)
Decadì 10.Faucille (Falcetto)

2a Decade
11. Coriandre (Coriandolo)
12. Artichaut (Carciofo)
13. Giroflée (Violaciocca)
14. Lavande (Lavanda)
15. Chamois (Camoscio)
16. Tabac (Tabacco)
17. Groseille (Ribes)
18. Cesse (Cicerchia)
19. Cerise (Ciliegia)
20. Parc

3a Decade
21. Menthe (Menta)
22. Cumin (Cumino)
23. Haricot (Fagiolo)
24. Orcanète (Alcanna)
25. Pintade (Faraona)
26. Sauge (Salvia)
27. Aïl (Aglio)
28. Vesce (Veccia)
29. Blé (Grano)
30. Chalemie (Ciaramella)

(via Wikipedia)

tra i fiori che si scuriscono la bianca peonia cattura la luna


Umh. Pensavo di potermela cavare quasi quasi con disinvoltura, zitta zitta, quatta quatta, a poco a poco, ogni giorno rimandando a un giorno definitivo, ‘l’ultimo e poi basta, come promesso’, mentre stasera Fabrizio ha sollevato la questione e fatto notare ‘giustamente’ che, bhe, non mi ero congedata dal blog dando a tutti voi appuntamento a settembre? E’ vero, si, e vi chiedo scusa. La mia incoerenza, come dicevo a Fabrizio, mi mette in imbarazzo, è solo che umh non riesco a smettere. Quella delle dipendenze è una faccenda su cui sto lavorando. Non riesco a smettere di postare. Io mi impegno a non postare, ma poi ecco, mi capita di scrivere, per abitudine, e di leggere, pensare, vedere, trovare, ascoltare, qualcosa di a me interessante, che mi piace, emoziona, fa riflettere, desidero fare mio e, condividere.
Ai tempi mi sentivo molto stanca e ho creduto necessario, una volta in Italia, dedicarmi ad altro che il blog. E’così, ma il fatto di non essere riuscita ancora a trovare lavoro mi consente di avere molto, molto, tempo a disposizione, dunque cedere alla dipendenza/tentazione/distrazione di postare. Perdonerete questa mia debolezza.
A proposito temo dovrò rimandare l’appuntamento no.6 di SOFA’ SOGOOD di questo mese perchè, per alcune ragioni che sono dipese principalmente dalla mia malcalcolata organizzazione, i pacchi che avevo deciso di spedire non sono partiti, dunque tutta la mia roba è andata perduta. E’ OK. La buona notizia è che insieme a tutta la roba, alcuni vestiti, soprattutto i libri, è andata perduta anche un’amicizia. Poco male.
Non sono sicura avrò la possibilità di rimediare qui i testi in inglese che ho inserito nella lista. Forse a Roma. Prima di allora dovrò accontentarmi di aspettare quelli che riuscirò, se riuscirò, ad ordinare online e in libreria. Umh.
Perdonerete anche questo? E anche il fatto di non avere aggiornato il romanzo plagio su cui avevo iniziato a lavorare il mese scorso?
Vorrò fare la ruffiana fino in fondo, e riacquistare la vostra fiducia (?) con un haiku, ancora di Kato Gyodai (1732-1792), in tema con il post precedente e il romanticismo, sfacciato, di questa notte (noterete la mia sfrontatezza nel riaccattivarmi la vostra simpatia grazie a questo meraviglioso bouquet di peonie, che trovo incantevole)

tra i fiori che si scuriscono
la bianca peonia
cattura la luna

Calpesta Il Fiore Del Convolvolo Il Passero Cieco – Kato Gyodai (1732-1793)

Pleasure is often spoiled by describing it – Stendhal

Christian Northeast

‘The ox becomes furious if a red cloth is shown to him; but the philosopher, who speaks of colour only in a general way, begins to rave’Johann Wolfgang von Goethe (*)

