I caratteri, Jean de La Bruyere
‘Il 1688 segna l’inizio del declino di Luigi XIV, il monarca che per mezzo secolo ha dominato la vita politica e culturale europea, e l’esordio letterario di La Bruyere, l’uomo che più di ogni altro scrittore del suo secolo ha vissuto a corte, ma nell’ombra e nella solitudine. Una coincidenza cronologica casuale ma significativa. La Bruyere, quasi coetaneo del sovrano ( di due anni più giovane), pubblica in quell’anno i Caracteres.’

Jean de La BruyereAccademico moralista, precettore bibliotecario presso i Borboni, La Bruyere visse per oltre trent’anni a Versailles presso la Corte del Desiderato, a quei tempi forte d’una testa imparruccata ancora per poco saldamente attaccata alle spalle. D’indole introversa e contemplativa, La Bruyere prende nota di tutti i vizi, le virtù e le stravaganze dell’alta aristocrazia come del popolo francese, riassumendo smanie e tendenze sotto forma d’aforisma. Ma non solo; per rendere esauriente il ricco abbecedario del genere umano, La Bruyere divide uomini e donne in sedici sezioni che nell’insieme definiscono ‘I caratteri o i costumi di questo secolo’.
Dunque ce n’è per tutti; alle donne il bibliotecario rimprovera specialmente civetteria, mali costumi e superficialità, agli uomini le peggiori virtù del cortigiano entrato furbescamente nelle grazie del sovrano

‘A corte, accanto ai Grandi e ai ministri, sia pure i meglio intenzionati, occorrono dei bricconi; ma il loro utilizzo è prudente e bisogna saperli manovrare. Vi sono momenti e circostanze in cui non possono essere sostituiti da altri. Onore, virtù, coscienza, qualità sempre rispettabili, spesso inutili; che farsene, a volte, di un uomo integerrimo?’

Lo stile della scrittura è raffinato, mai perentorio e imbastito di tutti pizzi e merletti grammaticali che nell’insieme valgono a deliziare e tollerare il puntiglio che La Bruyere esercita nel giudicare, disapprovare e chissà, attraverso la denuncia, in cuor proprio facendo le veci di Dio, redimere.

75.
Ascagne è scultore, Hegion fonditore, Eschine follatore e Cydias uomo d’ingegno, è la sua professione. Ha un’insegna, un laboratorio, lavori su ordinazione e compagni che lavorano alle sue dipendenze: non potrebbe consegnare le stanze promesse prima di un mese senza mancare di parola a Dosithee che gli ha ordinato di comporre un’elegia; un idillio è in corso d’opera, è per Crantor, che lo stampa, lasciandogli sperare in un ricco compenso. Prosa, versi, cosa desiderate? Riesce ugualmente in entrambi i generi. Chiedetegli lettere di consolazione o ispirate a un’assenza, lui vi porrà mano; compratele già fatte ed entrate nella sua bottega, c’è di che scegliere. Ha un amico la cui unica funzione in terra è quella di prometterlo a lungo a un certo ambiente e presentarlo finalmente nelle case come uomo raro e di squisita conversazione; e qui, così come il musico canta e il liutista suona il suo strumento davanti alle persone cui è stato promesso, Cydias, dopo aver tossito, dopo essersi aggiustato il polsino, dopo aver teso la mano e aperto le dita, gravemente infila sottilissimi pensieri e sofisticati ragionamenti. A differenza di quanti, concordi sui principi e edotti sulla ragione o verità, che è una sola, si rubano la parola l’un l’altro per accordarsi sulle loro opinioni, egli apre bocca se non per contraddire: Mi sembra, dice garbatamente, che sia proprio il contrario di quanto dite; oppure: Non potrei essere del vostro avviso; o anche: Un tempo è stata la mia idea fissa, allo stesso modo in cui ora è la vostra, ma…, soggiunge, bisogna considerare tre cose…, e ne aggiunge una quarta; melenso conversatore, non ha ancora messo piede in un salotto che subito cerca donne tra cui intrufolarsi, con cui agghindarsi del proprio spirito o della propria filosofia e mettere in opera le sue rare concezioni; perchè, sia che parli o che scriva, non lo si deve sospettare di prefiggersi nè il vero nè il falso, nè ciò che è ragionevole, nè ciò che è ridicolo: evita semplicemente di orientarsi verso l’opinione altrui e di essere dell’avviso di chicchessia; sicchè in un circolo aspetta che ognuno si sia espresso sul tema che si è presentato, o che spesso egli stesso ha introdotto, per esporre dogmaticamente cose inaudite, ma a suo avviso decisive e irrefutabili. Cydias si mette allo stesso livello di Luciano e Seneca, si pone al di sopra di Platone, Virgilio e Teocrito; e il suo adulatore ha cura di confermarlo ogni mattina in questa opinione. Legato per gusto e interesse ai denigratori di Omero, aspetta tranquillamente che gli uomini, disingannati, gli preferiscano i poeti moderni: nel qual caso si pone in testa a questi ultimi sapendo a chi aggiudicare il secondo posto. In una parola, è un composto di pedanteria e preziosità, fatto per essere ammirato dalla borghesia e dalla provincia, e in cui nulla si scorge di grande se non la reputazione che egli ha di sé.
da Della società e della conversazione

