Alberto Sordi in Un americano a Roma, 1954
Alberto Sordi in Un americano a Roma, 1954

Riflettevo. In tempi di gazzarre più o meno allegre in parlamento, depressione sociale, collasso economico, disoccupazione, una cosa sembra ancora mettere d’accordo gli italiani e accomunarli in maggioranza intorno a un unico tavolo di trattative. Il pranzo della domenica. Un rito che si ripete da generazioni senza distinzioni di classe e colore politico. Il pranzo della domenica annovera la tradizione e rende conservatori anche i progressisti meno moderati e gli amanti della gastronomia molecolare.
La domenica anticipa ancora il lunedì, segue ancora il sabato, segna ancora la fine della settimana, il principio di una nuova a venire. Se non di riposo e di festa, la domenica è ancora un giorno di riconciliazione. Qui a Roma, di domenica, al guazzabuglio di voci, grida, musica, clacson, che fino a prima dell’una squassa l’aria in un rantolio di snervante frenesia, all’ora di pranzo si sostituisce un silenzio quasi surreale appena interrotto da un frusciare di piatti e mestoli rimestati dentro le pentole, un cicaleccio soffuso di bocche piene e sporche di sugo, una beatitudine di pance satolle.
Il dopo pranzo è una partita di calcio trasmessa nei televisori del bar sotto casa, una pennichella di sonno nel divano del soggiorno, una passeggiata intorno al quartiere. Cornacchie gracchiano, cani abbaiano, labbra fischiettano. Il sole è un grosso limone spremuto a gocce sopra una portata immensa di rovine, frattaglie, cemento e cavi elettrici. Da qualche parte, se dio vuole, si diverte a sperimentare in cucina e offrire il paese in pasto al destino.

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