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“As Gregor Samsa awoke one morning from uneasy dreams he found himself transformed in his bed into a gigantic insect.”
Così inizia La metamorfosi di Kafka. Difficilmente verremo a sapere con certezza se a provocare gli incubi di Samsa è stata una porzione di parmigiana trangugiata incautamente poco prima di andare a letto, o la visione di Marzullo trasmessa in programmazione notturna nel piccolo televisore riposto in camera. Quello che è certo, è che Samsa è stato baciato dalla fortuna prima di cadere sotto il giogo di Morfeo. Non è roba di tutti i giorni trasformarsi in un insetto e l’oppio dei papaveri che il dio del sonno reca seco per indurre allucinazioni oniriche nei dormienti, deve avere avuto l’effetto sperato su di Samsa. Qui passano le settimane, gli anni, ma della metamorfosi alcun segno apparente. Appena un piccolo bernoccolo sul lato sinistro della fronte, che certo non posso definire un condilo, ma il risultato di una colluttazione assai incresciosa avvenuta qualche giorno fa tra me e un palo, credo della luce, trovatosi suo malgrado nel mio raggio d’azione. Incauto.
Leggevo, camminando. Leggevo un testo di Ponge, camminando a passo sicuro lungo la Prenestina. L’elevazione dello spirito prescinde il peso specifico del corpo e la legge di gravitazione universale. Questa è la dolorosa verità e il testo di Ponge tirato in causa a testimoniare il fatto

La Farfalla
Quando lo zucchero elaborato nei gambi emerge nel fondo dei fiori, come tazze mal lavate, -un grande sforzo si svolge al suolo da cui le farfalle di colpo prendono volo.
Ma da quando ebbe ogni bruco la testa accecata e lasciata nera, e il tronco dimagrito dalla vera esplosione in cui presero fuoco le ali simmetriche.
Da quel momento la farfalla erratica non si posa più, se non alla ventura, o quasi.
Fiammifero volante, il suo fuoco non è contagioso. Del resto, arriva troppo tardi, e può solo costatare i fiori sbocciati. Non importa: comportandosi da lampista, verifica per ciascuno la provvista di olio. Depone sulla cima dei fiori il cencio atrofizzato che porta con sè e vendica così la sua lunga amorfa umiliazione di bruco ai piedi dei gambi.
Minuscolo veliero dell’aria maltrattato dal vento quale petalo in soprannumero, vagabonda nel giardino.
Da Il partito preso delle cose, 1942

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