Tina Modotti, Mella's Typewriter, 1928
Tina Modotti, Mella’s Typewriter, 1928

C’è letteratura e letteratura, libro e libri. Certi libri te li tieni stretti e non li abbandoni perchè legata a essi da un sentimento di profonda ammirazione e amicizia. Nei confronti dello scrittore, nei confronti dei personaggi. Certi altri sei persino stata capace di strapparli, pagina per pagina, perchè colpevoli di averti rivelato quello che non avresti mai voluto sapere. Senza saresti stata certamente meglio, ignara di certe evidenze che prima non ti riusciva di realizzare, vuoi per miopia, ignoranza, o negligenza. E’ vero il proprio punto di vista circa le cose, la vita, cambia in relazione ai libri che via via si vanno leggendo, quanto è vero il lettore è un animale di una specie assai particolare, che si distingue dal branco perchè abbisogna di isolarsi dallo stesso se vuole godere della lettura. Certo si può partecipare a una lettura colletiva e godere della lettura insieme al branco, ma la lettura di un libro intero è un atto che implica una buona dose di solitudine e un rapporto privilegiato ed esclusivo fra il libro e il lettore, dunque fra lo scrittore e il suo destinatario, ora tenuto per mano, rapito dall’ambiente circostante, isolato dal branco, dunque condotto altrove. L’altrove è una dimensione parallela alla realtà in cui coesistono mondi del tutto inaspettati. In essi ci si può o meno sentire a proprio agio, ma una volta incappati dentro non si può negare d’esservi finiti, dunque d’avere avuto il privilegio di una dissociazione che vede il corpo collocato nel presente e lo spirito fluttuato per estensione in una dimensione spazio temporale contigua eppure lontana, remota o anteriore. Forse è questo quello che i buddisti intendono per reincarnazione. O almeno quello che, a mio parere, succede leggendo. Una sorta di teletrasporto. A buon ragione mi sento di definire i libri delle macchine del tempo. Una volta teletrasportati altrove, non è più possibile tornare indietro uguali a prima.
Questo di Sartre è un saggio che raccoglie parte di una serie di articoli di critica sulla letteratura pubblicati in riviste specializzate. Il tono, a volte, è pedante, ma l’autorità e l’eleganza di Sartre sono tali da ipnotizzare il lettore oppure annoiarlo, comunque impressionarlo in qualche maniera. Ho già letto questo libro in inglese parlandone in un post circa un anno fa, ma di recente l’ho trovato in biblioteca e non ho potuto fare a meno di prenderlo in prestito e leggerlo nuovamente. Già dalle prime pagine Sartre pone il lettore in posizione dialettica rispetto alla materia discussa e si chiede, e chiede: Perchè si scrive?

‘Ognuno ha i suoi motivi: per qualcuno l’arte è fuga; per qualcun altro un mezzo di conquista. Ma si può fuggire in un eremo, nella pazzia, nella morte; si può conquistare con le armi. Perchè proprio scrivere, effettuare per scritto le proprie evasioni e le proprie conquiste?
[..] Ogni nostra percezione si accompagna alla consapevolezza che la realtà umana è ‘rivelante’, cioè che, per mezzo suo, parte dell’essere ‘è’, oppure che l’uomo è il mezzo per cui le cose si manifestano; è la nostra presenza nel mondo che moltiplica le relazioni, siamo noi che mettiamo in rapporto quest’albero con quell’angolo di cielo; grazie a noi quella stella, morta da millenni, questo quarto di luna e questo fiume tetro, si svelano nell’unità d’un paesaggio; è la velocità della nostra auto, del nostro aereo che organizza le grandi masse terrestri; ad ognuno dei nostri atti il mondo ci rivela un volto nuovo. Siamo i rivelatori dell’essere, questo lo sappiamo, ma sappiamo anche che non ne siamo i produttori. Questo paesaggio, se gli voltiamo le spalle, marcirà senza testimoni nella sua permanenza oscura. Se non altro marcirà: nessuno è così pazzo da credere che sarà annientato. Noi saremo annientati, ma la terra rimarrà nel suo letargo finchè un’altra coscienza non verrà a risvegliarla. Così, alla nostra certezza intima di essere ‘rivelanti’ si aggiunge quella d’essere inessenziali nei confronti della cosa svelata.
