Sfogliare le pagine di una qualsiasi rivista letteraria italiana è frustrante e la polemica sempre la solita. Pare non esistono più gli scrittori di una volta, gli intellettuali di una volta. La critica letteraria nostrana ha nostalgia del romanzo borghese e anti-borghese, dei tempi in cui imperava un padre/padrone contro cui era necessario ribellarsi, dei tempi in cui bisognava opporsi alla morale cattolica, proporre iniziative nelle sedi di partito, prendere una posizione, lanciarsi nel dibattito come kamikaze imbottiti di ideali. Erano i tempi in cui la cultura era prevalentemente di sinistra, il partito comunista spingeva per l’alfabetizzazione delle masse, inneggiava alla libertà di parola e il capitalismo era un mostro a quattro teste e sei gambe goloso di anime morte. Le anime morte andavano ridestate, consapevolizzate, educate, per questo agli intellettuali, agli scrittori, veniva ancora affidato il ruolo che nell’odierna società dei consumi è stato soppiantato dalla pubblicità. In pochi tuttavia hanno il coraggio di prendersela coi lettori, che in buona sostanza veicolano le sorti del mercato editoriale e dei quali è certamente preferibile avere l’approvazione. Ma se al lettore medio, moderno, importa poco della letteratura, viene da chiedersi perchè i critici non se ne rallegrano ma ne fanno un dramma. Laddove le arti sono soggette alla riproducibilità di massa e il valore delle stesse dipende dal prezzo che impone il mercato, la letteratura rimane ancora uno dei pochi beni di valore che non produce guadagno economico ma spirituale, cui contenuti – stile, aneliti, tensioni, conflitti- non sono riproducibili meccanicamente, cui dignità non è quotabile in borsa. La letteratura rimane ancora uno dei pochi beni di valore apprezzato da una nicchia di pochi ma appassionati estimatori, ed è un sollievo saperlo tanto più prezioso quanto più raro.