L’800, il secolo delle isterie. Ho iniziato a leggere un saggio di Goethe, Theory of Colours, del 1810, nel quale lo scrittore s’impunta, ci tiene, a smentire una teoria messa a punto da Newton nel 1704 e presentata nell’ Opticks: or a treatise of the reflexions, refractions, inflexions and colours of light’, considerato un caposaldo della letteratura scientifica (che io non ho letto).
Ho un po’ di pudore a dirlo ma sono dell’opinione non si dovrebbero mai scrivere libri quando si è al picco dell’innamoramento, un po’sudati, sovraeccitati, fuori controllo e disposti persino a negare l’evidenza; Newton considera la luce un cono bianco che proiettato attraverso un prisma dà esito a sette fasci di colore puro: rosso, arancione, giallo, verde, blu, indigo, viola (se avete presente la copertina di The dark side of the Moon). Goethe ci pensa sopra, si offende prima, lo snobba (come lo snobba)

‘Along with the rest of the world I was convinced that all the colours are contained in the light; no one had ever told me anything different, and I had never found the least cause to doubt it, because I had no further interest in the subject.’ (**)

e ‘Adesso ti sistemo io’, scrive un saggio dettagliatissimo al pari di Opticks in cui intende dimostrare, punto per punto, l’incantesimo della luce, gamma pressochè infinita di sfumature che attraverso lo spettro dell’anima, consentono allo sguardo di contemplare il mondo in posa estatica, al picco di una sindrome di Stendhal, soggiogati da un sortilegio, un idillio, al culmine della Lisztomania, rapiti da un incanto che è la vita a colori. Bha. E’ chiaro i romantici non vivevano in uno squash di periferia no furniture included a due passi da una zona industriale.
Eppure questa  Hungarian Rhapsody No. 2  scritta da Franz Liszt nel 1847 è talmente incantevole da rapire in un sogno. Pare Liszt abbia creato incredibile ammirazione ed estasi fra i suoi fan, una manata di isterici idealisti in lista dagli analisti nel ‘900.
L’800, il secolo dell’estasi.

(*)(**) taken from Theory of Colours, by Johann Wolfgang von Goethe, 1810

The Turk’s Opening Move

Attributed to Titian – Suleiman the Magnificant - Ottoman Sultan (c. 1539)

“It’s difficult to imagine an attraction more likely to appeal to the Londoners of 1783 than Kempelen’s chess-playing automaton. For in addiction to being a great center for chess, London was renowned for its enthusiasm for public displays of automata and other technological marvels. The arcades of Piccadilly, the streets of St.James’s, and the squares of Mayfair were home to several remarkable exhibitions of automata and other curiosities, open daily to the paying public.”

acclamato in tutta Europa dall’alta società illuminata di fine settecento, il Turco, un automa di legno, azionato all’interno da un complesso meccanismo di ingranaggi a carica, elegantemente vestito in abiti orientali, e perfettamente in grado di giocare a scacchi autonomamente, deve la propria fortuna all’ingegno di un grande uomo di talento e ambizione, l’ungherese di nascita Wolfgang von Kempelen, ufficiale di corte presso l’imperatrice Maria Teresa d’Austria.
The Turk, dello scrittore inglese Tom Standage (tomstandage.com), racconta di questa meravigliosa invenzione d’avvio alla progettazione di macchine più sofisticate utilizzate nei decenni a seguire, durante la prima fase della rivoluzione industriale; non solo, Il Turco anticipa di secoli la possibilità di creare delle macchine in grado di un’intelligenza artificiale (questo un meraviglioso articolo che si interroga circa gli humanoid robots e le ‘proprietà cognitive’ delle macchine: The Minds of Machines | Philosophy Now.)
La progettazione di automi risale agli inizi del 1700, ancora prima al quindicesimo secolo, quando già Leonardo da Vinci crea le bozze di un progetto straordinariamente visionario, una macchina volante studiata sulle sembianze di uccelli e pipistrelli (FLYING MACHINES – Leonardo da Vinci)
Gli automi creati all’inizio del diciottesimo secolo si basavano su complicati e pesanti meccanismi simili nel funzionamento a degli orologi; alcuni di questi così straordinariamente ben fatti da essere all’origine di curiose leggende; Standage racconta di un’automa capace di suonare l’arpa e invitato alla corte del re francese Luigi XV, il quale si disse talmente estasiato dalla bravura di questi da volerne scoprire in dettaglio il meccanismo. Aperta la macchina, il re vi trovò all’interno un bambino di cinque anni.
Il Turco fu soprattutto all’origine di interessanti dibattiti che stimolarono matematici, ingegneri e pensatori a comprenderne funzionalità ed eventuali applicazioni future; a rendere l’automa affascinante era specialmente l’incredibile maestria di cui era capace nel gioco degli scacchi (ragione per cui i più scettici dubitarono del genio di Wolfgang von Kempelen assumendo a un inganno e a un segreto, mai rivelato del tutto). L’automa non era solo in grado di giocare a scacchi, ma di vincere almeno otto partite su dieci e tante furono le personalità che vi si trovarono a perdere una partita contro; fra questi Benjamin Franklin (grande appassionato di scacchi e autore del saggio ‘The Moral of Chess‘), Caterina la Grande– Imperatrice di Russia, Charles Babbage, persino Edgard Allan Poe e più tardi l’imperatore Napoleone, in quello che fu un tour di partite e spettacoli intorno all’Europa e fino in America, a cavallo tra illuminismo e romantico futurismo.