Uno dei principali motivi della creazione artistica è certamente il bisogno di sentirsi essenziali nei confronti del mondo. Un aspetto dei campi o del mare, l’espressione di un viso che ho svelato, se le fisso su una tela, in uno scritto, stringendo i rapporti, introducendo ordine là dove non ce n’era, imponendo l’unità dello spirito alla diversità della cosa, ho coscienza di produrli io stesso, ossia mi sento essenziale rispetto alla mia creazione. Ma stavolta è l’oggetto creato che mi sfugge: non posso svelare e produrre al tempo stesso. La creazione diventa inessenziale rispetto all’attività creatrice. Anzitutto, anche se agli altri appare come definitivo, l’oggetto creato a noi sembra sempre incompiuto: perchè si può sempre cambiare una riga, una sfumatura, una parola; per cui l’oggetto non si impone mai. Un pittore apprendista chiedeva al suo maestro: ‘Quando devo considerare finito il mio quadro? ‘ E il maestro rispose: ‘Quando potrai guardarlo con sorpresa, e dire a te stesso: ‘Sono io che ho fatto questo!’
Che è come dire mai. Perchè sarebbe come considerare la propria opera con gli occhi d’un altro e svelare ciò che è creato. Ma è chiaro che la nostra consapevolezza della cosa prodotta è inversamente proporzionale alla consapevolezza che abbiamo della nostra attività produttrice. Se si tratta di vasellame o strutture da costruzione, che si si fabbricano secondo norme tradizionali con utensili dall’uso codificato, è il famoso ‘si’ di Heidegger che lavora per mezzo delle nostre mani. In tal caso il risultato può sembrarci abbastanza estraneo da conservare per noi la sua oggettività. Ma se produciamo noi stessi le regole di produzione, le misure e i criteri, e se il nostro slancio creatore sorge dal più profondo del nostro cuore, allora, nella nostra opera, troveremo sempre e solamente noi stessi: siamo noi che abbiamo inventato le leggi secondo cui giudicarla; e vi troviamo la nostra storia, il nostro amore, la nostra allegria; anche se la guardassimo senza più porvi mano, non ne riceveremmo mai la nostra allegria o il nostro amore: ce li mettiamo noi; i risultati che abbiamo ottenuto sulla tela o sulla carta non ci sembrano mai oggettivi; conosciamo fin troppo i procedimenti che hanno prodotto quegli effetti. I procedimenti restano una trovata soggettiva: noi siamo i procedimenti, la nostra ispirazione, la nostra abilità e quando cerchiamo di percepire la nostra opera, la creiamo un’altra volta, ripetiamo mentalmente le operazioni che l’hanno prodotta, ogni suo aspetto appare come un risultato. Così, nella percezione, l’oggetto si dà come essenziale e il soggetto come inessenziale; quest’ultimo cerca l’essenzialità nella creazione e l’ottiene, ma allora diventa inessenziale l’oggetto.
In nessun campo questa dialettica è tanto palese quanto nell’arte dello scrivere. L’oggetto letterario è infatti una strana trottola che esiste quando è in movimento. Per farla nascere occorre un atto concreto che si chiama lettura, e dura quanto la lettura può durare. Al di fuori di questo, rimangono solamente i segni neri sulla carta. Ora, lo scrittore non può leggere ciò che scrive, a differenza del calzolaio, il quale può calzare le scarpe che ha fatto, se sono della sua misura, e dell’architetto, che può abitare la casa che ha costruito. Leggendo si prevede, si attende. Si prevede la fine della frase, la frase seguente, la pagina successiva; si attende che confermino o infirmino le nostre previsioni; la lettura si compone di una moltitudine di ipotesi, di sogni seguiti da risvegli, di speranze e delusioni; i lettori sono sempre in anticipo sulla frase che leggono, in un futuro solamente probabile, che crolla in parte e si consolida in parte, via via che progrediscono, che indietreggia da una pagina all’altra e forma l’orizzonte mobile dell’oggetto. Senza attesa, senza avvenire, senza ignoranza, non esiste obiettività. Ora, l’operazione dello scrivere comporta una quasi-lettura implicita che rende la vera lettura impossibile Quando le parole gli si formano sotto la penna, l’autore le vede, certo, ma non le vede come il lettore, perchè le conosce prima di scriverle; il suo sguardo non ha la funzione