John La Farge, Flowers on a Japanese Tray on a Mahogany Table, 1879

John La Farge, Flowers on a Japanese Tray on a Mahogany Table, 1879

Non è chiaro com’io sia riuscita a scoprire Philippe Jaccottet, a proposito di cosa ho letto di lui, ma di fatto mi ritrovo in libreria una delle sue raccolte di poesie pubblicata nel 2001. Wikpedia riferisce a lui come a un critico letterario, plurilingue, traduttore di numerosi autori fra cui Musil e Leopardi, più volte candidato al premio Nobel. Altro non so.
E, tuttavia ha il tono intimistico di un diario fitto di pensieri spesso nuvolosi, spesso piovosi, sulla vita, sulla morte. In una sezione intitolata Ai convolvoli dei campi, Jaccottet dedica svariate osservazioni sulla delicatezza di questi fiori che visti dai suoi occhi appaiono ai miei di una bellezza che rende insopportabile l’attesa di questa primavera che pare non arrivare mai

Quel che si apre alla luce del cielo: questi fiori, rasoterra, come un’oscurità che svanisse, così come il giorno si leva.
Convolvoli dei campi: altrettanti discreti annunci dell’alba sparsi ai nostri piedi.
Altrettante bocche infantili che dicono ‘alba’ rasoterra.
O anche modeste coppe ai nostri piedi, e per bere che cosa?

Ogni fiore che si apre, si direbbe che apra i miei occhi.
Nella disattenzione. Senza alcun atto di volontà da una parte o dall’altra.
Apre, nel proprio aprirsi, un’altra cosa, molto più di se stesso. E’ il presentirlo che ti sorprende e ti mette allegria.
Proprio quando ti capita ormai, in alcuni momenti, di tremare, come qualcuno che abbia paura, e che creda o pretenda di non sapere perchè.