“Of all the cities of Europe, two were renowned for their enthusiasm for chess during the eighteenth century: Paris and London. Chess had been a popular pastime in coffeehouses in both cities since the beginning of the century and enjoyed a period of heightened popularity in the 1770s and 1780s, when it became extremely fashionable in high society. As the nearer of the two cities to Vienna, Paris was the logical place for the first stop on the Turk’s tour of Europe.
As the French writer Denis Diderot put it in 1761, “Paris is the place in the world, and the Café de la Régence the place in Paris where this game is played best.” The Café de la Régence was a coffeehouse founded in the 1680s, and by the 1740s it had become the most prominent haunt of chess players in the city. Well-known intellectuals who were regulars at the café over the years included the philosophers Voltaire and Jean- Jacques Rousseau, the American statesman scientist Benjamin Franklin, and even the young Napoleon Bonaparte.”
taken from ‘The Turk’ by Tom Standage, chap. three, ‘A Most Charming Contraption’

Opera del Caso #2

The Thames at Westminster with barges, Samuel Scott, 1746

Scott, Samuel (c.1702-72), was one of the earliest English marine and topographical painters. He worked in the manner of the van de Veldes, painting naval battles, colonial forts, and Thames shipping until Canaletto‘s success in London (he arrived in 1746) caused Scott to work in his manner on similar views. There are several scenes by the ywo men which are nearly identical and it seems that, at least once, Canaletto worked from Scott’s drawings. There are pictures in London (Guildhall,Tate,and Nat.Maritime Mus.), and Bath.
[taken from The Dictionary Of Art and Artists,Peter and Linda Murray,1959]

