john banville, teoria degli infiniti
PRIMA PARTE

Delle cose cui abbiamo dato forma affinchè ne avessero conforto, l’alba è quella che funziona. Quando le tenebre svaporano nell’aria come soffice fuliggine sottile e la luce si diffonde lentamente da oriente, tutti tranne i più disgraziati del genere umano si rianimano. E’ uno spettacolo che piace a noi immortali, questa piccola risurrezione quotidiana; spesso ci raduniamo sui bastioni delle nuvole e abbassiamo lo sguardo su di loro, i nostri piccoli, che si ridestano per dare il benvenuto al nuovo giorno. Che silenzio cala allora su di noi, il triste silenzio della nostra invidia. Molti continuano a dormire, certo, incuranti dell’incantevole espediente mattutino di nostra cugina Aurora, ma ci sono sempre gli insonni, i malati irrequieti , gli infelici che si struggono d’amore rigirandosi nei loro letti solitari o anche solo i mattinieri, gli indaffarati, con i loro piegamenti e le loro docce fredde e le loro elaborate tazzine di ambrosia nera. Si, tutti coloro che la contemplano salutano l’alba con gioia, chi più chi meno, eccetto il condannato, ovvio, per il quale la prima luce sarà l’ultima, sulla terra.
Eccone uno, in piedi alla finestra della casa di suo padre, che guarda il primo bagliore del giorno soffondere il cielo sopra la massa di alberi al di là della linea ferroviaria. E’ condannato non a morte, non ancora, ma a una vita cui non si sente del tutto adatto. E’ scalzo e indossa un pigiama che la sera prima, al suo arrivo, la madre ha scovato per lui da qualche parte in casa, di cotone liso, celeste con la riga blu: di chi è, di chi era? Potrebbe essere stato suo, molto tempo fa? In quel caso, dovrebbe trattarsi di moltissimo tempo fa, perchè adesso lui è grande e grosso e il pigiama è di gran lunga troppo piccolo e gli stringe sotto le ascelle e sul cavallo. Ma è così per tutto in questa casa, tutto gli stringe e lo irrita e lo fa sentire di nuovo bambino. Gli ricorda come, quand’era piccolo, sua nonna lo vestiva per Natale o per il suo compleanno o per qualche altra ricorrenza, strattonandolo di qua e di là e sputandosi sul dito per impomatargli un ricciolo ribelle, e come si sentiva esposto, peggio che nudo, in quei completi ruvidi di tweed color porridge già fuori moda con il pantalone corto che la vecchia gli faceva indossare, e le camicie bianche con il colletto inamidato e, peggio di tutto, il farfallino di tartan che gli dava un pallido gusto vendicativo tirare al limite dell’elastico e rilasciare con uno schiocco piacevolmente rumoroso quando qualcuno teneva un discorso o cantava una canzone o il prete reggeva in alto l’ostia della comunione allo stesso modo in cui, pensava sempre, l’infermiera brandiva il biglietto con il numero vincente della lotteria d’ospedale. E’ così: la vita, l’abbottonatura stretta della vita, gli si adatta male, rendendolo troppo consapevole di se stesso e di quella che cupamente prende come la propria inalterabile pochezza di spirito.
Sente da qualche parte invisibile il lieve scalpiccio smorzato di piccoli zoccoli; sarà il postino della mattina sul suo pony, in livrea Thurn and Taxis, con il cappello a tre punte e il corno postale agganciato alla spalla.
L’uomo alla finestra si chiama Adam. Non ha ancora trent’anni, figlio giovane di un genitore anziano, ‘prodotto’, come una volta sentì dire di sfuggita con una risata sardonica a quel padre sposato due volte, ‘della mia seconda venuta’. Ammira oziosamente le ombre dense, violacee, sotto gli alberi. Una specie di fumo si libra alto una spanna sull’erba che pare grigia. Tutto è diverso a quest’ora. Un merlo mattiniero vola inclinato da un punto a un altro, l’ala laccata cattura un barlume angolato di sole, e Adam non può non pensare con uno spasmo al verme mattiniero. S’immagina di sentire vagamente la penetrante nota lamentosa di quella creatura rapida d’ala.
