Brad Wilson
Brad Wilson

C’è questa poesia di Rilke, La Pantera, che ieri mattina mi è venuta in mente, amo molto e apprezzo specialmente tradotta in inglese. Recita,

His vision, from the constantly passing bars,
has grown so weary that it cannot hold
anything else. It seems to him there are
a thousand bars; and behind the bars, no world.

As he paces in cramped circles, over and over,
the movement of his powerful soft strides
is like a ritual dance around a center
in which a mighty will stands paralyzed.

Only at times, the curtain of the pupils
lifts, quietly. An image enters in,
rushes down through the tensed, arrested muscles,
plunges into the heart and is gone

E’ il primigenio afflato di vita, istinto animale, che privato della libertà di esprimere la propria natura si ribella prima per deprimersi poi. E la pantera si adopera in uno sforzo di adattamento alle avverse condizioni che limitano il proprio raggio di azione e provano la sua tenacia, ma le sbarre definiscono il confine oltre il quale la volontà è nulla. Behind the bars, no world.
Si tratta di una poesia a cui sono molto affezionata perchè mi ricorda la distanza percorsa dal punto in cui mi sentivo in gabbia, a quello in cui ho realizzato che a costruirmela intorno ero stata io. Pur ampia e con le migliori intenzioni. E a farmi apprezzare questa poesia con gratitudine, oggi più di ieri, è la consapevolezza di possedere io le chiavi che occorrono per aprire la gabbia e liberare la pantera. Le ho dentro, da qualche parte. Non so ancora dove. Ogni tanto mi pare trovarle, ma no, non sono loro. La ricerca è costante e costante è l’impegno che mi fa fare ordine nel marasma di bric a brac da collezione di cui, mi rendo conto, non posso liberarmi del tutto. Fatico a liberarmi del tutto. Quanto è vero che simbolizzano la mia identità. La lingua che mi esprime, il linguaggio che mi parla.

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