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Certo è curioso. Lavoro strenuamente sulle mie emozioni con il chiaro obiettivo di favorire il magico potere del satori che converge nella più piena realizzazione della realtà, ora scevra delle sovrastrutture che prima obnubilavano la mia vista e rendevano tanto più difficile scorgere la verità fra tante menzogne, fra tante risposte l’unica che vale a esaudire la curiosità della mia mente interrogante. Mi trovo alla sommità di una vertigine di piacere puro non privo di godimento intellettuale. Ma è quando più prendo coscienza dello stato di grazia che mi pervade e delle meraviglie del non luogo in cui la mia anima, la mia mente, il mio cuore riposano sereni, che una parte di me si estranea d’improvviso per dissentire e instillare in me il tarlo di un dubbio. Una parte di me si rifiuta pienamente di partecipare al precetto, si ribella a gran voce al modus operandi del consorzio. Mi spintona forte facendomi precipitare dalla rupe, fino a terra. Perchè succede? Perchè più passa il tempo e più smetto di reagire. In risposta a degli stimoli che la mia coscienza percepisce come negativi, nocivi. Perciò a mente lucida mi chiedo se questa mancata reazione si manifesta come l’orma di un passettino fatto in avanti o è indice di qualcosa che mi sfugge. Che intendo con questo? Faccio un esempio. Qualche giorno fa ho prenotato delle analisi del sangue per un check up da farsi, come da accordi, stamattina alle 7. Alle 7 meno un quarto di stamattina, perfettamente lucida e funzionante dopo avere trascorso l’intera nottata sveglia, mi sono avviata da casa verso il laboratorio. Alle 7 e un minuto ho intuito che il laboratorio non sarebbe stato aperto prima delle 8.00, orario ufficiale di apertura. Tant’è sono rientrata a casa, mettendoci una pietra sopra. Avrei prenotato il check up da un’altra parte. Intorno alle 9.30 sono stata contattata dalla receptionist del laboratorio per essere rimproverata del fatto di non essermi presentata all’appuntamento. Dice che l’infermiera mi ha aspettata invano dalle 8.30 fino ad allora. Ho fatto presente che mi è stato dato appuntamento alle 7 ma non ho trovato nessuno, dunque lei ha tergiversato alludendo a un errore e proponendomi di ritornare domattina. Avendole risposto che una simile dimenticanza è sufficiente perchè io metta in discussione la professionalità dell’equipe, ho chiuso la chiamata dicendo che mi sarei rivolta a un altro ambulatorio e buona giornata, grazie tante e arrivederci. Fine della questione. In altri tempi mi sarei incazzata nera. Non più oggi.
Pomeriggio, dopo avere riposato un po’ e mangiato, ho ripensato a un colloquio di lavoro avuto la settimana scorsa e del quale esito, mi è stato detto, sarei stata avvisata oggi, tramite email. Email non pervenuta. Quando ho fatto il colloquio, il manager incaricato di sottopormi a intervista si è complimentato con me alludendo alle mie qualità. Il che mi ha dato modo di credere che il colloquio era andato bene e che quasi certamente avrei iniziato a lavorare dal primo dicembre. Sbagliato. Fra le tante cose che mi sono state chieste la primissima riguardava l’età. Ovviamente per ragioni che concernono la regolarizzazione delle mie prestazioni di lavoro. Perciò è stato un errore sperare? No. E’ stato un errore credere con tanta convinzione a ciò che di fatto è stato e esistito nella mia immaginazione soltanto.
Ora, volendo tralasciare l’impatto che circostanze come queste hanno sulla mia vita. Volendo tralasciare il fatto che mi si fa perdere tempo stamattina, dandomi un appuntamento mancato. Non mi si da lavoro perchè ho superato la trentina e il mio contratto costerebbe a un’azienda una cifra che non è disposta a pagare. Io, sperimentato un momentaneo raccapriccio e moto di disappunto, rilevata l’origine di queste emozioni, che in buona sostanza derivano dalla frustrazione ed emergono in superficie per avere proiettato desideri su qualcosa cui esito non è corrisposto alle mie aspettative; fatto pace con l’idea che adesso non è più 10 o 5 ore fa, dunque non ho motivo di rimuginare su questioni risolte in definitiva; dettami con serenità che se un’azienda non è disposta a pagare per avermi, allora io non mi perdo nulla a lavorare per loro, quanto è vero che sono loro a rinunciare all’opportunità di avere una risorsa preziosa come me su cui contare. E insomma, alla luce di queste considerazioni, mi chiedo in verità se questa capacità di distacco mi deriva dalla consapevolezza che ho dei miei limiti, dal fatto di non potere fare nulla per convertire un esito negativo, avendo già dato di mio un contributo positivo, o se questo distacco mi deriva dalla rassegnazione. Perchè se così, io provo orrore. Provo orrore.
Voglio convincermi del fatto che tanto distacco mi deriva dalla necessità, fortissima, di proteggere quella parte di me, tanto più vulnerabile, che messa alla prova dalle difficoltà della vita potrebbe morirne. E io, per quanto l’amo e ho stima della donna che sono, non ho alcuna intenzione di permetterlo. Se mai ho da fare qualcosa è agire.

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