Quella della mattanza al Charlie Hedbo è una notizia assai triste e preoccupante. Temo arrivato per l’Europa il momento di pagare un debito in conto dai tempi della guerra del Golfo. Partita negli anni ’90 come un conflitto di interessi prevalentemente politici ed economici, la disputa fra Occidente e Oriente si è andata via via avviluppando in una matassa intricatissima di rivendicazioni ideologiche perpetrate attraverso il terrorismo. Mediatico e di fatto. La faccenda è complicata e l’assassinio è un crimine del quale è difficile perdonare le motivazioni. A maggior ragione se si tratta di un attentato o un’azione bellica, implementati o subiti in larga scala dalla popolazione.
Se capisco bene Hollande parla di attacco alla libertà di parola, intendendo con questo assioma il limite sconfinato entro cui la parola può, secondo principio, ‘rotolare’ indisturbata senza doversi minimamente preoccupare di ‘colpire’ la sensibilità di chi inevitabilmente, suo malgrado il più delle volte, la riceve. Mi viene da pensare. Non vedo perchè la parola non debba preoccuparsi di essere anzitutto responsabile e rispettosa, prima di reclamare la libertà che si auto-attribuisce nel momento stesso in cui fa per scagliare il proprio significato verso chi la subisce ricevendola. Sarò libera di parlare ma anche di non volere ascoltare quello che l’altro, libero quanto me, ha da dirmi. Da questo punto di vista sbaglio io o sia me che l’altro abbiamo entrambi la stessa libertà. Di parlare, di non volere necessariamente ascoltare la parola. Dunque capire, non volere capire, fraintendere. A seconda del grado di apertura mentale. Allora è inevitabile pensare che il conflitto fra chi parla e chi ascolta deriva principalmente dal linguaggio e dall’uso più o meno inappropriato che se ne fa. Nel caso di una faccenda così seria come la diatriba tra Occidente e Islam la questione si complica ulteriormente perchè a essere messo in discussione è il patrimonio non solo ideologico ma anche linguistico di due entità culturali radicalmente differenti. Difficile comprendersi finchè da una parte e dall’altra non c’è un’effettiva, concreta, voglia di rendersi disponibili al dialogo attraverso l’accurato utilizzo di un linguaggio comune.
Tout comprendre, c’est tout pardonner, come diceva qualcuno.
Giusto ieri mi è capitato conoscere una donna araba seduta in una panchina in Piazza Libertà. Curioso. L’ho vista piangere e disperarsi. Non ho potuto fare a meno di avvicinarmi a lei. Saida capisce e parla poco l’italiano. Lo stesso io il francese. Di fatto siamo riuscite ad avere uno scambio, una qualche forma di comunicazione. Saida ha perso il lavoro, si sente spacciata. Sapesse quante volte, vivendo all’estero, ho provato lo stesso sconforto sentendomi perduta. Non servono le parole per comprendere la disperazione, cosa vuol dire. Nè una comune affinità religioso-ideologica per intuire il disagio della sofferenza. Credo proprio faremmo bene a contribuire alla pace riconoscendo nell’altro l’essere umano che è in ognuno di noi.