Miss Fanny Hill

Risale al 1748 un romanzo di John Cleland (scrittore inglese nato nel 1709),stampato a Londra da Thomas Parker per volere dell’editore Ralph Griffiths(sotto lo pseudonimo di G. Fenton),che valse allo scrittore,allo stampatore e all’editore,un mandato d’arresto con l’accusa di oscenità.Il libro,”Memoirs of a Woman of Pleasure“,conosciuto anche come “Fanny Hill”,fece scalpore e scandalo per i contenuti espliciti in riferimento alla vita sessuale di Miss Fanny Hill,nobildonna londinese che racconta dei propri amanti e delle scorribande sessuali che vivacizzano lo scenario dell’allora società inglese,a quei tempi in pieno boom industriale.
John Cleland,figlio dello scrittore e ufficiale delle armi William Cleland,scrisse il romanzo durante un periodo di prigionia durato un anno e incorso per truffa.Una prima parte del romanzo venne pubblicata nel novembre del 1748,una seconda appena nel febbraio del 1749.
Accusato di oscenità,John Cleland smentì la paternità del romanzo e il libro venne ritirato;benchè ne fu vietata la pubblicazione,il romanzo venne comunque stampato in edizioni pirata e arricchito di nuovi e aggiuntivi episodi di richiamo all’omosessualità e alla sodomia.A seguito di questo,John Cleland scrisse una nuova versione del romanzo,nel marzo del 1750,omessa dei contenuti scandalistici,ma il libro venne comunque e nuovamente bannato e la vendita proibita.
Ciò nonostante,il libro continuò a essere pubblicato segretamente e arricchito di illustrazioni;la versione francese,contiene quelle del famoso pittore e illustratore Édouard-Henri Avril,meglio conosciuto come Paul Avril(1843-1928).
A seguire una parte del libro,la quinta
Part V
And why should I here suppress the delight I received from this amiable creature, in remarking each artless look, each motion of pure undissembled nature, betrayed by his wanton eyes; or shewing, transparently, the glow and suffusion of blood through his fresh, clear skin, whilst even his sturdy rustic pressures wanted not their peculiar charm? Oh! but, say you, this was a young fellow of too low a rank of life to deserve so great a display. May be so: but was my condition, strictly consider’d one jot more exalted? or, had I really been much above him, did not his capacity of giving such exquisite pleasure sufficiently raise and ennoble him, to me, at least? Let who would, for me, cherish, respect, and reward the painter’s, the statuary’s, the musician’s arts, in proportion to delight taken in them: but at my age, and with my taste for pleasure, a taste strongly constitutional to me, the talent of pleasing, with which nature has endowed a handsome person, form’d to me the greatest of all merits; compared to which, the vulgar prejudices in favor of titles, dignities, honors, and the like, held a very low rank indeed. Nor perhaps would the beauties of the body be so much affected to be held cheap, were they, in their nature, to be bought and delivered. But for me, whose natural philosophy all resided in the favorite center of sense, and who was rul’d by its powerful instinct in taking pleasure by its right handle, I could scarce have made a choice more to my purpose.
Mr. H . . .’s loftier qualifications of birth, fortune and sense laid me under a sort of subjection and constraint that were far from making harmony in the concert of love, nor had he, perhaps, thought me worth softening that superiority to; but, with this lad, I was more on that level which love delights in.
We may say what we please, but those we can be the easiest and freest with are ever those we like, not to say love, the best.
With this stripling, all whose art of love was the action of it, I could, without check of awe or restraint, give a loose to joy, and execute every scheme of dalliance my fond fancy might put me on, in which he was, in every sense, a most exquisite companion. And now my great pleasure lay in humoring all the petulances, all the wanton frolic of a raw novice just fleshed, and keen on the burning scent of his game, but unbroken to the sport: and, to carry on the figure, who could better TREAD THE WOOD than he, or stand fairer for the HEART OF THE HUNT?
He advanc’d then to my bed-side, and whilst he faltered out his message, I could observe his color rise, and his eyes lighten with joy, in seeing me in a situation as favorable to his loosest wishes as if he had bespoke the play.
I smiled, and put out my hand towards him, which he kneeled down to (a politeness taught him by love alone, that great master of it) and greedily kiss’d. After exchanging a few confused questions and answers, I ask’d him if he would come to bed to me, for the little time I could venture to detain him. This was just asking a person, dying with hunger, to feast upon the dish on earth the most to his palate. Accordingly, without further reflection, his cloaths were off in an instant; when, blushing still more at his new liberty, he got under the bed-cloaths I held up to receive him, and was now in bed with a woman for the first time in his life.
Here began the usual tender preliminaries, as delicious, perhaps, as the crowning act of enjoyment itself; which they often beget an impatience of, that makes pleasure destructive of itself, by hurrying on the final period, and closing that scene of bliss, in which the actors are generally too well pleas’d with their parts not to wish them an eternity of duration.