di svegliare, sfiorandole, parole addormentate che attendono d’essere lette, ma di controllare il tracciato dei segni; la sua è una missione puramente regolatrice, insomma, e la vista in questo caso non rivela niente, tranne piccoli errori manuali. Lo scrittore non prevede nè fa congetture: progetta. Capita spesso che si aspetti, che aspetti, come si dice, l’ispirazione. Ma non si aspetta se stessi allo stesso modo che si aspettano gli altri; come se l’autore esista, sa che l’avvenire non è fatto, che lo farà lui, e se ignora ancora che cosa accadrà al suo eroe, vuol dire solamente che non ci ha pensato, che non ha ancora deciso; allora il futuro è una pagina bianca, mentre il futuro del lettore sono quelle duecento pagine bianche cariche di parole che lo separano dalla fine. Così lo scrittore, ovunque, non incontra che il suo sapere, la sua volontà, i suoi progetti, insomma se stesso; mette mano esclusivamente alla propria soggettività, l’oggetto che crea è fuori del suo raggio d’azione, non lo crea per sè. Se si rilegge, è già troppo tardi; la sua frase, per lui, non sarà del tutto una cosa. Può giungere fino ai limiti del soggettivo, ma senza varcarli, apprezza l’effetto d’un brano, di una massima, di un aggettivo ben scelto; ma si tratta dell’effetto che faranno sugli altri; lui può valutarlo, ma non sentirlo. Mai Proust ha scoperto l’omesessualità di Charlus, dato che l’aveva decisa ancora prima d’iniziare il suo libro. E se l’opera un giorno assumerà agli occhi del suo autore un’apparenza d’oggettività, vuol dire che sono passati gli anni, che se ne è dimenticato, che non è più sua e non sarebbe certamente più capace di scriverla. Come avvenne a Rousseau quando rilesse il Contrat social in età avanzata.
Dunque, non è vero che si scriva per sè; sarebbe il peggiore smacco;proiettando le proprie emozioni sulla carta, si riuscirebbe appena a prolungarle di poco. L’atto creatore è un momento incompleto e atratto nella produzione di un’opera; se l’autore fosse solo, potrebbe scrivere finchè vuole, ma l’opera come oggetto non verrebbe mai alla luce, e lo scrittore dovrebbe abbandonare la penna e disperare. Ma l’operazione dello scrivere implica quella di leggere come proprio correlativo dialettico, e questi due atti distinti comportano due agenti distinti. Solo lo sforzo congiunto dell’autore e del lettore farà nascere quell’oggetto concreto e immaginario che è l’opera dello spirito. L’arte esiste per gli altri e per mezzo degli altri.
[..] Poichè la creazione trova il suo compimento nella lettura, poichè l’artista deve affidare ad altri la cura di compiere quanto lui ha iniziato, poichè può cogliersi come essenziale alla propria opera solo attraverso la coscienza del lettore, ogni opera letteraria è un appello. Scrivere è fare appello al lettore perchè conferisca un’esistenza obiettiva alla rivelazione che io ho iniziato per mezzo del linguaggio.
[..] Scrivere è dunque svelare il mondo e al tempo stesso proporlo come un compito alla generosità del lettore. E’ricorrere alla coscienza altrui per farsi riconoscere come essenziale alla totalità dell’essere; è voler vivere questa essenzialità per interposta persona; ma poichè, d’altra parte, il mondo reale non si rivela che nell’azione, poichè non ci può sentire dentro , se non superandolo per mutarlo, l’universo del romanziere mancherebbe di spessore se non lo si scoprisse nel corso di un movimento fatto per trascenderlo. Si è spesso notato che un oggetto, in un racconto, non trae la propria densità esistenziale dalla quantità e lunghezza delle descrizioni che gli sono destinate, ma dalla complessità dei suoi vincoli con i diversi personaggi; apparirà tanto più reale quanto più verrà manipolato, preso e deposto, in una parola superato, dai personaggi rivolti ai propri fini Lo stesso accade nel mondo romazesco, cioè nella totalità delle cose e degli uomini: perchè offra il massimo di densità bisogna che la rivelazione-creazione per la quale il lettore lo scopre sia anche impegno immaginario nell’azione; in altri termini, quanto più si prenderà gusto a cambiarlo e tanto più risulterà vivo.
Da Che cos’è la letteratura? Jean-Paul Sartre, 1947

Annunci