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Niente. Neanche questa mattina sono riuscita ad estorcere al barista del Sant’Eustachio il segreto del loro caffè. Certo, dev’essere la combinazione di più elementi che vanno dai semi della pianta, i chicchi, che ho scoperto provenire dal commercio equo e solidale del sud America; la miscela, risultato di una mistura di diverse varietà aggiunte ciascuna in percentuale variabile; la tostatura, che viene ancora effettuata in una tostatrice vecchia ormai di 67 anni; per non parlare delle condizioni in cui la macchina del caffè deve essere tenuta, l’acqua, a che temperatura? la pressione, a quanti BAR? insomma che succede quando l’ambiente è troppo secco, o troppo umido? Ditemi quali sono le condizioni ideali perchè la miscela possa risultare nella bevanda squisitamente cremosa che magicamente viene fuori alla fine di tutto questo processo di coalizioni destinato a deliziare noi estimatori. E io ci provo a corrompere Minar coi miei dolci, seppur diabolici, occhioni a cuoricino, ma niente. Minar non vuole saperne di accontentarmi. Sarà l’amore, il segreto? Ma si, convinciamoci di questo. Lui intanto se la rideva a cuor leggero, e anch’io, sotto i baffi.