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Come fa a mancarti qualcosa che non conosci? L’alchechengi. Per dire. Chi l’ha mai assaggiato? Può mai venirti in mente che esiste al mondo, giacchè non l’hai mai neanche visto? Può mai venirtene in mente il sapore? Può mai venirtene la voglia? Il desiderio, il bisogno. Un giorno però ne vedi un cestino colmo poggiato sul banco del fruttivendolo, al mercato cinese. Prendi in mano il frutto. Lo tasti. Lo guardi. Lo annusi. Chiedi al fruttivendolo da dove viene, come si mangia. Con la buccia, senza buccia. Lo assaggi. Ti piace. Perciò ne assimili il sapore e con esso il ricordo del piacere che hai provato mangiandolo e la voglia, di averne ancora. Così l’amore.
Si fosse trattato di un duran, che a vederlo è tutto spinoso e ad annusarlo ti si indispettisce il naso, l’impatto sarebbe stato diverso e diverse sarebbero state le impressioni. Perciò il duran suscita in te scarso appetito. Quello che però non sai è che tolte le spine il duran ha al suo interno una polpa dolcissima e molto tenera. Perciò, assaggiato una volta, lo si vuole mangiare sempre. E’ che non lo si trova in giro. Neanche a pagarlo. Bisogna andare a prenderselo. Farsi un viaggio fino nel sudest asiatico. Dice che addirittura a Singapore, in Malesia e in Tailandia, è vietato portarselo in giro nei mezzi di trasporto. Tanto è puzzolente. Seppure squisito. Lo sanno i temerari. Per i quali la puzza non è puzza ma odore pungente. E le spine non sono lame ma aculei, per maneggiare i quali è sufficiente appena indossare dei guanti. Anche la loro pazienza, cui fine è arrivare al cuore del frutto, è amore.