Renato Guttuso, Tetti di Roma, 1942
Renato Guttuso, Tetti di Roma, 1942

Domenica, sono le prime ore del pomeriggio, il centro della città è vuoto, le strade ritornano libere, placate, il disegno dei palazzi riappare. Rivedo angoli, tagli di case, cariatidi, portoni che durante la settimana il traffico aveva sommerso con la sua furia. Come dopo un canagliesco banchetto, restano i cartelli indicatori, il disordine dei fili, a matasse, che tagliano il cielo, i segni di biacca sul selciato, una fuliggine grigia che sporca i basamenti e rileva e incupisce le modanature. C’è il disordine di una casa dopo il passaggio dei ladri. La nostra città è stata fatta per andarci a spasso e oggi dà la tristezza di un suo forzato adattamento ai tempi, un camuffamento penoso che denuncia la sua vecchiaia, non di anni, ma di abbandono.
Però, almeno respira.
da La solitudine del satiro, Ennio Flaiano, 1996

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