ti ucciderò, mia capitale
La prima volta che cercai di ucciderla, pensai che dovesse esser per fuoco e ferro. Saccheggiarla come una città, scendere su di lei con ali di metallo, sganciare bombe inesatte ma largamente letali sulle vie, le piazze, le sedi dei partiti, i focolari, farla una distesa di cadaveri di infanti, di donne, di vecchi. Colpire, con una forbice lanciata su di un fondale, i rifugi dei vecchi, seminare i morti senili come mirtilli grigi di polvere. M’ero disegnato il suo corpo come una mappa, con vene di strade e arterie e ramblas e avenues carotidee e i crescentes capezzolati e le esedre genitali. Poi scatenavo la grande ombra della mano sopra la pianta, la mappa, e quella imitazione di falco diffondeva ovunque il brivido, il terrore, l’angoscia, udivo il clamore iname delle sirene d’allarme, vedevo affollarsi le strade di popolazione in fuga. I plebei, abitanti tra le dita dei piedi, attorno ai calcagni hanno piantato una tendopoli di provvisori contenitori per abitanti. I sovversivi hanno il loro quartiere malfamato nelle pieghe del pube, o nelle pelurie delle ascelle; ma dai denti, dalle belle padiglionate orecchie, nelle lisce colline dei seni, Parioli e Tibidabo, vedo sfrecciare le belle, grandi macchine dei potenti, degli ecclesiastici, le famiglie, con bonne svizzere, dei ricchi. Il suo ventre è cosparso di giornali, si spengono i fanali, persino l’ombelico, sede del governo e del parlamento, noto per la bella pindarità intellettuale che l’affolla, le donne bellissime della donna bellissima, l’ombelico è silenzioso e stralunato; io mi abbasso, l’ombra della mano si fa più grande, eappunto lì, nell’ombelico dell’ombelico, io punto l’ironia pelosa del dito di metallo. ‘No’ mi disse ‘ma qui; alla tempia’. ‘Le Tuileries’ aggiunse dopo una pausa ‘la reggia’. Si accarezzò col polpastrello, signore di moltitudini, la bella tempia, invito di intimo scalone, onoranza dell’ospite, pronao del templum,ascensore al tèmenos.
Colui davanti a cui mi trovavo era infinitamente alto, da trenta a quaranta volte più alto di me, ma così benevolmente retrattile da giungere alla mia misura, o quasi, giacchè mi parlava con la sua voce roca e tenera, talora da dieci, talora da cinque, talora da soli due metri al di sopra di me. Ma sapeva, all’occorrenza, sfrecciare verso il soffitto – poichè certo v’era un soffitto, giacchè non fu dato di scorgere costellazioni – per aprire certe sue scatole grandi come continenti,e trarne fuori oggetti incredibilmente minuti che reggeva in certe sue dita che gli si innestavano sui polpastrelli delle altre; e mi parve che anche queste codeste minori dita reggessero tutta una serie di chele, prense, molle, pinze, con cui egli maneggiava oggetti minimi e massimi, palle da tennis e presse idrauliche. Avvolto nella seta di una vestaglia lavorata come un obelisco, aveva un aspetto lievemente inconsueto – così poco impiegatizio – ma per nulla intimidatorio. Dalla mia posizione, mi era dato scorgere il suo enorme spazio corporale percorso da carovane di esseri diversi da me per statura, ma affatto simili per forma; lunghe carovane che percorrevano quella mappa affidandosi forse agli ingannevoli segni della veste, o forse al pulsare della carne che essi dovevano avvertire, o forse ai messaggi di altre carovane che procedevano sul corpo, direttamente. Talora, ai suoi gesti alti e solenni, vedevo cadere per l’aria minuscoli cammelli, e uomini in turbante scuotere le minuscole braccia. Cadevano di là dal banco, verso il basso, nelle tenebre dove forse era loro consentito di tentare una vita meno improbabile e ambiziosa.
