E siamo a quota 48. Capisco non ci si può permettere di vivere una fase di trasmutazione fisica e spirituale in santa pace senza che la quotidianità irrompa prepotentemente entro la dimensione antropica che pone il proprio universo interiore come punto di osservazione. La realtà, essere nel mondo, richiede una presenza di spirito e attenzione che inevitabilmente inducono più a una proiezione verso l’esterno, e meno a una introspezione. Ne deduco il rapporto di stretta dipendenza che presuppone l’esistenza di ciascuno subordinata all’ambiente circostante. Il telefono squilla, bisogna rispondere. Il campanello suona, bisogna aprire la porta.
Il tempo, che all’interno della propria coscienza si dilata o restringe a ritmo lento e in proporzione al volume dei ricordi generati dalla memoria e alla dimensione delle proprie visioni, percepito da dietro una linea gialla, ha la velocità di un treno senza soste. A guardarlo scorrere da una banchina fa spavento talmente inarrestabile.