Henri Matisse. Interior with Goldfish, 1914
Henri Matisse. Interior with Goldfish, 1914

Quando sono venuta per la primissima volta a vedere l’appartamento in cui abito adesso e il locatore mi ha portata nella camera che ho poi preso in affitto, ho avuto immediatamente l’impressione di trovarmi in un posto conosciuto, particolarmente familiare. L’unica finestra in tutta la camera dà a un alto muro di abeti che perimetra per lunghezza il distretto dell’accademia aeronautica. Appena sotto scorre un traffico interminabile di automezzi e motorini. Alle pareti del palazzo non sbatte il sole che per un paio d’ore al giorno e di notte la camera s’infesta di luci e di ombre. Ho titubato parecchio prima di decidere se prenderla in affitto. Quando ho iniziato a cercare una camera avevo in mente un posto illuminato, pareti bianche, ampi spazi. Eppure questa tappezzeria rosa antico che fodera le pareti, la solidità dei mobili in legno massello, questa disarmonia di suoni che come bolle entrano dalla finestra, vacillano e poi si disperdono nell’aria. Tutto di questa casa mi è familiare. C’è un che di decoroso nell’intimità raccolta fra queste pareti in cui non arriva mai il sole. Chi vi ha abitato prima deve avere molto sviluppato l’immaginazione, e io che vedo un muro attraverso la finestra riesco a pregustare meglio il piacere dell’evasione.

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