Egli mi consegnò, tratta da una scatola fatta di foresta nemmeno lavorata, ma tenuta assieme con la lava collosa, mi consegnò una Preziosa Rivoltella. Piccola: che egli maneggiò ne sono certo, come pinze inserite sull’indice del mignolo; mi consegnò,come un parvolo.
‘Le sparerai alla tempia, mentre dorme; così ‘ e finse un gesto omicida ‘ e di qui uscirà il buon fuoco e il duro metallo e di lì il sangue caldo e il cerebellum candido e pensoso. Ci sarà’ e rise ‘una gran scorreggia di idee dal culo della sua merda di anima. Le avviti un buco nella sfera’ continuò ‘un buco eterno, che da sempre aspettava di scaffalarsi nel suo teschio. Farai della sua testa un cranio, del suo cranio un teschio, e solo premendo qui. Della plaza templare farai una puerta de occidente, per la quale un tramonto fragoroso e rosso farà ingresso nella Reggia. Le inonderai il Backingham Palace di cavalli infuriati, di un ferro bolscevico, di una bomba anarchica, di bandiere teppistiche, sebbene’ aggiunse ‘tu non potrai non vedere quanto sia assurdo questo linguaggio, giacchè le bandiere’ e rise, ma solo con le cosce ‘ le bandiere indicano sempre virtù, anzi’ e agitò le grandi braccia come un predicatore smentito ‘Virtù, e non v’è bandiera dove v’è un uso smodato o improprio dei genitali. Ma tu userai per bandiera murale, pezze mestruali, mutande, giarrettiere usate, reggicalze, preservativi bucati, foto ingrandite di spirocheti. Ecco: tu la contaminerai di morte, le comunicherai una blenorragia di morte, col tuo membro di metallo, un membro sano ma infetto, e al suo genitale di idee verrà lo scolo, the clap, e ne uscirà una sanie gialla, spiritus efflavit, anemos, un vento di corpo, e restarà solo il corpo, il pezzo di carne, coi suoi appendicarne di osso, quella cosa che tu vuoi, galantemente, si specchi in un rettangolo di epitaffio. Premila, finchè ne sia uscito l’ultimo umidore del sale dell’anima, e resti asciutta di spirito, nudata anima, e dunque commestibile. Non l’ombelico, sede dei poteri politici, abitato dalla puttana della Storia, ma la bella mente ideografa’. E scosse la mia mappa: ‘In alto’ disse ‘l’omicidio passa da una testa all’altra. Dunque sia l’omicidio una miniatura della tua testa. Mangiane il cervello, se non vuoi che sia Lei a mangiare il tuo’.
Parlammo di politica, di sesso, di cavalli, di musica, della atrofia gialloacuta, di birra, di violini e ghironde, di giraffe e mandrilli, di mangrovie e seduzioni, di suicidio e funerali e esequie. Scorgevo il luogo del suo membro, affollato di carovane che ormai si preparavano per la notte. Quando vidi i primi fuochi di cui uno nella sua pupilla sinistra, mi congedai da lui, dalla sua bella conversazione, e mi allontanai con raddoppiata virilità, giacchè al suo membro perituro avevo aggiunto un membro metallico, ed ero certo della sua tempestiva erezione, della sua esatta eiaculazione, della fecondità letale che la sua semina avrebbe comportato. Era un membro duro e casto, ingravidante, ignaro di mesturbazioni, come credevo.
Quando fui fuori, vidi che il cielo si era messo le sue mutande di tenebre, così da nascondere le pudende di cielo e sole e nuvole; si era allacciato le notturne giarrettiere, ma non s’era infilato i mestruomantili, poichè pioveva. I tuoni, rari e lontani, testimoniavano di una faticata digestione di morti; essa, la notte, si nutre di cadaveri, ma non sempre li trova di suo gusto.
Estratto da ‘Ti ucciderò, mia Capitale’, di Giorgio Manganelli, pubblicato nel 2011