Domenica pomeriggio al cinema Farnese e un album di fotografie antiche quanto il fascino che evoca agli occhi degli spettatori l’immagine allo schermo di una belle epoque riesumata dalle macerie della prima guerra mondiale. E’ in un ambiente squisitamente decadente che il regista Xavier Giannoli riporta in vita il personaggio Marguerite, una donna cui amore per il canto non è proporzionale al talento.
Dice uno dei personaggi, Ci sono due modi di vivere la vita. Uno è sognarla, l’altro è realizzarla. La baronessa Marguerite fa della propria vita il palcoscenico presso cui realizzare il tormento di Madama Butterfly, la spregiudicatezza di Mata Hari, le pene di Pamina e della Carmen. Quello della Regina della Notte è un Liebestraume a occhi aperti, rifugio e conforto.
Se capisco bene il film non ha entusiasmato la critica ma un’analisi più approfondita rivelerebbe i meccanismi nascosti che lo rendono un’opera d’arte.
Laddove bellezza, grazia, eleganza, suscitano ammirazione e l’ammirazione si traduce in stima e fascinazione, la voce sgraziata di Marguerite genera sgomento in chi l’ascolta cantare. I soci del circolo di cui fa parte, ridono alle sue spalle. Il marito la trova ridicola. L’estetica della fascinazione sembra essere imprenscindibile dalla bellezza che la suscita, ma la bellezza risiede negli occhi di chi guarda e sarà proprio attraverso uno sguardo innamorato che la voce di Marguerite acquisterà quella grazia ed eleganza che consacreranno i suoi più grandi talenti, tenacia e passione.