The Goldfinch, Carel Fabritius, 1654
The Goldfinch, Carel Fabritius, 1654

Il verbo è abbandonare e nei suoi componimenti Mark Strand lo coniuga spesso nella forma passivo-riflessiva. Abbandona la speranza, si sente abbandonato dalla stessa. Si arrende al vuoto, smette di lottare. Allora tutto è mancanza, nostalgia, e leggere le pagine di Quasi Invisibile ricorda il peregrinare senza meta di un uomo rassegnato al destino che dal 2012, anno in cui è uscita la raccolta, lo condurrà alla morte, il 29 novembre 2014.
E’ davvero curiosa questa perdita di significato che molti di noi sperimentano più o meno occasionalmente nel corso della vita. Capisco ha in parte a che fare con il risentimento. Ognuno dei miti a cui si è voluto credere, cadono. Prima o poi cade il mito del padre. Quello di Dio. Quello dello Stato. E con essi viene meno la fede, nell’amore, nella fratellanza. Molto spesso ci si isola e isolandocisi inizia a prendere forma un altro culto, che è l’esaltazione della propria miseria. Un’eresia, a ben pensarci. Un torto a se stessi e nei confronti della vita.
No. Voglio pensare il mondo ha così tanto da offrire da rimediare a qualsiasi mancanza. Il vuoto è tale perchè si oppone alla pienezza e una vita piena è il risultato di una scelta incoraggiata dalla volontà. E’ vero o no?
Fra i tanti componimenti contenuti in questa raccolta mi piace ricordare specialmente questo:
L’antica epoca della nostalgia
Quelle ore concesse al crogiolarsi nel lucore di un futuro presunto, dell’essere trascinati via in torrenti di promessa da un amore o una passione così intensi che ci si sentiva cambiati per sempre e convinti che anche la più minuscola particella del mondo circostante fosse carica del proposito di un’impossibile grandeur; ah, si, e si sarebbe guardato all’insù tra gli alberi e ci si sarebbe sentiti elettrizzati dal fiume sprigionato dal vento che faceva cascate del fogliame pallido, dorato, e dal cinguettio acuto e melodioso di innumerevoli uccelli; quei momenti, così numerosi e così remoti nel tempo, tornano ancora, ma brevi, come lucciole nell’afa fragrante di una sera d’estate.