Da circa una settimana divido casa con un nuovo inquilino, un uomo del sud, sulla quarantina, laureato in architettura, disoccupato dai tempi in cui la folta chioma di capelli brizzolati che ha in testa poteva ancora dirsi corvina; in lutto per la morte di entrambi i genitori, celibe; in attesa di un possibile impiego come guardia di sicurezza promessogli da un conoscente, alias un farabutto che organizza corsi di qualifica alla professione per ‘soli’ 400 euro. Ci siamo conosciuti la prima volta il giorno di pasqua, quel pomeriggio che rincasavo da lavoro e lui si trovava in cucina a leggere il giornale. Da allora D. mi ha raccontato di una chiamata che si aspettava di ricevere ieri e avrebbe definito il giorno in cui presentarsi a lavoro. Stamattina ci siamo incontrati nuovamente in cucina, e chiestogli delle novità, D. mi ha risposto che dovrà aspettare ancora una settimana prima di avere una conferma definitiva. Chiamato al telefono il farabutto, questi ha sciorinato la solita manfrina del mercato del lavoro in crisi e detto di aspettare fino a quando, a suo dire, le cose si sbloccheranno e lui potrà iniziare a lavorare. Intanto che D. mi raccontava di questa faccenda, mi sono morsa la lingua più volte pur di non proferire parola in merito a ciò che penso. Che mi colpisca un fulmine se lo faccio. Ampiamente confuso per pessimismo, il mio realismo rischia il più delle volte di risultare inopportuno, specie nei riguardi di una persona che conosco appena e a cui considero con affetto di riparmiare il nichilismo che sottintende. Cosa ti ci vuole, uomo brizzolato, a capire che tutta quanta questa faccenda è una truffa? Uomo di fede, sei stato tradito miseramente. Uno stronzo ha accettato del denaro in cambio della tua crocifissione.
Ho immaginato la vita di quest’uomo tra l’incudine e il martello tenuto in mano da un boia che per vigliaccheria si diverte a prolungare di una settimana la sua sentenza di morte. Mi sono chiesta se a mia volta sarò forte abbastanza da sopportare i boia che da qui a quando la mia testa corvina diventerà grigia, mi avranno decapitatata decine di volte ancora prima della fine. Ringrazio ognuno di loro per avermi resa la cinica donna che sono. A costo di rinunciare alla mia amorevole sensibilità probativa, il freddo dell’acciaio che mi preme al collo costituisce tutt’al più un leggero fastidio ovviabile con una scrollata di spalle e un vaffanculo di cortesia alla vita.
Mi sono detta di non volerci essere quando D. se ne starà in cucina con le mani al viso, a disperare della propria buona fede. E’ sempre un pessimo giorno quando qualcuno si accorge di essere stato tradito a causa della propria ingenuità. Mi piacerebbe avere nei confronti della vita un’atteggiamento incantato e favolistico, quel pizzico di ottimismo idiota che alimenta di speranza la vita altrui nonostante le difficoltà. Ahimè non riesco a fare a meno di guardare alle vita in tutto lo squallore della sua marcescente bruttezza. Si, la vita è un affare losco, la vita è brutta, di una bruttezza che fa spavento. Diffido per principio di quanti hanno il coraggio di vedere in essa qualcosa di positivo. Mi chiedo come questi facciano a ostentare una tale incoscienza ignari il mondo è una discarica di orrore e l’uomo fra le più temibili bestie del genere umano. Fosse l’uomo soltanto vigliacco. No, l’uomo è ingannevole, meschino, opportunista. Di fronte a un uomo brizzolato che affronta la vita bendato, io, per principio, desisto, e al ruolo di infermiera preferisco quello della stronza. Quel giorno in cui D. se ne starà in cucina con le mani al viso, a disperare della propria buona fede, esangue, io, con gentilezza, farò quello che una persona civile si riserva di fare per discrezione, eviterò di esporlo alla mia spietatezza. Davvero non mi sento di fare altro. Perchè la vita è brutta, e la compassione è un orpello di offensiva, bieca e squallida bellezza.