Willem de Kooning - With Love - 1971
Willem de Kooning. With Love, 1971

Credo di avere individuato l’esatto momento in cui ho per la primissima volta deluso le aspettative di un uomo. Deve essere stato quando ho iniziato a parlare e detto Mamma, anzichè Papà. A mio padre non deve essere piaciuta questa mancanza di rispetto e considerazione. Si deve essere chiesto se quella cosetta minuta e inerme, seduta in un seggiolino, potesse davvero essere figlia sua. Deve essersi sentito disorientato perchè io non ho riconosciuto il suo nome. E mio padre, che pure specchiandosi in me riusciva chiaramente a vedere altrettanto minuto e inerme se stesso, non ha riconosciuto la mia parola. Da quel momento deve essersi sentito estraneo a me non meno di quanto io mi sono sempre sentita estranea a lui. Ch’io abbia senza volerlo disilluso un sogno segreto dei suoi?
Le cose si sono complicate ulteriormente quando ho iniziato a esprimermi utilizzando più parole, ho iniziato a organizzarle insieme secondo logica, mi sono appropriata del linguaggio, ho iniziato a usarlo a modo mio seguendo le regole della mia grammatica interiore. A quel punto non parlavamo neanche più eccetto che per quelle volte in cui ci recitavamo a vicenda un lungo repertorio di accuse e rimproveri riconoscibile a entrambi. Non mi ricordo neanche più per quali sciocchezze perchè il nocciolo della questione consisteva specialmente nello stabilire chi fra i due avesse ragione. Io mi rifiutavo di riconoscere la sua autorità, lui di riconoscere la mia parola. Almeno su questo eravamo entrambi in torto. Il fatto è che per una bambina è difficile riconoscere la paternità a priori. Quello con la madre è un legame di reciproca simbiosi, di mamma si conosce tutto a memoria prima ancora di saperlo e di riuscire a esprimerlo a parole. Mamma la si potrebbe riconoscere fra milioni di donne al mondo appena dall’odore, dal più impercettibile suono che proviene dal suo corpo. Il riconoscimento della paternità non avviene che per induzione, per intuizione. E’ un lento e lungo processo. E mio padre non deve avere perdonato il duro lavoro che gli sarebbe dovuto toccato fare per confermare il ruolo che la mia nascita gli ha senza volerlo veramente assegnato. Non tutti gli uomini sono figli degli dei, destinati a diventare un mito. Se solo avessi capito che rimproverarlo di essere un uomo pigro non ha fatto che rendermi oltremodo incomprensibile giacchè mio padre non ammette di sentirsi dire da una donna che è un uomo chiuso in se stesso incapace dello sforzo che occorre fare per aprirsi e fare spazio dentro se stesso per accoglire l’altro. Se fossi stata sua madre, avrei dovuto educarlo a riconoscere in sè le emozioni e a esprimerle liberamente. Avrei dovuto spiegargli il perchè di questa e di quella, il fatto che per quanto dolorose o belle le emozioni vanno vissute, manifestate e condivise. Non c’è un vincente, siamo tutti destinati a morire. Non c’è un perdente, siamo tutti destinati a fallire. Ognuno di noi è destinato a un’avventura meravigliosa, che è la vita stessa e il desiderio di viverla con coraggio e passione. Chissà, se gli avessi insegnato questo e altro ancora mio padre avrebbe potuto apprendere la maniera di riconoscersi nella mia parola e riconoscere me attraverso di essa.
Per molti anni il silenzio è stato fra noi l’unico tramite di comunicazione.