The Wave, Gustave Courbet, 1870
The Wave, Gustave Courbet, 1870

Fino all’avvicinarsi dei suoi limiti il mare è una cosa semplice che si ripete onda per onda. Ma le cose più semplici in natura non si lasciano accostare senza mettervi molte forme, senza fare molte cerimonie, nè le più spesse senza subire un certo assottigliamento. Perciò l’uomo, anche per il risentimento contro la loro immensità che lo infastidisce, si precipita ai bordi o all’intersezione delle cose grandi, per definirle. In seno all’uniforme la ragione traballa pericolosamente, e si rarefà: una mente in cerca di nozioni deve per cominciare munirsi di apparenze.
Mentre l’aria, anche se travagliata dalle variazioni della propria temperatura o da un tragico bisogno di influenza e di informazioni di prima mano su ogni cosa, sfoglia e segna solo superficialmente il voluminoso tomo marino, l’altro elemento più stabile che ci sopporta vi immerge obliquamente fino all’impugnatura rocciosa larghi coltelli terrosi che dimorano nello spessore. A volte, nell’incontro con un muscolo energico, fuoriesce una lama lentamente: è quel che si chiama una spiaggia.
Spaesata all’aria aperta, ma respinta dalle profondità, benchè abbia con esse una certa dimestichezza, quella porzione della distesa si allunga tra due elementi, più o meno fulva e sterile, e non porta di solito che un tesoro di frantumi instancabilmente levigati e raccolti dal distruttore.
Un concerto elementare, per la sua discrezione più delizioso e più degno di riflessione, è accordato lì dall’eternità, e per nessuno; dalla sua formazione, grazie all’operare sulla piattezza senza limiti dello spirito di insistenza che a volte soffia dai cieli, il flutto giunto da lontano, senza urti e senza macchie, per la prima volta finalmente trova a chi parlare. Ma una sola breve parola è confidata ai sassi e alle conchiglie, che se ne mostrano piuttosto scossi, e il flutto spira profferendola; e tutti quelli che lo seguiranno spireranno a loro volta profferendo la stessa cosa, a volte, con vento appena più forte, proclamata. Ogni flutto, giunto all’orchestra uno sopra l’altro, alza un po’ il collo, si scopre e si annuncia a chi è stato mandato. Mille signori omonimi sono così ammessi nello stesso giorno alla presentazione da parte del mare prolisso e prolifico in offerte labiali a tutti i suoi bordi.
D’altronde nel vostro forum, o ciottoli, non viene a far sentire la sua concione grossolana un contadino del Danubio qualsiasi: ma il Danubio stesso, confuso a tutti gli altri fiumi del mondo, dopo che hanno perso senso e presunzione, e riservati profondamente in una delusione amara solo al gusto di chi facesse un dovere di apprezzarne assorbendola la qualità più segreta, il sapore.
Infatti, dopo l’anarchia dei fiumi, è stato al loro abbandonarsi nel profondo, e copiosamente abitato luogo comune della materia liquida che si è dato il nome di mare. Ecco perchè ai suoi bordi sembrerà sempre assente: approfittando della lontananza reciproca che vieta ai fiumi di comunicare se non attraverso il mare stesso o per mezzo di lunghi giri, lascia probabilmente credere a ciascuno che si dirige in modo speciale verso di lui. In realtà, cortese con tutti, e più che cortese: capace per ciascuno di loro di tutti gli slanci, di tutte le convinzioni successive, tiene a dimora nel fondo della sua bacinella l’infinito possesso delle correnti. Non esce mai dai limiti se non un po’, mette da sé un freno al furore dei flutti, e simile alla medusa, che abbandona ai pescatori quale immagine ridotta o campione di sé, esegue soltanto, con tutti i suoi bordi, un inchino estatico.
Tale è la sorte dell’antico manto di Nettuno: questo accumulo pseudo-organico di veli sui tre quarti del mondo uniformemente distesi. Nè dal cieco pugnale delle rocce, nè dalla più sconvolgente tempesta, che volta insieme interi blocchi di pagine, nè dall’occhio attento dell’uomo usato con difficoltà e del resto senza nessun controllo in un ambiente vietato agli orifizi aperti degli altri sensi e ancor più turbato da un braccio immerso per afferrare, questo libro in fondo è stato mai letto.

Da Il partito preso delle cose, Francis Ponge, 1942

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