Picture from The Book of the City of Ladies
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E’ una buona domenica quando il sole 24 ore pubblica un articolo su Christine de Pizan, nota specialmente alle femministe perchè una delle prime scrittrici di professione, se non la prima, nel panorama letterario francese tra il XIV e il XV secolo. Come riporta l’articolo. Ho più volte letto riferimenti alla Città delle Dame, opera che ha consacrato la sua fama, ma non ho ancora avuto l’occasione di recuperare il testo integrale, che, inutile a dirsi, fa dell’utopia una possibilità. Se nell’immaginario di Boccaccio la donna è un essere carnale, mai divino, mai angelicato, incline a ogni genere di vizio, eccesso e perversione, ne la Città delle Dame, la donna, d’animo nobile, non importa se una dama o una popolana, si distingue per le sue alte virtù morali. ‘Nella città fortificata e costruita secondo le indicazioni di Ragione, Rettitudine e Giustizia, la Pizan racchiude un elevato numero di sante, eroine, poetesse, scienziate, regine ecc. che offrono un esempio dell’enorme, creativo e indispensabile potenziale che le donne possono offrire alla società.’ (1)
Volendo considerare la città delle Dame un falansterio, Christine de Pizan è ovviamente il capo azienda, la Beatrice di Dante è il consigliere delegato, la Laura di Petrarca e Simone Weil le executive manager. La rivoluzione sessuale degli anni ’60 del ‘900, la legge sul divorzio, la legge sull’aborto, la pornografia, l’edonismo, rappresentano sciagure socio-culturali troppo lontane nei secoli per essere anche solo minimamente sospettata nel Medioevo e scongiurate anzitempo con le dovute precauzioni e penitenze.
Nella città delle Dame le donne studiano, pregano, lavorano e si guardano bene dal cadere in tentazione mangiando la mela del peccato. Il cobra non è un serpente, ma un pensiero latente, che -come tale -corrompe lo spirito ed è motivo di disonore. Guai dunque a farsi sedurre da un cavaliere errante e dal suo amore cortese.
A Jean de Meun che tra il 1275 e il 1280 scrive il Roman de la Rose, trattato sulle regole dell’amore cortese, la Pizan risponde nel 1403 con il Livre du Duc des vrais amants, ‘sorta di riscrittura del Roman de la Rose che rivela il carattere fallace della finzione cortese.’ (2)
troubadoursA questo proposito è interessante citare il saggio di Denis de Rougemont, L’amore e l’occidente, che nella fattispecie prende in esame il mito di Tristano e Isotta, emblema dell’amore cortese, o come il filosofo tiene a sottolineare, emblema dell’amore per l’amore, che andrà a influenzare la letteratura dal Medievo fino ai giorni nostri. Delirio e morte, passione e distruzione, folgorazione e rovina, Sturm und Drang. L’amore come rischio, come avventura e ostacolo, l’amore che in alcuni casi disobbedisce ai doveri coniugali sanciti dal matrimonio e si consuma attraverso l’adulterio. L’amore tragedia di Anna Karenina.
Di fronte a una visione così esagitata dell’amore, presa in prestito tanto dalla letteratura quanto dal cinema (pur consolidata nel teatro), ciò che a mio avviso manca di esser preso in considerazione nel saggio di de Rougemont è l’idea del matrimonio come patto, accordo, specie nel Medioevo di convenienza. Ovvio immaginare le dame di corte morbosamente attratte dall’amore cortese se dal loro canto venivano date in spose a uomini cui idea del matrimonio aveva finalità di tipo economico e politico.
E’ pur vero l’amore, come anche la felicità, altro non sono che un’invenzione, dei poeti per esprimere tensioni verso l’infinito, il perfetto, sottese dalla fantasia, mai pienamente soddisfatte nella realtà. Eppure che bello bruciare di passione. Desiderare. Volere. Languire. Tra le ragioni della ragione e quelle del cuore, c’è pur di mezzo un corpo, coi suoi istinti, con le sue pulsioni e il desiderio insopprimibile di ricevere e di dare. Non c’è niente di più irrazionale del matrimonio. E’ si l’amore un incantesimo.

(1) Wikipedia
(2) da L’amore, che cosa irragionevole, pubblicato ne il sole 24 ore, il 16.02.2014
Con le donne al potere – Il Sole 24 ORE