When we had sufficiently graduated our advances towards the main point, by toying, kissing, clipping, feeling my breasts, now round and plump, feeling that part of me I might call a furnace-mouth, from the prodigious intense heat his fiery touches had rekindled there, my young sportsman, embolden’d by every freedom he could wish, wantonly takes my hand, and carries it to that enormous machine of his, that stood with a stiffness! a hardness! an upward bent of erection! and which, together with its bottom dependence, the inestimable bulge of lady’s jewels, formed a grand show out of goods indeed! Then its dimensions, mocking either grasp or span, almost renew’d my terrors.
I could not conceive how, or by what means I could take, or put such a bulk out of sight. I stroked it gently, on which the mutinous rogue seemed to swell, and gather a new degree of fierceness and insolence; so that finding it grew not to be trifled with any longer, I prepar’d for rubbers in good earnest.
Slipping then a pillow under me, that I might give him the fairest play, I guided officiously with my hand this furious battering ram, whose ruby head, presenting nearest the resemblance of a heart, I applied to its proper mark, which lay as finely elevated as we could wish; my hips being borne up, and my thighs at their utmost extension, the gleamy warmth that shot from it made him feel that he was at the mouth of the indraught, and driving foreright, the powerfully divided lips of that pleasure-thirsty channel receiv’d him. He hesitated a little; then, settled well in the passage, he makes his way up the straits of it, with a difficulty nothing more than pleasing, widening as he went, so as to distend and smooth each soft furrow: our pleasure increasing deliciously, in proportion as our points of mutual touch increas’d in that so vital part of me in which I had now taken him, all indriven, and completely sheathed; and which, crammed as it was, stretched, splitting ripe, gave it so gratefully strait an accommodation! so strict a fold! a suction so fierce! that gave and took unutterable delight. We had now reach’d the closest point of union; but when he backened to come on the fiercer, as if I had been actuated by a fear of losing him, in the height of my fury I twisted my legs round his naked loins, the flesh of which, so firm, so springy to the touch, quiver’d again under the pressure; and now I had him every way encircled and begirt; and having drawn him home to me, I kept him fast there, as if I had sought to unite bodies with him at that point. This bred a pause of action, a pleasure stop, whilst that delicate glutton, my nethermouth, as full as it could hold, kept palating, with exquisite relish, the morsel that so deliciously ingorged it. But nature could not long endure a pleasure that so highly provoked without satisfying it: pursuing then its darling end, the battery recommenc’d with redoubled exertion; nor lay I inactive on my side, but encountering him with all the impetuosity of motion but encountering him with all the impetuosity of motion I was mistress of. The downy cloth of our meeting mounts was now of real use to break the violence of the tilt; and soon, too soon indeed! the highwrought agitation, the sweet urgency of this to-and-fro friction, raised the titillation on me to its height; so that finding myself on the point of going, and loath to leave the tender partner of my joys behind me, I employed all the forwarding motions and arts my experience suggested to me, to promote his keeping me company to our journey’s end. I not only then tighten’d the pleasure-girth round my restless inmate by a secret spring of friction and compression that obeys the will in those parts, but stole my hand softly to that store bag of nature’s prime sweets, which is so pleasingly attach’d to its conduit pipe, from which we receive them; there feeling, and most gently indeed, squeezing those tender globular reservoirs; the magic touch took instant effect, quicken’d, and brought on upon the spur the symptoms of that sweet agony, the melting moment of dissolution, when pleasure dies by pleasure, and the mysterious engine of it overcomes the titillation it has rais’d in those parts, by plying them with the stream of a warm liquid that is itself the highest of all titillations, and which they thirstily express and draw in like the hotnatured leach, which to cool itself, tenaciously attracts all the moisture within its sphere of exsuction. Chiming then to me, with exquisite consent, as I melted away, his oily balsamic injection, mixing deliciously with the sluices in flow from me, sheath’d and blunted all the stings of pleasure, it flung us into an extasy that extended us fainting, breathless, entranced. Thus we lay, whilst a voluptuous languor possest, and still maintain’d us motionless and fast locked in one another’s arms. Alas! that these delights should be no longer-lived! for now the point of pleasure, unedged by enjoyment, and all the brisk sensations flatten’d upon us, resigned us up to the cool cares of insipid life. Disengaging myself then from his embrace, I made him sensible of the reasons there were for his present leaving me; on which, though reluctantly, he put on his cloaths with as little expedition, however, as he could help, wantonly interrupting himself, between whiles, with kisses, touches and embraces I could not refuse myself to. Yet he happily return’d to his master before he was missed; but, at taking leave, I forc’d him (for he had sentiments enough to refuse it) to receive money enough to buy a silver watch, that great article of subaltern finery, which he at length accepted of, as a remembrance he was carefully to preserve of my affections.

