Quando leggo nei giornali fatti di cronaca nera in tutto simili a quelli occorsi a Napoli nei giorni scorsi, e sconvolta dai sentimenti che provo appena solo empatizzando con ognuna delle persone coinvolte nei fatti, e penso al delirio di onnipotenza che nella mente di un adolescente prende forma senza controllo e si espande ed espande alimentato da emozioni in tutto negative, distruttive, io provo pena. Grande pena. Perchè a fomentare quelle emozioni è la rabbia. La sopraffazione. L’impotenza. La debolezza. Il dolore. E perchè vivere per strada, abbandonati, rende soli e pone di fronte a una scelta ben precisa, operare per la pace, operare per la guerra. Operare per la prima significa soccombere, incassare, tollerare uno a uno tutti gli abusi subiti e perdonarli. Operare per la pace richiede grande forza, fiducia nel prossimo, abnegazione e coraggio. Operare per la guerra significa sostituirsi alla legge, imporre la propria, avvalorare se stessi attraverso l’esercizio del potere. Fra tutti, quello di porre fine alla vita di un proprio simile. A essere in gioco è l’immortalità e a garantirla saranno i giornali, il vicinato, il paese tutto, per mezzo di una memoria collettiva destinata a tramandarsi di generazione in generazione. Negli anni. Nei secoli.
Sono fatti di cronaca come questi che tastano il polso a uno stato che si dice democratico e garantista, ma cui cittadini non godono affatto di buona salute.