William Merritt Chase, Afternoon Shadows
William Merritt Chase, Afternoon Shadows

Così dunque:

nessun progresso, neppure il più piccolo passo avanti, piuttosto qualche arretramento, e null’altro che cose trite e ritrite.

Nemmeno un vero pensiero. Null’altro che umori; variazioni d’umore, sempre meno coerenti, null’altro che brandelli, lacerti di vita, simulacri di pensieri, frammenti salvati da una sconfitta, o che l’aggravano. Momenti dispersi, giornate disgiunte, parole disperse, perchè la mano ha toccato una pietra più fredda del freddo.

Distanti dall’alba, in effetti.

Quello che non si può non dire, comunque, perchè lo si è toccato col dito. La mano fredda come una pietra.

Per quanto rapidi scrivano i rondoni, per quanto alti traccino i loro segni nel cielo d’estate, i morti non li possono più leggere. E io, io che li vedo ancora con una specie di gioia: non mi involeranno al cielo.

Sotto di loro, questi abbozzi d’un ignaro. Un breve e puro scorcio di sfuggita, velleità d’ascensione, e poi, più lunga, la ricaduta tra i sassi, marcia indietro.

Nella disperazione dei fuggiaschi, come una neve in cui più alcuna traccia del cuore sia visibile, mai. O come un panno che rifiuti di accogliere ancora l’impronta di un volto, o anche solo di una mano.

(Pure, qualcuno scrive ancora sulle nuvole.)

tratto da E, tuttavia, Philippe Jaccottet, 2001