And here, Madam, I ought, perhaps, to make you an apology for this minute detail of things, that dwelt so strongly upon my memory, after so deep an impression: but, besides that this intrigue bred one great revolution in my life, which historical truth requires I should not sink from you, may I not presume that so exalted a pleasure ought not to be ungratefully forgotten, or suppress’d by me, because I found it in a character in low life; where, by the bye, it is oftener met with, purer, and more unsophisticate, that among the false, ridiculous refinements with which the great suffer themselves to be so grossly cheated by their pride: the great! than whom there exist few amongst those they call the vulgar, who are more ignorant of, or who cultivate less, the art of living than they do; they, I say, who for ever mistake things the most foreign of the nature of pleasure itself; whose capital favourite object is enjoyment of beauty, wherever that rare invaluable gift is found, without distinction of birth, or station.
As love never had, so now revenge had no longer any share in my commerce with this handsome youth. The sole pleasures of enjoyment were now the link I held to him by: for though nature had done such great matters for him in his outward form, and especially in that superb piece of furniture she had so liberally enrich’d him with; though he was thus qualify’d to give the senses their richest feast, still there was something more wanting to create in me, and constitute the passion of love. Yet Will had very good qualities too; gentle, tractable, and, above all, grateful; close, and secret, even to a fault: he spoke, at any time, very little, but made it up emphatically with action; and, to do him justice, he never gave me the least reason to complain, either of any tendency to encroach upon me for the liberties I allow’d him, or of his indiscretion in blabbing them. There is, then, a fatality in love, or have loved him I must; for he was really a treasure, a bit for the BONNE BOUCHE of a duchess; and, to say the truth, my liking for him was so extreme, that it was distinguishing very nicely to deny that I loved him.
My happiness, however, with him did not last long, but found an end from my own imprudent neglect. After having taken even superfluous precautions against a discovery, our success in repeated meetings embolden’d me to omit the barely necessary ones. About a month after our first intercourse, one fatal morning (the season Mr. H . . . rarely or never visited me in) I was in my closet, where my toilet stood, in nothing but my shift, a bed gown and under-petticoat. Will was with me, and both ever too well disposed to baulk an opportunity. For my part, a warm whim, a wanton toy had just taken me, and I had challeng’d my man to execute it on the spot, who hesitated not to comply with my humour: I was set in the arm-chair, my shift and petticoat up, my thighs wide spread and mounted over the arms of the chair, presenting the fairest mark to Will’s drawn weapon, which he stood in act to plunge into me; when, having neglected to secure the chamber door, and that of the closet standing a-jar, Mr. H . . . stole in upon us before either of us was aware, and saw us precisely in these convicting attitudes.
I gave a great scream, and drop’d my petticoat: the thunder-struck lad stood trembling and pale, waiting his sentence of death. Mr. H . . . looked sometimes at one, sometimes at the other, with a mixture of indignation and scorn; and, without saying a word, turn’d upon his heel and went out.
As confused as I was, I heard him very distinctly turn the key, and lock the chamber-door upon us, so that there was no escape but through the dining-room, where he himself was walking about with distempered strides, stamping in a great chafe, and doubtless debating what he would do with us.
In the mean time, poor William was frightened out of his senses, and, as much need as I had of spirits to support myself, I was obliged to employ them all to keep his a little up. The misfortune I had now brought upon him, endear’d him the more to me, and I could have joyfully suffered any punishment he had not shared in. I water’d, plentifully, with my tears, the face of the frightened youth, who sat, not having strength to stand, as cold and as lifeless as a statue.
Presently Mr. H . . . comes in to us again, and made us go before him into the dining-room, trembling and dreading the issue. Mr. H . . . sat down on a chair whilst we stood like criminals under examination; and beginning with me, ask’d me, with an even firm tone of voice, neither soft nor severe, but cruelly indifferent, what I could say for myself, for having abused him in so unworthy a manner, with his own servant too, and how he had deserv’d this of me?
