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Saul Leiter

Lettera aperta a un amore mancato

Ti ho incontrato ieri pomeriggio alla fermata degli autobus, tra i tanti in attesa del 650. Tenevi le mani dentro le tasche di una giacca blu, due taglie più grandi della tua, e indossavi un maglione dello stesso colore, lungo di maniche, sopra un paio di jeans chiari, larghi ai fianchi. La conversazione con la signora che ti stava davanti deve averti dato da riflettere molto perchè a una certa hai prima incrociato le braccia al petto per tenerti il mento con una mano poi, accigliato da chissà quale pensiero torvo che ti ha fatto tossire d’improvviso. Stavate parlando dello sciopero. E dell’autobus che tarda ad arrivare. ‘Prima o poi dovremo deciderci tutti quanti ad andare in bici’, ho detto io per attirare la tua attenzione. ‘Devono prima offrirci più di una buona ragione per farlo’, hai risposto tu. Così abbiamo iniziato a chiaccherare. La globalizzazione, il NAC, la dichiarazione di sovranità individuale. ‘Portami a bere un caffè al bar’, ti ho proposto. ‘Andiamo da Amir’, hai risposto tu. Dunque mi hai raccontato di tua madre, che è morta, di tuo fratello, che a tuo dire è un coglione, di tuo padre ottantenne, che si è risposato due mesi fa. E del morbo di Alzheimer, che ti ha diagnosticato il dottore. ‘Stamattina Manuela mi ha mandato un messaggio, si è lamentata del casino che faccio in bagno quando mi doccio. E dei piatti sporchi lasciati in cucina. E della biancheria per terra in camera da letto’. Hai detto. ‘Sono sempre stato un uomo distratto. E pigro’, hai aggiunto. Cambiare non sei cambiato, ho pensato io. Pigro sei da giovane, pigro da anziano. Indolente, hai concluso.
Guardandomi negli occhi hai detto ‘Sei molto bella’. ‘Andiamo a farci una passeggiata’, ti ho risposto io. A due passi dalla fermata Numidio Quadrato volevi portarmi a Parigi. A Giulio Agricola volevi sposarmi. ‘Prendiamo il treno’, ti ho risposto io.
Seduti in treno mi hai raccontato del matrimonio di tuo padre. Uomo di fede. ‘E tu non lo sei?’, ti ho chiesto. ‘Lo sono’, mi hai risposto. ‘E com’è che non ti sei sposato?’ ‘Non ho conosciuto nessuna che fa al caso mio’. Dico io, Come dev’essere questa donna che fa al caso tuo. ‘Bella, intelligente, allegra. Come te’, hai concluso. ‘Ti sei scordato dei miei tanti difetti. Riusciresti ad amare anche quelli?’. Non mi hai risposto ma ti sei incupito. I difetti non ti piacciono da giovane. E continuano a non piacerti anche da vecchio.
Scesi dal treno, saliti sulle scale mobili, hai poggiato la testa sulla mia spalla. Ti ho sorriso, mi hai sorriso e mandato un bancino. Sei sempre stato un bambino adorabile.

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