Più che delle persone, negli ultimi tempi sono curiosa di sapere l’opinione delle cose. Potessero questa tastiera, questo accendino, queste pareti, esprimersi, sono certa verrei a conoscenza di una tale moltitudine di fatti da smentire le convinzioni che ho maturato circa me stessa in 32 anni di scrupolosa contemplazione. Potessero l’asfalto, i pali della luce, i muri, gli aghi, esprimersi, la realtà acquisirebbe quel senso che il linguaggio di noi umani ha depredato del suo significato più intrinseco e talvolta inconcepibile dalla ragione.
Che gli oggetti non abbiano un’opinione è un fatto del tutto inopinabile, ma che abbiano introiettata in essi un’anima è una possibilità che stuzzica l’interesse della mia immaginazione e appare ai miei occhi più plausibile di tante dissertazioni circa la presunta o meno collocazione dello spirito da qualche parte nel corpo umano.
Dunque l’esperimento di oggi consiste nello stabilire un’intima comunicazione tra me e gli oggetti. In modo da rendere meno opprimente la solitudine di questa notte ed esercitare qualità quali l’intuizione e la deduzione. In buona sostanza mi occorre aprire il frigo affamata, per interpretare ciò che gli scaffali vuoti sembrano farfugliare con biasimo e aria di disappunto. E’certamente il caso, domani, di fare la spesa. Frigo premuroso. Ancora, mi occorre guardare allo specchio per dedurre il silenzio che ne consegue non è mai tanto imbarazzante quanto vedervi riflessa un’estranea. Considerato del trio io sono l’intrusa.
Considerato anche che sono quasi le 3 del mattino – a dire del quarto intruso, l’ora in cui è sempre troppo presto o troppo tardi per qualsiasi cosa noi si voglia fare-, intuisco e deduco la conversazione più interessante sarà quella fra me e il cuscino. Come cantava la Fitzgerald
If my pillow could talk
imagine what it would have said
Could it be a river of tears I cried in bed?
L’ultima delle cose che ho voglia di sentire, Ella.