Without adding to the guilt of my infidelity that of an audacious defence of it, in the old style of a common kept Miss, my answer was modest, and often interrupted by my tears, in substance as follows: that I never had a single thought of wronging him (which was true), till I had seen him taking the last liberties with my servant-wench (here he colour’d prodigiously), and that my resentment at that, which I was over-awed from giving vent to by complaints, or explanations with him, had driven me to a course that I did not pretend to justify; but that as to the young man, he was entirely faultless; for that, in the view of making him the instrument of my revenge, I had down-right seduced him to what he had done; and therefore hoped, whatever he determined about me, he would distinguish between the guilty and the innocent; and that, for the rest, I was entirely at his mercy.
Mr. H . . ., on hearing what I said, hung his head a little; but instantly recovering himself, he said to me, as near as I can retain, to the following purpose:
“Madam, I owe shame to myself, and confess you have fairly turn’d the tables upon me. It is not with one of your cast of breeding and sentiments that I should enter into a discussion of the very great difference of the provocations: be it sufficient that I allow you so much reason on your side, as to have changed my resolutions, in consideration of what you reproach me with; and I own, too, that your clearing that rascal there, is fair and honest in you. Renew with you I cannot: the affront is too gross. I give you a week’s warning to go out of these lodgings; whatever I have given you, remains to you; and as I never intend to see you more, the landlord will pay you fifty pieces on my account, with which, and every debt paid, I hope you will own I do not leave you in a worse condition than what I took you up in, or than you deserve of me. Blame yourself only that it is no better.” Then, without giving me time to reply, he address’d himself to the young fellow:
“For you, spark, I shall, for your father’s sake, take care of you: the town is no place for such an easy fool as thou art; and to-morrow you shall set out, under the charge of one of my men, well recommended, in my name, to your father, not to let you return and be spoil’d here.”
At these words he went out, after my vainly attempting to stop him by throwing myself at his feet. He shook me off, though he seemed greatly mov’d too, and took Will away with him, who, I dare swear, thought himself very cheaply off.
I was now once more a-drift, and left upon my own hands, by a gentleman whom I certainly did not deserve. And all the letters, arts, friends’ entreaties that I employed within the week of grace in my lodging, could never win on him so much as to see me again. He had irrevocably pornounc’d my doom, and submission to it was my only part. Soon after he married a lady of birth and fortune, to whom, I have heard, he prov’d an irreproachable husband.
As for poor Will, he was immediately sent down to the country to his father, who was an easy farmer, where he was not four months before and inn-keeper’s buxom young widow, with a very good stock, both in money and trade, fancy’d, and perhaps pre-acquainted with his secret excellencies, marry’d him: and I am sure there was, at least, one good foundation for their living happily together.
Though I should have been charm’d to see him before he went, such measures were taken, by Mr. H . . .’s orders, that it was impossible; otherwise I should certainly have endeavour’d to detain him in town, and would have spared neither offers nor expence to have procured myself the satisfaction of keeping him with me. He had such powerful holds upon my inclinations as were not easily to be shaken off, or replaced; as to my heart, it was quite out of the question: glad, however, I was from my soul, that nothing worse, and as things turn’d out, probably nothing better could have happened to him.
As to Mr. H . . ., though views of conveniency made me, at first, exert myself to regain his affection, I was giddy and thoughtless enough to be much easier reconcil’d to my failure than I ought to have been; but as I never had lov’d him, and his leaving me gave me a sort of liberty that I had often long’d for, I was soon comforted; and flattering myself that the stock of youth and beauty I was going into trade with could hardly fail of procuring me a maintenance, I saw myself under a necessity of trying my fortune with them, rather, with pleasure and gaiety, than with the least idea of despondency.
