Pare Dieudonné M’bala M’bala, noto comico francese già in passato accusato di antisemitismo, è stato stamattina messo agli arresti domiciliari con l’accusa di apologia del terrorismo per aver detto su Facebook che si sente Charlie Coulibaly (da Charlie, come sappiamo nome del giornale satirico, e Coulibaly, cognome del terrorista autore della strage nel supermercato ebraico). Alla faccia della libertà di parola.
E’ davvero interessante osservare il mondo attraverso le tante finestre che ognuno di noi apre ogni volta che avvia dal proprio computer un sistema operativo. Da questo punto di vista i social network rappresentano un’eterogenea assemblea di partecipanti divisi in unità o gruppi, nel caso dell’attentato a Parigi, compatti a sfavore o favore di questa o quell’altra posizione idealogica. Bisogna guardare a queste assemblee con grande attenzione e mai sottovalutare l’influenza che esercitano sugli eventi che raccontano la storia del nostro tempo. Assemblee di massa come queste rappresentano inoltre per i governi il terreno fertile dove piantare idee da alimentare perchè diventino convinzioni radicabili nella coscienza civile dei cittadini coinvolti nel dibattito. A questo proposito è bene ricordare gli innumerevoli studi di sociologia che spiegano il ruolo, determinante, che tanto la parola quanto l’immagine hanno avuto sulla popolazione in corso alla prima e alla seconda guerra mondiale. Per smuovere la massa occorre agire attraverso la propaganda e l’esaltazione, e questo ripetuto slogan della Libertà di parola sta scatenando tanto nel web quanto per strada il rischio di possibili agitazioni popolari.
I francesi, cui moderno patrimonio culturale risale ai moti di rivoluzione che nei secoli scorsi hanno reso possibile la nascita della propria costituzione, ne stanno facendo una questione di principio, di vita o di morte. Considerato l’elevato numero di musulmani residenti in territorio francese e le ragioni rivendicate dai terroristi islamici, non mi sorprenderebbe apprendere da qui a domani la notizia di un conflitto destinato ad avere ripercussioni mondiali.
Lo slogan Libertà di parola produce in molti un brivido di eccitazione perchè rimanda a una condizione svincolata da tutte quelle restrizioni che normalmente precludono all’uomo di esercitare la propria volontà in nome del libero arbitrio. Ma per comprendere il significato del sostantivo libertà occorre a mio parere considerare prima i suoi contrari. E’ libero ciò che non è legato, vincolato, servo, schiavo, sottomesso, assoggettato, oppresso, schiavizzato. Questo è quanto riferisce il dizionario. Libero è un paese affrancato dalla tirannia, sinonimo di dittatura. Se non è sotto tirannia, un paese si dice democratico, sinonimo di popolare. Ma bastasse un regime democratico per grarantire ai cittadini uno statuto di libertà. Quale paese libero può dirsi indipendente (sinonimo di autonomo, svincolato, incondizionato) dalle regole del mercato finanziario? E cos’è il mercato finanziario se non una dittatura che rende legato, vincolato, servo, schiavo, sottomesso, assoggettato, oppresso, schiavizzato, un paese libero?
Chiarito il fatto che nessuno stato moderno può realmente dirsi libero, certamente democratico, ma mai libero, se ne deduce di conseguenza che non v’è essere umano al mondo nelle condizioni di essere effettivamente libero. La libertà è infatti inconciliabile con le restrizioni che comporta vivere in una società, apparato di regole, codici e divieti che limitano il libero arbitrio di ogni singolo individuo. Pensare di essere un cittadino libero è una follia. Tant’è in psicologia l’origine di una nevrosi o di una psicosi deriva da una insubordinazione, presto spiegata attraverso il complesso di Edipo e di Elettra. Vi sono degli esseri umani, un bambino, una bambina, che in età compresa tra i 3 e i 5 anni, riconoscono in sè delle pulsioni rivolte verso la madre e verso il padre. Il bambino e la bambina desiderano istintivamente la madre e il padre ma perchè bambini non hanno idea del fatto che possederli sessuamente significherebbe commettere un incesto, azione immorale punita dal codice penale. Occorre dunque inibire le pulsioni dei bambini attraverso un divieto perchè questi riconoscano la Legge, in un contesto familiare rappresentata dal padre e dalla madre. La legge non può essere legge se non attraverso i divieti che impone. Quanto più severo è il divieto, tanto più severa è la legge. Se l’ideantificazione dei bambini nel padre e nella madre, che rappresentano la legge, dunque un codice comportamentale che limita la libertà dei bambini a commettere un’azione immorale, se questa identificazione avviene con successo, i bambini apprendono il limite entro cui il raggio delle proprie azioni è compromesso in seguito ai divieti a cui devono, assolutamente, attenersi, altrimenti avrà origine in loro una nevrosi o una psicosi, che a seconda del percorso di crescita e dall’ambiente che li circonda avrà ripercussioni nella vita futura con esiti più o meno significativi.
La nostra più intima natura, quella più primordiale, è compromessa fin dai primi anni di vita da un lungo elenco di divieti che restringono la nostra libertà, sogno e utopia.
Per dirla in breve, siamo liberi di pensare, di esercitare il pensiero, di desiderare, ma mai assolutamente liberi di agire in conformità al nostro pensiero e ai nostri desideri.
In buona sostanza eravamo veramente ricchi e sinceramente liberi nel paleolitico, ma non potevamo saperlo ancora.

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