Sabato mattina al salone per una concia dei capelli. Che gli intingoli casalinghi usati negli ultimi mesi e le ripetute falciate, qui e là, me li avevano resi un folto cespuglio di rovi selvatici. E poi qualche giorno fa ho incontrato al bar la parrucchiera Miranda, questa mi ha offerto il caffè invitandomi nel suo emporio, dunque ho pensato, perchè no.
Il salone di Miranda mi piace perchè in tutto fedele all’archetipo dei luoghi di ritrovo per sole donne. Ci sono gli specchi. Tanti. Un gran numero di poster attaccati alle pareti – stereotipi della donna moderna, sensuale, grintosa, ribelle, ma pettinata. Che i colpi di testa vanno bene, le rivoluzioni emancipatorie pure, ma non i capelli fuori posto e il trucco sbavato. Dunque gli attrezzi del mestiere. Un sacco di forbici (c’è chi vuole sbarazzarsi dei capelli rovinati quanto dei pensieri di troppo). Un sacco di spazzole (c’è chi i capelli li vuole districati e i pensieri senza nodi). Le poltroncine. Le riviste di moda e pettegolezzo.
Intanto che aspettavo di farmi fare uno shampoo, leggevo un articolo su Gioia intitolato Il vagone del silenzio in cui l’autrice si lamentava della discutibile educazione dei passeggeri in treno alle prese con una miriade di faccende di estrema urgenza da discutere al telefono, a tono sostenuto. Per non parlare della pessima abitudine che a suo dire hanno in molti e consiste non tanto nel fatto di respirare, ma in quello di fare conversazione. E sulle prime ho accolto questo punto di vista intuendo bene l’origine del disappunto, il bisogno di quiete, dunque lo sfogo un poco arcigno che ne è seguito. Poi mi sono detta che in fondo il disappunto in questione nasce perchè l’autrice cerca qualcosa nel posto sbagliato. Dovrei dire meno opportuno. Un po’ come quando si ha l’intenzione di acquistare mezzo chilo di sardine dal macellaio. O quando si va dal fruttivendolo per prendere il pane. O ci si aspetta di essere amati da chi non corrisponde i nostri sentimenti. Mica c’è niente di sbagliato con il macellaio, il fruttivendolo o chi non corrisponde i nostri sentimenti. Il disappunto nasce inevitabilmente quando ci si ostina a proiettare le proprie aspettative nel contesto meno opportuno per vederle soddisfatte. Laddove basterebbe tenere presente che luoghi di ritrovo come un treno presuppongono, volenti o nolenti, una qualche forma di interazione col resto dei passeggeri. Se si vuole del pesce bisogna recarsi in pescheria, se si vuole del pane bisogna recarsi in panetteria. Se si vuole essere amati bisogna proiettare le proprie aspettative su quanti si rendono disponibili ad accoglierle e ricambiarle. Potremmo discutere ore circa il rispetto delle norme nei luoghi di ritrovo. O circa la qualità del pesce venduto in pescheria, del pane venduto in panetteria, delle aspettative ben riposte su quanti le accolgono e ricambiano. Ma ad attrarre specialmente la mia attenzione è quell’ostinazione di fondo che genera un’aspettativa e il disappunto che ne consegue, quando mal riposta e non soddisfatta. Che in definitiva ha un nome, coazione a ripetere, e a dirla tutta è un’ottima occasione per riflettere, in treno, in fila dal pescivendolo o dal panettiere. In attesa di farsi sfoltire l’intricato cespuglio di capelli in testa.

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