In the mean time, several of my acquaintances among the sisterhood, who had soon got wind of my misfortune, flocked to insult me with their malicious consolations. Most of them had long envied me the affluence and splendour I had been maintain’d in; and though there was scarce one of them that did not at least deserve to be in my case, and would probably, sooner or later, come to it, it was equally easy to remark, even in their affected pity, their secret pleasure at seeing me thus disgrac’d and discarded, and their secret grief that it was no worse with me. Unaccountable malice of the human heart! and which is not confin’d to the class of life they were of.
But as the time approached for me to come to some resolution how to dispose of myself, and I was considering round where to shift my quarters to, Mrs. Cole, a middleaged discreet sort of woman, who had been brought into my acquaintance by one at the Misses that visited me, upon learning my situation, came to offer her cordial advice and service to me; and as I had always taken to her more than to any of my female acquaintances, I listened the easier to her proposals. And, as it happened, I could not have put myself into worse, or into better hands in all London: into worse, because keeping a house of conveniency, there were no lengths in lewdness she would not advise me to go, in compliance with her customers; no schemes of pleasure, or even unbounded debauchery, she did not take even a delight in promoting: into a better, because nobody having had more experience of the wicked part of the town than she had, was fitter to advise and guard one against the worst dangers of our profession; and what was rare to be met with in those of her’s, she contented herself with a moderate living profit upon her industry and good offices, and had nothing of their greedy rapacious turn. She was really too a gentlewoman born and bred, but through a train of accidents reduc’d to this course, which she pursued, partly through necessity, partly through choice, as never woman delighted more in encouraging a brisk circulation of trade for the sake of the trade itself, or better understood all the mysteries and refinements of it, than she did; so that she was consummately at the top of her profession, and dealt only with customers of distinction: to answer the demands of whom she kept a competent number of her daughters in constant recruit (so she call’d those whom by her means, and through her tuition and instructions, succeeded very well in the world).
This useful gentlewoman upon whose protection I now threw myself, having her reasons of state, respecting Mr. H . . ., for not appearing too much in the thing herself, sent a friend of her’s, on the day appointed for my removal, to conduct me to my new lodgings at a brushmaker’s in R*** street, Covent Garden, the very next door to her own house, where she had no conveniences to lodge me herself: lodgings that, by having been for several successions tenanted by ladies of pleasure, the landlord of them was familiarized to their ways; and provided the rent was duly paid, every thing else was as easy and commodious as one could desire.
The fifty guineas promis’d me by Mr. H . . ., at his parting with me, having been duly paid me, all my cloaths and moveables chested up, which were at least of two hundred pound’s value, I had them convey’d into a coach, where I soon followed them, after taking a civil leave of the landlord and his family, with whom I had never liv’d in a degree of familiarity enough to regret the removal; but still, the very circumstance of its being a removal drew tears from me. I left, too, a letter of thanks for Mr. H . . ., from whom I concluded myself, as I really was, irretrievably separated.
My maid I had discharged the day before, not only because I had her of Mr. H . . ., but that I suspected her of having some how or other been the occasion of his discovering me, in revenge, perhaps, for my not having trusted her with him.
We soon got to my lodgings, which, though not so handsomely furnish’d nor so showy as those I left, were to the full as convenient, and at half price, though on the first floor. My trunks were safely landed, and stow’d in my apartments, where my neighbour, and now gouvernante, Mrs. Cole, was ready with my landlord to receive me, to whom she took care to set me out in the most favourable light, that of one from whom there was the clearest reason to expect the regular payment of his rent: all the cardinal virtues attributed to me would not have had half the weight of that recommendation alone.
I was now settled in lodgings of my own, abandon’d to my own conduct, and turned loose upon the town, to sink or swim, as I could manage with the current of it; and what were the consequences, together with the number of adventures which befell me in the exercise of my new profession, will compose the matter of another letter: for surely it is high time to put a period to this.
I am,
MADAM
Yours
Fonte:http://www.eroticabibliophile.com

Édouard Henri Avril


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