Stamattina da sveglia ho pensato al fatto che alcune relazioni sentimentali possono essere in tutto paragonate a quei videogiochi a piattaforma in cui la dinamica del gioco implica il superamento di innumerevoli livelli, via via più complessi e articolati a seconda dell’esito. Da bambina ero un asso a Super Mario 1 e 3. Il 2 non mi piacque molto. Ricordo trascorrevo pomeriggi interi davanti allo schermo, a costo di slogarmi i pollici, indebolire la vista e avere allucinazioni al buio. Dovevo superare il livello e, nella fattispecie, salvare la Principessa Peach, adorabile stronzetta finita chissà come tra le braccia grassocce di quel pallone gonfiato di Bowser. Quante arie.
A pensarci adesso il meccanismo del gioco riflette alla perfezione la vita nella sua più estenuante bizzarria. C’è un uomo, un idraulico, d’animo nobile, che pur di conquistare le grazie di una bella principessa si lancia in una mirabolante avventura all’insegna dell’ignoto. La natura, matrigna, si ostina ad avversarlo, sebbene la determinazione del nostro eroe è tale da consentirgli di superare qualsiasi avversità. Perchè Mario succeda nell’impresa occorre allenarsi, tentare e ritentare, morire e rinascere, ed è attraverso questo meccanismo che il gioco si rivela in tutto il suo impeccabile realismo. Rispetto a un Koopa Troopa che senza un’apparente ragione ti si fionda contro ad alta velocità, bisogna sapere individuare il momento giusto in cui saltare per scansarlo, pena la morte. Quante volte avrò perso la vita bruciata viva dalle palle del Fiore di fuoco, maledetto. Bisogna correre, procedere con cautela, abbassarsi nel momento giusto, saltare da burrone a burrone, schivare. Non arrendersi, mai. Soprattutto, avere fede. E’ questo che fa la differenza. La fede, incrollabile. Niente distrazioni, nessun cedimento, niente paranoie, solo determinazione e tanta volontà. Giusto. Ma chi mi assicura la Principessa Peach non ha già un affair con il fungo Toad? E poi, per tutti i bonus della terra, se qui c’è una First Lady, quella sono io. Io. Io!