Fuga Nelle Tenebre
E’ facile pensare a una lettura ancora più ferale di ‘Fuga nelle tenebre’, se a questo breve romanzo di Arthur Schnitzler, pubblicato nel 1931, si paragona uno qualsiasi dei tanti fatti di cronaca nera discussi nelle pagine dei quotidiani.
Quello che però manca di essere riportato in un articolo di cronaca nera e con dovizia di particolari, è il retroscena introspettivo che vale a caratterizzare la psiche dei protagonisti citati in causa nelle vicende; da questo punto di vista Schnitzler non solo ci tiene al corrente delle inquietudini del protagonista, Robert, un uomo sulla quarantina provato da un crollo di nervi, ma ci costringe soprattutto a guardare in faccia e affrontare paure che in uno sforzo di lucida autoanalisi siamo soliti razionalizzare e reprimere.
E’ così che di fronte a circostanze più o meno fortuite quali un abbandono, un tradimento, un licenziamento, un lutto, in preda a sentimenti quali ira, frustrazione, dolore, ognuno di noi ha talora modo di sperimentare tanto l’istinto dell’omicida quanto la vulnerabilità della vittima; ignorare o negare l’impatto che simili sentimenti hanno sulla nostra sensibilità significa forse sfuggire alle tenebre, ma forse anche piombare nell’inconsistente materia grigia del tormento che anticipa la follia.

Dice Adelphi nella quarta di copertina a presentazione del romanzo:

‘Nella Fuga nelle tenebre, che fu pubblicata nel 1931, poco prima della morte dell’autore (ma la stesura originaria è degli anni 1912-1917), Schnitzler raggiunge la massima intensità di narratore. La storia è quella della graduale, consequenziale germinazione di un delirio. Qui il racconto non è, come sempre in Schnitzler, cosparso di accenni al fondo oscuro della psiche, ma in certo modo costringe quel fondo ad apparire in primo piano, sotto una luce fredda e limpida. Insediati all’interno della psiche del protagonista, assistiamo al primo infiltrarsi in essa di una serie di presentimenti e ammonimenti, che subito fanno oscillare tutta la realtà, gettandola in un’incertezza simile a quella dei sogni. Poi, in una progressione sempre più angosciosa, ci accorgiamo che ormai una rete di ossessioni si è posata sul mondo. A poco a poco, le sue maglie si stringono crudelmente e tutto ciò che avviene converge verso un unico punto di fuga: le tenebre. Come i cinque casi clinici di Freud appartengono, oltre che ai testi classici della psicoanalisi, alla grande letteratura del nostro secolo – sicché Dora e l’Uomo dei lupi e il piccolo Hans si sono ormai allineati accanto ai personaggi di Balzac e di Dostoevskij – così questo stupendo racconto di Schnitzler va anche letto come un’analisi dell’insorgere di un delirio ossessivo, sbalorditiva per la sua nettezza, illuminante in ogni particolare, avvicinabile solo ai grandi testi di Freud. E la figura di Freud stesso sembrerebbe qui adombrata in uno dei personaggi: il dottor Leinbach, «spettatore molesto e filosofo’.
Adelphi – Fuga nelle tenebre – Arthur Schnitzler

‘Preso da improvvisa agitazione Robert accese la luce, saltò giù dal letto e andò davanti allo specchio. Il volto che lo fissò – le guance smorte, gli occhi sbarrati, i capelli sconvolti, uno strano ghigno sulle labbra – lo spaventò profondamente. Era davvero il suo viso quello? Si, certo che lo era, ma così doveva apparire soltanto a coloro cui fosse concesso di scoprire dietro la curata maschera quotidiana il suo vero e reale volto, quello in cui erano incise le tracce di tutte le angosce che per gran parte della sua vita lo avevano perseguitato, spingendolo infine a vagare nel mondo. Anche se a lui sembrava che la potenza delle sue angosce si fosse attenuata nelle ultime settimane, ciò non doveva tuttavia apparire altrettanto evidente a coloro che gli erano vicini, e ritenne perciò abbastanza ovvio che Otto (n.b. il fratello medico di Robert), il quale da anni temeva che si manifestasse in lui una seria malattia nervosa, e forse l’insorgere di un disturbo mentale, lo osservasse e lo facesse osservare di continuo’.

tratto da Fuga nelle tenebre, Arthur Schnitzler, 1931