Skip Lawrence
Skip Lawrence

Erano le 4 del mattino quando ho iniziato a scrivere convulsamente le considerazioni che seguiranno. L’ora degli sproloqui, appunto. Del tu per tu con la propria coscienza. Che l’intuizione derivi dalla nostra innocenza, mi ha dato da pensare. E siccome non avevo voglia di arrovellarmi oltre con questioni personali di dubbio interesse, ho deciso di distrarmi ed esercitare la logica in altra maniera. Pertanto

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Sono davvero pochi gli intellettuali che a dispetto di una puntigliosa formazione culturale rimangono fedeli al proprio Io? Meglio non hanno strozzato il bambino capace ancora di un certo stupore e di una genuina e naturale propensione tanto al piacere quanto al godimento? Concettualmente, volendo fare riferimento a uno dei principi base su cui Freud fonda lo studio della psicologia, Eros e Thanatos, allora è a mio parere interessante considerare l’esistenzialismo come antitesi filosofica di un’indagine speculativa volta più a disinibire le resistenze interiori che mi impediscono di scrivere che a fare emergere un dibattito di idee approfondito e pertinente al caso. Lettore avvisato.

Parlando di esistenzialismo, mi viene da pensare a Sartre, cui godimento discorsivo trae piacere nella sublimazione e attraverso la sublimazione, possibile grazie a un tempestivo e paziente lavorio intellettuale più simile a un atto di masturbazione che a un processo cognitivo rigoroso, tanto nella forma quanto nei contenuti. La masturbazione è a ben pensare un atto scomposto, ma non per Sartre, capace di un sofisticato contenimento. Sartre rifiuta i miti, si dice un uomo libero, padrone, volente o nolente, di un destino che converge nel nulla e annienta uno dei fondamenti su cui la dottrina cristina fonda secoli di perniciosa educazione spirituale, ovvero il fine ultimo. Per Sartre la scrittura è anche provocazione e attraverso di essa il bambino compie quell’atto di ribellione necessario alla propria evoluzione intellettuale. Il bambino Sartre non solo uccide il padre, diventa il padre. Si sostituisce alla legge. Diventa la Legge. Dunque redige la costituzione del movimento esistenzialista, essendone lui fondatore, garante e Giudice severo. Eppure di Sartre tutto si può dire meno che non sia stato un uomo oltre che passionale anche generoso. La lettura di Sartre esige un immenso sforzo di concentrazione in cambio del quale è possibile godere di un piacere squisito che induce quasi alla liberazione. Leggendo Sartre è dolce morire.
Ad avere pudore del proprio godimento, e al tempo stesso di provocarne, era Camus. In Camus c’è un candore (probabilmente rimasto tale perchè indirizzato nel corso della propria formazione a più alte forme di meditazione spirituale stimolate in lui dallo studio di Sant’Agostino) che si esprime attraverso la contemplazione dei propri dubbi in ossequiosa coscienza circa i limiti che sono propri dell’essere umano. Niente a che fare con la sbruffoneria/padronanza espressiva/autorevolezza di Sartre (ogni tanto contro di lui impercettibili singhiozzi di risentimento. Il bambino che accenna a ribellarsi al padre ma non ha e non avrà mai il coraggio di ucciderlo). Di Camus bisogna apprezzare la discrezione, quando l’ottimismo. Quella spontanea propensione alla finitezza che ognuno di noi avverte come un fastidio e in alcuni casi converge nella negazione della vita perchè abbisso oltre il quale l’istinto si rifiuta naturalmente di sprofondare. Pur dovendoci, prima o poi, finire dentro. Leggendo Camus si è più propensi a provare compassione, che piacere.
A essere infermo nel corpo, mai nello spirito, è Cioran. Un uomo profondamente inquieto. In lui il bambino piange disperato. Non smette di gridare e agitarsi nella notte. Il conflitto tra padre e figlio è acceso, ma in termini di rivendicazione. La vita sembra agli occhi di Cioran un torto subito e questi non può fare a meno di rimproverarglielo e rifacciargli lo stato in cui lo ha ridotto. Cioran è fra tutti l’esistenzialista cui libido è più repressa e si manifesta nell’inconscio dell’adulto attraverso visioni apocalittiche, catastrofiste, distruttive. Cioran ha coscienza della disgrazia in cui Adamo ed Eva sono piombati da quella volta in cui il Creatore ha offerto loro l’opportunità di una gioia eterna e senza dolore, e per questo li maledice, e segretamente maledice il Padre per averlo indotto alla tentazione di credere e sperare nella felicità. Se Adamo ed Eva non avessero conosciuto le delizie del Paradiso, non si tormenterebbero troppo di rimpianto. Non conoscerebbero neanche il significato di rimpianto e così, ignoranti, cesserebbero di desiderare. Il desiderio è per Cioran motivo di tormento che trova consolazione soltanto attraverso la morte dei sensi. Tant’è in molti dei suoi saggi accenna a Schopenhauer e alle filosofie orientali che predicano l’annullamento delle passioni. ‘L’uomo non ami nulla e sarà invulnerabile’, come prescrive Zhuang-zi.
Eppure c’è qualcosa nella scrittura di Cioran, una puntualità di giudizio che prescinde la contraddizione e rende impertinente ogni possibile obiezione, una lucidità di vedute che intorpidisce ma consola allo stesso tempo. Non so se è bene indugiare nella lettura dei suoi saggi; la prosa è troppo elegante, le provocazioni troppo argute, il piacere che se ne ricava sottile e insopportabilmente sincero. Sapersi intuiti, riconoscersi nella tensione che anticipa la parola e rende il linguaggio quella voce amica, conosciuta, familiare, di cui non si può fare a meno di avere bisogno.
In definitiva tante chiacchere, è vero, inutili. Laddove il desiderio, lì la morte. In mezzo la vita, oltre la parola. Di proposito sarà bene iniziare lo studio di Lacan.