Anais Nin
Il titolo è audace e crea sensazione, ma si tratta d’una lepidezza efficace e non priva di significato simbolico atta a provocare un’immagine volutamente dissacrante e molesta; attraverso questo breve romanzo in prosa lirica Anaïs Nin definisce il variegato ceppo di emozioni che qualifica la molteplicità che è propria della natura delle donne, ora madri, figlie, sorelle, amiche, amanti. Di genere femminile e maschile a un tempo. L’incesto della Nin si compie nel penetrare l’intimità di ognuna di esse eviscerando dall’interno alla superficie moti e desideri compressi in un ebbro e allucinato io che si manifesta in simboli e miti. La casa – utero, Atlantide, i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse, Bisanzio, Sodoma e Gomorra, Loth e le sue figlie (vd il dipinto di Jan Welles de Cock e questa interpretazione di Antonin Artaud che ho postato qualche tempo fa, tratta da The Theatre and its Double: Production and Metaphysics* ).
Sapendo delle amicizie della Nin, non è difficile immaginare l’impatto che la psicologia di Otto Rank e la prosa di Artaud hanno avuto sulla sua scrittura. Dice la Nin nel suo diario, datato aprile 1932 ‘ Ho scritto le prime due pagine del mio nuovo libro in uno stile surrealista’, tale è il lirismo che tiene insieme l’impalpabile consistenza della trama, difficile da concettualizzare, intensa per visionarietà e limpidezza.

La prima volta che la vidi, la terra era velata dall’acqua. Appartengo a quella razza di uomini e di donne che vedono le cose solo attraverso il velo del mare, e i miei occhi hanno il colore dell’acqua.

Guardai con occhi di camaleonte la mutevole faccia del mondo, con sguardo anonimo guardai dentro il mio io incompleto.

Ricordo la mia prima nascita nell’acqua. Intorno a me una trasparenza sulfurea e le mie ossa si flettono come se fossero di gomma. Oscillo e ondeggio, su alluci privi di ossa, protesa a cogliere suoni lontani, suoni che orecchie umane non percepiscono, a vedere cose che occhi umani non scorgono. Nata con la memoria delle campane di Atlantide. Sempre in ascolto di suoni perduti e alla ricerca di perduti colori, sempre protesa sulla soglia come chi è angosciato dai ricordi, cammino nuotando. Fendo l’aria con ampie pinne e nuoto attraverso stanze senza pareti. Espulsa da un paradiso di silenzio, cattedrali ondeggiano al passaggio di un corpo, come musica senza suono.

Questa Atlantide si può ritrovarla soltanto di notte, lungo la strada del sogno. Non appena il sonno ricopre la rigida città nuova, la rigidità del nuovo mondo, i più massicci portali si schiudono su gong bene oliati e si entra nel mutismo del sogno. Il terrore e il godimento di delitti compiuti in silenzio, nel silenzio di slittamenti e sfioramenti. La distesa dell’acqua ricopre le cose soffocando ogni voce. Soltanto un mostro per caso mi trasportò in alto, alla superficie.

Perduta nei colori di Atlantide, i colori si sciolgono l’uno dentro l’altro senza delimitazioni. Pesci di velluto, di organza, con denti di merletto, pesci di taffetà luccicanti, di seta e piume e lanugine, fianchi di lacca e occhi cristallo di rocca, pesci dalle squame inaridite e occhi di uvaspina, occhi di albume. Fiori che palpitano sullo stelo come cuori marini. Non avvertono il proprio peso, il cavalluccio marino si muove come una piuma..

Una sonnolenza. Amavo la facilità, la cecità e la soavità del viaggiare sull’acqua che mi trasportava oltre gli ostacoli. L’acqua era lì a trasportarti come un enorme ventre; c’era sempre acqua su cui riposare e l’acqua trasmetteva le vite e gli amori, le parole e i pensieri.

Dormii molto al di sotto del livello della tempesta. Mi muovevo nel calore e nella musica come dentro a un diamante marino. Nessuna corrente di pensieri, solo la carezza del flusso e del desiderio che si amalgamano, si toccano, si spostano, si ritraggono, vagano – infiniti fondi di pace.

Non ricordo di avere avuto freddo o caldo laggiù. Di aver sofferto il freddo o il caldo. La temperatura del sonno, senza febbre nè gelo. Non ricordo di avere avuto fame. Il cibo filtrava attraverso pori invisibili. Non ricordo di avere pianto.

Sentivo solo la carezza del movimento – movimento del corpo di un altro – assorbita e perduta nella carne di un altro, cullata dal ritmo dell’acqua, il palpitare lento dei sensi, il muoversi della seta.

Amare senza coscienza, muoversi senza sforzo nello scorrere morbido dell’acqua e del desiderio, respirare in un’estasi di dissolvimento.

Mi svegliai all’alba, riversa su uno scoglio, scheletro di una nave soffocata dalle sue stesse vele.

da La casa dell’incesto, Anaïs Nin, 1958.

Annunci