L’altro giorno il mio collega mi raccontava della relazione clandestina che sta vivendo con un uomo divorziato, padre di un bambino e amante di un prete. La conversazione si è poi spostata sulla questione nozze gay e per la prima volta mi sono chiesta perchè anche i gay tengono a sposarsi. Intendo, il minimo che possa fare uno stato che per costituzione si definisce democratico e civile, è di garantire a ogni singolo cittadino tassato e tassabile, pari diritti, opportunità e doveri. Che la demagogia è scienza, religione e statuto su cui si fonda l’organizzazione di una nazione democratica, è reso certo dal fatto che costituzionalmente lo stato si dice votato all’uguaglianza fra i cittadini, ma di fatto opera per la loro discriminazione ed emarginazione. In questo caso, non approva costituzionalmente le nozze gay. Ammetto da gay mi sentirei lusingata forte di questa che intenderei una liberazione e una legittimazione, ma molti gay vedono nel mancato riconoscimento delle nozze un motivo di ingiustizia, dunque stanno lottando per il conseguimento di un diritto che certamente mi auguro ottengano quanto prima.
Vengo alla questione e mi chiedo perchè le coppie gay tengono al matrimonio. Lo stesso mi chiedo degli etero, ma c’è forse una differenza. Il matrimonio per gli etero è prassi quanto mettere al mondo un bambino e poi divorziare. Per i gay il matrimonio è un atto di conquista e il risultato di una lotta che li vede schiarati contro uno stato che costituzionalmente vieta loro di realizzarsi in qualità di essere umani. Dunque avere una famiglia, avere dei bambini, divorziare, e tutte cose che la società assume per scontate. Ma ecco il punto sta proprio in questo. Il matrimonio è una prassi, una consietudine. Tanto lo sono avere un bambino, separarsi, divorziare. La prassi definisce i rapporti entro le maglie della legalità intendendo per illecito ciò che non viene riconosciuto come tale dalla legge. Il tradimento, la mancata cura dei figli, l’abbandono del tetto coniugale. Lecito e illecito coesistono sullo stesso piano e l’uno è definito quanto l’altro da una legge, un ordine superiore alla volontà del singolo. La legge ammette la monogamia, condanna la poligamia. La legge ammette il divorzio, condanna l’adulterio. La legge ammette l’eterosessualità, condanna l’omosessualità. La legge ammette la pena di morte, condanna la violenza. La legge, in definitiva, stabilisce cosa è giusto, cosa è sbagliato, cosa è bene, cosa è male. In tutto questo c’è l’uomo. Volubile, teso al piacere, alla vanità, all’esaltazione di sè stesso. Teso per natura a esplicare la propria esistenza, teso per natura a realizzare la propria persona in ordine a una scala di priorità e valori che prescindono leggi e stato. La libertà, la crescita intellettuale e spirituale, il conseguimento dei propri obiettivi, l’esplicazione delle proprie potenzialità e ambizioni.
Perchè l’uomo si costituisce alla legalità salvo infrangere la legge? Perchè si sposa salvo tradire? Perchè divorzia salvo risposarsi? Perchè mette al mondo un bambino, salvo abbandonarlo? Per certo gli uomini costituiscono l’emblema di contraddizioni che nessuna legge al mondo può spiegare, definire, propugnare, correggere o punire. La vita è un atto individuale di dedicata responsabilità che nessuno stato, con il suo complesso apparato di leggi, diritti e doveri può lontanamente auspicare di tramandare come prassi al genere umano.

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