Cannolo. ‘Tubus farinarius, dulcissimo, edulio ex lacte factus’, avrebbe detto Cicerone nel 70 a.C. in occasione del suo soggiorno da questore in Sicilia. Leccornia degli dei. Deliziosissima metafora d’amore. La cialda, callosa eppure friabile, che rappresenta il maschio e avvolge entro se stessa la voluttuosità cremosa della femmina, dolce ripieno alla ricotta farcito di gocce di cioccolato o canditi. Cosa priziusa.
L’altro giorno ho scoperto vicino casa la mecca dei miei peregrinaggi libidinosi, un baretto fagocitato nell’antro di alti caseggiati e negozi d’oggettistica, con esposte in vetrina una varietà incredibile di tentazioni formato mignon. Sfogliatine, bignè, profitterol, e cannoli. Tanti cannoli. Amabilissimi cannoli preparati apposta per riportarmi in vita dopo una giornata di estenuante lavoro. Non è chiaro se il cannolo è tanto più buono quanto più desolata mi sento io. Quello che ho mangiato stasera aveva il sapore di una passeggiata dentro il labirinto di pertugi, panni stesi e cortili di Ragusa Ibla.

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