16.
Ci si chiede perchè tutti gli uomini non si costituiscano insieme come una sola nazione e non abbiano voluto parlare un’unica lingua, vivere sotto le medesime leggi, concordare usanze uguali e uno stesso culto; e io, pensando alla contrapposizione di idee, gusti e sentimenti, sono stupito di vedere anche sette o otto persone riunirsi sotto lo stesso tetto, in un’unica stanza, e formare una sola famiglia.

121.
Gnathon vive solo di sè, e tutti gli uomini insieme sono, dal suo punto di vista, come se non esistessero. Non contento di occupare a tavola il primo posto, vi occupa da solo quello di altri due; dimenticando che il pranzo è per lui e per tutta la compagnia, s’impossessa del piatto di portata e fa sua qualsiasi cosa venga servita; non si dedica a un cibo prima di averli assaggiati tutti, vorrebbe poterli assaporare tutti contemporaneamente: a tavola non si serve che delle mani; manipola le carni, le rimaneggia, le squarta, le trincia e se ne serve una tale quantità che i convitati, se vogliono mangiare, devono mangiare i suoi resti; non risparmia loro nessuna di quelle disgustose sudicerie che tolgono l’appetito ai più affamati; sugo e salse gli sgocciolano dal mento e dalla barba; se prende un intingolo da un piatto, lo spande per via in un altro piatto e sulla tovaglia e lo si può seguire dalle tracce che lascia; mangia poderosamente e molto rumorosamente, roteando gli occhi mentre mastica; la tavola è per lui una mangiatoia; si sfrega i denti e continua a mangiare. Ovunque si trovi, si ritaglia uno spazio, una sorta di sistemazione fissa, e non sopporta d’essere incalzato alla predica o a teatro più che in camera sua. In carrozza gli si confanno solo i sedili posteriori; in qualsiasi altro posto, a sentir lui, impallidisce e cade svenuto; se compie un viaggio con parecchie altre persone, le precede nelle locande e riesce sempre a riservarsi nella camera migliore il miglior letto; volge ogni cosa a proprio vantaggio; i suoi camerieri, quelli degli altri corrono tutti insieme per servire lui; tutto quanto gli capita a portata di mano è suo, cenci, equipaggi; disturba tutti, non si trattiene per nessuno, non compiange nessuno, non conosce altri mali che i suoi, il suo sentirsi pieno, la sua bile; non piange la morte degli altri, paventa solo la propria, che volentieri riscatterebbe con l’estinzione del genere umano.
da Dell’uomo

22.
Ce ne sono di quelli che, se potessero conoscere i propri subalterni e conoscere se stessi, si vergognerebbero di prevalere.
da Dei Grandi

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