Gradatamente si accorge di qualcosa che non da identificare, un tremore tutt’intorno, come se l’aria stessa fremesse. Cresce d’intensità. Allarmato, Adam fa un leggero passo indietro nella penombra protettiva della stanza. Sente chiaramente il battito indolente del suo cuore. Una parte di lui sa che cosa sta succedendo ma non è la parte pensante. Ora trema tutto. Qualche piccolo meccanismo alle sue spalle nella stanza – non guarda, ma dev’essere un orologio – fa salire dalle sue viscere un insistente tintinnio argentino. l’assito scricchiola trepidante.Poi da sinistra appare, enorme, muso smussato, si fa strada alla cieca e rotola fino a fermarsi vibrando e a rimanere immobile davanti agli alberi, sbuffando nuvole di vapore. Le luci sono ancora accese nelle carrozze; costringono l’alba a ritrarsi un po’. Ci sono teste chine nei lunghi finestrini, come teste di foca- stanno tutti dormendo? – e il controllore con la sua macchinetta dei biglietti risale un corridoio, arrampicandosi schienale dopo schienale una mano dopo l’altra, quasi stesse scalando un ripido pendio. Il silenzio tutt’intorno è vasto e in certo modo risentito. Il motore emette uno sbuffo stizzoso, come a dare una zampata alla terra. Perchè debba fermarsi in quel punto ogni mattina nessuno della casa sa dirlo. Non c’è nessun’altra abitazione per chilometri, la linea è sgombra in entrambe le direzioni, eppure è proprio qui che si ferma. Su madre ha protestato ripetutamente con l’azienda ferroviaria e una volta si è spinta persino a scrivere a qualcuno del governo, ma non ha ottenuto risposta, malgrado tutta la notorietà del nome del marito. ‘Non farei caso’ è solita dire in un tono di blando dispiacere ‘ al rumore che fa quando passa – dopotutto tuo padre nella sua saggezza ha insistito perchè ci stabilissimo praticamente sulla linea ferroviaria – ma è fermandosi che mi sveglia’.
Un sogno fatto nella notte gli ritorna, un frammento di sogno. Sfrecciava attraverso la polvere di una battaglia immemorabile reggendo tra le braccia qualcosa, grande ma non pesante, un carico prezioso ma opprimente – che cos’era? e tutt’intorno a lui la massa di guerrieri sbraitava e si sentiva il clangore squillante di spade e lance, il sibilo delle frecce, il cigolio e lo stridio delle ruote dei carri. Una località veneranda, una guerra antica.
Pensando a sua madre, tende l’orecchio per sentirne i passi sopra di lui, sapendo che è sveglia. Per quanto la casa sia grande e sconclusionata, i pavimenti perlopiù fatti di assi spoglie lucidate e i suoni si propagano senza difficoltà. non vuole interagire con sua madre, non adesso. In effetti ha sempre difficoltà a interagire con lei. Non che provi odio o anche solo risentimento nei suoi confronti, come molti figli maschi mortali si dice provino per le loro madri – dovrebbero provare ad avere a che fare con le nostre genitrici forsennate e vendicative quassù sul nebbioso monte Olimpo – solo che non gli sembra affatto una madre. E’ assurdamente giovane, ha a malapena vent’anni più di lui, e sembra ringiovanire costantemente, o perlomeno non invecchiare, sicchè lui la la preoccupante sensazione di rimontare costantemente rispetto a lei.Lei stessa pare consapevole di questo fenomeno e sembra non trovarlo affatto strano. In effetti, da quando è abbastanza grande per accorgersi di quanto lei sia giovane, Adam di tanto in tanto ha notato, o immagina di avere notato, una certa vivacità riservata quando lei tratta con lui, come fosse impaziente di vederlo raggiungere un’impossibile maggiore età in modo che, finalmente coetanei, possano prendersi a braccetto e prepararsi insieme a un futuro che sarebbe..come? Senza padre, adesso, per lui, e per lei senza marito. Perchè suo padre sta morendo. Per questo è qui, ridicolo in questo pigiama troppo piccolo, a guardare l’alba erompere in questo giorno di mezza estate.

 

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