Edith Piaf
Il 19 dicembre 1915 nasce, su un marciapiede di Belleville, Édith Giovanna Gassion. Destino karmico, per una figlia del popolo. La strada non l’avrebbe più lasciata, sarebbe stato il suo palcoscenico, la sua casa, il suo taccuino privato. Una delle voci più tragiche e fortunate del secolo è venuta al mondo sapendo esattamente chi era e scegliendo di non essere nient’altro: madre cantante di strada, padre contorsionista. La nonna Aïcha, che l’ha allevata, addestrava pulci. Manco a dirlo, en plein air.
Édith Piaf, nome d’arte la Môme (esile e insieme gotica, era conosciuta dagli avventori dei bistrot come «l’ugola insanguinata di un passerotto»), è stata l’icona sbagliata di Francia. Morfinomane, negli ultimi anni deformata dall’artrite, almeno una volta aspirante suicida, sovente affetta da delirium tremens. Eppure, o forse appunto, Édith Piaf. La piccola Môme sempre vestita di nero, muore l’11 ottobre del 1963. Lo stesso giorno – ma per cause diverse – di Jean Cocteau, la voce del Surrealismo. Édith, divorata dalla cirrosi epatica, si lascia prendere da un improvviso aneurisma a Grasse, la città dei profumi. A distanza di poche ore Cocteau ha un infarto: ha appena saputo della morte dell’amica, per cui aveva scritto l’elogio funebre. Quel giorno la Francia perde due grandi voci. Una delle due, quella più popolare, continuerà a ronzarle in testa, provocando pure qualche fastidio. Ora, a cinquant’anni dalla morte, dopo il documentario di Philippe Kohly che racconta amori, miserie e nobiltà di una delle icone della Francia, trasmesso lunedì scorso su France3, un libro ne ricorda il lato oscuro. Imperdonabile, perché racconta una debolezza che non consente appello. La Môme ha cantato, danzato e bevuto con i nazisti. Piaf. Un mythe français (Fayard) di Robert Belleret racconta cose che, tutte insieme, non sembrano poter appartenere a una sola vita.
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