Qualcuno lo definisce rincoglionimento, dei più penosi, mentre io sono convinta c’è dell’eroismo nell’ostinazione di chi brama per un amore non corrisposto e soffre le pene del rifiuto. Tanta ostinazione vale a elevare la dignità di chi abbraccia con tenacia gli ideali di una causa già persa in partenza ma per cui vale la pena scomodare l’indifferenza degli dei. Si trattasse di amor proprio, a dire del Duca di La Rochefoucauld il movente di tutte le azioni, o più semplicemente di frustrazione repressa, facilmente ovviabile per mezzo del salvifico chiodoschiacciachiodo, rimedio d’evasione emotiva di sicura efficacia nelle questioni d’amore. Maledetta sarebbe la speranza, sentimento indispensabile alla vita di chi ripone Fede nell’oggetto del proprio amore. L’oggetto del proprio amore diventa allora una terra misteriosa e inesplorata, che risveglia nel nostro eroe, nella nostra eroina, il desiderio di avventura, il capriccio del possesso, la taumaturgia dell’inatteso momento di gioia pura tanto sognato. Lì, in quella terra, il cielo è più terso, l’acqua più cristallina, i frutti più dolci, i colori più accesi. Persino le selve oscure e le notti più buie acquistano di fascino e non incutono nel nostro eroe, nella nostra eroina, la benchè minima paura, il benchè minimo presagio di inquietudine e nostalgia. Pur di conquistare quella terra, i nostri eroi si dicono disposti a rinunciare persino alla propria libertà. Pur riconoscendosi oppressi da un sentimento di perenne negazione, i nostri eroi sanno non avranno pace finchè non verrà loro riconosciuto ciò che avvertono essere un diritto, indispensabile al fine della propria missione, il diritto di essere amati. Quale follia.