L'Origine du monde, Gustave Courbet (1819–1877)
L’Origine du monde, Gustave Courbet (1819–1877)

Oh bhe. Pare gli interventi di vaginoplastica stiano incrementando di numero anche qui in Italia. Questa del perfezionamento delle labbra vaginali è una moda scoppiata qualche anno fa negli USA che ha conseguentemente fatto proselitismo nel resto del mondo incrementando di milioni di dollari il volume degli affari, prima in Australia, poi in Inghilterra, quindi nel resto d’Europa. Leggevo il profilo tipo della donna che richiede un intervento di vaginoplastica vede le quarantenni in carriera fra le pazienti in pole position. Al di là di una concreta risposta a un’anomalia che può comportare eventuali complicazioni fisiche e patologiche, la vaginoplastica risponde specificatamente alla richiesta da parte delle donne di risultare maggiormente sexy e confident attraverso il proprio aspetto fisico. Immagino donne e mamme super sprint, in buona parte divorziate, che oltre a gestire un bilancio aziendale e familiare, rimediano il tempo per vivisezionare allo specchio la propria vagina trovando in essa una ulteriore occasione di insuccesso. Maledetta natura male-fica. C’è dell’incredibile in queste donne che lottano tutti i giorni per affermare la propria emancipazione e accorciare le distanze che le separano dagli uomini nella lotta al potere. Pur di riuscirvi sono disposte a maschilizzarsi, a corrispondere al maschilismo degli uomini e a fare proprie caratteristiche comuni nelle stanze dei bottoni, talora deprecabili dal punto di vista dei figli, allevati dalle tate e accuditi dagli psicanalisti. Alle donne insicure circa le propria patatina, basterebbe guardare con un po’ più di senso critico al pene moscio e raggrinzito di un uomo per rivalutare con orgoglio lo splendore della propria vagina in tutta la sua abominevole bellezza.
Del corpo della donna reso oggetto di degustazione squisitamente maschile nell’industria mediatica, si è tanto parlato e si parla ancora, più per soddisfare le istanze dei movimenti femministi che per smantellare antichi luoghi comuni legati all’immagine della donna resa di consumo nell’ordierna società. A proposito mi è venuta in mente una considerazione molto interessante letta nel saggio ‘Questione di Sguardi’, di Berger, del quale ho parlato qualche post fa.
Attacca Berger, nel capitolo 3

Baccante distesa, Trutat (1824-1848)
Baccante distesa, Trutat (1824-1848)

[Nelle arti] In base all’uso e a convenzioni che, anche se finalmente in discussione, non sono tuttavia affatto superate, la presenza sociale della donna ha una qualità diversa da quella maschile. La presenza dell’uomo dipende dalla promessa di potere che egli incarna. Se la promessa è grande e credibile, la sua presenza è straordinaria. Se la promessa è irrisoria o non credibile, la sua presenza è considerata scarsa. Il potere annunciato può essere morale, fisico, emotivo, economico, sociale, sessuale, ma il suo oggetto è sempre esterno all’uomo. La presenza dell’uomo suggerisce ciò che egli è capace di fare a voi o per voi. La sua presenza può essere ingannevole, nel senso che egli finge di avere capacità che non ha. La finzione è, però, sempre rivolta a un potere che si esercita sugli altri.
La presenza della donna, invece, esprime l’atteggiamento che ella ha verso se stessa, e definisce cosa le si può o non le si può fare. La sua presenza si manifesta nei gesti, nella voce, nelle opinioni, nelle espressioni, negli abiti, negli ambienti di cui si circonda, nel gusto. In effetti non vi è nulla in ciò che ella fa che non contribuisca alla sua presenza. La presenza della donna è così intrinseca nella sua persona che gli uomini tendono a pensare a essa come a una sorta di emanazione fisica, una specie di calore o odore o aura.

Nascere donne ha significato nascere sotto custodia, affidate a uomini in uno spazio racchiuso e angusto. La presenza delle donne si è sviuppata in funzione della loro disponibilità a vivere sotto tale tutela entro uno spazio tanto limitato. Ciò è avvenuto, però, al prezzo di una spaccatura: l’io delle donne si è diviso in due. La donna deve guardarsi di continuo. Ella è quasi costantemente accompagnata dall’immagine che ha di se stessa. Sia che attraversi una stanza, sia che pianga la morte del padre, la donna non riesce a evitare di visualizzarsi nell’atto di camminare o di piangere. Sin dalla primissima infanzia, le hanno insegnato e l’hanno convinta a osservarsi di continuo.

E così ella arriva a considerare il sorvegliante e il sorvegliato che ha in sè come i due elementi costitutivi e pur sempre distinti della sua identità di donna.
Deve sottoporre a scrutinio tutto ciò che è e che fa, perchè il suo modo di apparire agli altri, e in definitiva il suo modo di apparire agli uomini, ha un’importanza cruciale per quanto viene solitamente considerato il suo successo nella vita. Per la donna il sentirsi esistente in sè è sostitutivo dal sentirsi riconosciuta dall’altro.
Gli uomini, prima di rivolgersi alle donne, le osservano. Di conseguenza, il trattamento che  l’uomo riserverà alla donna può essere determinato da come lei si presenta. Per acquisire un qualche controllo su questo processo, le donne devono accettarlo e interiorizzarlo. La parte dell’io femminile che fa da sorvegliante tratta la parte che agisce da sorvegliato in modo tale da dimostrare agli altri come l’io nel suo insieme vorrebbe essere trattato. E questo trattamento esemplare che da sè lei si riserva a se stessa costituisce la presenza della donna. La presenza di ogni singola donna stabilisce ciò che è o non è ‘ammissibile’ in sua presenza. Ciascuna delle sue azioni – qualunque ne sia lo scopo immediato o il movente – viene letta anche come indicazione del modo in cui vorrebbe essere trattata. Se una donna scaglia un bicchiere a terra, il suo gesto è esemplare di come ella tratti il proprio sentimento di collera e dunque di come vorrebbe essere trattata dagli altri. Se un uomo compie lo stesso gesto, il suo atto viene interpretato come una semplice espressione di collera. Se una donna fa una battura divertente, le sue parole dimostrano come ella tratti il burlone che c’è in lei e come dunque, da donna di spirito, vorrebbe essere trattata dagli altri. Solo un uomo può fare una buona battuta per il gusto di farla.
Si potrebbe semplificare dicendo: gli uomini agiscono e le donne appaiono. Gli uomini guardano le donne. Le donne osservano se stesse essere guardate. Ciò determina non soltanto il grosso dei rapporti tra uomini e donne, ma anche il rapporto delle donne con se stesse. Il sorvegliante che la donna ha dentro di sè è maschio: il sorvegliato femmina. Ecco dunque che ella si trasforma in oggetto, e più precisamente in oggetto di visione: in veduta.
Da Questione di sguardi. Sette inviti al vedere fra storia dell’arte e quotidianità, John Berger, 1972.

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